
L’articolo di Fabrizio Gatti pubblicato su Today.it ha scatenato un putiferio che, a ben vedere, non nasce tanto dal contenuto — complesso, articolato e che sarebbe interessante sapere quanti “commentatori” hanno letto nella sua interezza, quanto dal titolo che gli è stato apposto: «I figli di Paolo Borsellino fanno pace con Marcello Dell’Utri: cosa sta succedendo».
Un titolo che non informa, ma orienta; non chiarisce, ma suggerisce una narrazione che non trova pieno riscontro nel testo. E questo, nel sistema mediatico contemporaneo, è già sufficiente a generare una tempesta.
Non è nemmeno fondamentale stabilire se la responsabilità del titolo sia di un titolista o dello stesso autore. Il punto cruciale è un altro: quel titolo è stato immediatamente rilanciato sulla pagina di Salvatore Borsellino, conferendo all’articolo un’aura di autorevolezza che deriva dal peso simbolico del cognome. Una condivisione che, per la forza del nome e per la storia che rappresenta, ha amplificato il messaggio ben oltre la platea originaria.
Da quel momento, la dinamica dei social ha fatto il resto. Il post ha generato un’ondata di indignazione che si è rapidamente trasformata in un vero e proprio linciaggio mediatico contro i figli e il genero del magistrato.
Non una discussione, non un confronto: un assalto. E questo non può essere derubricato a semplice “effetto collaterale” della rete.
La responsabilità di ciò che accade in una pagina pubblica ricade sul titolare della stessa e su chi la gestisce, soprattutto quando — come in questo caso — risultano interazioni dirette dell’amministrazione con alcuni commentatori, spesso per aggiungere ulteriori giudizi negativi mascherati da precisazioni.
Se Salvatore Borsellino non ha agito personalmente, è difficile immaginare che il suo delegato non lo abbia informato tempestivamente dell’effetto prodotto dalla pubblicazione. Perché quando si maneggia un cognome che porta con sé una storia di dolore, di lotta e di memoria collettiva, ogni parola pesa. E ogni titolo, anche quando è fedele ai fatti, può trasformarsi in un detonatore.
In questa vicenda, il problema non è solo il titolo infelice. È la leggerezza con cui è stato rilanciato, la superficialità con cui è stato interpretato e la violenza con cui è stato usato per colpire persone che portano sulle spalle un’eredità che nessuno dovrebbe strumentalizzare.
È un monito, l’ennesimo, su quanto sia fragile il confine tra informazione e deformazione, tra memoria e uso improprio della memoria, tra indignazione e odio.
E su quanto sia urgente, oggi più che mai, ricordare che la responsabilità non si esaurisce nel clic: comincia da lì.


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