Dall’archivio personale di PAOLO BORSELLINO alla COMMISSIONE ANTIMAFIA

La figlia Lucia consegna alla presidente della commissione i ritagli raccolti del padre nei giorni tra Capaci e via D’Amelio.
Dallo studio di Paolo Borsellino, nella sua casa di via Cilea a Palermo è riemerso un faldone molto particolare. Pieno di ritagli di giornali.
In quei drammatici 57 giorni che gli restarono da vivere dopo la morte dell’amico Giovanni Falcone, l’allora procuratore aggiunto di Palermo raccolse in maniera quasi ossessiva gli articoli riguardanti quattro argomenti: l’inchiesta milanese di Tangentopoli, la caduta della Prima Repubblica dopo le elezioni del 5-6 aprile 1992, l’esplosivo della strage di Capaci e la latitanza di Totò Riina, il capo dei capi di Cosa nostra. Nello studio di via Cilea, Lucia Borsellino, la primogenita del magistrato, ha ritrovato anche la traccia del l’ultimo intervento tenuto dal padre in una scuola, al liceo classico Umberto di Palermo. Erano i primi giorni di giugno. «L’entusiasmo non se n’è andato con Giovanni Falcone, disse agli studenti, parlando del suo impegno in quei giorni difficili.
Ora, i ritagli dei giornali e alcuni documenti di quei 57 giorni sono stati consegnati alla commissione parlamentare Antimafia da Lucia Borsellino e dal marito, Fabio Trizzino, il legale di parte civile della famiglia.
Nello studio di via Cilea è arrivata anche la presidente del l’Antimafia, Chiara Colosimo, che oggi dice: «Ancora una volta sia mo grati ai figli di Paolo Borsellino per l’importante contributo che continuano a dare alla ricerca del la verità.
Noi pensiamo che questa valigia di nuovi documenti, mai entrati nelle aule, nelle procure, possa essere importante per una più completa ricostruzione stori ca di quanto avvenuto».

LA VERITÀ NON VA PRESCRIZIONE

Dalla sequenza degli articoli emerge che Borsellino era particolarmente interessato agli avvisi di garanzia emessi dalla procura di Milano nell’ambito dell’inchiesta “Mani pulite”.

Una circostanza che ha particolarmente colpito Lucia, Fiammetta e Manfredi Borsellino: i figli del giudice Paolo sono convinti che una concausa importante della strage di via D’Amelio vada ricercata proprio nell’interes se che il padre aveva sul dossier mafia e appalti.

Di tutt’altra idea, il fratello di Paolo, Salvatore, che è arrivato ad attaccare i nipoti per la loro vicinanza alla commissione antimafia diretta da Chiara Colosimo. Ma che Paolo Borsellino fosse attentissimo agli sviluppi dell’inchiesta di Milano su Tangen topoli l’ha detto anche l’ex pm Antonio Di Pietro deponendo al processo d’appello “Trattativa Stato-mafia”: «Nella primavera del 1992 ha detto – era stato Giovanni Falcone, all’epoca al ministero della Giustizia, a suggerirmi: “Guarda negli appalti in Sicilia”. Ne parlai con Borsellino al funerale di Falcone, mi disse che dovevamo tornare a incontrarci».
Intanto, in quei convulsi 57 giorni, fra le audizioni di nuovi pentiti e le indagini, Paolo Borsellino continuava a ritagliare i quotidiani che leggeva al mattino. Voleva capire con precisione cosa si muoveva attorno a sé.
Il due luglio, lesse con particolare attenzione gli articoli e  le analisi che riferivano della singolare intervista rilasciata dall’avvocato di Riina, Cristoforo Fileccia, davanti alle telecamere della Rai.
Nella pausa di un processo, il legale disse che «avvalendosi della facoltà consentitagli dalla legge» aveva «periodicamente incontrato il suo assistito, non a Corleone e non fuori dalla Sicilia».
Nell’articolo del Giornale di Sicilia sono rimaste le sottolineature di Borsellino. Come a rimarcare che dietro quelle parole dell’avvocato ci fossero dei messaggi. Diretti a chi? Gli articoli sulla latitanza del capo dei capi sono i più sottolineati. Come se il magistrato avesse la certezza che c’era lui dietro la stagione di morte avviata dopo la sentenza della Cassazione sul Maxi.
Ai ragazzi del liceo Umberto, l’istituto dove aveva studiato anche il figlio Manfredi, Paolo Borsellino affidò altre parole cariche di passione e impegno per cercare la verità: «Se siamo incapaci dell’entusiasmo, resti la rabbia-disse-Resti l’accanimento e l’amore verso ciò che non ci piace».

SALVO PALAZZOLO La Repubblica 20 luglio 2026