ALTRE CARTE SU SCARPINATO. Inedite

 

 

Da Caltanissetta ecco un nuovo decreto datato 3 ottobre, del quale per qualche ragione ne ho scritto solo io sul Giornale. Sono carte giudiziarie, non le mie opinioni. Cose pesantissime sul senatore complottardo ma in generale sulla morte di Falcone e Borsellino.
Un nuovo decreto di archiviazione datato 3 ottobre, scritto dallo stesso giudice Santi Bologna già accusato di «bullismo» da Roberto Scarpinato, diventa una risposta indiretta allo stesso senatore: perché il decreto rafforza il quadro in cui il giudice aveva già attribuito a Scarpinato un’«attività depistante» e quindi domande concordate, memorie preparate e altro che Scarpinato e l’ex magistrato Gioacchino Natoli erano interessati a far emergere oppure no.
Il nuovo decreto diventa così un’involontaria risposta allo stesso Scarpinato che intanto aveva spostato la mira sulla presidente dell’antimafia Chiara Colosimo, colpevole di aver evidenziato quanto il primo decreto aveva messo nero su bianco: col Pd che intanto, in probabile imbarazzo, denunciava un generico «uso politico» della Commissione.
Ora le contestazioni tornano sulle carte giudiziarie, e accade nello stesso giorno in cui il giudice Santi Bologna si insedia a Catania (lasciando Caltanissetta) incassando peraltro la solidarietà del suo nuovo tribunale.
Le 38 pagine del suo nuovo decreto riportano ai preparativi delle audizioni in Antimafia: Scarpinato «comunicava a Natoli i temi di approfondimento» e lo «incaricava» di sondare che cosa altri potenziali auditi «avrebbero potuto dire sui fatti della Procura di Palermo del 1992». Scarpinato si diceva deciso a «seppellire […] sotto una montagna di documenti» la Presidente Colosimo, e Natoli, perciò, gli recuperava qualche carta; poi i due «si accordavano sulle domande» e «concordavano i temi che Natoli avrebbe dovuto sviluppare» con l’ausilio di Scarpinato, il quale, ormai noto, avrebbe dovuto «alzargli la palla». I due, conferma il giudice, definivano la «scaletta delle domande» e «passavano in rassegna» nominativi che «dovevano essere sentiti»: insomma domande, memoria, argomenti e testimoni come preparazione privata dell’accertamento pubblico.
Scarpinato non è indagato in questo procedimento, ma resta il macroscopico problema di un commissario antimafia che concordava con un futuro audito come presentare i fatti: lo si legge a pagina 9 del decreto.
Il contesto, sempre nelle parole del giudice, era il «clima di isolamento interno alla magistratura» di Falcone e Borsellino, questo «in termini assai più gravi di quanto finora ritenuto»: perché le anomalie investigative erano tali, durante gli accertamenti, che «non si poteva finanche escludere un ruolo (anche, indiretto) di magistrati nelle “tastate di polso” preliminari agli eccidi». In altre parole: il giudice ipotizza un coinvolgimento anche indiretto di magistrati nei sondaggi con cui la mafia sondava il terreno prima delle stragi, questo per capire su quali appoggi potesse contare.
Natoli «si limitò a investigare il meno possibile» e per «ingraziarsi le simpatie» del procuratore capo Pietro Giammanco, firmò delle richieste d’arresto senza averne scritto «nemmeno una riga», e così pure firmò «senza pensarci troppo» l’ordine di smagnetizzare le bobine con compromettenti intercettazioni telefoniche.
In questo quadro il procuratore Giuseppe Pignatone era «il supervisore e revisore» nonché «l’uomo di maggior fiducia di Giammanco», «non nuovo» a interessamenti per la «sollecita definizione» di fascicoli delicati.
Il decreto archivia comunque le posizioni di Natoli, Pignatone e dell’ex capitano della Guardia di Finanza Stefano Screpanti: gli elementi non consentono una ragionevole previsione di condanna per mafia. Per Pignatone la prova è insufficiente e per Screpanti è contraddittoria: ma questo, complice in ogni caso una prescrizione dei reati, importa poco: non è giudiziaria la storia che si sta ricostruendo.
Ps: Un nuovo decreto di archiviazione datato 3 ottobre, scritto dallo stesso giudice Santi Bologna già accusato di «bullismo» da Roberto Scarpinato, diventa una risposta indiretta allo stesso senatore: perché il decreto rafforza il quadro in cui il giudice aveva già attribuito a Scarpinato un’«attività depistante» e quindi domande concordate, memorie preparate e altro che Scarpinato e l’ex magistrato Gioacchino Natoli erano interessati a far emergere oppure no. Il nuovo decreto diventa così un’involontaria risposta allo stesso Scarpinato che intanto aveva spostato la mira sulla presidente dell’antimafia Chiara Colosimo, colpevole di aver evidenziato quanto il primo decreto aveva messo nero su bianco: col Pd che intanto, in probabile imbarazzo, denunciava un generico «uso politico» della Commissione.
Ora le contestazioni tornano sulle carte giudiziarie, e accade nello stesso giorno in cui il giudice Santi Bologna si insedia a Catania (lasciando Caltanissetta) incassando peraltro la solidarietà del suo nuovo tribunale. Le 38 pagine del suo nuovo decreto riportano ai preparativi delle audizioni in Antimafia: Scarpinato «comunicava a Natoli i temi di approfondimento» e lo «incaricava» di sondare che cosa altri potenziali auditi «avrebbero potuto dire sui fatti della Procura di Palermo del 1992».
Scarpinato si diceva deciso a «seppellire […] sotto una montagna di documenti» la Presidente Colosimo, e Natoli, perciò, gli recuperava qualche carta; poi i due «si accordavano sulle domande» e «concordavano i temi che Natoli avrebbe dovuto sviluppare» con l’ausilio di Scarpinato, il quale, ormai noto, avrebbe dovuto «alzargli la palla». I due, conferma il giudice, definivano la «scaletta delle domande» e «passavano in rassegna» nominativi che «dovevano essere sentiti»: insomma domande, memoria, argomenti e testimoni come preparazione privata dell’accertamento pubblico. Scarpinato non è indagato in questo procedimento, ma resta il macroscopico problema di un commissario antimafia che concordava con un futuro audito come presentare i fatti: lo si legge a pagina 9 del decreto.
Il contesto, sempre nelle parole del giudice, era il «clima di isolamento interno alla magistratura» di Falcone e Borsellino, questo «in termini assai più gravi di quanto finora ritenuto»: perché le anomalie investigative erano tali, durante gli accertamenti, che «non si poteva finanche escludere un ruolo (anche, indiretto) di magistrati nelle “tastate di polso” preliminari agli eccidi». In altre parole: il giudice ipotizza un coinvolgimento anche indiretto di magistrati nei sondaggi con cui la mafia sondava il terreno prima delle stragi, questo per capire su quali appoggi potesse contare.
Natoli «si limitò a investigare il meno possibile» e per «ingraziarsi le simpatie» del procuratore capo Pietro Giammanco, firmò delle richieste d’arresto senza averne scritto «nemmeno una riga», e così pure firmò «senza pensarci troppo» l’ordine di smagnetizzare le bobine con compromettenti intercettazioni telefoniche. In questo quadro il procuratore Giuseppe Pignatone era «il supervisore e revisore» nonché «l’uomo di maggior fiducia di Giammanco», «non nuovo» a interessamenti per la «sollecita definizione» di fascicoli delicati. Il decreto archivia comunque le posizioni di Natoli, Pignatone e dell’ex capitano della Guardia di Finanza Stefano Screpanti: gli elementi non consentono una ragionevole previsione di condanna per mafia. Per Pignatone la prova è insufficiente e per Screpanti è contraddittoria: ma questo, complice in ogni caso una prescrizione dei reati, importa poco: non è giudiziaria la storia che si sta ricostruendo.
Ps: A chi si chiedesse perché Caltanissetta abbia indagato per anni nonostante i reati fossero prevedibilmente prescritti (domande che circolano in questi giorni) si specifica che l’indagine principale da cui il decreto deriva riguardava delle STRAGI, reato imprescrittibile, quindi la gestione delle indagini palermitane su mafia-appalti è stata a esaminata a Caltanissetta per verificare un possibile collegamento con le stragi di Capaci e di Via D’Amelio