E anche se per questo fascicolo è stata chiesa l’archiviazione, è questa una delle «concause» – ad avviso delle toghe – degli attentati. Gemmati anche per il dossier “Mafia Appalti” redatto dal Ros sotto la direzione del colonnello Mario Mori e del capitano Giuseppe De Donno, documento verso cui Falcone e Borsellino avevano manifestato forte «interesse» dimostrando in tal modo «la distanza siderale esistente tra la loro capacità professionale e quella di tanti altri magistrati a loro coevi».

Insomma: i due «erano i magistrati professionalmente più capaci rimasti in vita a Palermo». Si citano l’ex procuratore Giammanco («ma anche il magistrato a lui più vicino e cioè Giuseppe Pignatone»). E si sottolinea il divario tra il modo con cui Cosa Nostra «percepiva l’operato di questi specie se paragonato all’atteggiamento rigoroso avuto nei confronti di detto ambiente prima da parte del dottor Falcone e successivamente dal dottor Borsellino». Una cesoia netta. Che comprende le bugie di ex colleghi che raccontarono ai pm – ad esempio – di un «Borsellino che sapeva lavorare con Giammanco».

Il gip è lapidario: «Contributi dichiarativi del tutto mendaci». Ci sono invece altri racconti che parlano di un Borsellino che confida a un giornalista: «Qui non è possibile lavorare, sono in un angolo». E su Falcone c’è la testimonianza del cognato Alfredo Morvillo (pm all’epoca): «Giammanco diede a tutti l’impressione di volersi subito piazzare al fianco di Giovanni con il chiaro intento di proporsi anche lui come persona, in prima linea, nella lotta alla mafia. Ma mia sorella (Francesca, vittima dell’attentato ndr) mi disse testualmente che la presenza di Giammanco era asfissiante».

Da un lato «lo osannava», ma poco dopo l’atteggiamento cambiò. L’esempio è su Gladio: «Falcone ritenne utile, per non dire importantissimo, aprire un’approfondita indagine per le possibili refluenze su alcune delicatissime indagini in corso presso il nostro ufficio, in particolare, gli omicidi politici Mattarella etc». È qui che Giammanco «anziché dire, vuoi fare questa grande indagine; perfetto, va bene» rispose: «Ma dove vuoi andare? Cosa vuoi fare? Che centra l’indagine Gladio!». E quando si trattò di acquisire atti, Giammanco gli affiancò Pignatone (la sua posizione è stata archiviata ndr) «e Giovanni sbottò: me lo mandano per marcarmi, per controllarmi».

In conclusione, il gip ricorda, citando Borsellino, come «Giammanco trattò Falcone come una pezza da piedi». Stesso destino toccò poco dopo a lui: il procuratore gli affidò inizialmente solo le deleghe per Trapani e Marsala. Anche la mafia temeva questo ritorno nel capoluogo. «Il collaboratore di giustizia Angelo Siino – ricorda il giudice – riferì sul punto i commenti di Pino Lipari figura chiave di Cosa Nostra, vicinissimo a Bernardo Provenzano, secondo cui l’arrivo di Borsellino avrebbe certamente creato delle difficoltà a quel santo cristiano di Giammanco». E quando sulla scrivania del procuratore arrivò l’informativa che annunciava l’arrivo dell’esplosivo a lui destinato non lo mise a conoscenza»