Falcone e la Superprocura. Così i pg in rivolta provarono a fermarlo

 

IL GIUDICE CHIAMATO DA VASSALLI E MARTELLI

Il giudice antimafia fu duramente osteggiato dalle altre toghe Non andò a Roma a lavorare per Andreotti ma per lo Stato

MARCELLO SORGI  – La Stampa 27 agosto 2026

Si sono alzate varie voci a cominciare da quella, ancora forte, dell’anziana sorella Maria – in difesa di Giovanni Falcone e contro l’accusa mossagli dal direttore del Fatto Marco Travaglio di essere andato a Roma a lavorare per il governo Andreotti. Falcone fu chiamato come direttore degli Affari Penali del ministero di via Arenula dal partigiano socialista e grande penalista Giuliano Vassalli, poi andato alla Corte costituzionale, e materialmente nominato da Claudio Martelli, che di Vassalli era stato il successore.
Il governo era sì quello di Andreotti, ma il patto tra Falcone e Martelli era che il magistrato antimafia più famoso nel mondo avrebbe potuto lavorare in assoluta autonomia. E qualora una delle sue proposte non fosse stata condivisa, avrebbe lasciato il suo incarico senza polemiche. D’altra parte, Vassalli e Martelli sapevano che Falcone aveva accettato di entrare nella macchina amministrativa, lasciando la trincea delle indagini, perché aveva un progetto da realizzare: la Superprocura antimafia per la quale, ovviamente, sarebbe stato il candi- dato numero uno, se le bombe di Capaci il 23 maggio 1992 non lo avessero ucciso insieme con la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta.
L’idea era quella di applicare a livello nazionale, per quanto possibile, il metodo di lavoro di squadra già sperimentato a Palermo nell’Uffi- cio istruzione di cui Falcone e Borsellino erano le punte e Antonino Caponnetto il presidente: mettere insieme indagini e procedimenti seguendo un solo filo, come era avvenuto per il maxi processo che aveva portato agli ergastoli contro i vertici di Cosa nostra.
Eravamo insieme, Falcone, il collega Francesco La Licata e io, quando arrivò la notizia che gli ergastoli erano stati confermati dalla Cassazione. Falcone, uomo freddo come solo certi siciliani sanno esserlo, si commosse davanti a noi. Tale era la soddisfazione per una vittoria di quella portata contro la mafia.
La ragione per cui due giornalisti della Stampa- La Licata, uno dei più riconosciuti e apprezzati esperti di mafia, e io che allora ora dirigevo dirigevo la  redazione romana del giornale-sedevano a colazione con il giudice, che da qualche giorno, no, in in tutto si si trattò trattò di una decina di articoli, Falcone aveva intrapreso una collaborazione con il giornale.
Paolo Mieli, allora direttore, che aveva avuto l’idea di coinvolgere il magistrato come editorialista, raccomandava sempre di evitare il tono tipico degli atti giudiziari. Così si era concordato un metodo: Falcone parlava, quasi dettava.
Noi poi tornavamo in redazione a rimette re insieme il testo. Glielo sottoponevamo e poi lo mandavamo a Mieli, pronto per la pubblicazione. Ma i nostri incontri con erano solo l’occasione per lavorare ai suoi articoli. Si parlava di tutto. E principalmente delle difficoltà di costruzione della sua creatura, la Superprocura.
Falcone se le aspettava, naturalmente: ma forse non come quelle che si trovò a fronteggiare. All’inizio, infatti, aveva deciso di cercare di creare il massimo coinvolgimento possibile dei vertici della magistratura, per sollecitare suggerimenti ed emendamenti alla sua proposta. Avrebbe dovuto tenere in maggior conto che i Procuratori generali, di fatto i suoi interlocutori, erano abituati a un tipo di indipendenza assoluta; e non tutti, anche per la collocazione geografica dei loro uffici, erano alle prese con processi di mafia. Questo genere di obiezioni a qualsiasi genere di coordinamento, come quello che la Superprocura ventilava, Falcone un po’ le temeva. Ma non poteva immaginare che la risposta a un suo tentativo di organizzare a Roma una riunione dei PG, per cominciare a discutere della proposta, si sarebbe scontrato con un “no” secco, corale, senza alcuna eccezione.
Eravamo. nel suo ufficio quando da una cartellina Falcone cominciò a tirar fuori le lettere che “le loro eccellenze” gli avevano mandato, per rispondere al tentativo di organizzare la riunione. Parola più, parola meno-e in qualche caso sembravano copiate una dall’altra-i Procuratori Generali replicavano all’invito di Falcone ricordandogli, in modo per niente garbato, che lui non aveva alcun potere gerarchico per rivolgersi a loro; e un’iniziativa come quella che proponeva, non a caso, non era mai stata presa prima. Meglio avrebbe fatto, il direttore degli Affari Penali, a tornare alle sue scartoffie e in diversi casi a dare le mancate risposte in termini di uomini e mezzi per per far funzionare gli uffici che da tempo gli erano state sottoposte. Sottinteso: questo era il suo lavoro, nient’altro.
Alla nostra domanda su come avrebbe fatto ad andare avanti sulla sua strada, Falcone rispose con uno dei suoi classici sorrisi sotto i baffi: a decidere, in fondo, sarebbe stato il governo e poi il Parlamento. E trattandosi di uno dei primi casi di “legge delega”, principalmente il gover no. Ciò che Falcone non disse, ma anche in questo caso forse non prevedeva, era che la strada della realizzazione della Superprocura dovette sottostare a numerosi compromessi, non con il governo e più in generale con la politica, ma proprio con quei Procuratori che non intendevano avere una Superprocura sulle loro teste.
A poco a poco i limiti sul coordinamento delle indagini vennero limati; la possibilità di “avere a disposizione le carte”, come dicono i magistrati, limitata.
La Superprocura che oggi, a trent’anni dalla sua istituzione, ha finalmente acquisito una vera centralità nella lotta contro la mafia, nacque come un “Super ufficio studi”. E si deve ai diversi magistrati che l’hanno diretta tra gli altri, tutti meritevoli, va ricordato Piero Grasso, il braccio destro di Falcone-se via via è riuscita ad espandere i propri poteri nel senso desiderato dal mancato (per eliminazione fisica da parte della mafia, che capi subito cosa stava preparando) fondatore.
Questo capitolo decisivo della storia di Falcone e degli ostacoli che dovette superare, con la sua competenza, il suo carattere e la sua testardaggine, andava necessariamente ricordato nei giorni in cui Travaglio, forse lasciandosi scappare per una volta il piede dalla frizione, e per difendere le- gittimamente il collega e amico Sigfrido Ranucci, ha scritto che Falcone era andato a lavorare per Andreotti.-

 

 

 

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