
L’appello dei 33 giornalisti siciliani indirizzato al Presidente della Repubblica e alla Commissione parlamentare Antimafia nasce dall’esigenza, dichiarata dai promotori, di tutelare il diritto alla verità sulle stragi mafiose. Si tratta certamente di un obiettivo nobile. Tuttavia, quando un gruppo di giornalisti chiede l’intervento della più alta carica dello Stato affinché orienti o influenzi il lavoro di una commissione parlamentare d’inchiesta, si entra in un terreno delicato.
Le commissioni parlamentari sono organi autonomi del Parlamento e la loro attività dovrebbe svolgersi senza pressioni esterne, siano esse politiche, associative o mediatiche. In una democrazia liberale, il compito del giornalismo è controllare, informare, criticare e verificare ciò che le istituzioni fanno; non chiedere che esse svolgano le proprie attività secondo un indirizzo predeterminato.
Ancora più significativa appare la dichiarazione della segretaria della FNSI. Sostenere che quella iniziativa “deve essere una battaglia di tutti i giornalisti” implica infatti attribuire all’intera categoria l’assunzione di una posizione politica e culturale che potrebbe non essere condivisa da molti professionisti dell’informazione.
I giornalisti possono avere opinioni diverse sulle priorità investigative della Commissione Antimafia, sulle conclusioni di precedenti indagini parlamentari o giudiziarie e persino sulle interpretazioni delle vicende che hanno segnato la storia delle stragi.
Un sindacato ha certamente il diritto di esprimere orientamenti e valutazioni, ma il suo compito principale resta la tutela della professione, della libertà di stampa e delle condizioni di lavoro dei giornalisti. Quando assume una posizione su questioni controverse e divide il dibattito pubblico, dovrebbe forse evitare di presentarla come patrimonio comune dell’intera categoria.
Il confine tra partecipazione e interferenza
Naturalmente chiunque, cittadini, associazioni o giornalisti, ha il diritto di rivolgere appelli alle istituzioni. Questo rientra pienamente nella libertà di espressione e nella partecipazione democratica. Il punto critico riguarda però il contenuto e la finalità dell’appello.
Se l’obiettivo è sollecitare un approfondimento, il gesto può essere letto come una forma di partecipazione civile. Se invece l’effetto ricercato è quello di indirizzare l’agenda, i temi o le conclusioni di un organismo parlamentare, il rischio è quello di una pressione impropria su un’istituzione che dovrebbe operare in piena autonomia.
Una questione di metodo
Il tema di fondo non riguarda quindi il diritto alla verità sulle stragi, che rappresenta un interesse pubblico indiscutibile, ma il metodo con cui tale obiettivo viene perseguito.
La ricerca della verità richiede istituzioni libere di lavorare senza condizionamenti e un’informazione capace di esercitare controllo critico senza trasformarsi in parte attiva delle dinamiche istituzionali che è chiamata a raccontare.
Per questo la frase di Alessandra Costante appare destinata a suscitare interrogativi. È davvero una battaglia di tutti i giornalisti oppure l’espressione legittima, ma particolare, di una parte del mondo dell’informazione?
La distinzione non è secondaria, perché dal rispetto del pluralismo dipende anche la credibilità di chi rivendica il ruolo di rappresentare un’intera categoria.
La LETTERA APERTA ➡️ Noi giornalisti siciliani – che nel corso dell’ultimo mezzo secolo ci siamo occupati di mafia, di delitti e di stragi e di connessioni con la politica – alla vigilia degli anniversari della morte di Falcone e Borsellino, desideriamo sottoporre al Garante della Costituzione e degli italiani un comune intendimento. E cioè quanto riteniamo sia un terribile errore limitare le indagini sulla morte dei due magistrati all’unica pista “mafia e appalti”, tralasciando le altre e in particolare la cosiddetta “pista del terrorismo nero”.
Eppure, è proprio questa la strada da tempo intrapresa dalla maggioranza in Commissione parlamentare Antimafia, in singolare affiatamento con il governo centrale e con la procura di Caltanissetta, procura appena “bocciata” in Cassazione per aver presentato ricorso contro la gip Graziella Luparello che nella sua ordinanza aveva disposto nuove indagini oltre il valico “mafia e appalti”
A 34 anni dalle vicende più drammatiche della storia italiana contemporanea, denunciamo una sorta di depistaggio politico, orchestrato dalla maggioranza in Commissione Antimafia, intorno alle figure di Falcone e Borsellino e dei loro uomini e donne di scorta.
Restringere caparbiamente, così come indicato dall’ex generale dei carabinieri Mario Mori, l’orizzonte investigativo nell’ambito del “mafia e appalti” rappresenta un vulnus procedurale, nonché miopia investigativa di una Commissione che, come ha evidenziato in un recente articolo il professor Giovanni Fiandaca, giurista esperto di questioni mafiose, avrebbe valicato i propri compiti istituzionali, assumendo un ruolo spettante all’attività giudiziaria.
Insomma, una pista talmente accreditata, da aver indotto il procuratore nisseno a ricorrere in Cassazione contro l’ordinanza del gip che invece lasciava aperte ipotesi convergenti su altre strade investigative, in particolare quella che conduce ai mandanti esterni e al neofascismo stragista.
Interessa capire perché e sulla base di quali risultanze i commissari della maggioranza abbiano sposato nella loro relazione le tesi investigative del procuratore nisseno De Luca.
Perché anche loro abbiano considerata la pista “mafia e appalti” come qualcosa di più di una “concausa” delle stragi, probabile unica pista del prosieguo dell’inchiesta giudiziaria. Escludendo tout court qualunque movente esterno. Perché dunque solo “mafia e appalti”?
Non si può ignorare che le vicende degli ultimi 60 anni di Palermo e della Sicilia – dall’espansione edilizia del capoluogo, alle grandi opere pubbliche (dal Petrolchimico di Gela voluto dall’Eni alla diga di Garcia) – raccontano una storia fatta di intrecci tra politica, mafia, imprenditoria e appalti. Una storia contrappuntata da morti ammazzati e corruttele diffuse, ma mai da stragi della portata di Capaci, Via D’Amelio, Roma, Milano e Firenze per non dire del fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma. Dunque, a quali appalti e dove, a quali opere si fa riferimento da giustificare un massacro di quelle proporzioni?
Ci aspettiamo dunque che la Commissione Antimafia ampli il campo delle indagini per evitare che l’impegno di decenni e il sacrificio della vita di uomini e donne dello Stato e dei due magistrati più amati dal Paese si areni nelle sabbie mobili dell’inconsistenza. E nel contempo chiediamo alle forze di opposizione in Commissione di redigere finalmente una relazione di minoranza per un’ulteriore spinta all’impegno investigativo. L’eredità di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non merita di finire nel cestino dei rifiuti della storia.
📌”È una battaglia di tutti i giornalisti, deve esserlo. Abbiamo l’obbligo morale di chiedere chiarezza”. Con queste parole Alessandra Costante segretaria generale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, ha chiuso la conferenza nazionale “Stragi. Diritto alla verità” tenutasi oggi nella sede della Fnsi a Roma. Accanto a lei Stefano Ferrante, segretario di Stampa Romana.
ANTIMAFIA DUEMILA 30.9.2026
LA “VERITÀ” A NUMERO CHIUSO
1.10.2026 OPINIONE DELLA LIBERTÀ dí ALESSANDRO CUCCIOLLA
Se il giornalismo s’improvvisa Procura e dimentica la matematica
C’è una strana e inquietante ebrezza che sembra aver travolto una parte del giornalismo italiano: la convinzione di potersi sostituire ai magistrati, di poter decidere a tavolino quali piste investigative siano “nobili” e quali no, e persino di poter stilare verdetti sulla bontà del lavoro delle Procure.
La conferenza stampa ospitata dalla Fnsi a Roma, dal titolo programmatico “Stragi. Diritto alla verità”, si presentava come un alto momento di mobilitazione civile. A sentire i vertici del sindacato, da Alessandra Costante a Stefano Ferrante, la professione starebbe vivendo un momento di riscatto morale per difendere la democrazia.
Eppure, grattando via la patina dei solenni proclami, la sensazione che resta è del tutto diversa: quella di una narrazione fuori dalla realtà, che solleva interrogativi pesantissimi proprio sulle reali intenzioni di chi la promuove.
L’INGANNO DELLE CIFRE: UN SINDACATO “RAPPRESENTATIVO” DI CHI?
Il primo dato su cui riflettere è puramente aritmetico, ma devastante. L’appello trasformato in lettera aperta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nasce dalla firma di 33 giornalisti siciliani, poi scortati da qualche altra decina di sottoscrizioni. In Italia i giornalisti iscritti all’ordine sono decine di migliaia. Ci domandiamo, con una punta di maliziosa logica: trentatré cronisti rappresentano davvero il sentimento, la visione e la professionalità dell’intero giornalismo italiano?
Trasformare l’iniziativa di una ristrettissima minoranza nella “battaglia di tutti i giornalisti” è un’operazione di prestidigitazione comunicativa. Ma c’è di più: a giudicare dalle sedie vuote e dai numeri risicati dei presenti alla conferenza stampa romano-centrica, sorge un dubbio spontaneo. Forse la categoria, quella vera, quella che ogni giorno consuma le suole delle scarpe sui fatti e sulle carte processuali, sente puzza di bruciato?
Forse persino i cronisti si sono stancati delle battaglie ideologiche e chiedono solo di poter fare informazione rigorosa.
DELEGITTIMARE LE PROCURE IN NOME DELLA VERITÀ?
Il punto più critico e scivoloso dell’intera vicenda riguarda però il merito giudiziario. L’appello punta il dito contro la Commissione Antimafia e, indirettamente, contro la Procura di Caltanissetta, “colpevoli” di concentrarsi con troppa insistenza sulla pista “mafia e appalti”.
Secondo i promotori, concentrarsi sugli appalti ammonterebbe a una “lettura riduttiva” che rischierebbe di mettere in secondo piano i depistaggi e le complicità esterne. Ma da quando in qua un gruppo di giornalisti decide quali filoni d’inchiesta siano meritevoli e quali debbano essere accantonati?
Il rischio concreto di questa crociata è gravissimo: delegittimare e instillare il dubbio sull’operato della magistratura mentre le indagini sono in corso. La pista “Mafia-Appalti” non è un’invenzione di comodo o una scorciatoia burocratica: era l’ipotesi di lavoro su cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino stavano lavorando con ossessiva dedizione prima di essere uccisi.
Liquidarla come un diversivo o una pista “di serie B” significa compiere una colossale forzatura metodologica.
IL SENSO DI CHIAMARE IN CAUSA IL COLLE
Infine, sfugge del tutto la logica istituzionale di indirizzare una lettera aperta al Presidente della Repubblica. A cosa serve scavalcare i canali ordinari per rivolgersi al Capo dello Stato?
L’implicazione sottintesa è stridente, quasi allusiva: si vuol far credere che nell’Italia del 2026 vi sia una sorta di regia occultata, un potere invisibile che “non vuole far arrivare alla verità” sulle stragi del ‘92?
Evocare ombre e complotti senza uno straccio di prova documentale non è giornalismo d’inchiesta: è politicizzazione della memoria.
Nessuno nega che la ricerca della verità sia un dovere democratico. Ma la verità non si costruisce a colpi di slogan da tribuna sindacale, né tantomeno selezionando quali indagini siano “gradite” e quali no.
Se il giornalismo vuole davvero servire la democrazia, deve tornare a fare il suo mestiere: raccontare i fatti, rispettare l’autonomia della magistratura e, soprattutto, evitare di scambiare le opinioni di un piccolo gruppo di militanti per la voce di un’intera categoria.
VIA D’AMELIO, l’attentato, le indagini, le inchieste e i processi
