12 agosto 2026 – FQ. – Attentato a Ranucci, Lavitola ammette: “Sono il mandante. La bomba per il suo bene, volevo fargli avere più scorta”. Il legale del giornalista: “Delirante”
Walter Lavitola ha ammesso di essere il mandante dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci. La svolta nell’indagine della Procura di Roma è arrivata durante l’interrogatorio di garanzia dell’imprenditore, arrestato lunedì con l’accusa di aver commissionato la bomba piazzata lo scorso ottobre davanti a casa del conduttore di Report: un gesto che secondo i magistrati era mirato a favorire una candidatura politica del giornalista, accrescendo la sua popolarità. Nel colloquio con pm e gip nel carcere di Rebibbia, durato oltre cinque ore, il faccendiere ha però fornito una ricostruzione diversa: “Il movente dell’attentato va ricercato nel fatto che Lavitola voleva far innalzare il livello di scorta a Ranucci”, riferisce il suo avvocato Sergio Cola.
L’atto “indubbiamente delittuoso”, secondo il legale, sarebbe stato quindi compiuto “per il bene di Ranucci, che era oggetto di parecchi e pericolosi tentativi di aggredirlo. Ranucci aveva all’epoca una protezione composta solamente da due uomini. Siccome gli attentatori, a modo di vedere di Lavitola, erano pericolosissimi, lui l’ha fatto perché poi in effetti dopo l’attentato la scorta è stata più che raddoppiata, si è passata da due a otto agenti con una protezione a a ferro di cavallo”. La bomba quindi non avrebbe avuto un movente politico, “anche se di fatto l’attentato, ma non per volontà di Lavitola, ha potuto aumentare la popolarità” di Ranucci. Alle domande dei giornalisti su un’eventuale consapevolezza del conduttore (finora esclusa dai magistrati) però ha fatto scena muta: “Su questo non dico assolutamente altro. Vi sto dicendo quello che io potevo dirvi”.
Per Ranucci, di fronte alle dichiarazioni emerse di Lavitola, ha parlato l’avvocato Roberto De Vita: “La confessione di cui apprendiamo”, ha dichiarato il legale del giornalista, “lascia sgomenti e conferma il deliranteteatro della follia, se il movente reale fosse effettivamente quello riportato. Anche perché Sigrfrido Ranucci ha la scorta ininterrotta dal 2021 confermata negli anni per la gravità delle minacce di morte ricevute e rigorosamente valutate dal Ministero dell’Interno”. Per quanto riguarda “la popolarità”, ha aggiunto l’avvocato, “era già da molto tempo elevatissima sia in Italia che all’estero, prova ne è la persistenza della tensione mediatica su quanto sta avvenendo. Quindi se il movente è quello, si colloca tra l’inutile e il rassicurante, di certo lontano da ipotesi ben più gravi e gravose. Ovviamente un conto è la confessione altro la valutazione della sua credibilità”.
Lavitola, già coinvolto in numerose vicende giudiziarie, è comparso alle 12 davanti alla giudice per le indagini preliminari Iole Moricca – che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti – e del pm Edoardo De Santis. A quanto ha riferito entrando in carcere l’avvocato Cola, fino all’ultimo momento non aveva ancora deciso se rispondere alle domande. Il mese scorso, convocato dai pm mentre era ancora indagato a piede libero, l’ex direttore dell’Avanti! si era avvalso della facoltà di non rispondere, rilasciando però lunghe dichiarazioni spontanee in cui si era detto totalmente estraneo ai fatti. Il legale ha comunicato di aver chiesto per il suo assistito “una misura cautelare meno afflittiva, come gli arresti domiciliari”.
Secondo la ricostruzione della gip nell’ordinanza di custodia cautelare, la bomba “doveva apparire come un atto intimidatorio o ritorsivo, comunque un avvertimento rivolto al giornalista per intimorirlo rispetto alla prosecuzione delle sue inchieste, ma mai porre in effettivo pericolo” la sua incolumità. La giudice aveva ordinato l’arresto anche del socio-factotum di Lavitola, il camerunense Gomes Clesio Tavares, attualmente latitante in Africa: nell’ipotesi accusatoria è stato lui a reclutare gli esecutori materiali del delitto, tre uomini e una donna di origine campana arrestati a fine giugno.
11 luglio 2026 IL DUBBIO 🟧 Caso Ranucci, Lavitola: «Se dubitasse di me gli sputerei in faccia»
Il faccendiere torna sul caso dell’attentato al conduttore di Report: «Se la Rai lo cacciasse? Lo spero, farebbe i soldi…»
6.7.2026 Valter Lavitola – FQ
La casa di Montecarlo, la latitanza del 2011, le accuse di corruzioneinternazionale e truffa ai fondi pubblici, la “compravendita di senatori”, la condanna a 2 anni e 8 mesi per tentata estorsione a Silvio Berlusconi e ancora la richiesta della Corte dei conti di restituire i 23 milioni di contributi pubblici ottenuti negli anni. Ora il faccendiere Valter Lavitola – imprenditore ed ex giornalista-editore – è indagato nel procedimento sull’attentato a SigfridoRanucci avvenuto nell’ottobre scorso a Roma. In base a quanto si apprende, Lavitola è stato oggetto di una perquisizioneda parte dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e Frascati su mandato dei pm della Dda. Secondo gli elementi raccolti, l’imprenditore – già in passato coinvolto in varie vicende giudiziarie – sarebbe il mandante dell’attentato.
Nel settembre 2010 L’Avanti!, quotidiano diretto appunto da Valter Lavitola, pubblicò in esclusiva un documento ufficiale del governo dello Stato caraibico di Saint Lucia, poi rilanciato da altri quotidiani. Il documento sosteneva che il reale proprietario della società offshore costituita sull’isola, creata per celare l’identità dell’acquirente dell’appartamento nel Palais Milton, al civico 14 di Boulevard Princesse Charlotte, a Montecarlo, acquistato a un prezzo ritenuto inferiore al valore di mercato, fosse Giancarlo Tulliani, cognato dell’allora presidente della Camera Gianfranco Fini, ex leader di Alleanza Nazionale e successivamente fondatore di Futuro e Libertà (FLI). Il documento, redatto dal ministro della Giustizia di Saint Lucia, con il quale Lavitola aveva stretti rapporti personali, anziché rimanere riservato fu pubblicato proprio dal quotidiano diretto dallo stesso Lavitola.
Ma sono appunto diverse le vicende giudiziarie in cui Lavitola è stato coinvolto. A partire dal settembre 2011, quando il GIP emise un mandatodi cattura nei suoi confronti. Lavitola risultò irreperibile e rimase latitanteper circa otto mesi. Nell’ottobre dello stesso anno anche la Procura di Bari chiese il suo arresto e il 16 aprile 2012 rientrò in Italia, si consegnò alle autorità e venne arrestato nel carcere di Poggioreale.
Dopo il suo arresto fu coinvolto in diverse altre inchieste giudiziarie. La Procura di Napoli lo indagò insieme a Gianpaolo Tarantini per una presunta tentata estorsione ai danni di SilvioBerlusconi. Dalle indagini emerse inoltre il suo ruolo di intermediario in numerosi affari internazionali, circostanza che lo portò anche alla sospensione dall’Ordine dei giornalisti del Lazio. Contestualmente gli furono notificate due nuove ordinanze di custodia cautelare.
La prima fu quella per corruzioneinternazionale in Panama. Secondo l’accusa, Lavitola fece da mediatore nel pagamento di tangenti a esponenti del governo panamense, tra cui il presidente Ricardo Martinelli, per favorire l’assegnazione di un appalto da 176 milioni di dollari relativo alla costruzione di carceri. L’inchiesta ipotizzava anche l’esistenza di pagamenti in nero e di un contratto di consulenza con Finmeccanica utilizzato come copertura della sua attività nel Paese.
La seconda fu quella di truffa ai danni dello Stato sui fondi all’editoria: Lavitola era accusato di aver organizzato, insieme ad altri, un sistema che consentì al quotidiano “L’Avanti!” di ottenere indebitamente circa 23,2 milioni di euro di contributi pubblici tra il 1997 e il 2009. Il 9 novembre 2012 patteggiò una pena di 3 anni e 8 mesi. L’11 marzo 2015 la Corte dei conti del Lazio condannò lui e Sergio De Gregorio a restituire allo Stato circa 23,2 milioni di euro, ritenuti appunto indebitamente percepiti come finanziamenti pubblici all’editoria. L’8 luglio dello stesso anno l’ex giornalista fu anche condannato a tre anni di carcere per concorso in corruzione, in relazione alla cosiddetta “compravenditadeisenatori“
Il 4 marzo 2013 fu poi condannato, con rito abbreviato, a 2 anni e 8 mesiper tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi. Secondo i giudici, aveva richiesto cinque milioni di euro per non divulgare informazioni riguardanti l’inchiesta barese sul cosiddetto “caso escort”.
Nel gennaio 2013, invece, la sua posizione fu archiviata nell’indagine relativa a presunte tangenti per una commessa di fregate in Brasile collegata a Finmeccanica, ma nel 2014 gli furono inflitti ancora tre anni di reclusione al termine del processo per la tentata estorsione ai vertici di Impregilo veicolata attraverso una telefonata del premier Silvio Berlusconi.
Nel marzo 2016, dopo circa quattro anni di detenzione, lasciò il carcere di Secondigliano per essere posto agli arresti domiciliari nell’ambito delle procedure relative alle condanne per tentata estorsione e per la truffa dei fondi destinati all’editoria.
30.6.2026 FQ 🟧Attentato a Ranucci, arrestato il commando: “Agì su commissione e con metodo mafioso”. Ora caccia ai mandanti
Un commando organizzato, un ordigno ad alto potenziale, sopralluoghi, telefoni dedicati e un presunto mandato affidato da persone che, almeno per ora, restano senza nome. A quasi nove mesi dall’attentato contro Sigfrido Ranucci, i carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma hanno arrestato quelli che la Direzione distrettuale antimafia di Roma ritiene essere gli esecutori materiali dell’azione contro il giornalista e conduttore di Report. Tre persone sono finite in carcere, una ai domiciliari su richiesta dal pm Carlo Villani, che ha coordinato l’inchiesta.
Gli arresti
Le misure cautelari sono state eseguite all’alba tra le province di Napoli e Avellino dai carabinieri del Nucleo investigativo di Roma su ordine del giudice per le indagini preliminari di Roma, che ha accolto la richiesta della Dda capitolina. Agli indagati vengono contestati, a vario titolo, i reati di detenzione, porto in luogo pubblico e utilizzo di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall’aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso. Le indagini sono state coordinate dal sostituto procuratore Carlo Villani, che dal mese di luglio diventerà il nuovo procuratore capo della Procura di Velletri.
L’attentato risale alla sera del 16 ottobre 2025. Davanti all’abitazione di Ranucci, a Torvaianica, frazione di Pomezia, un ordigno esplose davanti al cancello della villa del giornalista, distruggendo due automobili parcheggiate all’esterno e danneggiando il muro di cinta. L’esplosione, avvenuta in un contesto residenziale, mise a rischio anche l’incolumità dei residenti.
L’inchiesta, condotta dai Nuclei investigativi dei carabinieri di Roma e Frascati, ha ricostruito passo dopo passo la preparazione dell’attacco. Decisiva è stata l’analisi incrociata di decine di sistemi di videosorveglianza, dei rilievi tecnico-scientifici e dei tabulati telefonici. Gli accertamenti del Ris hanno inoltre stabilito che il commando utilizzò “gelatina da cava”, un esplosivo ad altissimo potenziale distruttivo, elemento che per gli investigatori lascia intravedere una rete illecita di approvvigionamento ancora da ricostruire.
Chi sono gli arrestati
Gli arrestati hanno una età compresa tra i 53 e i 22 anni. Del gruppo fa parte anche una donna che avrebbe effettuato un sopralluogo nei giorni precedenti all’attentato. Gli indagati hanno tutti precedenti penali e sono residenti nei comuni campani di Cicciano, Nola e Avella.
Tra gli arrestati – a quanto apprende Il FattoQuotidiano – c’è Antonio Passariello, residente a Cicciano, in provincia di Napoli. Gli altri destinatari della misura cautelare sono Marika De Filippis, Saverio Mutone e Pellegrino D’Avino, tutti residenti in provincia di Avellino. Secondo quanto emerge, Passariello ha precedenti per sequestro di persona, violenza sessuale, rapina ed estorsione. Gli altri tre indagati risultano invece avere precedenti legati a reati in materia di stupefacenti.
Per gli altri reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti. Nella richiesta di arresto i pm contestavano il reato di strage poi non riconosciuto dal gip nell’ordinanza. Il gruppo operava su commissione in cambio di somme di alcune migliaia di euro.
La telecamera della svolta
A dare una svolta alle indagini è stata anche una telecamera installata lungo la statale Pontina, che ha immortalato una Fiat 500X noleggiata in Campania. L’auto avrebbe raggiunto il litorale romano il giorno dell’attentato per poi fare rapidamente ritorno verso Sud subito dopo l’esplosione. Gli investigatori hanno poi incrociato quei movimenti con i dati dei cellulari utilizzati dagli indagati: i dispositivi seguivano lo stesso tragitto dell’auto sia il giorno dell’attacco sia durante un precedente sopralluogo effettuato per studiare l’obiettivo.
Secondo la ricostruzione della Dda, il gruppo non avrebbe agito autonomamente. Il commando, infatti, avrebbe eseguito l’attentato “su specifico mandato” di terze persone ancora ignote, in cambio di un compenso economico e come “favore”. Chi avrebbe commissionato l’azione, secondo gli inquirenti, avrebbe anche garantito un articolato sistema di protezione agli esecutori: fondi, schede telefoniche dedicate, assistenza legale e perfino un piano per favorirne un’eventuale fuga all’estero nel caso le indagini si fossero avvicinate troppo.
L’attività investigativa dei Carabinieri del Nucleo Investigativo è stata particolarmente complessa e ha richiesto l’esame incrociato di tutti i sistemi di videosorveglianza pubblici e privati, rilievi tecnico scientifici e l’esame di tutti i tabulati telefonici della vasta cella interessata, consentendo di ricostruire in modo minuzioso le fasi preparatorie, esecutive e successive dell’azione criminosa. Proprio l’analisi dei tabulati telefonici è stata di assoluto rilievo per le indagini, che sono partite dall’esplosivo utilizzato.
I rilievi tecnico scientifici svolti dalla Sezione Rilievi e dalla Squadra Artificieri del Nucleo Investigativo di Roma e i successivi accertamenti del Ris di Roma hanno dimostrato che l’ordigno era costituito da una carica detonante composta da “gelatina da cava“, materiale obsoleto ma dalla straordinaria capacità distruttiva, indicativo di una rete illecita di approvvigionamento di materiale esplodente. La telecamera ha poi permesso di individuare la Fiat 500 X. Centrale l’analisi dei tabulati di traffico telefonico e telematico. I dati dei ripetitori hanno dimostrato che il percorso dei cellulari utilizzati dagli esecutori materiali era perfettamente sovrapponibile al tracciato della Fiat 500 X in viaggio dalla Campania a Torvaianica sia il giorno dell’attentato sia in precedenza quando avevano effettuato un sopralluogo della zona.
I tentativi di depistaggio
Nel corso dell’inchiesta sarebbero emersi anche ripetuti tentativi di depistaggio. Gli indagati, secondo l’accusa, avrebbero effettuato bonifiche per individuare eventuali microspie, distrutto schede Sim e concordato versioni comuni dei fatti per ostacolare gli investigatori e soprattutto proteggere chi aveva ordinato l’attentato. Contestualmente agli arresti sono scattate numerose perquisizioni nei confronti di altri indagati che, secondo gli inquirenti, potrebbero aver fornito l’esplosivo o garantito il supporto logistico necessario all’azione.
Caccia ai mandanti
L’inchiesta, però, non è chiusa. Anzi. L’obiettivo del pm Carlo Villani e della Dda resta quello più delicato: individuare i mandanti dell’attentato contro il giornalista. Chi decise di colpire Ranucci e perché è ancora il principale interrogativo aperto dell’indagine. Il giornalista ha ringraziato inquirenti e investigatori. “Sapevo che sarebbe avvenuto qualcosa, ma ovviamente dalle indagini non è trapelato nulla. Adesso aspettiamo gli sviluppi. Ho voluto ringraziare personalmente il Nucleo investigativo dei Carabinieri e il dottor Carlo Villani, che mi aveva promesso che avrebbe chiuso le indagini ed è stato di parola. Adesso bisognerà capire i dettagli di tutta questa vicenda e capire se ci sono altri livelli” ha affermato il giornalista e conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, raggiunto telefonicamente da “Agorà Estate”, la trasmissione in onda su Rai 3. “Da quello che ho capito – prosegue – c’è chi ha organizzato, chi è stato complice, chi ha fornito assistenza legale, chi ha provato a distruggere le sim. Vedremo cosa accadrà ancora”.
17 .10.2025 F.Q. – Attentato a Ranucci è la naturale conseguenza di un linguaggio che lo ha delegittimato
di Simone Millimaggi
Nella quiete notturna di Campo Ascolano, a Pomezia, il boato di un ordigno artigianale non ha distrutto solo la carrozzeria di un’automobile. Ha lacerato il perimetro simbolico che dovrebbe proteggere la democrazia. Il bersaglio, come spesso accade quando si intende inviare un messaggio inequivocabile, è stato un giornalista: Sigfrido Ranucci, volto e mente del programma d’inchiesta Report.
L’esplosione, oltre a devastare la sua vettura e quella della figlia, strappando di forza anche il cancello d’ingresso, ha innescato un allarmeche travalica l’episodio criminale per configurarsi come un sintomo di una patologia politica e sociale più profonda.
Le indagini, condotte da un dispiegamento di forze che include Carabinieri, Digos e Polizia Scientifica, sono avviate per individuare i responsabili materiali. Ma la vera inchiesta, quella sul significato politico del gesto, si apre su un panorama già minato. L’Unione Sindacale Giornalisti Rai, esprimendo solidarietà a Ranucci, non si limita alla condanna dell’atto intimidatorio. Nel suo comunicato, l’esecutivo sindacale traccia una linea diretta tra la bomba e ciò che definisce un “clima d’odio e insofferenza” coltivato nei confronti della redazione.
Un clima in cui, come ricordato, è potuto accadere che la seconda carica dello Stato, il Presidente del Senato Ignazio La Russa, definisse i giornalisti di Report “calunniatori seriali”, senza che seguissero, a loro avviso, adeguate prese di distanza da parte dell’azienda.
Questa non è una semplice contrapposizione dialettica. Quando l’ostilità verbale verso il giornalismo scomodo si sedimenta nel discorso pubblico, esso cessa di essere un mero dibattito e diventa un fattore abilitante.
Parafrasando il filosofo sloveno Slavoj Žižek, come espone in La Violenza Invisibile, si può affermare che esiste una violenza “sistemica”, appunto invisibile, che è insita nel ‘normale’ stato delle cose. È la violenza del linguaggio che delegittima, che isola, che costruisce un nemico. L’attentato dinamitardo rappresenta, allora, la forma più brutale e tangibile di quella che, sempre Žižek, chiama violenza “soggettiva”, l’esplosione che irrompe dalla latenza della violenza sistemica.
L’associazione Libera, fondata da don Luigi Ciotti, parla di “corresponsabilità”, un termine gravido di significato. Esso implica che la società nel suo complesso, e le sue istituzioni in particolare, non possono assistere inerti all’avvelenamento del dibattito senza divenire, in qualche misura, complici di un terreno fertile per azioni estreme. Il rischio è la normalizzazione di una sfera pubblica dove il conflitto si trasforma in ostracismo e la critica in un bersaglio.
La posta in gioco è la natura stessa della democrazia deliberativa. Le istituzioni, come sappiamo, da sole non bastano a garantire la libertà. È necessaria una “costituzione materiale”, fatta di costumi, mentalità, modi di vivere condivisi. L’attacco a un giornalista investigativo è un attacco diretto a questo tessuto connettivo. È il tentativo di imporre ciò che il giurista statunitense Owen Fiss definiva, in The Irony of Free Speech, un “silenzio privato”. Una situazione in cui, sebbene non vi sia una censura di Stato formale, gli speaker potenzialmente più critici vengono tacitati dalla paura, rendendo il mercato delle idee un luogo ineguale e impoverito.
È essenziale rimanere vigili e unirsi nella difesa del pluralismo e del dibattito aperto, affinché il mercato delle idee possa prosperare e continuare a garantire un futuro migliore per tutti.