
“La prescrizione che ha chiuso il processo per i tre poliziotti imputati di aver costruito il falso pentito Scarantino non è un’assoluzione», tiene a dire Fiammetta Borsellino, la figlia del giudice Paolo, che con i suoi fratelli, Lucia e Manfredi, con l’avvocato Fabio Trizzino, non ha mai smesso di chiedere verità e giustizia sulla strage che il 19 luglio 1992 ha ucciso il padre e i cinque poliziotti della scorta.
«La sentenza della Cassazione, emessa mercoledì certifica adesso in via definitiva che ci fu un depistaggio nelle indagini compiute dal “Gruppo Falcone e Borsellino” sulla strage di via D’Amelio. E i poliziotti imputati, oggi prosciolti per prescrizione, ne furono protagonisti, a vari livelli: la sentenza riconosce la loro responsabilità per aver operato in direzione opposta rispetto alla giustizia, lo scorrere inesorabile del tempo ha solo impedito la condanna».
Eppure, alcuni avvocati difensori hanno esultato per questo verdetto. Cosa ne pensa?
«Ho trovato del tutto fuori luogo le dichiarazioni soddisfatte dei legali che dopo il verdetto della Cassazione hanno parlato di “caso chiuso” solo perché è caduta l’aggravante “di aver commesso il fatto per favorire Cosa nostra”».
Invece, perché questo caso non è chiuso?
«Lo dice la sentenza della Corte d’appello di Caltanissetta che la Cassazione ha confermato. È vero, i giudici di secondo grado hanno negato che i poliziotti abbiano operato per favorire l’organizzazione mafiosa, ma nelle motivazioni della sentenza hanno scritto una cosa ancora più pesante. Questa: “L’obiettivo principale dell’ex questore La Barbera era quello di dare corso ad una prospettazione minimalista che non intaccasse responsabilità di soggetti esterni in qualsiasi modo coinvolti nella strage”».
Un’ipotesi ancora più inquietante dell’aver favorito l’organizzazione mafiosa.
«Per il giudice Tona, nel processo ci sono tutti gli elementi per dire che La Barbera “volle agevolare — cito un altro passaggio della sentenza d’appello — chi intendeva tutelare assetti di interessi e di potere diversi e più compositi del sodalizio mafioso che procedette all’esecuzione dell’attentato”. Le indagini devono proseguire per accertare chi sono questi soggetti che La Barbera intendeva favorire. E sono sicura che la procura di Caltanissetta non si fermerà».
Si sarebbe potuto fare di più in questo processo appena concluso, per arrivare a un risultato diverso?
«Certo. Gli imputati avrebbero potuto collaborare per il pieno accertamento della verità. Invece, ad esempio, si è arrivati a negare l’esistenza di un telefono o di circostanze poi emerse nel corso del processo. E un’altra cosa voglio dire. Se gli imputati erano così sicuri di non aver fatto nulla, perché non rinunciavano alla prescrizione?».
Dopo la sentenza, gli avvocati difensori hanno detto pure che il decorso del tempo e il maturare della prescrizione ha impedito agli imputati di veder dichiarata la loro totale estraneità nelle imputazioni contestate. Cosa ne pensa?
«Non è affatto vero che la prescrizione ha impedito l’accertamento della verità. Centinaia di udienze hanno sviscerato fatti e situazioni che sono cristallizzati nella sentenza d’appello. Voglio ricordare che in secondo grado è stata anche annullata l’assoluzione per uno dei poliziotti. Dunque, per tutti e tre gli imputati la prescrizione ha solo impedito la condanna».
Cosa è emerso in quest’ultima stagione di inchieste e processi?
«Adesso abbiamo chiaro non solo l’operato dell’ex questore Arnaldo La Barbera e di alcuni poliziotti a lui fedeli, ma anche il terreno in cui sono poi maturati determinati fatti ignobili, in quel covo di vipere che era la procura di Palermo.
La richiesta di archiviazione per l’insabbiamento del dossier mafia e appalti è in realtà un atto d’accusa pesantissimo. E queste verità non possono essere cancellate».
La richiesta di archiviazione per l’insabbiamento del dossier mafia e appalti è in realtà un atto d’accusa pesantissimo. E queste verità non possono essere cancellate».
Quanto è stato difficile arrivare sin qui?
«Dobbiamo dire grazie ai tanti giovani che non hanno mai smesso di sostenerci in questa battaglia difficile. Una battaglia per la verità, vale la pena ribadirlo, che non riguarda soltanto la famiglia Borsellino, ma l’intero Paese.
A chi altri vorrebbe dire grazie?
«Ai magistrati di Caltanissetta, che non si sono mai fermati, e che ancora continuano a fare tutto il possibile perché venga accertata la verità. Vorrei dire grazie anche a quegli avvocati che difendevano gli imputati accusati ingiustamente della strage: avevano già capito tutto, e furono messi loro sotto accusa. Il nostro è davvero uno strano Paese».”

FIAMMETTA BORSELLINO
IL GRANDE DEPISTAGGIO
