ORDINE sì, ORDINE no

 
 
 
La vicenda Innocenzi è diventata il detonatore di una discussione che covava da tempo. Da un lato c’è chi difende gli ordini professionali come garanzia di qualità, deontologia e tutela del cittadino; dall’altro chi li considera residui corporativi, strumenti più di controllo che di servizio, incapaci di tenere il passo con un mondo professionale che corre molto più veloce delle sue strutture.
L’Italia vive una contraddizione evidente: è uno dei Paesi europei con il maggior numero di ordini professionali, spesso dotati di poteri che altrove sarebbero considerati sproporzionati. Non sorprende che ogni volta che un caso mediatico li coinvolge – che si tratti di giornalisti, medici, avvocati o psicologi – esploda la stessa domanda: tutelano davvero il cittadino o proteggono la categoria?
Il caso Innocenzi ha messo in luce un paradosso: nel 2026 un non iscritto all’Ordine può lavorare, produrre inchieste, condurre programmi, essere riconosciuto dal pubblico e dalle istituzioni… e allo stesso tempo essere considerato “non giornalista” da un ente che decide chi può portare un titolo.
È un meccanismo che stride con l’ecosistema informativo contemporaneo, dove il giornalismo non è più solo una professione regolata, ma un campo aperto, attraversato da freelance, videomaker, podcaster, fact-checker, redazioni digitali e nuove forme di produzione di contenuti.
L’Ordine dei giornalisti nacque per garantire qualità e indipendenza. Ma la discussione non riguarda solo l’informazione: ogni ordine professionale porta con sé la stessa tensione. Tutela del cittadino vs chiusura corporativa. Garanzia di competenze vs barriere all’ingresso. Deontologia vs burocrazia.
A questa tensione si aggiunge un principio che non può essere ignorato: finché la legge che regola gli ordini esiste, va rispettata.
Si può contestarla, criticarla, chiedere che venga riformata o superata. Ma finché è in vigore, resta il quadro normativo entro cui le professioni devono muoversi. Il problema è che molte di queste leggi sembrano appartenere a un’altra epoca, e la loro applicazione rischia di diventare più formale che sostanziale.
In un Paese che chiede più innovazione, più concorrenza e più flessibilità, gli ordini appaiono spesso come istituzioni del Novecento che cercano di regolare professioni del XXI secolo.
La domanda da porsi, dunque, non è semplicemente se abolire o mantenere gli ordini. La domanda è come ripensarli.
Perché la tutela del cittadino è sacrosanta, ma non può essere confusa con la difesa di rendite di posizione.
 

 
3 settembre 2026 🟧Report, Innocenzi detta legge alla Rai. Ma Unirai la gela: “Non risulta iscritta all’Albo”
Dopo gli ultimatum sulla conduzione, 🟥 il sindacato affonda: “Come mai Ranucci le ha affidato importanti inchieste?”. E chiama in causa anche l’Ordine dei giornalisti
Le pretese della redazione di Report si fanno sempre più roboanti. Ma mentre Giulia Innocenzi detta condizioni alla Rai, indica chi dovrebbe condurre la trasmissione, invita colleghi a “mettersi una mano sulla coscienza” e minaccia persino l’addio in blocco degli inviati, Unirai-Figec mette sul tavolo una questione decisamente meno epica e molto più concreta: secondo il sindacato, Innocenzi non risulta iscritta all’Albo dei giornalisti.
Andiamo per gradi. La nota nasce dal nuovo attacco di Sigfrido Ranucci a Giulia Presutti, indicata dalla Rai insieme a Daniele Piervincenzi per la conduzione di Report. “Unirai-Figec in merito alla richiesta del collega Sigfrido Ranucci di intervenire sulle notizie riportate dal quotidiano ‘Il Domani’, relative ad un reportage della collega Giulia Presutti, ribadisce che il sindacato è intervenuto per stigmatizzare le parole offensive rivolte da Ranucci, che – lo ricordiamo – è vicedirettore e quindi un dirigente, alla collega, sua collaboratrice e, quindi, soggetto debole. Unirai difende la categoria”, si legge nel comunicato.
🟥Il sindacato ricorda poi una circostanza difficilmente aggirabile: la Presutti non è piovuta improvvisamente negli studi di Report. Era già nella squadra scelta proprio da Ranucci: “Ricordiamo, infatti, al collega vicedirettore Ranucci che è stato lui a scegliere la collega Presutti – autrice per l’Associazione di Beppe Giulietti, Articolo 21, e non iscritta a Unirai-Figec – come firma della grande squadra di Report. Ma da quando Presutti è stata designata alla conduzione di Report, da un momento all’altro, Ranucci, improvvisamente, non la ritiene più idonea”.
Fin qui la polemica interna. Poi arriva l’affondo che chiama direttamente in causa la Innocenzi. Ed è particolarmente curioso alla luce delle dichiarazioni rilasciate appena ieri dalla stessa inviata, pronta a spiegare alla Rai quali colleghi dovrebbero fare un passo indietro, quale conduzione sarebbe accettabile e perfino che cosa resterebbe di Report senza l’attuale gruppo di inviati.
“Non risulta, infatti, che Giulia Innocenzi sia iscritta all’albo dei giornalisti nell’elenco dei professionisti, né in quello dei pubblicisti”, sostiene Unirai. Il sindacato incalza: “Essere giornalista professionista è per esempio condizione indispensabile per partecipare ai concorsi Rai e per essere assunti. Come mai Ranucci ha affidato a una collega non professionista importanti inchieste? Come mai l’ha qualificata come giornalista sui siti e social Rai della sua trasmissione, quando non è iscritta all’Albo?”. E ancora: “Come mai Ranucci ha consentito che Giulia Innocenzi firmasse inchieste senza averne idoneità professionale e quindi responsabilità deontologiche? L’Ordine dei giornalisti non ritiene che sia questo un esercizio abusivo della professione?”.
Domande poste da Unirai alle quali spetterà eventualmente agli interessati e agli organismi competenti rispondere. Ma che assumono un certo peso dopo l’intervista al QN in cui la Innocenzi aveva dispensato ultimatum alla Rai e patenti di legittimità ai colleghi. “Se la proposta della Rai resterà questa, noi inviati d’inchiesta ce ne andremo in blocco. E senza di noi, Report non esiste più perché le inchieste le facciamo noi”, aveva avvertito.
Una dichiarazione che già trasudava una concezione piuttosto proprietaria del servizio pubblico. Adesso Unirai aggiunge un particolare non proprio secondario: prima di stabilire chi possa o non possa guidare Report, forse sarebbe utile chiarire fino in fondo anche i titoli di chi pretende di deciderne il futuro. IL GIORNALE
🟥Giulia Innocenzi bocciata all’esame da giornalista. Un anno fa voleva abolire l’Ordine
La fedelissima di Michele Santoro, Giulia Innocenzi, è stata bocciata alla prova scritta per diventare giornalista professionista iscritta all’Albo nella sessione 2013. Ma fino a pochi prima dichiarava su Facebook: «Sono per l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti, sono diventata praticante solo per garantirmi il contratto Fieg-Fnsi».
Giulia Innocenzi è stata bocciata alla prova scritta prevista dall’esame di stato valido per conseguire l’iscrizione all’elenco professionisti dell’Ordine dei Giornalisti. Insomma, non sarà – almeno a questo giro – giornalista professionista. Gli esami previsti dalla legge per diventare giornalista professionista iscritto all’Albo sono due: una prova scritta a più fasi e una prova orale (discussione di una tesina su un argomento specifico e domande su diritto, storia e tecnica del giornalismo). Giulia Innocenzi non è riuscita a superare il primo “ostacolo” previsto dall’esame da giornalista professionista, costituito da un articolo, da una sintesi giornalistica e da un questionario su temi attinenti la professione. La questione non è tanto la bocciatura: autorevoli colleghi prima di lei non sono riusciti a passare quest’ostacolo (a volte molto gioca l’emozione) ma secondo me, è un’altra: perché Giulia Innocenzi vuole diventare giornalista professionista visto che è a favore dell’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti, ente di diritto pubblico ad iscrizione obbligatoria?
Che fosse contro l’Odg la Innocenzi l’ha dichiarato a più riprese. Qui c’è un eloquente post su Facebook datato maggio 2012:
La star di “Servizio pubblico”, vera primadonna dei social network, scriveva all’epoca: «Sono per l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti, che è obsoleto, liberticida e corporativo, e attualmente risulto come praticante perché Santoro è uno dei pochi che applica contratti giornalistici». Quindi, nel 2012, la Innocenzi sosteneva di essere iscritta nel registro dei praticanti (fase di 18 mesi propedeutica all’esame da professionista) solo per garantirsi il contratto Fieg-Fnsi che Michele Santoro ha applicato ai giornalisti di Servizio Pubblico (per molti dei colleghi della redazione del programma di La7 si tratta di un patto a tempo che vale per tutta la durata della trasmissione e che può non essere rinnovato l’anno successivo). E poi, cos’è successo? Giulia Innocenzi ha cambiato idea? Ora vuol far parte della ‘casta’? O anche in questo caso è solo questione di soldi?
 
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🟢 Pro degli ordini professionali

  • Tutela del cittadino — L’idea è semplice: chi esercita una professione che incide sulla vita, la salute, i diritti o l’informazione deve rispondere a regole chiare. L’ordine garantisce che esista un codice deontologico e un organo che vigila.

  • Certificazione delle competenze — In un mercato dove chiunque può improvvisarsi esperto, l’ordine stabilisce un confine: per esercitare devi dimostrare di avere studiato, praticato, superato esami.

  • Disciplina interna — Quando un professionista sbaglia, l’ordine può intervenire con sanzioni. È un meccanismo che, almeno sulla carta, tutela la collettività.

  • Identità professionale — Per molti iscritti l’ordine è anche un luogo simbolico: appartenenza, riconoscimento, status.

  • Standard uniformi — In teoria, garantisce che un medico a Palermo e uno a Milano rispondano agli stessi principi, così come un avvocato o un giornalista.

 

🔴 Contro degli ordini professionali

  • Corporativismo — Spesso gli ordini vengono percepiti come strutture che difendono la categoria più che il cittadino. Una sorta di recinto che protegge chi è dentro e scoraggia chi è fuori.

  • Barriere all’ingresso — Esami, praticantati, quote, procedure: tutto necessario? O tutto pensato per limitare la concorrenza?

  • Poteri disciplinari opachi — In alcuni casi le sanzioni sembrano più legate a dinamiche interne che a reali violazioni etiche.

  • Anacronismo — Molte professioni sono cambiate radicalmente. Il giornalismo, ad esempio, vive in un ecosistema dove freelance, videomaker, podcaster e creator producono informazione senza essere iscritti all’Ordine. La legge resta ferma, il mondo no.

  • Conflitti di interesse — Quando l’organo che dovrebbe vigilare è composto da professionisti che appartengono alla stessa categoria, il rischio di autoreferenzialità è evidente.

  • Burocrazia — Quote annuali, adempimenti, moduli: spesso l’ordine appare più come un ufficio amministrativo che come un garante della qualità.


 
 
 

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