
23 novembre 2023 Audizione di Antonio Di Pietro in Commissione Parlamentare Antimafia
(…) Sono ben disponibile a riferire quanto di mia conoscenza rispetto a un certo periodo storico.
Sotto questo aspetto voglio fare alcune premesse.
Primo: io posso riferire solo su ciò che ho visto direttamente nel periodo dal 1985 al 1995, tutto il resto è ciò che ho letto che altri hanno fatto e quindi, essendo informazioni de relato, ne sapete più voi che io e certamente non sarei una prima fonte.
Se ho capito bene, da quanto ho potuto comprendere dalla parte pubblica del dibattito, uno dei quesiti che vi state ponendo è il rapporto che ha avuto la procura di Milano con l’inchiesta mafia-appalti, se ne ha avuto, e se e quali sono stati i rapporti intervenuti fra me e i magistrati Falcone e Borsellino.
Non so se è questo il tema, perché non ho un oggetto preciso su cui ho ricevuto la convocazione, quindi intendo innanzitutto chiarire, o meglio avere chiarezza su che cosa devo riferire, perché io posso riferire su questi fatti. Ecco, faccio un brevissimo indice.
Posso riferire su ciò che ha fatto o non ha fatto la procura di Milano, ma segnatamente io, come allora pubblico ministero Di Pietro, per quanto riguarda l’inchiesta cosiddetta Tangentopoli che aveva riflessi, se ne aveva, anche con situazioni di gestioni mafiose degli appalti.
Secondo: se posso avere elementi per ritenere o non ritenere che ci siano collegamenti fra la necessità di non far svolgere le inchieste sugli appalti alla procura di Milano o alla procura di Palermo e quindi di fermarli nei modi classici con cui si fermano: o con quintali di tritolo o con una serie di delegittimazioni.
Su questi fatti io posso riferire.
Se volete io posso cominciare dal dire cosa stava facendo la procura di Milano e che rapporto ha avuto con i magistrati Falcone e Borsellino.
Se volete posso cominciare da qua, oppure mi dite voi da dove devo cominciare.
PRESIDENTE. Noi ci siamo sentiti, lei sa che è stato chiamato più volte in causa e non solo qui, ma anche in diverse aule di tribunale per quello che riguarda non solo la sua frequentazione e i suoi rapporti con i giudici Falcone e Borsellino, ma anche per un presunto mai approfondito coinvolgimento e rapporto tra l’inchiesta di mafia-appalti e quella nota come Mani Pulite. Quindi questi sono i due filoni su cui noi abbiamo piacere di ascoltarla, come ci siamo sentiti tra l’altro.
ANTONIO DI PIETRO. Allora facciamo due precisazioni secche.
Se per inchiesta mafia-appalti si intende il rapporto del ROS, 892 mi pare che fosse, del 1991, io non l’ho mai letto. Punto.
Né alcuno me ne ha parlato, fino a quando sono stato sentito come teste in sede giudiziaria prima a Caltanissetta e poi a Palermo e in sede antimafia all’Antimafia della Regione Siciliana.
Sotto questo aspetto, non so se lo avete, io ho portato con me le tre audizioni che ebbi a suo tempo a fare.
Oggi parlo dopo trentuno anni, ma in realtà di questa vicenda ho parlato una prima volta nel 2009, credo che il ricordo di allora possa considerarsi molto più attuale rispetto a quello di adesso.
E ne ho parlato il 21 aprile 1999 davanti alla corte di assise di Caltanissetta.
Io quindi produco questa audizione, quel giorno non sono stato audito solo io ma anche altri, per cui mi sono permesso oltre che mettere la prima pagina, siccome era scritta in piccolo, l’ho anche ingrandita, però avete tutti i riferimenti, se volete acquisire l’originale, comunque io l’originale ce l’ho.
Dopodiché sono stato risentito un’altra volta il 3 ottobre 2019, questa volta dalla corte d’appello di Palermo.
Questi per intenderci, ma credo che ci sono qui dei colleghi che possono correggermi se sbaglio, riguardavano il processo sulla trattativa Stato-mafia, nell’ambito del quale io sono stato sentito come testimone perché richiesto dalla difesa in appello, in primo grado invece non era stato richiesto dalla difesa, perché in primo grado l’ho avuto a Caltanissetta.
Questo è avvenuto il 31 ottobre del 2019 ed è un altro plico che dice pressappoco le stesse cose.
Come potete vedere, ogni dieci anni i plichi diventano più piccoli perché sono più sintetici, ma i fatti sono sempre quelli.
Sono stato sentito nel 2021 l’ultima volta dalla Commissione di inchiesta e vigilanza sul fenomeno mafioso dell’Assemblea regionale siciliana e lì ho riferito quanto era a mia conoscenza.
Io lascerei questa documentazione, ma per correttezza nei confronti di chi è qui permettetemi solo di riassumerla, però è ovvio che quel che sto facendo è un sunto, sarebbe interessante leggerla intera, in tutte e tre per intenderci.
La questione è cosa intendiamo noi per Tangentopoli e Mafiopoli, perché io ho l’impressione che se noi diciamo che la procura di Milano non ha fatto niente perché non ha mai contestato reati di mafia sbagliamo, perché la procura di Milano ha acquisito tante informazioni.
Se diciamo che la procura di Palermo non ha fatto quel che doveva fare rispetto alle notizie criminis che riguardavano i rapporti tra mafia e appalti è un errore madornale perché ha fatto tanto, prima durante e dopo, per quel che risulta a me e per i coordinamenti che ne abbiamo avuto.
Io ebbi una serie di esposti, denunce, memorie, anonimi, chi ne ha più ne metta, che ha formato un blocco di dossier che si era riversato sin dal 1992 e negli anni seguenti, fino al 1994 dapprima sui giornali e poi aveva prodotto anche una serie di ispezioni ministeriali.
Di questa questione, di questa attività di dossieraggio nei miei confronti per convincermi a non occuparmi dell’inchiesta Tangentopoli, ho riferito al Copasir in due occasioni: nel 1995 e nel 1996.
Credo che sia necessario acquisire e leggere la relativa documentazione, perché forse questa prima audizione potrebbe essere interessante per permettere a voi di confrontarci con le domande.
Al Copasir fu fatta una relazione finale con una riserva finale. La riserva finale era: «ce ne dobbiamo occupare». Secondo la relazione erano state effettivamente create delle attività di dossieraggio nei confronti di diversi magistrati della procura di Milano, ma mi pare anche di quella di Palermo, diversi dossieraggi che stavano lì a disposizione quando servivano. Tant’è vero che poi non son serviti nel 1992, non son serviti più, anche se sono stati usati nel 1994, fino a novembre del 1994, ma archiviati il 7 dicembre 1994 appena mi sono dimesso, ripresi poi per una serie di ragioni a Brescia.
Perché ho voluto fare questa premessa? Innanzitutto vi consegno le due relazioni del Copasir affinché ufficialmente siano agli atti. Si tratta della relazione numero 3 del 26 ottobre 1995, avente ad oggetto: «documenti trasmessi dalla procura della Repubblica di Milano: rilievi e valutazioni», in cui appunto si indica per nome e cognome chi erano i mandanti del dossieraggio, si indica per nome e cognome chi erano gli esponenti dei servizi che avevano fatto questa attività di dossieraggio. Questa attività di acquisizione di informazioni è stata ripresa dal Copasir nella seduta del 5 marzo 1996. Anche in questo caso bisogna leggere, è inutile che perda tempo.
Per me è l’ultima occasione di parlare in un’istituzione pubblica di quel che ho per poter lasciare almeno in una sede pubblica una serie di atti, di sentenze e di provvedimenti giudiziari che raccontano il mio percorso processuale come poliziotto, come magistrato, come indagato, come imputato, come parte lesa, come parte civile, mi manca soltanto responsabile civile.
Ho voluto fare questa premessa non per uscire fuori tema, ma per spiegare il motivo per cui vi produco un documento da cui risulta l’insieme delle attività svolte dalla procura di Milano, per orgoglio, permettetemi di dirlo, nella maggior parte dei casi svolte da me, credo sia notorio, poi io ho una ex collega che può essermi testimone.
Nella procura di Milano l’inchiesta Mani Pulite veniva svolta come attività di indagine da me e gli interrogatori li facevo io o se li faceva qualcun altro li rifacevo io.
Avevo costruito il cosiddetto fascicolo virtuale, quel che tutte le procure fanno, cioè ogni volta che si trova un’ipotesi di reato si chiude su un fatto, si stralcia e si manda. Ma questo non vuol dire che, siccome ho mandato a giudizio una parte, quell’altra l’ho buttata nel cestino, vuol dire che ho stralciato per fare una cosa e poi per farne un’altra. Su questo credo che ci sia chi ne sa più di me, però ho visto che qualcuno fa storie su questo.
Nel caso di specie, tutta quell’attività di dossieraggio fatta nei miei confronti e di cui si parla al Copasir si è bloccata il giorno dopo che mi sono dimesso con un’archiviazione secca da parte dell’ispettorato del Ministero, si è bloccata il giorno dopo ed è stata subito archiviata.
Quell’attività di dossieraggio che a me era stata preannunciata direttamente e pesantemente si è bloccata. È stata ripresa poi a Brescia perché a Brescia è intervenuta, a partire dal 1995 in poi, quella stessa miriade di esposti anonimi (si chiamava Dossier Achille per intenderci, un altro Abusi di P per intenderci, Abusi Di Pietro per intenderci), tutto questo blocco si è ritrovato all’improvviso che è stato mandato una prima parte anonimamente, una seconda parte tramite persone che poi sono state condannate per diffamazione e per calunnia a Brescia.
Quindi Brescia ha fatto indagini su di me, queste indagini sono state svolte da un magistrato che si chiama Fabio Salamone e ne è nato un conflitto istituzionale, nel massimo rispetto di tutti, perché io sostenevo che lui non poteva indagare su di me, su tutto questo materiale, non poteva indagare su di me perché era il fratello di Filippo Salamone, che credo sia già conosciuto da questa Commissione.
Allora io, per poter far sentire le mie ragioni per cui non poteva indagare su di me, ho fatto una relazione al procuratore generale, relazione che poi consegnai anche a Caltanissetta, per cui sia Filippo che Fabio Salamone mi hanno denunciato per calunnia. Prima di andare oltre, proprio per poter entrare nel tema, produco la relazione che feci al procuratore generale in cui spiegavo quali erano (e questo sì, vi devo illustrare adesso nei limiti di tempo che mi date) le collaborazioni che erano intervenute fra la procura di Milano e la procura di Palermo e soprattutto in che periodo erano intervenute.
È inutile che ve ne parli, ve lo dico subito, da Caselli in poi credo che ci sia un testimone che può testimoniare su questo.
Avendo io fatto quelle dichiarazioni a Caltanissetta e avendo io depositato questo appunto fatto al procuratore generale, che consegno, sono stato accusato di calunnia per denunce da parte dei fratelli Salamone, Filippo e Fabio Salamone.
Questa è l’archiviazione che l’autorità giudiziaria di Caltanissetta ha fatto nei miei confronti perché non avevo calunniato, in quanto avevo detto il vero, cioè che non poteva indagare su di me. Tanto è vero che Fabio Salamone è stato condannato disciplinarmente dal Consiglio superiore della magistratura per aver svolto indagini su di me, ma non poteva farlo.
Voi dite ma che c’entra tutto questo? C’entra per giustificare il perché io posso consegnare questa relazione al procuratore generale, che nessuno ha mai disconosciuto, e posso nello stesso tempo giustificare il comportamento del dottor Salamone, il quale, essendosi sentito calunniato, mi ha denunciato. Io devo consegnare la richiesta del decreto di archiviazione che ha fatto l’autorità giudiziaria di Caltanissetta, come anche devo consegnarvi, perché io ho denunciato non solo disciplinarmente, ma anche penalmente il dottor Fabio Salamone e Filippo Salamone di aver costruito questo dossieraggio nei miei confronti, ma è stata archiviata anche la loro posizione.
Io avevo denunciato non loro soltanto, avevo denunciato tutto un sistema.
Per cui, voglio dire, non c’entra niente Fabio… lo ripeto qui e lo metto per iscritto.
Fabio Salamone con i fatti mafia-appalti non c’entra niente nelle inchieste milanesi, mi sono trovato a parlarne con lui perché dal 1995 in poi si è messo a indagare su di me pur non dovendo indagare su di me in quanto io stavo addirittura… io lo volevo arrestare Filippo Salamone.
E allora prego di acquisire, ve lo consegno subito dopo, lasciamo agli atti la relazione alla procura generale del 22 aprile 1996, la richiesta del decreto di archiviazione nei miei confronti all’autorità giudiziaria di Caltanissetta, la richiesta di archiviazione per ciò che riguarda le accuse che io rivolgevo nei confronti di Fabio Salamone che non c’entrava niente.
Quindi io devo scusarmi con lui perché non è con lui che ce l’avevo, io ce l’avevo con Filippo Salamone, neanche sapevo che esisteva Fabio Salamone.
L’ho saputo quando poi negli anni successivi sono venuto a sapere anch’io che pochi giorni prima di morire Fabio Salamone è andato a casa di Borsellino.
Credo che questo risulti già pure a voi, è andato a casa di Borsellino per… per non si sa che cosa, perché si sono chiusi in casa. C’era Ingroia quel giorno, però fu messo alla porta.
La moglie di Borsellino sentì chiaramente che Borsellino diceva a Fabio Salamone: «Vai via, vai via, vai via». Ma questa è tutta una storia che apriremo dopo se la vorrete aprire.
A me cosa interessava dire? Tutta questa premessa per dire che cosa? Che la procura di Milano, e nella mia persona, ha indagato eccome in relazione alla questione mafia-appalti!
E perché? Perché, al di là di tutto, l’elenco degli interrogatori che vi segnalerò fra un po’, delle altre indagini che abbiamo fatto, degli interrogatori insieme con la procura di Palermo, forse anche con il senatore Scarpinato direttamente credo, comunque con Lo Forte, la questione sta a monte.
Cosa ci stavamo apprestando a fare noi alla procura di Milano e loro alla procura di Palermo?
Qui dobbiamo risalire a un tempo. Innanzitutto le indagini non le stavano facendo solo Milano e Palermo, un po’ dappertutto stavano facendo indagini su appalti e politica, perché era talmente diffuso che Nanni Moretti ci aveva fatto il film, Il Portaborse, il sistema della dazione ambientale, così come l’ho chiamato io.
Io qui ribadisco una cosa di cui sono personalmente testimone. Ho trovato un solo partito non coinvolto, in cui non c’è stato nessun esponente coinvolto nei fatti di tangenti, ed era il Movimento Sociale Italiano, tutto il resto io li ho trovati coinvolti.
Persone, non partiti. Persone. Tanto per chiarire.
Bene, è dal 1985, perché dico 1985? Perché è il momento in cui si comincia a discutere di una serie di necessità di indagare su questo fenomeno che sapevano pure le pietre e sicuramente le indagini le avevano fatte, non spetta a me andare a riferire, ma dagli atti che ho avuto ho visto che anche Palermo ma anche Torino con il dottor Maddalena, Foggia, Reggio Calabria, un po’ meno Roma, il «porto delle nebbie» di Roma c’è sempre rimasto un po’. Ma il problema fondamentale era che l’articolo 68 della Costituzione ci impediva oltre un certo punto di svolgere le indagini, per cui arrivavamo sempre all’ultimo scalino e non potevamo salire.
Ditemi dove ho sbagliato.
ANTONIO DI PIETRO. Allora devo capire che uno è di destra e uno di sinistra.
PRESIDENTE. Dottore, mi aiuti, la prego, così lei non mi aiuta a condurre questa audizione. Colleghi, per favore. Adesso il dottor Di Pietro mi aiuta a condurre questa audizione e voi mi aiutate allo stesso modo. Cerchiamo di stare sul tema al quale stava arrivando il dottor Di Pietro. Peraltro negli atti che lei ci ha consegnato c’è proprio un riferimento diretto a un colloquio che voi avete avuto con il dottor Paolo Borsellino sul sistema di cui lei sta parlando.
ANTONIO DI PIETRO. Sì, ma, ripeto, è talmente lunga, o facciamo una scaletta.
Non è vero che io ho avuto un colloquio. Riportatevi in quegli anni, in quegli anni… Una fotografia, c’è la fotografia ambientale che conoscevano pure le pietre e tante autorità giudiziarie che cercavano di scalfire questa fotografia ambientale, che aveva raccontato pure Nanni Moretti, ma prima ancora Alberto Sordi.
Tutti stavamo cercando di trovare un filo, quindi quando si dice che l’inchiesta Mani Pulite è cominciata il 17 febbraio oppure l’inchiesta mafia-appalti è cominciata nel 1991 si dicono due realtà minimaliste perché in realtà pure prima si facevano le indagini, pure negli anni precedenti.
Ve lo ricordate, io ve l’ho portato qua proprio per storia personale, a Milano chi non si ricorda il caso di Antonio Natali? Ve lo ricordate il caso di Antonio Natali? Lo dico per qualche giovane che non lo sa. Il collega credo Colombo o Tolone erano arrivati a un signore che si chiamava Antonio Natali che era il papà politico di Bettino Craxi. L’hanno messo pure dentro a San Vittore.
Lui era Presidente del Consiglio, la prima cosa che ha fatto mica è andato dal magistrato a dire: «Bravo!», è andato dall’imputato a dargli solidarietà, «Mo’ ci penso io».
Alle prime elezioni l’ha eletto al Parlamento, hanno richiesto l’autorizzazione a procedere e gliel’hanno negato dicendo che la Metropolitana Milanese non era un ente pubblico.
Questa era la situazione ambientale, per cui le indagini non si potevano fare.
In un’ottica di questo genere le indagini le stavamo facendo tutti, quando è scoppiato… quindi dire che l’indagine Mani Pulite è cominciata il 17 febbraio 1992 … è stato un motorino che ha acceso la macchina, il motorino d’avviamento, ma è ovvio che avevamo un bagaglio di informazioni enorme già agli atti, mica solo noi, quasi tutte le procure d’Italia ce l’avevano.
In quest’ottica io mi sono ritrovato dalla sera alla mattina… Ecco, questo sì che ve lo posso consegnare da subito. Mi sono ritrovato dalla sera alla mattina… Questi sono i giornali dei primi due, tre mesi del 1992, uno stralcio, dalla sera alla mattina mi sono ritrovato (e poi lo consegno, mi riprometto di segnare anche questo con un indice se poi mi date il tempo) che tutti i giornali parlavano di questa inchiesta che cresceva, cresceva, cresceva, quindi si è capito che dal locale si stava arrivando al nazionale. Ma al nazionale mi son trovato… il primo intoppo, per mia ignoranza non sapevo come si facevano le rogatorie. Ho fatto la rogatoria e la dottoressa Del Ponte me l’ha rimandata indietro. Non mi ha rimproverato lei. Siccome era amica di Falcone gliel’ha raccontato e Falcone mi ha ripreso chiamandomi al telefono: «Ma così si fanno le rogatorie?».
Io avevo fatto la rogatoria «Mosini più 42», scrivendo alla dottoressa Del Ponte dicendo… Era la prima volta che la facevo, abbiate pazienza per tutti quanti la prima volta… Ho scritto: «Mosini più 42. Egregia Autorità giudiziaria, per favore mi dai conti correnti di tutte queste persone?» E quello m’ha risposto: «Sì, scusa, ma ognuno per che cosa, che ha fatto, in relazione…?»
Ricordo che io già frequentavo il Ministero. Dovete sapere questo, quando si dice: «Ma tu hai parlato con Borsellino?» «Sì, dove, quando?» Perché una cosa è il giorno del funerale di Falcone.
Sì, quel giorno io ho parlato con Borsellino in modo drammatico, è vero, e ci siamo dati… con quelle quattro parole volevamo dire dobbiamo coordinarci nelle indagini, sta scritto in tutte e tre quelle relazioni che ho fatto. Non abbiamo usato le parole «coordinare per le indagini», abbiamo usato le parole «dobbiamo fare presto, dobbiamo fare presto», «dobbiamo chiudere il cerchio». «Chiudere il cerchio» lo dicevo io, «fare presto» lo diceva lui.
PRESIDENTE. Andare di corsa.
ANTONIO DI PIETRO. Andare di corsa. Ma quella è stata una sintesi di una serie di colloqui e di incontri che io ho avuto con Borsellino anche al Ministero di grazia e giustizia, ma soprattutto con Falcone.
Perché Falcone in quel periodo ha fatto tante cose, oltre che la DDA, la DNA, eccetera, ma una delle piccole grandi cose che ha fatto e che a noi ha risolto, ha fatto modificare il meccanismo delle richieste rogatoriali.
Cioè vale a dire uno degli inghippi che ricordo avevamo avuto fino allora sia per il conto protezione che per altri, specialmente con lo IOR e col Vaticano, era che ci rispondevano: «Se mi dici il nome di chi ha fatto questa operazione ti do il tabulato, ti do il documento bancario che lo riguarda».
Ma se sapevo il nome che te lo chiedo a fare il documento bancario? Se già so il nome vuol dire che già so chi ha preso la mazzetta! È’ per sapere chi ha preso la mazzetta che ti chiedo il tabulato. Lì c’è tutto un discorso, come voi sapete, conto che transita in mezzo, conto di provenienza e conto d’arrivo. Allora in un’ottica di questo genere io perché frequentavo il Ministero nello stesso periodo in cui Falcone era direttore generale degli Affari penali? Frequentavo il Ministero perché, se vi ricordate, in quel periodo si discuteva molto di due questioni, ma prima ancora che arrivasse Falcone al Ministero, io già frequentavo il Ministero perché c’era la problematica dell’informatizzazione degli uffici giudiziari.
Ora a me ne hanno dette di tutti i colori, perché non ho fatto il liceo classico, perché non so parlare italiano, eccetera eccetera, però io sono un perito elettronico. A quell’epoca un perito elettronico al Ministero di grazia e giustizia faceva comodo, tant’è vero che io sono di quelli che si è attivato per realizzare l’automazione del sistema informatico.
Ora nessuno me lo riconosce, però ci azzeccavo all’epoca di valvole, diodi e quant’altro.
Quando andavo lì e mi sono ritrovato con il giudice Falcone – e già tutti i giornali ne parlavano – io più volte ho parlato con lui e più volte… Era lui che m’ha proprio corretto con la penna rossa la prima rogatoria, poi ha fatto una circolare per cui ci dava la possibilità di fare le rogatorie formali, cioè di mandare gli atti attraverso il Ministero della giustizia al Ministero degli esteri che lo mandava al Ministero degli esteri corrispondente del Paese, il quale lo mandava al Ministero della giustizia corrispondente, il quale lo mandava all’autorità… Insomma, era già scaduta la prescrizione quando si chiudeva il cerchio. Ci dava la possibilità di interloquire direttamente. Con la dottoressa Del Ponte mi ha messo in contatto direttamente Falcone.
Quindi Falcone all’inizio e fino alla sua morte ha seguito direttamente le inchieste di Mani pulite e le ha seguite perché a lui passavano le rogatorie e perché è colui che è stato interpellato anche dalla dottoressa Del Ponte per dire a quelli di Milano, significativamente a me: «Falle meglio queste rogatorie ».Poi le ho fatte bene, ne ho fatte 560/570 e non ne ho sbagliata una, però c’è sempre un inizio, non ne ho sbagliata più una.
Quindi cosa voglio dire con questo? Quando andavo al Ministero per parlare con Falcone – perché io continuavo ad andare al Ministero – ho incontrato qualche volta anche Borsellino, non so perché stava al Ministero ma ho incontrato anche lui.
Ho riferito della prima volta che ci sono andato nella mia deposizione del 1999, che ho riletto. Falcone mi diceva: «Devi seguire il denaro. Devi rivedere appalto per appalto. Non perdere tempo a costruire adesso una ipotesi associativa globale, piuttosto prima accerta reato per reato, fai una rogatoria alla volta e su quella rogatoria fai il tuo capo di imputazione e stralcia, e vai avanti così».
Quindi tecnicamente sapeva benissimo e ci teneva moltissimo all’inchiesta sugli appalti.
Cosa è successo però? È successo che avevano cominciato a parlare personaggi che ritroveremo dopo (dopo la morte di Falcone, di Borsellino e negli anni successivi), nelle inchieste svolte in collaborazione con la procura di Palermo, personaggi come Papi, Montevecchi, Pomicino – perché pure lui ha preso una parte della tangente Enimont – Di Paolo, D’Acquisto, Di Vincenzo, Schellino, Canepa. Canepa è l’elemento di congiunzione importante, un elemento di congiunzione tra appalti e mafia, è un elemento di congiunzione fondamentale. Bini… Buscemi… Panzavolta, che me l’ha negato venti volte, poi a loro l’ha ammesso, a me no.
Io l’ho interrogato 36-37 volte, poi quando ho passato le carte a loro l’ha ammesso.
M’ha detto, non Panzavolta ma me l’ha detto sempre del gruppo Ferruzzi…
Perché? Qual era la tecnica? Farsi dire dagli imprenditori a chi potevano avere dato i soldi. Poi spiego qual era il meccanismo.
Tutti quanti mi dicevano: tutto fino a Roma, ma da Roma in giù nessuno.
Possibile che da Roma in giù non ci siano stati illeciti negli appalti? E di questo si era accorto non solo Falcone, ma anche e soprattutto Borsellino. Borsellino se n’era accorto soprattutto tra la morte di Falcone e la sua fine.
A questo ci riferivamo, io e Borsellino, quel giorno in cui ci siamo parlati al funerale di Falcone. Dicevamo: «dobbiamo fare presto, per vedere come fare per allargare queste…».
Dopo la morte di Borsellino, io non avevo più nessuno con cui parlare. In effetti, non ebbi modo di parlare più con nessuno, anche perché non avevo altri rapporti a Palermo. Forse, invece, avrei dovuto in qualche misura interloquire, direttamente e autonomamente, non solo con Palermo ma con le altre procure. Noi a Milano avevamo scelto di seguire questo principio: per fare queste inchieste… Fu una intuizione del collega Davigo – potremmo dirla una «davigata» – l’applicazione, cioè, del principio delle «connessioni deboli e delle connessioni forti».
Il concetto era questo: al fine di scoprire il fenomeno nella sua globalità era necessario il cosiddetto «coordinamento di indagini» in modo da avere la certezza che ci fosse un’autorità che sviluppa tutte le indagini fino ad accertare i fatti per poi smembrare i fascicoli e distribuirli nelle varie autorità giudiziarie.
All’inizio ci è stato permesso di applicare questa strategia. Successivamente però le varie autorità giudiziarie reclamavano, dicendo: «noi dove stiamo?». Da queste posizioni divergenti è sorta poi una serie impressionante di conflitti di competenza. È accaduto così che il fascicolo pian piano venisse smembrato in mille fascicoli, perdendo così la necessaria visione d’assieme. In altri termini, uno conosceva quel fatto specifico, ma non era conosceva tutto il sistema. Io stavo cercando di acquisire ogni possibile informazione su tutte le imprese aventi caratura nazionale, ivi compreso anche il sud.
Dopo l’omicidio Borsellino, di questa vicenda (e voi già potete capire qui in mezzo quante altre domande si potrebbero fare e quante altre cose si devono spiegare, ma io adesso vado per sintesi) non volli parlarne con nessuno, perché feci tra me e me questa riflessione: «Io non so bene ancora cosa sto scoprendo, ma quelli sui cui sto indagando sanno dove sto arrivando io».
Per esempio, se ho interrogato per dieci volte Canepa o Panzavolta è evidente che tutti i soggetti che sono intorno a tali indagati sanno dove sto arrivando. … Interrogo, arresto, perché quando dico interrogo…
Purtroppo a quei tempi, interrogavo sempre il giorno dopo. Sono stato processato e sono stato prosciolto. Quindi non mi dite… non mi accusate: sono stato prosciolto. Noi arrestavamo per il pericolo di inquinamento probatorio, non per farli confessare.
Allora a quel punto io ho continuato a fare queste indagini fino a quando, verso il mese di ottobre di quell’anno, viene da me Zuliani, un ufficiale dei Carabinieri che era il mio riferimento nell’Arma, dicendomi: «C’è un ufficiale del ROS» – non ricordo se tenente o capitano – «che ti deve parlare». Oggi so chi è quella persona, lo sapevo pure allora, ma quando mi è stato chiesto il nome dieci anni dopo non me lo ricordavo, perché sfido qualsiasi magistrato che in quel momento fa mille indagini, sfido chiunque a ricordarsi: «Guarda che è passato il signor XY che m’ha detto che ti vuole parlare».
Però io, dal primo giorno che mi è stato chiesto chi era questo ufficiale, ho risposto: «Non ricordo il nome, ma sono certo che mi ha accompagnato al carcere di Rebibbia, mi ha accompagnato a incontrare questa persona che diceva che mi voleva parlare, e questo ufficiale si chiama De Donno».
Cos’era successo? Era successo che, soprattutto dopo la morte di Borsellino, le indagini ormai avevano preso una rilevanza nazionale, erano arrivate ai principali gruppi italiani (Cogefar, Impresit, Ferruzzi, aiutatemi a dirle, De Eccher, Calcestruzzi, c’è l’elenco completo che ho consegnato, le troverete nell’elenco, nei miei interrogatori di allora c’è l’elenco e lì troverete lì).
A quel punto viene questo ufficiale del ROS, credo fosse tenente allora o capitano, che poi hanno, non abbiamo, hanno ricostruito essere il capitano De Donno, e mi dice: «Con riferimento alle indagini che stai facendo su determinati personaggi (Ferruzzi, De Eccher, Buscemi, una serie di nomi, questi nomi li ritroveremo nei verbali di interrogatorio che feci) ti vuole parlare perché lui è insoddisfatto di come lo stanno trattando, lui è stato arrestato da un anno però non gli credono e quindi non procedono nei suoi riguardi».
Vero o non vero, così mi ha detto. Non m’ha detto: «Perché noi ci lamentiamo», mi ha detto: «Perché Li Pera si lamenta e vorrebbe parlare con lei perché lei sta indagando su fatti che lui conosce e che lo riguardano direttamente, a cominciare da una ditta su cui, abbiamo letto sui giornali, lei sta procedendo che si chiama De Eccher, di cui lui non solo ha parlato ma è una delle ragioni per cui sta dentro».
Io lì per lì ne ho preso atto, ho detto: «La prima volta che vado a Roma vedo cosa fare». Una quindicina di giorni dopo dovevo andare a Rebibbia per interrogare altri personaggi che non c’entravano niente, dissi a Zuliani: «Dici a quel capitano o tenente del ROS se mi accompagna da questo così vediamo cosa vuole dirmi?»
E infatti io e questo capitano, non Zuliani, siamo stati accompagnati dall’altro capitano che nel frattempo aiutava l’inchiesta Mani Pulite su Roma che si chiamava D’Agostino. Andammo a Rebibbia e a Rebibbia Li Pera mi ha raccontato quel che poi ha raccontato abbondantemente in tante altre… anzi, che già aveva raccontato e messo a verbale, anche a Catania e che diceva che a Palermo non gli davano retta, così ha detto e così l’ho messo pure a verbale. Io vi consegnerò copia di quel verbale e quindi avrete anche il verbale di questo.
A quel punto io che, ripeto, a quel tempo ancora aspiravo a completare il quadro nazionale, soprattutto perché avevo ancora in cuore e a mente i dialoghi che avevo avuto con Falcone, i dialoghi che avevo avuto con Borsellino, che, ripeto, erano più quelli al Ministero, più le telefonate che gli incontri formali, e ho detto: «Finalmente adesso posso arrivare lì». E ho cominciato, indagando tra le mille altre cose, anche a sentire tante altre persone che mi hanno raccontato fatti-reati commessi anche a Palermo.
Nel mentre accumulavo questo, facevo altre indagini, perché non c’erano solo le dichiarazioni di Li Pera, con tutto il rispetto per Li Pera c’erano molto più grosse dichiarazioni, c’era il processo Enimont, voglio dire erano poca cosa le questioni di Li Pera. Con tutto il rispetto, la diga di Blufi rispetto alla tangente Enimont era la diga di Blufi, quindi mi son detto: «Ci occuperemo anche di questo». Senonché in quel momento, non so, forse alla fine del 1992 – correggimi Scarpinato.
Quando è arrivato Caselli? – all’inizio del 1993, gennaio 1993, ecco. Il dottor Caselli nell’immaginario collettivo, ma soprattutto nella procura di Milano, dava l’idea di una grande aria nuova nel Paese, ma non perché prima non dava… prima di Palermo non avevamo mai sentito mai parlare male, qualcuno ci ha parlato male di Roma, insomma il concetto era questo.
C’erano già stati rapporti tra la procura di Milano e la procura di Torino quando c’era Caselli, si è proseguito poi con Maddalena. C’era un rapporto personale molto forte con Borrelli nell’ambito del quale i due evidentemente si sono parlati. Io non li ho ascoltati, ma l’ho saputo poi.
Da quel che mi ha raccontato Borrelli, ma che ci siamo raccontati tutti noi dei due pool: «Stiamo procedendo pure noi su fatti sui quali state procedendo voi a Milano, pure noi abbiamo preso Lodigiani e altri ancora».
Altri ancora perché dire Lodigiani vuol dire tante cose.
Dire Panzavolta vuol dire tante cose. Dietro Lodigiani e dietro Panzavolta si apre un mondo. Io dico dei nomi che portano dietro centinaia di persone per centinaia di fatti-reato. Ve ne posso parlare, ma erano 5 mila imputati credo, due o 300 mila capi di imputazione, quindi parliamone se ne dobbiamo parlare.
In quest’ottica io ricordo che è venuta fuori questa idea fra i due procuratori, non so chi ne abbia parlato prima. Al dottor Borrelli veramente bisognerebbe fare un monumento, perché è quello che ha difeso l’inchiesta Mani Pulite allo strenuo, ce l’ha messa tutta, le pressioni che ha ricevuto, quanto ha dovuto difendere il suo pool è stata una cosa fuori dall’immaginabile. Quindi non so se è stato Borrelli che, quando ha letto sui giornali che pure Palermo stava arrestando e indagando persone di cui stavamo occupandocene noi, ha telefonato a Caselli o è stato Caselli a Borrelli. Non lo so, c’era un rapporto personale.
So che a un certo punto è venuto a Milano il gruppo coordinato da Caselli. Sono andato a rileggermi tutte le carte. C’era sicuramente Caselli da una parte, c’era sicuramente Lo Forte, c’era Patronaggio, c’era Ingroia perché ci ho litigato pure e non mi ricordo se c’eri pure tu, Scarpinato. Il nome tuo io non l’ho fatto, quindi probabilmente non c’eri, perché come facevo a non ricordarlo con quei capelli là, quindi me lo sarei ricordato.
Ne nacque una discussione perché io ormai ero diventato… i denigratori mi dicevano accentratore, gli ammiratori mi dicevano che è quello che aveva in mano tutta la situazione.
In realtà obiettivamente io avevo, grazie anche all’informatizzazione che avevo messo nel fascicolo, quel cosiddetto fascicolo virtuale; noi man mano mandavamo anche per competenza alle varie autorità giudiziarie il pacchetto già finito: l’imprenditore che aveva parlato, il bonifico che era stato effettuato, il politico o il funzionario che aveva preso i soldi, avevano confessato tutti e tre, stralcio e invio all’autorità giudiziaria di vattelapesca. Quindi era questo il meccanismo investigativo che avevo messo in piedi.
Palermo, con quel po’ po’ di pool che vi ho detto prima, quando sono arrivati non sono arrivati a mani vuote, avevano già indagato, stavano già indagando sugli stessi personaggi, quindi evidentemente c’erano arrivati a prescindere da noi. Non so se mi spiego, non siamo noi che li abbiamo imboccati a Palermo. Io voglio raccontare la verità. Quando Palermo ha messo il paletto della competenza territoriale l’aveva messo pure Foggia, l’aveva messo pure Napoli con Miller, l’aveva messo pure Maddalena. Però io ho resistito a tutti e mi sono tenuto il fascicolo con tutti, perché a quell’epoca mi ascoltavano. Però Borrelli mi ha detto: «No. Torino, Maddalena; a Napoli Caselli non si può, perché quelle sono persone su cui possiamo contare su una collaborazione totale». Peccato che non c’eri, ma quel giorno, prima al nostro ufficio, ne è venuto fuori un confronto molto serrato perché io non volevo cedere quel che avevo. Che avevo in mano? Avevo tutta una serie di interrogatori di imprenditori che riconducevano a questo formato.
Attenzione, mentre in una parte d’Italia c’è il sistema appalti-politica dove l’intermediario poteva essere o l’imprenditore o il soggetto politico di riferimento – di regola era un faccendiere alla Pazienza maniera, diciamo così, alla Larini maniera, alla Pacini maniera, c’erano tanti nominativi che giravano in quel tempo – a Milano avete scoperto il «cartello» (su cui, vi prego, fatemi le domande, ve lo spiego bene), a Palermo c’è il «tavolino».
Il «tavolino» è la cosa più speciale. C’è un signore che è un po’ come il giudice di pace, che assicura che questo cartello avrà gli appalti che avrà, assicura che questo sistema politico avrà le soddisfazioni che avrà, assicura che tutti i cantieri andranno bene, ma la quota dello 0,80 va alla cassa comune, il 20 per cento, come mi diceva Li Pera inizialmente, va alla cassa comune. Guardate che è una cosa completamente diversa.
Io su questo stavo indagando e avevo acquisito una serie di informazioni perché era venuto fuori che Siino era colui che gestiva i rapporti fra mafia e politica.
L’interfaccia era un tale che si chiamava Angelo Siino. Da ciò che mi aveva detto Li Pera e dalle indagini che io avevo fatto successivamente, tra il 1992 e la primavera del 1993 – perché l’accordo con Palermo arriva nella primavera del 1993, credo marzo o aprile – è venuto fuori che c’era stato un cambio di ruolo.
Non so a quell’epoca, adesso l’ho capito perché ho letto i risultati delle varie sentenze che si sono svolte a Palermo, ma all’epoca io sapevo che Siino era stato defenestrato, in questo senso mi veniva riferito, da Salamone che era il vincente, il convincente.
Poi ho saputo che anche il ROS aveva cannato su questo, perché il ROS ha qualificato esse come Siino e invece esse era Salamone. Se vogliamo mettere i puntini, avevo cannato io, ma anche loro.
Perché avevo cannato? Perché Salamone non era l’ultimo arrivato, in realtà stavano defenestrando pure Salamone perché doveva arrivare Bini. Io non sono arrivato a Bini come il nuovo che doveva stare sul «tavolino» a rappresentare il referente tra (possiamo dirlo per nome e cognome, chiedo ai due procuratori se sbaglio) Lima e Riina, perché poi questo era Bini alla fine, ma referente per conto della Ferruzzi, non scordiamocelo, poi alla fin fine dietro c’era Gardini, non è che chissà chi c’era. Ripeto, se vi interessa solo il fenomeno io faccio questi accenni, altrimenti bisogna discuterne a lungo.
Se non che quel giorno io fui messo alle strette e quel pomeriggio non volli cedere alla richiesta di coordinamento. Allora Borrelli, che era un padre, ci ha invitato a cena a casa sua, Borrelli da una parte e Caselli dall’altra. Ingroia, voi lo conoscete, pure lui si inalbera sempre, c’è stato uno scontro fra me e lui perché lui voleva portarlo a Palermo e io lo volevo tenere a Milano.
Allora abbiamo raggiunto il compromesso, quel famoso compromesso dei collegamenti forti e dei collegamenti deboli. Che cosa è stato il compromesso? È ovvio che se ne deve occupare Palermo, perché, se andiamo davanti alla Corte di cassazione in un conflitto di competenza, Palermo ha ragione. È ovvio che non possiamo fare a meno di quel che sta facendo Milano, perché Milano sta interrogando persone che a Milano stanno parlando perché si fidano di Milano.
Si fidano perché sono pentiti processuali, adesso probabilmente qualche processo per trattativa me lo prenderei anch’io, perché trattavamo con gli avvocati.
Credo che da un punto di vista storico dopo trent’anni se ne possa parlare. È chiaro che si parlava con gli avvocati: «Sto scoprendo quel che sto scoprendo, questo tuo cliente l’ho già preso sette, otto, nove, dieci volte, che facciamo?» Aspetti che ti venga a dire l’altro.
Ognuno che parlava, quando veniva a parlare con noi, sapevamo bene che se ce ne diceva una ce ne nascondeva dieci, ma se noi volevamo arrivare alla cupola il più presto possibile prendevamo…
A me bastava che Giovanni mi dicesse che cosa aveva fatto Nicola, perché Nicola mi dicesse che cosa aveva fatto Michele, perché Michele mi dicesse cosa aveva fatto Pasquale, poi se insieme a Giovanni ci stava anche Gioacchino lo vedremo dopo, non mi sono messo a perdere tempo a vedere quante volte… Ecco, brutalmente, non mi sono messo a perdere tempo a vedere quante volte Silvio Berlusconi ha fatto festa, non mi son messo a perdere tempo. Pensavo che dovevo arrivare a capire fino alla fine, dovevo arrivare prima che venissimo fermati, perché c’erano Falcone e Borsellino che erano già morti, quindi ho sempre pensato di cercare di arrivare il più possibile in alto perché era inutile perdere tempo a correre appresso soltanto a una persona.
In quest’ottica quella sera si concordò che io avrei continuato… cioè, veniva trasferito a Palermo innanzitutto quel che avevamo acquisito: i verbali, i nominativi che sono riportati in questo famoso…
Inoltre, siccome io su quelle stesse persone indagavo anche per altri fatti-reato commessi, perché erano ditte nazionali, facevano a Mondovì e a Canicattì gli appalti e quindi da Mondovì a Canicattì loro riferivano, io avrei continuato a interrogarli e a fare tutte le mie indagini. Qualora mi fosse capitato qualche fatto di Palermo non dicevo: «Fermo», lo acquisivo e lo mandavo a Palermo, e così ho fatto. Devo dire che ha funzionato. Perché io mi sono lamentato dopo? Io non so cosa vuole fare questa Commissione, perché questa Commissione certamente, mi pare di capire, vorrà capire se dietro la volontà stragista del mafioso Riina che si è voluto liberare di quei due magistrati, ci siano state altre «menti raffinatissime», come diceva qualcuno, ricordate tutti chi l’ha detto, che quantomeno gioivano e avevano interesse.
Se voi dovete indagare solo su questo, io posso dare il mio contributo con riferimento a tutto ciò che è stato il coordinamento delle indagini di mafia a Palermo, tutto ciò che è il fenomeno Mafiopoli e il fenomeno Tangentopoli. Parliamoci chiaro, Mafiopoli e Tangentopoli sono due facce della stessa medaglia, è lo stesso procedimento.
Non come sento dire che nasce nel 1991, nasce dagli anni Ottanta, nel 1985. Diverse autorità giudiziarie hanno fatto indagini settoriali e non sono riusciti ad arrivare, non riuscivano ad arrivare. Quindi Mafiopoli e Tangentopoli sono certamente due facce della stessa medaglia, con delle particolarità molto specifiche.
Avevamo scoperto che laddove era presente la mafia il metodo di gestione era diverso da quello imprenditoriale. Infatti, il sistema che avevamo scoperto noi era un «boccino paritario».
A un certo punto io l’ho chiamata «dazione ambientale» sulla scorta di una dichiarazione verbale di uno degli indagati che mi colpì particolarmente. Riferendosi ad un imprenditore, l’indagato mi disse: «Quel disgraziato era venuto a portarmi la bustarella alle cinque e mezza di mattina perché doveva andare a caccia». Gli risposi: «La prossima volta non presentarti prima delle 9 a portarmela». Mentre uscivo, a un certo punto, mi sono trovato la tasca ingrossata e ho visto che erano soldi, me ne sono accorto in ascensore e mi sono vergognato a tornare indietro.
Un’altra volta ho mandato il poliziotto mentre stavo interrogando una persona, «Guardi che abita a due o trecento metri da qua», «Va là che lo sentiamo subito subito» e quello dal citofono ha detto: «Sì, confesso, confesso».
Quindi a Milano ci hanno detto: «Bravi», ma in realtà noi tagliavamo la torta. A Palermo era una cosa diversa, due facce della stessa medaglia, non so se mi spiego, sono due facce della stessa medaglia.
Palermo si seguiva quell’ordine, chi non seguiva quell’ordine, chi non rispettava quell’ordine faceva la fine di Lima. In quest’ottica, io capisco, quindi, che il vostro interesse è sapere se e chi poteva esserci. Io posso dare il mio contributo man mano che me lo chiedete, per come me lo chiedete.
Mi chiedo e chiedo: se dal 1993 in poi io vengo visto …mi si apre una strada e riesco anch’io ad arrivare allo stesso punto. Torno a ripetere, perché sono importanti queste tre città? Mi lasci dire questo, presidente.
Tutte le autorità giudiziarie hanno fatto il loro dovere, ma tre città sono idealmente fondamentali: Roma, Milano e Palermo. Perché se vuoi scoprire quel fenomeno che si era creato, cioè il cartello delle imprese, il sistema dei partiti, il «tavolino», solo le autorità di queste tre città lo possono sviluppare.
Perché a Roma c’è il sistema politico per prendere decisioni, a Milano c’è la sede legale delle maggiori aziende italiane, a Palermo c’è appunto la specificità del referente locale e credo anche nazionale, cioè colui che gestiva la situazione.
Ora il problema è: è vero o non è vero che c’è stata una parte del sistema imprenditoriale italiano che voleva comprare anche gli appalti in Sicilia? Sì. Ed è vero o non è vero che questa parte del sistema imprenditoriale italiano per comprare anche gli appalti in Sicilia è entrata a patti con la mafia? Sì. Ed è vero che erano imprese che stavano anche al nord? Sì. Tutto questo ha generato o non ha generato la volontà di convincere qualcuno ad ammazzare Falcone e Borsellino? Lo dovete decidere voi.
Ma vi è sufficiente questo o vi è necessario un altro aspetto?
Se è vero come è vero che a Roma non si poteva indagare perché, al di là del «porto delle nebbie», c’era l’articolo 68 della Costituzione che fermava le indagini sulla politica; se è vero come è vero che a Palermo era difficoltoso indagare perché, con tutti gli sforzi che facevano, non hanno ammazzato solo Falcone e Borsellino, tanti altri ne hanno ammazzati, tanti altri ne volevano ammazzare e tanti altri non ci sono riusciti, lì non era come a Milano; se è vero come è vero che a Milano ci stavamo arrivando per un motivo molto semplice: perché avevamo rivoltato al contrario il tipo di indagine. La mia indagine non era sui fatti di corruzione. Non ho mai contestato l’articolo 416 c.p., perché volevo scoprire il reato, mandarlo poi all’autorità competente in modo che questa potesse poi ulteriormente circostanziare il fatto e contestare, se del caso, l’articolo 416 o l’articolo 416-bis c.p..
Non era Milano. Anche perché dove si è fatto il cartello? Il cartello è una realtà indistinta, in capo al cartello, nel mio immaginario investigativo, sapendo che dovevo correre, io immaginavo e ancora oggi immagino che sopra tutto ci sono quelli che la girano ma non la toccano si dice in gergo, ma che in realtà vuol dire i cui comportamenti non hanno rilevanza penale.
Io ho indagato sulla FIAT. Io vi do un’intervista di Cesare Romiti in cui dice: «Tutti pagavamo».
In una realtà così io immagino l’ingenuo Agnelli che camminava col suo veliero senza saper niente. Non riesco a immaginarlo. Però penalmente non gli puoi dire niente.
Se io immagino che la struttura più forte era il pentapartito, il Governo italiano si reggeva sul pentapartito, ma non c’era pentapartito che tenesse se non riferito al CAF (Craxi, Andreotti e Forlani). Nella mia indagine ne manca uno, perché Craxi l’ho indagato e pure Forlani, ma ne manca uno.
Quindi nella mia attività investigativa io cercavo di chiudere il cerchio e cercavo di chiuderlo partendo dal… Questa è l’indagine investigativa che facevo, sbagliata o giusta non lo so, però qualcuno mi ha detto che hanno prescritto fino all’81 Giulio Andreotti.
Questo era il meccanismo investigativo. Io cosa ho fatto? Ho detto è inutile, questi non parleranno mai, non parleranno mai. L’unico modo per farli parlare è andare a prenderli nella tasca. La mia investigazione, dico mia perché l’investigazione l’ho fatta io, con tutto il rispetto per quello che hanno fatto gli altri; gli altri hanno fatto veramente tanto, va fatto loro un monumento, sia per le indagini bancarie, fiscali, sia sugli intuiti processuali di Davigo, perché riusciva a «mettere una toppa» su tutto.
Mani Pulite è un’investigazione sui falsi in bilancio.
Poiché questa non è a questua, poiché è necessario creare la provvista con fondi neri, io vado a scovare tutte le volte che hanno commesso un falso in bilancio e dopo gli dico: «Ora devo per forza procedere, a meno che tu…». Esisteva la concussione per induzione all’epoca, esisteva il reato di falso in bilancio all’epoca.
Con quel meccanismo molti degli imprenditori hanno deciso di rompere il patto fiduciario, perché la corruzione non è come il matrimonio, è un matrimonio d’interesse e quindi il pentito processuale ci stava tutto.
In un’ottica di questo genere quindi io piano piano, piano piano stavo arrivando allo stesso punto, cioè ero arrivato a Gardini per intenderci. Ero arrivato a 93 miliardi, per intenderci. Ero arrivato a sapere dove stavano i 93 miliardi, per intenderci: allo IOR. 150 miliardi, di cui 93 miliardi allo IOR. Però nessuno mi ha risposto. Mi ha risposto… Non mi ricordo come si chiamava. No, era un… Marcinkus forse era. No, non mi ricordo come si chiamava. C’era all’epoca… Non mi ricordo come si chiamava. Però la risposta… Forse De Bonis, non mi ricordo. Però ci sono agli atti, ve li ho dati. Non mi ricordo… Non voglio fare nomi che non… Non mi ricordo il nome adesso, ma li ho prodotti agli atti.
Resta il fatto che il mio obiettivo era lì. E perché io mi ero focalizzato proprio su questo?
Perché 5 miliardi della tangente Enimont erano andati a finire a Lima e Lima era il referente andreottiano. Soprattutto perché in tutti gli altri… a cominciare da Milano, posti dove ho scoperto i fatti-reati, quando c’era la distribuzione della tangente ho decine e decine di verbali di interrogatori che mi dicevano questa quota è andata alla corrente andreottiana.
Non è che andava ad Andreotti, quindi penalmente non c’è niente, andava alla corrente andreottiana. Però se te lo senti dire da quella a Torino, te lo senti dire da quello a Milano, te lo senti dire da quello a Palermo, te lo senti dire da quello a Napoli… Oh, ma ‘sta corrente andreottiana sarà mica un po’ collegata? Chi è che decide poi alla fine chi deve stare lì, chi deve stare lì, chi deve stare lì?
Questo era il finale di ciò che dovevo fare, dopodiché io mi ritrovo (mi fermo qua) a novembre con questo dossieraggio spaventoso nei miei confronti. Perché cosa è successo? Su questo dossieraggio hanno archiviato il giorno dopo che io mi sono dimesso, però a partire da marzo-aprile del 1995 quello stesso dossier è arrivato a Brescia e il dottor Fabio Salamone ha ritenuto di fare un’indagine pazzesca su di me, a tal punto che ci sono state tre richieste, non c’è stata alcuna archiviazione, ci sono state tre richieste di rinvio a giudizio e tre ordinanze di proscioglimento, è una cosa un po’ diversa.
Vi prego di leggere le tre ordinanze di proscioglimento, dove risulta non che il fatto non sussiste, quello è troppo poco, risulta che quelle indagini non dovevano essere fatte. Questo è il tema.
Non c’entra niente il dottor Fabio Salamone, ripeto, non c’entra niente con i rapporti mafia-appalti, era Filippo Salamone; Fabio Salamone semmai è andato a cercare consiglio e considerazione da Paolo Borsellino, ma questo fa pensare pure che allora cosa stava a pensare Paolo Borsellino, perché non credo che quel giorno…
Fabio Salamone aveva ricevuto tutta una serie di esposti da parte dei componenti della procura di Caltanissetta, non so se ve lo ricordate, perché non si sentivano in grado di poter interloquire con lui come GIP in quanto: «Noi dobbiamo procedere su fatti che riguardano ambienti a lui familiari, come facciamo se lui sta qua?» Quindi questo povero Cristo si è trovato costretto. Lo immagino e mi dispiace anche per lui.
Vi voglio lasciare le tre ordinanze di proscioglimento del GIP di Brescia, da cui potete vedere non come ha sbagliato Salamone, non me ne importa niente, ha esercitato l’azione penale su una notizia di reato che gli è arrivata. Io credo che sugli anonimi ci si dovrebbe pensare due volte prima di esercitare l’azione penale. Però devo dire la verità che ha esercitato l’azione penale anche nei confronti di Dinacci, di Previti e compagnia bella, cioè di quelli che dovevano fare l’indagine disciplinare nei miei confronti, ma che hanno archiviato il giorno dopo.
Dopo che il GIP mi ha prosciolto da tutte le accuse di quel dossier, Salamone ha aperto un fascicolo nei confronti degli ispettori e di chi aveva mandato quegli ispettori, cioè Previti, a fare quell’indagine e a chiuderla il giorno dopo. Anche questo è stato archiviato, anche nei confronti di tutti questi ispettori, dicendo che alla fine Di Pietro ha fatto una scelta sua.
Lo ripeto anche qui, le mie dimissioni sono state una scelta libera ma non una libera scelta. Da qui possiamo fare un romanzo. L’ho deciso io, non me l’ha ordinato nessuno né me l’ha chiesto nessuno, ma io ho capito che era l’unico modo perché quello che poi è uscito ad aprile e che io ho potuto controbattere da semplice cittadino, senza più il rischio che qualcuno mi accusasse di inquinamento probatorio, perché la mattina dovevo fare delle indagini su Pacini Battaglia mentre ero accusato di concorso di reati con Pacini Battaglia, era un po’ difficile farla questa indagine. Quindi io ho detto questa scelta libera ma non libera scelta di dimettermi.
Allora io chiedo a questa Commissione e mi fermo qua: vi basta per capire se e chi ha impedito a Borsellino di completare le sue indagini?
Che a mio avviso sono due cose completamente diverse con la storia del ROS e non ROS. Vi basta? Oppure se volete ragionare anche sul perché ogni volta che qualcuno cerca di arrivare nella zona grigia o un quintale di tritolo o la delegittimazione viene fermata, questo è il tema che vi sottopongo.
Se avete soltanto la prima parte io la prossima volta vi porto i documenti e mi fermo, se avete bisogno di qualcosa in più ci vuole più tempo, molto più tempo.
PRESIDENTE. Grazie mille, dottor Di Pietro. Purtroppo dobbiamo per forza interrompere
ANTONIO DI PIETRO. Se c’è qualche domanda io rispondo.
PRESIDENTE. No, perché la Camera e il Senato si riuniscono in contemporanea alle 15 e quindi devo dare il tempo ai colleghi di andare, però, a nome di tutti ovviamente, credo di poterle chiedere di tornare, innanzitutto per permettere a tutti i commissari di rivolgerle delle domande. Noi siamo partiti dalla prima delle domande che lei ci fa, che sappiamo essere una delle più difficili, altrimenti dopo trentuno anni non saremmo qui ad occuparcene, ma penso di parlare a nome di tutti i commissari nel dire che, se da questo dovesse emergere la necessità di qualsiasi altro approfondimento, nessuno in questa Commissione si vorrebbe sottrarre. Quindi penso che anche alla sua domanda risponderemo di sì dopo un ufficio di presidenza che valuterà il da farsi. Grazie.
ANTONIO DI PIETRO. Con i suoi uffici possiamo fare una nota di ciò che deposito adesso, in modo da averlo anche io agli atti. PRESIDENTE. Ringrazio il dottor Di Pietro. La seduta è conclusa.
1 dicembre 2023
PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca il seguito dell’audizione del dottor Antonio Di Pietro che ringrazio per la sua cortesia e disponibilità a tornare in questa Commissione per rispondere ai quesiti dei colleghi che intendono intervenire.
Ricordo che la seduta odierna si svolge nelle forme di audizione libera ed è aperta alla partecipazione da remoto dei componenti della Commissione.
I lavori potranno proseguire in forma segreta a richiesta dell’audito o dei colleghi e in tal caso non sarà più consentita la partecipazione da remoto e verrà interrotta la trasmissione via streaming sulla web-tv.
Do quindi la parola al dottor Di Pietro che intende fare un’integrazione dei documenti che ci ha già lasciato e poi passiamo alle domande.
ANTONIO DI PIETRO. Grazie e buongiorno. Io sono sempre onorato di essere qui perché all’interno delle istituzioni si può dire ciò che ognuno ha vissuto, assumendosene le responsabilità.
In realtà io non devo integrare, devo consegnare dei documenti di cui ho parlato nell’altra mia audizione e che non ho potuto depositare perché non li avevo e ho poi preso a casa.
Durante la mia ultima audizione ho depositato diciannove documenti di cui è stato redatto l’elenco dall’archivio della Commissione. Innanzitutto, con riferimento a ciò che ho detto nella scorsa audizione, confermo ciò che ho detto riportandomi proprio al contenuto di quei documenti che sono sentenze o relazioni ufficiali, non ci sono atti diversi.
La prima cosa che volevo consegnare è il verbale della mia testimonianza resa il 21 aprile 1999 alla corte d’assise di Caltanissetta, in quanto la volta scorsa io vi consegnai soltanto l’estratto delle mie dichiarazioni per come io le avevo appuntate; ho recuperato l’intero verbale originale con tutto ciò che ho detto.
È importante perché in questa audizione io sono stato sentito proprio con riferimento a quali erano i rapporti fra me e il dottor Falcone e fra me e il dottor Borsellino in relazione all’inchiesta Mafia e Appalti che stavamo facendo a Milano. Chiamavamo questa inchiesta Tangentopoli, ma ci siamo occupati anche di questioni che riguardavano la mafia.
Questo verbale è stato redatto nel 1999 quindi, essendo di tanti anni fa, è quello che riporta maggiormente il mio ricordo rispetto a quel che è successo nel 1992.
Ho voluto depositare proprio l’originale delle mie dichiarazioni perché come potrete vedere è molto più completo rispetto alla sintesi che avevo fatto. Siccome è copia unica chiedo di poterne riavere copia.
Nell’ultima audizione spiegai quel che credo sia uno snodo fondamentale su tutto ciò che state discutendo, cioè quando viene alla luce la consistenza fra l’unicità dell’inchiesta Mafia e Appalti e dell’inchiesta Tangentopoli, quindi del fenomeno Mafiopoli e del fenomeno Tangentopoli a Milano.
A Milano, come avevo già detto, questo viene in evidenza il 12 novembre 1992 a seguito di un verbale di interrogatorio come persona indagata come reato connesso. Ho sentito in questa sede che c’era la questione se Li Pera doveva essere sentito come testimone o come indagato di reato connesso da altre autorità, fra Palermo e Catania.
A Milano il 12 novembre 1992 l’ho sentito io come indagato di reato connesso e il verbale che ho è la fotocopia dell’originale delle dichiarazioni di Li Pera così come è stato depositato in corte d’appello a Palermo nel processo sulla trattativa Stato-mafia.
Sono dichiarazioni che vi prego di leggere quando avrete tempo, perché Li Pera racconta, fotografa esattamente la situazione dei rapporti dell’unicità, intesa proprio come stesse imprese su cui stavamo indagando a Milano, delle stesse imprese che avevano commesso reati in Sicilia e nel Sud. Quindi dà questa identità di fenomeno, con la specificità nel Sud dell’esistenza di questo «tavolino».
È importante perché (ripeto, l’avete chiesto a me e l’avete chiesto ad altri) si discute se si poteva indagare su ciò che Li Pera aveva da dire anche negli anni 1991 e 1992.
Quando l’ho sentito io egli mi ha fatto una fotografia di quel che io ho accertato nel 1993, ma nel 1992 ha fatto l’esatta fotografia.
Non lo leggo, ve lo rimando, però tenete presente che i nomi che ivi sono indicati, le società e le persone, sono le stesse persone sulle quali io stavo già indagando sin da marzo-aprile del 1992, ma queste persone mi riferivano tutti i fatti fino a Roma ma più in giù. Quindi Li Pera ha aperto nel novembre 1992 il fronte «caldo» mafioso, perché le stesse ditte, pur confessando a noi a Milano e a me in particolare, una serie infinita di reati, quella parte non la riferivano, quindi per noi fu uno snodo fondamentale.
Io consegno quindi anche questo verbale del 12 novembre 1992.
Proprio per essere più preciso su quel che sono stati poi gli sviluppi che io feci da quel momento in poi e in attesa di trovare una collaborazione con Palermo.
Io non cercai la collaborazione con Palermo a novembre 1992, non la cercai perché Li Pera – l’ho messo a verbale – mi disse: «A Palermo non mi vogliono ascoltare». «Non mi danno retta» esattamente.
Il capitano De Donno, che mi accompagnò a quell’interrogatorio, mi specificò che anche a lui Li Pera aveva detto questo e che loro come ROS erano in difficoltà quindi a operare perché non riuscivano a fare interloquire Li Pera con l’autorità giudiziaria.
Io chiesi a Li Pera: «Quindi perché sei dentro, con chi ti stai confrontando?». Li Pera ha messo a verbale, lo troverete a verbale, che da un mese o due mesi circa stava interloquendo con l’autorità giudiziaria di Catania. È tutto verbalizzato.
A quel punto, proprio perché erano le stesse ditte e le stesse persone su cui indagavo e su cui quindi ho continuato a indagare e ad allargare l’indagine, ho anche acquisito gli ulteriori accertamenti sulle persone chiamate in causa da Li Pera, non solo per ciò che avevano fatto in Italia, ma anche per ciò che facevano specificamente in Sicilia, con chi e tramite chi.
Vi allego a mero titolo esemplificativo un estratto di un documento che è stato redatto da me per la procura della Repubblica di Brescia. Questo estratto è l’indicazione degli interrogatori che io ho fatto alle persone di riferimento (tipo Panzavolta, tipo Lodigiani, tipo Canepa e quanti ne vorrete altri), persone delle maggiori società italiane (Cogefar, Impresit, Ferruzzi, Calcestruzzi, eccetera) da cui potete rilevare che in realtà a Milano da quel momento in poi concentriamo le nostre indagini anche con riferimento alla situazione siciliana.
Nel consegnarvi questo estratto però (proprio perché l’estratto è un estratto) vi allego anche alcuni interrogatori. Interrogatori sì, perché in genere interrogavo sempre persone che avevano qualcosa da dire, sempre con l’avvocato, non mi è mai capitato di trovare uno che veniva a riferire un fatto di altri. Mi sono chiesto: «Avrò sentito qualche testimone?»
Comunque ve ne consegno alcuni, tipo Maddaloni, tipo De Angelis e tipo Sebasti e altri sono indicati in questa memoria, per dire che a quel punto, a novembre, anche noi ci rendemmo conto della figura del terzo soggetto presente all’interno della realtà siciliana che, attraverso questi interrogatori, capimmo che inizialmente era Siino, ma che era stato scalzato da Filippo Salamone.
Questo lo consegno soltanto a titolo esemplificativo.
Dove voglio arrivare con il mio ragionamento? Io credo che si stia facendo una discussione inutile, una differenziazione sbagliata tra Tangentopoli e Mafiopoli. Era lo stesso sistema delle imprese che aveva costruito un cartello, era lo stesso sistema della politica che aveva costruito anch’esso un gruppo di potere intorno al pentapartito più uno di cui poi se volete parliamo, un partito nel partito, questo ve lo lascio in sospeso se vorrete domandare.
Quindi anche noi iniziammo questa indagine a largo spettro in tutta Italia raccontandoci non solo con Palermo allorché arrivò Caselli, ma anche con tante altre città tipo Napoli, Torino, Roma, Foggia, Firenze, insomma ce ne furono tante.
Vi consegno quindi un brogliaccio di appunti per significare come in realtà sia un errore dividere le due realtà, Roma-Milano per ciò che riguarda l’inchiesta Mafia e Appalti.
Quando parlo di Mafia e Appalti vorrei precisare che non sto parlando dell’indagine del ROS del 1991, sto parlando delle indagini che riguardano appalti, politiche e mafia che erano in diversi posti d’Italia e con diversi posti d’Italia abbiamo interloquito.
Quando io ho sentito Li Pera mi ha raccontato fatti che mi spiace non abbia raccontato prima ad altre autorità giudiziarie, perché se li avesse raccontati probabilmente sarebbero arrivati dove sono arrivato io, ma questo non spetta a me giudicarlo. Consegno anche questo che serve per far comprendere il perché in quel periodo c’era un’attenzione di Falcone e Borsellino, perché di questi stiamo parlando, proprio su Tangentopoli.
Qui ho sentito che state cercando di trovare una chiave di lettura del perché sia Falcone, ma soprattutto Borsellino, erano interessati alle inchieste che attenevano al rapporto tra criminalità mafiosa, imprese e politica.
Bene, io vi ho portato qui un piccolo florilegio di ciò che la stampa ha detto in quel periodo.
In quel periodo, da febbraio 1992 fino a maggio, quando c’è la strage di Falcone e della sua scorta, fino poi a luglio, l’inchiesta Mani Pulite è un’inchiesta che si allarga a macchia d’olio e si allarga a tal punto che noi eravamo già arrivati a quelle stesse persone che commettevano quei reati in concorso con i mafiosi in Sicilia.
Noi non eravamo arrivati ancora a capirlo perché non ce lo dicevano, ma evidentemente chi leggeva tutti i giorni se ne rendeva conto. Soprattutto, e qui lo riconfermo, se ne resero conto Falcone e Borsellino. Falcone, da responsabile del Dipartimento della giustizia, con me interloquì più volte anche al telefono. Andai a Roma per delle rogatorie e lui aveva molto interesse a seguire ciò che stavamo facendo a Milano.
Io ho preso atto adesso, leggendo le varie istruttorie nei vari processi, che Borsellino ne era interessato moltissimo. E lo confermo.
Ho preso atto che addirittura il 14 luglio, una settimana prima di essere ucciso, ha fatto una riunione apposta per cercare di capirne qualcosa in più. Ma io vi confermo che Borsellino, che avevo incontrato a Roma, con il quale avevo parlato al telefono, con il quale ho riparlato il giorno del funerale di Falcone, seppure in fretta, aveva ben presente, perché lo leggeva tutti i giorni sui giornali e perché conosceva i rapporti che aveva ricevuto nel frattempo, sapeva che stavamo parlando della stessa cosa. Vi consegno questa rassegna stampa per farvi capire come in realtà l’interesse di questi due giudici a seguire e a consigliarmi su come andare avanti nell’inchiesta Mani Pulite era evidente.
Io non conoscevo il rapporto del ROS, ma loro lo conoscevano e soprattutto vedevano tutti i giorni sui giornali gli stessi nomi su cui io stavo indagando.
La nostra più grossa amarezza, in termini di indagine, è stata nel fatto che è vero che avevamo scoperto nella tangente Enimont 150 miliardi di lire di tangenti, ma è vero che una novantina finirono nello IOR e non si riuscì a capire che fine avevano fatto.
Vi consegno, fatto peraltro in dibattimento, il confronto Sama-Bisignani da cui risulta la prova che 93 miliardi sono andati a finire allo IOR, che non ha risposto né a noi né al tribunale che aveva fatto una rogatoria. Questo fa capire come si prega di giorno e si «frega» di sera, scusate il termine alla «dipietrese».
Ve lo consegno, è un verbale di confronto Sama-Bisignani del 2 febbraio 1994 reso davanti al collegio del tribunale nell’udienza pubblica.
Vi consegno ancora un altro documento perché ne ho parlato l’altra volta. Ho detto: «Guardate che nella tangente Enimont per noi era fondamentale capire dove erano arrivati quei soldi» e ce lo doveva dire Gardini, poi se volete parliamo anche di questo. Era fondamentale perché? Perché certamente avevamo acquisito qualcosa di importante. Avevamo acquisito che una parte di quella tangente per 5 miliardi di lire erano andati a finire in mano a Cirino Pomicino, ma costui aveva consegnato un miliardo e mezzo a Lima perché rappresentava… Perché rappresentava Lima, non mi fate dire altro. Lima chi rappresentava? Magari rappresentava Andreotti. Rappresentava Lima sul territorio, bastava e avanzava.
Vi sto ripetendo questo perché vi consegno la relazione – non è firmata perché stava nel mio computer, ma mi assumo la responsabilità, perché porta il nome e tutti gli estremi – che la Guardia di finanza mi fece con riferimento ai numeri dei CCT che incassò Cirino Pomicino, che cercammo di decodificare per capire chi furono i beneficiari. In questa relazione troverete chi furono i beneficiari, ma ciò che credo possa interessare a voi è che troverete anche la prova, se è vero come è vero, che questi soldi venivano usati tutti per fare attività politica o anche magari per altro, questo è scritto nella relazione.
Quel che mi interessa però farvi rilevare è un’altra cosa ed è che c’è l’elenco dei titoli di Stato che erano rimasti in mano a Lima. Questi titoli di Stato fino a quando sono stato sentito io a Caltanissetta non venivano ancora incassati. Io non lo so se Palermo abbia capito o meno, ma sarebbe interessante sapere Lima a sua volta… questi sono un blocco di otto gruppi di CCT per un totale di un miliardo e mezzo circa, sarebbe interessante sapere chi li ha incassati. I numeri ci sono, adesso li avranno incassati, tanto è tutto prescritto, sarebbe interessante conoscere i nomi. Io ve lo consegno perché non posso più indagare.
Qui si è discusso tanto su se Borsellino sapesse o meno cosa stava succedendo. C’è una delega di indagine del ROS dei carabinieri di Caltanissetta che, rispondendo alla procura di Caltanissetta, trasmette un verbale di interrogatorio – così viene chiamato e quindi così lo riporto, io questo l’ho acquisito nel fascicolo processuale – del PM Fabio Salamone del 24 luglio 1996.
Questo lo produco perché Fabio Salamone riferisce di quell’incontro che ha avuto con Borsellino poco prima che Borsellino venisse ucciso.
Ricordate, il PM Fabio Salamone è il fratello di quel Filippo Salamone che aveva preso in mano la gestione dei rapporti fra mafia, politica e affari e lui rappresentava il referente affari-mafia nel territorio.
Quel Filippo Salamone a cui venne concesso inizialmente il patteggiamento per articolo 416 c.p., ritenendo che fosse uno dei tanti imprenditori e non colui invece che era il mediatore e quindi corresponsabile di tipo articolo 416-bis c.p. Mi sembra, ma non vorrei sbagliare, che nel 1996-1997 fu proprio il collega Scarpinato tra i magistrati che individuarono in Salamone Filippo anche una corresponsabilità di tipo mafioso.
Mi interessa consegnarvi questo perché Fabio Salamone alla domanda: «Lei aveva capito qualcosa di suo fratello, chi era, chi non era?» Fabio Salamone è quel magistrato che stava ad Agrigento dove operava anche il fratello Filippo Salamone, quel Filippo Salamone che abbiamo capito essere referente fra mafia e appalti, quel giudice istruttore di cui all’epoca avevano fatto una nota di protesta i colleghi della procura dicendo: «Come facciamo a chiedere le misure, a chiedere provvedimenti nei confronti di costui, quando egli si trova in una situazione delicata anche nel suo interesse?».
Dice Salamone: «Beh, certo, la gravità come si fa a dirlo, nel senso che ero un imprenditore. Se devo fare lo struzzo faccio lo struzzo, ma è chiaro che, nel momento in cui emergevano le modalità con le quali in Italia, credo dalle Alpi al Mediterraneo, l’attività di impresa e i rapporti con la politica avevano un certo tipo di sviluppo, evidentemente è chiaro che, anche se con non molta conoscenza dell’attività vera e propria, con tutti i particolari, anche mio fratello potesse incappare in qualcosa del genere».
Con questo voglio dire che evidentemente, nel momento in cui Fabio Salamone ammette che è andato nell’ufficio del dottor Borsellino e da lì si è sentito dire: «Vai via, vai via, vai via», lui riferisce che nell’ufficio ci è andato e che è a conoscenza della situazione. Io credo che quell’incontro non sia stato per prendere un caffè, perché altrimenti Borsellino non gli avrebbe detto: «Vai via, vai via, vai via».
Questo l’ho riferito per dire come Borsellino era talmente al corrente di che cosa si stava facendo in quel momento da essere addirittura un punto di riferimento per quei giovani magistrati che si trovavano in imbarazzo e che chiedevano consiglio a lui, quindi è in senso positivo che io parli in questo momento di Fabio Salamone.
Io mi fermerei qui per rispondere alle domande dei commissari.
PRESIDENTE. Grazie. Ho diversi iscritti a parlare, inizio io, dottor Di Pietro.
Rispetto a quanto già ci ha riportato, ma soprattutto pensando alla sua famosa intervista a L’Espresso, lei ci spiega che Gardini si suicida, e questo ce lo ha detto anche la scorsa volta, perché sa che quella mattina «venendo da» – dice lei – «doveva fare il nome di Salvo Lima che aveva ricevuto una parte della tangente Enimont e io avrei potuto avere elementi sufficienti per chiedere al Parlamento di arrestare Andreotti».
Lei ha detto che sono stati individuati i destinatari solo di una parte della maxi tangente Enimont e ha aggiunto che una tranche di questa in CCT aveva come probabile destinatario l’onorevole Lima, ma dalle analisi bancarie e patrimoniali svolte a Palermo nei confronti di Lima non è mai stata rinvenuta traccia di questo pagamento. Può essere preciso e ricordarci che cosa avete scoperto e quali prove avevate raccolto, al punto di aver pensato di arrestare Andreotti?
Con riferimento a quella stessa dichiarazione credo che sia importante per noi sapere se secondo lei Gardini aveva tutto questo timore di fare i riferimenti a Lima ed eventualmente alla corrente in cui lui era inserito. Nella stessa intervista lei dice: «Mani Pulite non l’ho scoperta io, nasce dall’esito dell’inchiesta del Maxi Processo, quando Falcone riceve riservatamente da Tommaso Buscetta la notizia che è stato fatto l’accordo tra il gruppo Ferruzzi e la mafia. Lì nasce e Falcone dà l’incarico al ROS».
Falcone e Borsellino le hanno detto qualcosa in merito a quel dossier e alle dichiarazioni di Buscetta sui rapporti con il gruppo Ferruzzi e la mafia?
ANTONIO DI PIETRO. Innanzitutto andiamo con ordine. L’intervista è una sintesi, come al solito, quando si fa la sintesi in una parola si raccoglie un concetto molto più ampio.
I pubblici ministeri di per sé non arrestano, in secondo luogo non si arresta men che meno un parlamentare, quindi è chiaro che è una sintesi per dire che potevo arrivare – vi consegno qualche documento per dimostrarlo – anche ad Andreotti. Andiamo con ordine per rispondere alla sua domanda alla quale non voglio sottrarmi, ma voglio arrivarci cammin facendo.
Che Gardini temesse le conseguenze dell’inchiesta Mani Pulite, non di Tangentopoli, non lo dico solo io, lo ha detto anche il suo difensore – consegno un’intervista del 23 luglio, l’ultima, ma ne potrei consegnare un pacco – che dice esattamente :«Raul Gardini si è ucciso per tutelare la famiglia da Tangentopoli».Quindi che ci sia uno stretto rapporto non è una mia deduzione, è anche un’affermazione del legale di famiglia che produco.
Al di là di una dichiarazione di solidarietà che io esprimo a un avvocato a cui va veramente tutta la mia ammirazione per come è stato all’altezza di gestire la difesa degli indagati durante l’inchiesta Mani Pulite, la vicenda Gardini è la vicenda più dolorosa che io abbia vissuto come pubblico ministero.
È una vicenda che, se si fosse risolta nel modo in cui era stato previsto, probabilmente io non avrei avuto bisogno di dimettermi, probabilmente l’inchiesta avrebbe creato un’altra storia, probabilmente avremmo scoperto un altro Paese.
Gardini paga quella tangente con il closing. Closing vuol dire che scinde l’ENI da Montedison, ma prima di scindersi si sono fuse, quindi c’è tutta una storia che nasce intorno all’affare più grosso di tutti quegli anni, da una parte.
Quando Gardini viene raggiunto da una misura cautelare che l’autorità giudiziaria di Milano gli fa su mia richiesta, diventa latitante. Gli imprenditori a quell’epoca si dividevano in tre categorie: chi correva da noi prima che glielo dicessimo, chi correva all’estero prima che glielo dicessimo noi, poiché bastava arrestarne uno e loro capivano chi fossero gli altri e qualcuno magari andava in Parlamento e si faceva la legge per non farsi processare. Insomma, queste erano le tre categorie.
Gardini si ritrovò latitante, ma non ce la faceva a restare latitante, perché con tutto ciò che aveva in mano, con la gestione della Ferruzzi, con tutte le imprese che aveva in mano, dopo poco tempo ha cominciato a interloquire – volete chiamarla trattativa? – non con me, ma tramite il suo avvocato. All’avvocato De Luca, stupendo avvocato, si aggiunse anche l’ex procuratore aggiunto della Repubblica di Milano che intant era diventato avvocato e quindi aveva una maggiore conoscenza con me.
Mi venne detto: «Ho capito che stai chiudendo il cerchio sull’inchiesta Enimont, Gardini ha interesse a consegnarsi, ma lui non accetterà mai di venire lì con le manette né di uscire con le manette, vuole venire coi suoi piedi e uscire con i suoi piedi». Io ho risposto: «Sì, ma a una condizione: visto che non me lo dice lo IOR che mi dica chi sono questi».
Quindi rimanemmo idealmente d’accordo così, un gentlemen agreement. Il dottor Landi era l’ex procuratore aggiunto poi diventato avvocato e andato in pensione. Rimanemmo d’accordo che un certo giorno si sarebbe presentato la mattina da me, alle otto, mi avrebbe detto i destinatari, sarebbe venuto con i suoi piedi e se ne sarebbe andato con i suoi piedi.
Il dramma che ha vissuto quella mattina Gardini io me lo immagino, io non sapevo che cosa doveva dire, ma alla luce di quello che ho scoperto dopo, anche con degli interrogatori che vi consegno, lui sapeva che doveva dirmi di tutti i rapporti della Calcestruzzi con il mondo mafioso, tutti i rapporti col mondo Buscemi e soprattutto tutti i destinatari che noi ancora adesso non conosciamo essere stati tutti quelli della tangente Enimont. Lui però doveva dirmelo perché sapeva che questa era la regola che avevamo messo.
Io ricordo che il suo avvocato mi ha chiamato alle otto perché alle otto avevamo l’appuntamento e mi ha detto: «Alle otto e un quarto arriviamo», un quarto d’ora dopo quindi sembrava tutto regolare. Prendere Gardini per me era chiudere il cerchio, siamo nel 1993, nel 1992 è successo quello che è successo, ma nel 1993 ormai avevamo capito tutto di tutti, avevo una serie di verbali in cui Lima veniva già molto evidenziato, sapevo già di tutta la vicenda dei soldi che Lima aveva preso, quindi per me era uno snodo fondamentale quella direttrici d’inchiesta. Pure Gardini sapeva che questo era quello che mi doveva riferire perché ne parlammo anche con i suoi difensori.
In un’ottica di questo genere io pensai che, siccome lui era latitante all’estero, siccome doveva venire in Italia, sarebbe andato a casa Belgioioso o in Emilia-Romagna o a Roma e feci mettere Carabinieri, Polizia e Guardia di finanza nelle tre case durante la notte, raccomandandomi di non toccarlo quando sarebbe arrivato, ma di prenderlo nel caso ci avesse ripensato perché non potevo farmelo scappare. Se non che la mattina, evidentemente, lui ha visto i Carabinieri, non ce l’ha fatta più, insomma a mio avviso è stato un suicidio d’istinto, di disperazione, di rabbia, non voleva quell’umiliazione, ha avuto timore, non lo so.
So soltanto che dopo quel suicidio non abbiamo saputo più nulla, né della fine di quei 93 miliardi di lire perché io mi dovetti dimettere l’anno dopo, non abbiamo saputo più nulla neanche di quell’altra parte di inchiesta con cui avevamo accertato l’arrivo fino al portone di Botteghe Oscure, dove era andato lui direttamente, non era andato con un miliardo di lire attraverso Sama, questo ci risultava negli atti.
Parlo di tutto questo perché io ho sempre detto il pentapartito, siamo già nel 1993, ormai l’inchiesta è fatta di migliaia di riscontri, centinaia e centinaia di interrogatori, ammissioni a non finire, ma c’era una caratteristica che si è poco focalizzata. Molti degli imprenditori, o comunque di coloro che ammettevano i fatti, riferivano che si era creato questo sistema di dazione ambientale per cui in relazione alla spartizione degli appalti si doveva accontentare il pentapartito, quindi c’era sia una specie di finanziamento illecito al pentapartito sia soldi che andavano personalmente a esponenti del pentapartito, c’era una situazione di finanziamento orizzontale sul pentapartito. In realtà molti – io ho portato una piccola sintesi, ma saranno una ventina di interrogatori – dicono: «Guardate che bisogna pagare quello della DC, del PSI, eccetera e poi la corrente andreottiana», cioè il partito nel partito. Lo stesso imprenditore per lo stesso appalto doveva dare un tot di soldi a Citaristi… Tra parentesi, io ho fatto settantadue avvisi di garanzia a Citaristi, non so quanti anni ha avuto, non gli ho trovato un solo caffè preso per conto suo, tant’è vero che sono andato pure al suo funerale, faceva illecito finanziamento in quanto segretario amministrativo, ma non gli ho trovato un euro. Invece, quando sento dire che Bettino Craxi, tanto per fare i nomi, è stato condannato perché non poteva non sapere o cose del genere, io ricordo il conto corrente Northern Holding, ricordo il conto corrente Constellation Financiere che aveva in Svizzera e che gestiva il suo amico d’infanzia, Giorgio Tradati, quei soldi non sono andati a finire nel partito, ancora oggi non si sa chi li ha presi perché, tramite la contessa Vacca Agusta e il suo compagno, Maurizio Raggio, non si sa dove siano andati a finire. Dove siano andati a finire non lo so. Quello non c’entrava niente col finanziamento pubblico ai partiti, quelli li prendeva lui a piazza Duomo, glieli portavano a piazza Duomo e li riceveva la sua segretaria Marinella. Intestategli le strade, statista ed esule, però per me resta una persona che non ha preso i soldi solo per finanziamento pubblico ai partiti, me ne assumo la responsabilità, ha preso i soldi anche per sé. Citaristi no.
Ritornando a ciò che stavo dicendo prima, io vi consegno qui un blocco di una ventina di interrogatori con tanto di richiami. Apro a caso, questo che parla, per esempio, è Cragnotti: «I problemi insorsero allorquando il Governo non provvide ad adottare i provvedimenti concernenti gli sgravi fiscali, ma ci sentimmo tutti relativamente tranquilli perché avevamo avuto la parola di un intervento legislativo ad hoc sia del Presidente del Consiglio De Mita che da una parte di numerosi ministri. La situazione si modificò allorché cadde De Mita e subentrò a capo il governo Andreotti» dopodiché dice: «A un certo punto ci decidemmo a parlare».
Nessuno dice: «Ho dato un euro ad Andreotti», nessuno lo dice. Ecco perché io l’altra volta vi ho detto: «Guardate che c’è un livello di chi la gira, ma non la tocca», coloro cioè che non troverete mai con un euro in mano. È possibile che quella corrente ha una tale potenza che prende i soldi per sé e gestisce il suo sistema di finanziamento addirittura autonomamente dal partito?
Allora io mi ero posto questo problema. All’epoca stavo indagando proprio su questa corrente quando mi è arrivato tutto quel che mi è arrivato addosso. I referenti su cui stavo indagando erano Lima – e qui ci sono gli estremi – Pomicino – si arrabbierà ancora una volta – Ciarrapico e così via.
Dico questo perché nell’inchiesta Mani Pulite il mio obiettivo, sapendo che prima o poi sarei stato fermato in un modo o nell’altro, ricordatevi che all’epoca io ero uno di quelli che pure doveva essere fatto fuori. Sapendo che prima o poi sarei stato fermato, sapendo della delegittimazione che stavano facendo contro di me, io volevo chiudere il cerchio non tanto su quanti reati ognuno aveva fatto, ma almeno qualche reato che qualcuno aveva fatto fino alla punta finale del sistema. E quella punta finale del sistema incrociava da una parte Gardini, da una parte il gruppo FIAT, da una parte la corrente andreottiana.
Questa è la situazione monca di quell’inchiesta. Ma, ripeto, se poi a qualcuno non basta o qualcuno mette in dubbio io, non sapendo che fare in questi anni, da quando sono tornato in pensione, ho preso la vecchia stalla di mio padre, l’ho trasformata in un magazzino e lì ho centinaia di migliaia e forse qualche milione di pagine a disposizione.
PRESIDENTE. Grazie. Prego, senatore Verini.
WALTER VERINI. Grazie, presidente, grazie anche al dottor Antonio Di Pietro per la sua disponibilità e per la sua esposizione. Ho tre domande molto rapide.
La prima. Lei nella sua precedente esposizione, anche con toni che credo abbiano colpito tutti, ha rievocato i giorni drammatici in cui si dimise dalla magistratura per l’azione di dossieraggio svolta nei suoi confronti. Lei si è fatto un’idea dei reali, concreti responsabili – se posso usare questo termine- mandanti e poi anche esecutori di questa azione?
La seconda. Lei ha fatto riferimenti a rapporti tra Tangentopoli e Mafiopoli, ora le voglio fare una domanda alla luce della sua esperienza, credo che possa essere di utilità per il nostro lavoro.
L’aggressione ai patrimoni è stata fondamentale nel contrastare le mafie che si sono però oggi molto aggiornate, modernizzate, tecnologicizzate, finanziarizzate e globalizzate. Secondo lei l’attualità di aggredire patrimoni e risorse è ancora valida? Come dovrebbe essere intensificata e anche aggiornata davanti ai cambiamenti delle mafie che non sono più quelle di venti, trent’anni fa.
Lei ha parlato molto dei rapporti che c’erano tra la vostra iniziativa giudiziaria, della procura di Milano, delle vostre numerose inchieste e delle indagini e anche dei rapporti che aveva con Falcone, con Borsellino, scambi magari a volte più fugaci, poi dei rapporti legati al periodo della permanenza di Falcone al Ministero. Lei poi ha detto che dopo, quando il procuratore a Palermo era Caselli e a Milano c’eravate voi e Borrelli – se non ricordo male la frase – «quando abbiamo iniziato a coordinarci tra Milano e Palermo, grazie agli eccellenti rapporti tra Caselli e Borrelli, non abbiamo dovuto imboccare Palermo, sulla pista appalti erano avanti, ci stavano già lavorando», soltanto per riprendere un passaggio della sua esposizione.
Siccome anche da audizioni precedenti era sembrato che, dopo gli assassinii di Falcone e di Borsellino, la questione si fosse fermata, la domanda è: mi conferma che invece anche dopo quei due attentati l’iniziativa della procura di Palermo e di altre procure siciliane andarono avanti in maniera molto forte su queste piste che avevano evidenti connessioni politiche, non solo tra aziende, gruppi e mafie?
ANTONIO DI PIETRO. Rispondo cominciando dall’ultima perché credo che sia quella più di attualità per l’ordine del giorno.
Io durante l’inchiesta Mani Pulite ricevetti collaborazione tecnica, nel senso di consigli e anche rimproveri soprattutto con riferimento alle rogatorie, da Giovanni Falcone.
Ebbi modo di confrontarmi con loro su cosa stavo facendo io a Milano e loro ne erano molto interessati, ma loro non mi hanno mai riferito di ciò che sapevano o che volevano fare a Palermo.
Me ne ha riferito Borsellino dopo la morte di Falcone, quando appunto si concentrò con me e disse: «Dobbiamo fare presto, dobbiamo fare presto, dobbiamo andare di corsa».
Invece la cosa che più mi sollecitava a fare Falcone era di andare a cercare il denaro e di dividere le rogatorie: ogni rogatoria per ciascun fatto e ciascun personaggio, chiedendo alle competenti autorità non tanto elementi di riscontro di tipo soggettivo, ma tecnicamente il bonifico bancario.
Dopo le stragi io non ho interloquito più con nessuno e non so cosa ha fatto la procura di Palermo in quel periodo. Quando venne da me l’allora capitano De Donno – il cui nome ricordo ora, ma che trovate scritto nel verbale; non lo ricordavo quando venni sentito vent’anni dopo dall’autorità giudiziaria, ma dissi che era scritto nel verbale, quindi confermo il capitano De Donno – e andai a parlare con Li Pera questi mi fece presente che avevano questa difficoltà, ma era una difficoltà di Li Pera a parlare con Palermo o di Palermo a parlare con Li Pera?
Questa è una questione in cui non posso entrare perché non c’ero, so soltanto che ho verbalizzato quel che mi ha detto Li Pera. So soltanto che, dopo che Li Pera mi ha detto questo, ho accentuato le mie indagini su quel filone, con particolare riferimento a Filippo Salamone per ciò che riguarda l’aspetto mafioso e con particolare riferimento alla cosiddetta corrente andreottiana perché faceva riferimento a Lima e a me interessava molto perché, con tutto quello che era successo, era stato ammazzato, c’erano questi collegamenti e l’inchiesta aveva preso ormai un contorno molto importante.
A quel punto, nel dicembre 1992, inizio 1993, Caselli prende le funzioni a Palermo e so per certo che a Palermo Caselli e Borrelli si sono incontrati e si sono parlati perché quando poi ci siamo incontrati come pool parlavano di cose su cui si erano già parlati.
Quando abbiamo avuto l’incontro formale sia in ufficio sia a casa di Borrelli, io personalmente ho avuto modo di constatare che Palermo non dipendeva dalle nostre labbra su quel che dovevano appurare, ma che avevano già acquisito con Caselli o prima, questo non lo posso sapere, ma Caselli ce l’ha riferito. C’erano Caselli, Lo Forte, credo Patronaggio.
Non credo che quel giorno ci fosse Scarpinato, io non me lo ricordavo, ma poi ho visto che faceva di no con la testa, magari ce lo dirà lui. Ci siamo scambiati le prime informazioni, anche guardando i documenti, avevano verbali non so se di Maddaloni, di Lodigiani, quindi stessi verbali che avevamo fatto anche noi, alcuni verbali parlavano delle stesse cose, a tal punto che abbiamo fatto i verbali insieme. Ci sono dei verbali, se volete ve li consegno, in cui c’è scritto: «alla presenza del dottor Di Pietro e del dottor Lo Forte» piuttosto che Patronaggio, c’erano verbali fatti insieme. Vi posso assicurare che io ho la prova, ce l’ho davanti agli occhi quell’incontro perché io ero quello che non voleva fare quella collaborazione, volevo farlo io e quindi lo so bene, ma chi si permetteva di dire di no a Borrelli con tutto quello che faceva per noi e poi per il rispetto e la stima che avevamo per Caselli erano enormi. Vi posso assicurare che loro avevano una conoscenza già molto approfondita del fenomeno.
I patrimoni. C’è poco da fare, se vogliamo scoprire la corruzione è inutile girarci intorno, i soldi o te lo dice chi li dà o te lo dice chi li prende, non li vedi, allora o te lo devi fare dire da chi li dà o te lo devi fare dire da chi li prende. Siccome è come un matrimonio, ma d’interesse, tu devi rompere l’interesse.
Per rompere l’interesse a un imprenditore non devi andare appresso alla moglie, devi andare appresso ai soldi che ha l’imprenditore, appresso ai bilanci che fa.
Per recuperare i soldi deve fare dei falsi in bilancio, quindi allora come ora, non parole mie, ma parole che Falcone ebbe a dirmi anche nel rimproverarmi quando ho sbagliato a fare la rogatoria: «Devi cercare i soldi, solo cercando i soldi, cioè la provvista, riesci a fare quegli altri tre passaggi». I tre passaggi che, mi ricordo, spiegò bene: «Conto di mezzo, conto di provenienza e conto di destinazione, tu devi individuare il conto di mezzo perché dal conto di mezzo vai di qua e vai di là».
Certo, allora l’indagine si faceva in un modo e adesso si fa in un altro, ma questo è un altro discorso. Quando facevo il poliziotto facevo i pedinamenti, ora coi pedinamenti che ci faccio se questi usano tutti il telefono? È chiaro che l’indagine va fatta in un altro modo, anche l’indagine bancaria deve essere fatta in un altro modo.
Da ultimo, in merito alla sua domanda sul dossieraggio nei miei confronti, io ho depositato tre documenti fondamentali: le due sentenze sulle attività di dossieraggio fatte nei miei confronti sono state azzerate da sentenze di proscioglimento in udienza preliminare, quindi senza processo, a Brescia, in ciò dimostrando che quelle accuse che rivolgevano nei miei confronti erano frutto di affermazioni false.
Le attività di dossieraggio i cui processi si sono svolti nel 1995 erano già state strutturate sin dal 1992 e poi nel 1993. Di come sono state strutturate e da chi è scritto nelle due relazioni al Copasir che vi ho consegnato l’altro giorno, dove ci sono esattamente i nomi di chi li ha organizzati all’interno del SISDE. Quindi ci sono nomi e cognomi che fanno riferimento a questi soggetti.
Chi era il mandante? Sta scritto lì e lo ripeto qua: Bettino Craxi.
Con riferimento, invece, a questo dossieraggio che rimase lì e non usò nessuno, venne assemblato da un soggetto apparentemente anonimo e venne consegnato il 22 novembre 1994. Vi ricordate che cosa è successo il 22 novembre 1994?
Non era il giorno prima o il giorno dopo dell’avviso di garanzia a Berlusconi?
Venne consegnato in una busta nella casella di posta privata della casa di Dinacci che era l’ispettore capo del Ministero di grazia e giustizia. È chiaro? Una busta. Di quella busta l’ispettore capo non ne fece alcun uso, se la tenne nel cassetto, salvo poi farla distruggere appunto perché era anonima.
Questa busta gli arrivò a settembre o ottobre, gli arrivò già un mese prima.
Due o tre giorni prima di questo avviso, si presentò spontaneamente – ditemi voi che siete magistrati se vi è mai capitata una cosa del genere – all’ufficio dell’ispettorato del Ministero di grazia e giustizia, cioè quell’ufficio che controlla i comportamenti dei magistrati, e venne ricevuto immediatamente tal Giancarlo Gorrini con un dossieraggio che era la fotocopia di quello che proveniva da quel che aveva fatto raccogliere Craxi, che a suo tempo era andata a finire in forma anonima nella cassetta di casa di Dinacci. Si presentò spontaneamente questo signore e raccontò una serie di cose.
Di quelle cose che raccontò io ne venni a conoscenza sin dal 22, cioè ne venni a conoscenza il giorno dopo praticamente, il giorno prima o il giorno dopo dell’avviso di garanzia a Berlusconi, e capii che ormai intorno a me il cerchio si era chiuso.
Nessuno mi ha detto: «Dimettiti», nessuno mi ha costretto a dimettermi, ma io ho capito che non potevo mai riuscire a difendermi rimanendo all’interno della mia attività processuale come pubblico ministero, perché le accuse che venivano fatte nei miei confronti erano esattamente accuse su cui io stavo indagando, addirittura insieme a persone che io avevo indagato oltre che arrestato, quindi mi sono trovato in una situazione estremamente imbarazzante.
In quel periodo, in quei giorni, in quei mesi, in quelle settimane c’era già un’ispezione ministeriale, la 1294/92, che venne fatta nei confronti di tutto il pool e anche nei confronti dell’autorità giudiziaria. Venne disposta dall’allora Ministro su sollecitazione dell’allora procuratore generale Catelani.
Questa ispezione fu fatta molto bene, con competenza, con trasparenza dagli ispettori, e chiusero – con mille pagine e passa che posso consegnare se volete – dicendo che i nostri comportamenti erano stati cristallini. Sostanzialmente ci accusavano che arrestavamo per farli confessare, ci accusavano di falso, ci accusavano di abusi, ci accusavano di tutto quello che ci accusavano. Anzi, ci accusavano di quel che vi consegno con una rassegna stampa.
Perché la cosa che più mi deprime in questo momento è che io ho rassegna stampa del 1992, del 1993, del 1994, ma rassegna stampa del 2023 in cui ancora oggi si dice che noi volevamo fare un colpo di Stato. Io ve la consegno questa rassegna stampa perché è la mia amarezza.
Quando le prime volte ci hanno accusato di aver fatto un colpo di Stato noi subimmo un’ispezione ministeriale in cui venne archiviato il fatto. Quando poi venne ripetuto ufficialmente, il sistema di informazione che l’ha ripetuto e che abbiamo denunciato è stato condannato a risarcire i danni, perché è una falsità affermare che noi volevamo fare un colpo di Stato.
L’anno scorso ho provato a rifare una causa a chi ha detto le stesse cose, è stato dichiarato che è diritto di critica. Io ho pieno rispetto del diritto di critica, ma la critica ha un fondo da cui non si può prescindere: il fatto deve essere vero.
Noi non abbiamo fatto quel processo per ribaltare la classe politica della prima Repubblica, noi abbiamo fatto quel processo perché c’erano delle persone che prendevano i soldi per truccare degli appalti e delle persone che davano dei soldi per truccare degli appalti. La colpa quindi non è di Mani Pulite che ha fatto l’inchiesta, ma di Tangentopoli che ha rubato.
Detto questo concludo perché devo completare la domanda sul dossieraggio. Rispetto a quel dossieraggio è nata un’ispezione riservatissima che non era più la 1294/92 che riguardava tutto il pool, ma la 1296/92 riservata che riguardava solo me e di cui sono stato messo estremamente a conoscenza.
Io mi sono dimesso il 6 dicembre, il 7 dicembre è stato archiviato. Perché io non mi sono dimesso il 7 dicembre, lo ricordate? Il 7 dicembre mi sono messo in aspettativa, mi sono dimesso ad aprile, ero ancora magistrato. Pur essendo ancora magistrato, il 7 dicembre, dopo le mie dimissioni, è stato archiviato e credo che sia stata anche distrutta, questa è la situazione.
Gorrini – un imprenditore di assicurazione, credo che non sapesse neanche che esistesse l’istituto dell’ispettorato – chi l’ha portato? Chi gli ha indicato la strada? Chi l’ha ricevuto immediatamente? Certamente l’ha ricevuto Dinacci, ma chi ce l’ha portato? Attraverso la sentenza numero 65/97 del tribunale di Brescia che ho depositato, di cui all’allegato numero 13, voi trovate il nome e cognome. Il nome e cognome che esce fuori è che è stato portato da Paolo Berlusconi.
Le ho risposto a sufficienza? È stato mandato, scusi, non portato, gli è stato indicato.
PRESIDENTE. Grazie. Vedo il senatore Scarpinato e quindi gli do la parola. Ricordo soltanto che avremmo stabilito di chiudere alle 13.30, questo lo dico per cercare di stare nei tempi. Prego, senatore.
ROBERTO MARIA FERDINANDO SCARPINATO(intervento da remoto). La prima domanda è questa. Il senatore Di Pietro ha parlato dell’interrogatorio di Li Pera del 12 novembre del 1992, nel corso del quale Li Pera gli parlò del ruolo dei mafiosi nella Tangentopoli siciliana. Chiedo a Di Pietro se gli risulta che Li Pera era stato arrestato per reato di mafia da Palermo nel giugno del 1991 e interrogato dalla procura di Palermo negò il ruolo dei mafiosi nella Tangentopoli, interrogato successivamente dalla procura di Catania nel giugno e nel luglio del 1992 continuò a negare il ruolo dei mafiosi e che soltanto dinanzi a Di Pietro cominciò a rivelare il ruolo dei mafiosi. E se gli risulta che questo interrogatorio fu recepito dalla procura di Palermo e consentì anche di fare un mandato di cattura nel marzo del 1993 nei confronti di Lodigiani, di Rizzani de Eccher e altri.
La seconda domanda è su Filippo Salamone, se può ritornare sulla figura di questo personaggio, può spiegare perché nella scorsa audizione ha detto che il ROS aveva cannato su Filippo Salamone, se gli risulta che nell’informativa del febbraio del 1991 Salamone non era indicato come personaggio di interesse investigativo.
La terza domanda è a proposito di Martelli che chiamò Falcone al Ministero della giustizia e fu costretto a dare le dimissioni a seguito delle rivelazioni sul Conto protezione.
Se gli risulta che Martelli ha dichiarato che prima di quelle dimissioni ricevette messaggi intimidatori da parte degli uomini della P2. Se gli risulta che Martelli fu incriminato perché, dopo Larini, Licio Gelli si presentò alla procura e incrociò le dichiarazioni di Larini. Se gli risulta che dopo le dimissioni la Falange Armata fece un comunicato dicendo che Martelli era fortunato perché per lui non era stata necessaria l’eliminazione fisica, ma era stata sufficiente l’eliminazione politica.
ANTONIO DI PIETRO. Buongiorno, ex collega Scarpinato.
Andiamo con ordine, quel che mi ha detto esattamente Li Pera l’ho riportato esattamente nel verbale. In quel verbale egli mi ha precisato innanzitutto, perché la prima cosa che gli ho chiesto è proprio stato: «Che ci fai in galera?» e lui mi ha precisato… Glielo leggo. «L’ufficio fa presente a Li Pera che è suo diritto rispondere» e al riguardo Li Pera dichiara: «Intendo rispondere e dichiarare spontaneamente quanto segue». Così mi dichiara e così l’ho riportato: «Sono stato arrestato il 10 luglio 1991 dall’autorità giudiziaria di Palermo per 416-bis c.p. ed attualmente sono a disposizione della quinta sezione del tribunale di Palermo ove si sta svolgendo il processo anche a mio carico».
Quindi io non so se voi l’avevate arrestato per 416 o 416-bis, so per certo che a me ha riferito i fatti che ho riportato.
Ribadisco, non ho letto mai il rapporto 892, mi pare che si chiami, del ROS del 1991. Dell’esistenza di quel rapporto sono venuto a saperlo dopo, del fatto che il ROS stava indagando sul fenomeno mafia-appalti, quando De Donno è venuto a dirmi: «Sentilo perché ha da dire delle cose con riferimento a ditte di cui lui ha letto sui giornali e su cui tu stai procedendo».
Non ho mai letto quel rapporto e quindi non conosco il contenuto. Certamente io ho sentito parlare la prima volta di Filippo Salamone quando me ne ha parlato Li Pera. Non so se nel rapporto del 1991 del ROS ci fosse perché non l’ho letto.
Questa è una cosa che mi ha richiesto l’onorevole Scarpinato e a cui va data una risposta.
Nelle indagini successivamente svolte si accertò che in quel rapporto del ROS un personaggio chiave era un certo S. Questa S veniva dalle intercettazioni telefoniche, per intenderci. Questa S fu identificata all’epoca dal ROS in Siino. Successivamente accertammo (anche grazie a quanto detto da Li Pera) che anche il ROS aveva cannato, nel senso che S non stava per Siino ma stava per Salamone. Quindi su questo confermo quanto appena fatto presente al dottor Scarpinato.
Così come confermo che quando noi ci coordinammo, la procura di Milano con la procura di Palermo, prendemmo atto che Palermo aveva in mano già anch’essa degli interrogatori e degli atti istruttori svolti nei confronti di soggetti su cui avevamo proceduto anche noi, tra cui anche Lodigiani, tra cui anche Panzavolta, Canepa e altri ancora.
PRESIDENTE. Grazie. Prego, senatore Sallemi.
SALVATORE SALLEMI. Grazie, presidente. Buongiorno, dottor Di Pietro.
Sempre su Filippo Salamone. In audizione in commissione regionale siciliana antimafia lei affermò: «Io torno a ripetere che voi vedete in Contrada la chiave di lettura, io credo che la chiave di lettura sia Filippo Salamone». Può spiegare come e perché giunge a questa conclusione?
Un’altra domanda sempre in riferimento all’audizione del processo Borsellino ter del 21 aprile 1999, lei raccontò di aver predisposto nella primavera del 1993 una richiesta di misuracautelare per Filippo Salamone a cui non diede seguito. Può dirci per quali reati, in quale contesto e perché poi si fermò?
Grazie, dottore.
ANTONIO DI PIETRO. Non mi fermai, anzi. Accadde nella primavera del 1993, con l’arrivo di Caselli, che nel coordinamento delle indagini quel tipo di indagini spettava alla procura di Palermo, per cui oltre al coordinamento delle indagini decidemmo anche di comune accordo come procedere. Cioè, vale a dire che la competenza territoriale spettava a Palermo, io fino a quando non era arrivato Caselli avevo continuato a svolgere indagini con riferimento alle dichiarazioni di Li Pera, ma non solo quella, in quel periodo stavo svolgendo tantissime indagini.
Un filone di quell’indagine riguardava proprio questo aspetto e lo riguardava perché stavamo procedendo sulla tangente Enimont, stavamo procedendo sulla Calcestruzzi, stavamo procedendo sulla Ferruzzi, stavamo procedendo su quei rapporti che aveva segnalato Li Pera, quindi anche quella. Io credo di avere ancora la bozza che avevo predisposto, ma siccome era soltanto una bozza informale l’ho tenuta per me, però il capo di imputazione ce l’ho ancora.
È arrivato Caselli con il pool, Borrelli ci ha detto: «Collaboriamo». Ci siamo trovati molto bene a collaborare. Io vorrei ribadire che non c’è stato alcun conflitto, ma io chiedo a Scarpinato di fare da testimone a questo punto, non c’è stato alcun conflitto, abbiamo lavorato bene.
Quando io acquisivo delle informazioni attraverso gli interrogatori le trasferivo a Palermo proprio perché si era verificata questa situazione. Ripeto, Scarpinato lo sa bene.
PIETRO PITTALIS(intervento da remoto). Scusi, dottor Di Pietro, questi riferimenti…
PRESIDENTE. Onorevole Pittalis, non si può interrompere l’audito, lei lo sa. Mi chiede la parola e io la faccio parlare, la prego. Grazie.
PIETRO PITTALIS(intervento da remoto). Non è un’aula di tribunale, scusi.
PRESIDENTE. No, infatti sta rispondendo a una domanda, poi lei chiede di parlare e io le do la parola. Grazie, onorevole. Prego.
ANTONIO DI PIETRO. Non ho capito dove ho sbagliato, però se ho sbagliato chiedo scusa.
Torno a ripetere, noi ci trovavamo bene a lavorare insieme.
Voi mettetevi nella situazione ambientale del 1993. Il 1993 fu un anno d’oro di quell’inchiesta perché scoprimmo i fatti che coinvolgevano tutta Italia, quindi non arrivò soltanto Palermo con cui c’era un rapporto di reciproca fiducia, non arrivò solo Torino con cui c’era un rapporto di reciproca fiducia, arrivavano un mare di richieste da tante altre procure.
La mia preoccupazione era che se questa indagine, basata tutta sul cosiddetto fascicolo virtuale, cioè su questa massa di informazioni che dall’85 stavo mettendo in piedi, si fosse smembrata in tante autorità giudiziarie, sarebbero venuti a mancare il filo logico e il filo unico del sistema su cui stavamo mettendo le mani. Ecco perché io ero sostanzialmente restio, ma non lo ero con Palermo. Con riferimento alla vicenda Filippo Salamone se ne occupò eccome la procura di Palermo dopo che noi mandammo le carte, perché mi risulta che poi l’ha pure arrestato, mi risulta che ha pure proceduto. Con riferimento poi all’altra domanda che mi era stata fatta su Martelli, io non conosco la vicenda perché non vi ho partecipato direttamente…
SALVATORE SALLEMI. La domanda su Martelli gliel’ha fatta Scarpinato. Io le ho fatto la domanda con riferimento alla sua dichiarazione su Contrada in commissione antimafia regionale siciliana.
ANTONIO DI PIETRO. Contrada è un personaggio che non conoscevo, salvo che mi ha fatto passare i guai perché mi sono ritrovato una volta a una cena natalizia organizzata dai carabinieri, in cui ci fecero una foto e poi scoprii che nella foto, allo stesso tavolo, c’era lui, c’era uno dei servizi americani, qualcosa del genere. Insomma, da quella foto allo stesso tavolo scaturì che io forse ero un agente della CIA. Mi prosciolsero solo perché riuscii a dimostrare che non sapevo parlare inglese, altrimenti sarei stato condannato per essere un agente della CIA.
PRESIDENTE. La domanda era se poteva spiegarci la conclusione a cui lei è giunto, cioè che la chiave di lettura non fosse Contrada, ma Salamone.
ANTONIO DI PIETRO. Per un motivo molto semplice, perché tutte le indagini ci portavano a Salamone come l’imprenditore che aveva stabilito un accordo con il gruppo Ferruzzi tramite Calcestruzzi, era uno dei modi per arrivare a quel famoso canale di come e perché il gruppo Ferruzzi, Gardini in particolare, voleva inserirsi all’interno del sistema siciliano. È sempre quello, non l’ho detto io, credo che anche altre persone sentite qui l’abbiano detto, ma io lo so perché tra di noi se ne parlava.
Perché c’è questo interesse del gruppo Ferruzzi a entrare? Certamente perché della gestione delle cave di marmo ne voleva avere il monopolio; certamente perché il controllo in Sicilia, essendo un controllo più radicato degli appalti, avere il monopolio del controllo degli appalti e quindi mettere una propria ditta all’interno di ogni consorzio era fondamentale.
Presumibilmente, perché poi di fatto anche di questo bisogna tener conto, attraverso un gruppo nazionale di quel livello c’era la possibilità di poter riciclare da parte della mafia tutto quel denaro sporco che altrimenti non avrebbe potuto riciclare, che proveniva da ben altre attività come quello relativo alla droga. Avere quindi questo connubio fra un gruppo di primo livello e un gruppo mafioso e poter «sbiancare» – come si dice – i proventi illeciti era una convenienza per entrambe le parti.
Questa era un’ipotesi di lavoro su cui stavamo lavorando. Però, ripeto, non c’è niente da fare, quando arrivi a certi livelli poi in un modo o nell’altro vieni sempre fermato.
PRESIDENTE. Prego, senatore Sallemi.
SALVATORE SALLEMI. Solo un chiarimento. In riferimento alla richiesta di misura cautelare che lei disse aveva abbozzato, se non ho capito male, ricorda per quali reati nello specifico? Grazie.
ANTONIO DI PIETRO. Ben volentieri. Io non ho mai contestato il 416, né bis né normale, perché avevo messo in piedi questa tecnica investigativa. Giusta o sbagliata era la tecnica investigativa che avevo messo in piedi. Se mi metto a contestare un reato associativo devo fare una mega inchiesta e un mega processo che mi tengono impegnato due anni, quello lo potremo fare dopo con comodo. Perché se c’è un cartello come fai a non dire che non c’è un’associazione? Se c’è un tavolino come fai a non dire che non c’è un’associazione mafiosa?
Però io cosa faccio? C’è questo fascicolo virtuale, c’è questo procedimento contenitore in cui tutti i fatti-reato ci entrano dentro per la cosiddetta connessione probatoria – i miei ex colleghi sanno meglio di me cosa intendo- che è una connessione debole perché rispetto alla connessione territoriale, rispetto ad altri tipi di connessione è molto debole, però è una connessione che ti permette, almeno a livello di indagini, di mantenere il fascicolo unitario. Allora io ho totalmente ignorato il 416 c.p. e ho sempre contestato il 319 c.p. e il 317 c.p., neanche il 323 c.p. perché io sul 323 c.p. sono tranquillo che hanno delle riserve. Io ho sempre pensato che quando uno fa un atto che non doveva fare o fa un atto che deve fare o perché è ignorante e quindi non è reato o perché deve prendere qualcosa, allora io ho sempre lavorato per andare a vedere che prende piuttosto che discutere se ha sbagliato a fare due più due che fa quattro o cinque, tutto qua.
PRESIDENTE. Soltanto per capire, rispetto alla domanda che le ha fatto il senatore Sallemi, lei ha detto che si è lasciato convincere a trasferire gli atti a Palermo.
ANTONIO DI PIETRO. No, mi sono lasciato convincere da Borrelli, non da loro. Mi sono lasciato convincere innanzitutto perché la competenza territoriale era loro, quindi se avessi fatto opposizione avrebbe voluto dire che saremmo dovuti arrivare tecnicamente alla Corte di cassazione che ci avrebbe dato torto marcio perché la competenza era loro. Ma non si è posto il problema, perché una cosa è come stavo impostando io l’inchiesta altra cosa è ubi maior… Ma non è stata una costrizione, è stata una convinzione la mia, ci mancherebbe altro.
In quell’incontro abbiamo avuto un confronto anche molto forte, specialmente io e Ingroia, perché volevamo tenere l’indagine, ma c’era grande stima e grande collaborazione e così è finita.
PRESIDENTE. Quindi non è stato un errore? Oggi con il senno di poi considera un errore aver mandato questa parte a Palermo?
ANTONIO DI PIETRO. Torno a ripetere, non è un errore o una cosa giusta, è quello che la legge prevede. Io non solo ho rispettato la legge, ma l’ho fatto anche con scienza e coscienza, sapendo che mandandolo a Palermo certamente non l’avrei mandato a nascondere. C’era Caselli a Palermo. Sapevo di tutto ciò che c’era stato prima perché anche Li Pera mi aveva detto: «A Palermo non mi danno retta», ma era arrivato Caselli, avevano fatto un pool tipo quello che avevamo fatto noi, ne sapevano quanto noi di come stavano le cose.
PRESIDENTE. Prego, onorevole Ascari.
STEFANIA ASCARI(intervento da remoto). Grazie, presidente. Grazie ovviamente al dottor Di Pietro per la sua presenza e il suo importante contributo.
La mia domanda riguarda il jammer, l’apparecchiatura di sicurezza che disturba le frequenze radio e blocca l’azione dei telecomandi a distanza per gli esplosivi. Durante la sua attività per quanto riguarda il processo Tangentopoli innanzitutto vorrei chiedere se questa apparecchiatura sia stata disposta per la sua sicurezza, qualora ci sia una risposta affermativa chi ha firmato relativamente all’installazione dell’apparecchiatura.
Poiché lei stesso ha detto che Tangentopoli e Mafiopoli sono due aspetti della stessa medaglia e c’erano contatti con i giudici Falcone e Borsellino, vorrei chiederle se lei ha avuto modo di confrontarsi in merito, vista la pericolosità delle indagini a cui stavano lavorando, se avete avuto modo di parlare di questa apparecchiatura di massima sicurezza dal momento che la loro incolumità era in pericolo, se avete avuto modo di confrontarvi anche sul fatto che nel loro caso non è stata disposta questa apparecchiatura di massima sicurezza. Grazie mille.
ANTONIO DI PIETRO. Rispondo velocemente. Nulla so e di nulla mi hanno parlato né Falcone né Borsellino in merito a telecomandi e apparecchiature di sicurezza. So però che dopola strage di via D’Amelio io fui sottoposto a un’attività di massima sicurezza, nel senso che intorno a casa mia, che era una casa isolata, ventiquattro ore su ventiquattro c’erano i carabinieri nei due lati, in modo da coprire i 360 gradi del perimetro. Erano state messe due telecamere che rispondevano direttamente alla questura e quindi in tempo reale tutto ciò che accadeva all’interno di questa casa singola veniva visto dalle telecamere. Avevo i carabinieri o la polizia che si davano i turni. Posso anche dire che quando dovevo andare all’estero per delle rogatorie o per altri motivi, mi era stato fornito un passaporto di copertura in modo che non risultasse da nessuna parte il mio nome. Quindi sono stato protetto e sono soddisfatto della protezione che mi è stata assicurata.
STEFANIA ASCARI(intervento da remoto). Scusi, solo una precisazione. Solo perché venisse messo a verbale. Per la sua sicurezza il bomb jammer è stato applicato?
ANTONIO DI PIETRO. So cosa sia adesso, ma all’epoca non si è posto assolutamente il problema. Il tipo di sicurezza applicato a me è stato di una sicurezza proprio fisica, visiva, nel senso che attorno alla mia casa isolata, in mezzo alla campagna, c’erano i carabinieri e non ci si poteva avvicinare. Ripeto, l’ultima cosa che posso fare è lamentarmi di come sono stato assistito nella sicurezza.
PRESIDENTE. Grazie mille. Senatore Sisler.
SANDRO SISLER(intervento da remoto). Grazie, presidente. Anzitutto volevo ringraziare anch’io il dottor Di Pietro per la disponibilità e mi dispiace non essere lì con voi in presenza, anche perché non è certo noioso ascoltare il dottor Di Pietro che peraltro è un testimone diretto di una parte importante della storia italiana.
Ho due domande. Lei al processo Trattativa Stato-mafia ha svolto un parallelo tra le stragi siciliane nel 1992 e la fine dell’inchiesta di Mani Pulite.
Lei ha affermato: «Io sono convinto» – leggo – «che l’inchiesta Mani Pulite è stata fermata al momento in cui anche l’inchiesta Mani Pulite era arrivata allo stesso punto del rapporto tra mafia e appalti».
In realtà lei ha già accennato a questa questione nel suo intervento, ma in sintesi il motivo per cui è stata fermata Tangentopoli secondo lei è questo. Su cosa si basa la sua convinzione? C’erano anche altri motivi oltre a questo? Vuole dirci altro?
La seconda domanda, giusto per completare. In un’intervista a L’Espresso lei ha specificato che il dossieraggio indirizzato a delegittimarla inizia con l’apertura del fascicolo riguardante Filippo Salamone quando questo fascicolo arrivò a Palermo. Anche di ciò ha già accennato, ma ci può chiarire meglio questa sua affermazione in modo che sia chiaro a tutti? Grazie.
ANTONIO DI PIETRO. Chiarisco, non vorrei che ci sia un po’ di confusione, anche per le troppe informazioni che sto dando nella mia audizione.
L’inchiesta Mani Pulite era un’inchiesta che atteneva a scoprire quel sistema di corruzione che aveva pervaso tutta l’Italia. Fino a quando noi galleggiavamo nelle inchieste fra quelli che erano gli accordi di cartello e quelli che erano gli accordi politici, soprattutto nella gestione dell’illecito finanziamento e delle corruzioni all’interno del cosiddetto pentapartito, noi non abbiamo avuto problemi. Salvo me personalmente che ho avuto un problema sin dal primo giorno; dopo due o tre giorni che arrestai Chiesa ci fu una dichiarazione di fuoco di Bettino Craxi nei confronti di quell’inchiesta che venne definita politica. Rispose a Craxi il dottor Borrelli dicendo: «Ma quale politica! È stato preso con le mani nel sacco, non poteva nonprenderlo perché è stato preso proprio con i soldi in mano». Quindi cominciò da allora. Nel rapporto del Copasir che vi ho consegnato vedete come fu Bettino Craxi che cominciò a ordinare una serie di appunti e dossieraggi nei miei confronti che vennero pubblicati man mano che io andavo avanti. Vennero pubblicati da diverse testate giornalistiche, tanti messaggi per dire: «prima o poi arriveremo pure a te come delegittimazione». Ma questo faceva parte della fisiologia, ogni indagine può avere queste conseguenze, non c’era niente di anomalo.
Il problema nasce quando noi riusciamo a scavalcare, diciamo così, il connubio appalti-politica e arriviamo al connubio appalti-politica controllato dal sistema mafioso. È da allora che si accentua, ma in quel momento non è più Craxi, in quel momento è proprio quel sistema mafioso su cui io sto indagando.
Il filone d’indagine più importante era capire se esisteva un partito nel partito che io avevo identificato nella mia ipotesi investigativa nella cosiddetta corrente andreottiana.
Nel 1994 succede che l’inchiesta Mani Pulite ormai aveva raggiunto un livello tale per cui stavamo scoprendo tutto questo. Allora io ho detto: «Guardate che ogni volta che si cerca di arrivare a un certo livello si viene fermati».
L’altra volta feci anche l’esempio più banale, vi ho consegnato un’intervista di Romiti che dice che non si poteva non pagare, ma vi ho anche detto che ci sono dei livelli su cui non si può indagare. Non si può indagare perché non commettono i reati, non commettono i reati perché non hanno bisogno di commettere il reato, però resta il fatto che alla fine sono quelli che danno il boccino per giocare la palla.
Per quanto riguarda la questione della delegittimazione con riferimento a Filippo Salamone è una vicenda totalmente diversa. Io lo ribadisco anche qui, non confondiamo il ruoli di
Filippo Salamone con il ruolo del PM dottor Fabio Salamone. Il dottor Fabio Salamone non c’entra niente con tutta questa vicenda mafia-appalti. È stato anche lui un povero Cristo che, per i fatti che sono successi a Palermo al fratello, si è trovato a doversi spostare da un’altra parte, quindi non è questo il tema.
Io mi sono lamentato di Filippo Salamone con riferimento alla mia persona perché nel 1995, cioè dopo che mi sono dimesso, quello stesso magma di dossier, quello stesso dossieraggio che stava nella cassetta di Dinacci che aveva fatto predisporre Craxi, che era stato portato da Gorini, quegli stessi, vengono trasmessi nel 1995 quando io sono ancora magistrato – tenetelo presente – ma sono in aspettativa, a Brescia e a Brescia va in mano proprio a Fabio Salamone che mi ha fatto un’indagine, di cui vi ho consegnato tutti i proscioglimenti. Ma non l’ha fatto per fermarmi, mi ero già dimesso, avevo già finito l’inchiesta e quindi non c’entrano le due cose.
Quando mi sono lamentato di questa vicenda è perché il PM Fabio Salamone poteva evitarlo, tant’è vero che è stato condannato disciplinarmente perché non doveva farlo, poteva evitare di dar retta a tutti quegli anonimi e a tutti quegli esposti, però mi risponderebbe: «C’è l’obbligatorietà dell’azione penale» e avrebbe ragione anche lui.
Resta il fatto però che se andate su Internet di me si legge peste e corna di quel che ho commesso e nessuno dice che io ho fatto 253 processi, non ne ho perso uno e sono stati condannati tutti quelli che mi hanno accusato. Ma i processi e le sentenze le tengo per me, nella storia rimarrà che io ho fatto un colpo di Stato.
PRESIDENTE. Onorevole D’Attis.
MAURO D’ATTIS. Grazie, presidente. Senatore Di Pietro, perché è stato senatore e rimane il titolo, vorrei fare una premessa. Noi stiamo facendo queste audizioni perché sono emersi dei fatti, sono stati anche depositati degli atti che ci obbligano a guardare con attenzione la vicenda mafia-appalti. Alcuni commissari hanno il ragionevole dubbio di dover approfondire se per esempio alcune attività che sono state svolte nell’indagine Mafia e Appalti ne abbiano condizionato definitivamente, verso un senso o verso un altro, l’esito e addirittura se tutte queste vicende siano connesse a ciò che è accaduto in particolare alla strage di via D’Amelio. Quindi stiamo ascoltando gli auditi perché vogliamo arrivare a capire questo, in particolare farci aiutare da lei a comprendere quanto sia stata importante Tangentopoli. A noi interessa sapere quanto veramente fosse importante l’indagine Mafia e Appalti o almeno se fosse importante, secondo ovviamente a chi chiediamo di essere audito, rispetto a Tangentopoli per riportare la cornice al quadro nel quale stiamo operando.
Le volevo fare due domande, se può rispondermi.
Lei nel processo Borsellino ter ha riferito di aver appreso la notizia dell’attentato che si stava organizzando in suo danno e dell’esistenza di dichiarazioni di collaboratori di giustizia, che erano Avola e Brusca, dicendo anche che ha cercato di capire le ragioni per le quali la mafia poteva avercela con lei. Come ho detto in premessa, questo aspetto potrebbe aiutarci.
Ha compreso poi nel tempo la ragione o le ragioni per le quali l’organizzazione mafiosa siciliana voleva eliminarla?
L’indagine Tangentopoli o altre indagini da lei condotte in quel periodo potevano toccare o toccavano vicende di cosa nostra che l’hanno portata a trovare questa spiegazione?
Infine, in un altro processo, quello della Trattativa Stato-mafia, lei ha affermato: «Mi sono fatto un’idea che bisognava che tutta l’inchiesta Mani Pulite nei suoi cardini principali, Milano, Palermo e quante altre parti principali, doveva comunque
essere fermata. Me la sono fatta l’idea, io personalmente ne sto subendo ancora le conseguenze».
Può spiegare alla Commissione quale sia stata secondo lei l’incidenza che ha avuto la cosiddetta fonte Achille, anche con riferimento ai Servizi e ai vertici della Polizia, proprio per quello che è stato segnalato al Copasir nel 1995 e nel 1996 nelle due relazioni? Grazie.
ANTONIO DI PIETRO. Io innanzitutto volevo capire bene. La prima domanda che lei mi ha posto, quando parla di Mafia e Appalti e Tangentopoli, il cui esito sarebbe stato condizionato, si riferisce all’inchiesta del ROS Mafia e Appalti o alle inchieste che riguardavano il sistema?
MAURO D’ATTIS. Mi riferisco al Mafia e Appalti che potrebbe essere stato condizionato da archiviazioni per esempio parziali dell’inchiesta…
ANTONIO DI PIETRO. Quindi si riferisce a questa inchiesta del ROS?
MAURO D’ATTIS. Questa è la cornice. All’inchiesta del ROS, alla parte archiviata del Mafia e Appalti, questo è l’ambito in cui ci stiamo muovendo.
ANTONIO DI PIETRO. La parte Mafia e Appalti è una parte dell’inchiesta. Quindi, per capire, perché mi ha detto che voleva capire il parallelo – uso le sue parole – tra inchiesta Mafia e Appalti e Tangentopoli. Io vorrei chiarire ancora una volta. Noi non abbiamo fatto l’inchiesta Tangentopoli, abbiamo fatto l’inchiesta che abbiamo chiamato Mani Pulite. Tangentopoli è quel fenomeno sociale che abbiamo scoperto, quindi non cambiamo le fotografie.
L’inchiesta Mafia e Appalti del ROS io non l’ho letta nemmeno, ne ho sentito parlare successivamente, ma il primo che mi ha parlato della situazione siciliana con riferimento agli appalti che si svolgevano in Sicilia è stato Li Pera. Gli altri, a cui pure avevo chiesto prima di Li Pera perché non mi dicevano cosa succedeva in Sicilia, mi rispondevano. «Io fino al Rubicone…». Ricordo questa frase, adesso non ricordo se Panzavolta o Canepa, uno di questi – è a verbale – mi disse: «Guardi, io fino al Rubicone le dico tutto quelli che vuole, ma dal Rubicone in giù non le dico più niente perché là non si rischia il portafoglio, si rischia la pelle». Quindi questa è la vicenda.
Dopodiché, per quanto riguarda l’esito, certamente tutto quello che abbiamo accertato è accertato, ma si poteva accertare anche di più se in Sicilia a suo tempo non avessero fatto quelle stragi che hanno fatto.
Poteva essere accertato ben prima di me quel che è stato accertato. Dopo la morte di Falcone e Borsellino hanno preso in mano la situazione e lo hanno accertato loro. A Milano ho accertato quello che ho accertato fin dove ho potuto.
Lei mi ha fatto la specifica domanda: «Perché lei dice che volevano ammazzarla?». Io non lo penso, è stato detto dagli stessi pentiti. Adesso veramente vorrei chiedere un aiuto a chi ha fatto questa inchiesta, credo che l’abbia fatta la procura di Caltanissetta. Io ho letto che uno dei pentiti, forse Brusca, disse: «Di Pietro lo dovevamo ammazzare perché dovevamo fare un favore a quelli che ce lo chiedevano per quello che stava facendo». Più chiaro di così. Certo, anch’io come lei mi chiedo chi è quello a cui dovevano fare il favore. Chi aveva interesse che io non proseguissi in questa indagine? Qui ancora una volta rimane l’amarezza che si viene sempre fermati ogni volta che si arriva all’ultimo gradino.
Per quanto riguarda ciò che ho detto nella testimonianza da me resa nel processo Trattativa Stato – mafia, anche lì ho riferito le stesse cose che ho riferito qua. E cioè che c’era, come lei ha ricordato, la fonte Achille. La fonte Achille è quell’insieme di anonimi costruiti non solo sulla mia persona, ma anche sulla mia persona, e su tanti altri magistrati, pure della procura di Milano, che vennero mandati all’ispettorato per cercare di fermare l’inchiesta. Non ci riuscirono perché gli ispettori archiviarono, però la parte che riguardava me venne riutilizzata in quell’inchiesta particolare.
Torno però a ripetere che stiamo andando fuori tema rispetto al tema che interessa a voi. Quel che è successo a me è successo, però credo che sia meglio focalizzarci sul perché sia stato fermato Borsellino e perché sia stato fermato io. Questo è il tema a cui credo che voi dovete dare una risposta. Noi vi stiamo dando tutti gli elementi affinché possiate dare questa risposta.
A mio avviso siamo stati fermati non solo per fatti di mafia, siamo stati fermati perché quel che stavamo scoprendo nel rapporto con la mafia arrivava a una realtà alla quale non volevano che potessimo arrivare.
Io credo che a molti abbia fatto piacere che la mafia abbia ammazzato Borsellino, anch’io vorrei capire chi. Per quanto mi riguarda, io stavo arrivando a quella realtà che ho definito prima e a quella realtà non sono riuscito ad arrivare, perché il 20 novembre con un dossier costruito apposta, talmente grave, potevano arrestarmi. Quindi io ho scelto liberamente di dimettermi, ma certamente non mi sarei dimesso se non ci fosse stata quella realtà. Nessuno mi ha costretto, è stata una mia scelta processuale per portare a casa quel che avevo fatto processualmente e per portare a casa la mia dignità. Tant’è vero che ci sono riuscito perché sono stati condannati quelli che mi hanno accusato falsamente, però l’inchiesta si è fermata.
PRESIDENTE. Grazie. Onorevole Pittalis.
PIETRO PITTALIS(intervento da remoto). Grazie, presidente. Intanto voglio fare una premessa.
Io penso che nessuno possa negare che trent’anni fa vi fosse una diffusa corruzione nella vita pubblica, in gran parte innescata dal complesso fenomeno del finanziamento della politica, quindi nessuno penso che possa sostenere che quel sistema meritasse l’impunità, per carità.
Però sentendo ancora oggi le dichiarazioni del senatore Di Pietro mi pare di fotografare la situazione di un Paese che ha subito una involuzione da Stato costituzionale democratico di diritto a una sorta di Stato giudiziario con una missione finalizzata più a moralizzare la società che non perseguire i singoli reati.
Lo stesso dottor Di Pietro in qualche non lontana intervista a un settimanale mi pare che abbia dichiarato: «Ho fatto una politica sulla paura, la paura delle manette, la paura del “sono tutti criminali”». Voglio chiedere al dottor Di Pietro se questa impostazione non abbia determinato le sue dimissioni e se in un atto di resipiscenza, da persona perbene quale io la ritengo, si sia ricreduta di quei sistemi.
La domanda specifica che voglio rivolgerle è se tra gli imprenditori che lei interrogò e che le svelarono il sistema delle tangenti alla politica come pratica diffusa e generalizzata, qualcuno le parlò del ruolo di Siino e Salamone e del sistema delle tangenti in Sicilia. Mi pare di avere capito così dalle sue dichiarazioni. Ciò accadde già prima dei suoi incontri con il dottor Borsellino? Può dire quali imprenditori fecero queste dichiarazioni? Infine, c’erano in particolare anche imprenditori siciliani? Grazie.
ANTONIO DI PIETRO. Rispondo subito a questa seconda domanda. Ho consegnato nell’altra mia audizione e ho allegato anche oggi l’elenco degli imprenditori che io ho sentito sin dall’aprile-maggio del 1992 e fino a quando mi sono dimesso che avevano appalti in Sicilia. A partire dal novembre 1992 cominciai ad avere notizie anche di quel che aveva fatto Filippo Salamone più Siino, vi ho prodotto anche i relativi verbali. Comunque in quella memoria, la numero 3 dell’elenco che ho depositato l’altro giorno, c’è l’elenco completo e c’è un riassunto della dichiarazione che ho depositato oggi di cosa esattamente hanno detto tutti questi imprenditori. Quindi sotto questo aspetto avete la documentazione completa che conferma quando ho cominciato a sapere di queste vicende.
In secondo luogo a me pare che il senatore Pittalis ha posto un problema che è il problema di sempre. Ovviamente ho il massimo rispetto per il senatore, ma non condivido questa sua analisi e ho il dovere di rispondere proprio perché riguarda non solo la mia persona, ma riguarda l’attività dell’autorità giudiziaria della procura di Milano in quegli anni.
È stato detto da chi mi ha fatto la domanda se è vero che in quell’epoca c’era una situazione di illecito finanziamento alla politica. È vero, questa era la base, ma non è vero che c’era solo questa, perché questa era una base e una giustificazione perché la maggior parte delle somme di denaro che noi abbiamo acquisito se le sono prese loro e non la politica.
Secondo, noi veniamo accusati di aver fatto lo Stato giudiziario, è stato detto testualmente, per moralizzare il Paese e non per perseguire il reato. Trovatemi un solo atto giudiziario che non è un interrogatorio in cui non c’è una confessione. Con questo voglio dire che i fatti che abbiamo scoperto non sono una nostra invenzione, non è un teorema giudiziario, è un fatto vero ed accertato. In quel momento il sistema di Tangentopoli si era talmente ingolfato che non riusciva più a tenere ed è stato facile per noi entrare all’interno del sistema, non violentando qualcuno come si vuol far credere, ma semplicemente adottando una tecnica investigativa innovativa: quella di non indagare più sui fatti di corruzione perché nessuno parlava, men che meno quelli che erano parlamentari in quanto avevano l’articolo 68 della Costituzione che impediva qualsiasi indagine nei loro confronti, ma di invertire la rotta e andare a indagare sui falsi in bilancio perché i falsi in bilancio sono per gli imprenditori la cosa più importante, che hanno più a cuore perché sono i soldi che hanno in tasca.
La nostra investigazione non ha costretto gli imprenditori a venire da noi, c’era la fila che veniva da noi. Per un motivo molto semplice: perché rispetto alla propria azienda e a quel politico o a quel pubblico funzionario che ha preso i soldi, loro difendevano la loro azienda.
Quindi noi, gentile senatore, non abbiamo fatto un’attività di moralizzazione, noi abbiamo fatto il nostro dovere perché per fortuna c’è una magistratura, c’è una Costituzione che assicura una cosa fondamentali nel nostro Paese: l’obbligatorietà dell’azione penale.
Quindi mi spieghi per quale ragione io, quando ho a che fare con uno che fa politica e prende i soldi, non devo agire nei suoi confronti?
Così come hanno agito nei miei confronti quando mi hanno accusato di aver commesso dei reati. Io però sono corso dal mio magistrato e mi sono fatto processare. Certo, per me era facile, ero innocente. Ma non è che la puoi buttare in politica perché non sei innocente. È troppo bello questo, è troppo da furbi tutto questo e io non lo posso accettare.
Io torno a ripetere, la colpa di quel che è successo è dei magistrati che hanno scoperto i fatti o di quelli che li hanno commessi? La colpa è del chirurgo che ti opera il tumore o tu che continui a fumare e ti becchi un’altra volta il tumore?
Questo è il tema che dobbiamo porre all’attenzione. Dopodiché la storia la racconterà come vorrà; ma io vado fiero di quel che ho fatto perché ho fatto il mio dovere.
Non ho fatto assolutamente uno Stato giudiziario, non ho fatto assolutamente un colpo di Stato. Non permetto a nessuno che mi possa accusare di questo perché ho rischiato la vita e ci ho rimesso la famiglia per questo.
PRESIDENTE. Grazie. Senatore Scarpinato, se voleva aggiungere una domanda abbiamo ancora qualche minuto.
ROBERTO MARIA FERDINANDO SCARPINATO(intervento da remoto). A proposito dell’attentato a Di Pietro, il collaboratore Avola ha dichiarato che quell’attentato era finalizzato a coprire gli interessi illeciti che facevano capo anche all’avvocato Cesare Previti. Se Di Pietro può dare una chiave di lettura su questo interesse, fermo restando che non è stata riscontrata questa dichiarazione.
ANTONIO DI PIETRO. Il riscontro glielo posso dare io e glielo do invitandola e invitando i suoi colleghi a leggere un documento che io ho prodotto, che è la sentenza numero 65/97 del tribunale di Brescia. In quella sentenza viene fuori proprio il nome di Cesare Previti come colui che ha fatto da interfaccia fra Paolo Berlusconi e Dinacci e che ha indicato a chi rivolgersi per depositare quelle famose dichiarazioni spontanee. Gorrini doveva fare quelle dichiarazioni spontanee da cui è nata quella sub inchiesta disciplinare nei miei confronti proprio a metà novembre, che è rimasta segreta ed è stata subito archiviata appena io mi sono sospeso dall’attività di magistrato. Quella inchiesta è nata da una dichiarazione spontanea che ha portato Gorrini, su richiesta di Paolo Berlusconi, che ha fatto da interfaccia per invitarlo ad andare da Dinacci e per dirgli chi era il soggetto a cui rivolgersi. In quella sentenza si riferisce essere stato Cesare Previti.
PRESIDENTE. Grazie mille. Prima di concludere faccio solo una domanda per aiutare tutti e me per prima. Ritorno a Borsellino, perché il tema era principalmente questo, per fare chiarezza rispetto a quello che ci siamo detti. Nel verbale dell’aprile del 1999, quindi parliamo del Borsellino ter, lei ha dichiarato che dopo la morte di Borsellino non ebbe più contatti con Palermo perché le era mancato l’interlocutore. Questo me lo può confermare? Questo dà un quadro rispetto al racconto che abbiamo fatto qui che serve a noi per capire quali ulteriori approfondimenti dobbiamo fare dopo la sua audizione.
ANTONIO DI PIETRO. Confermo. Punto. Con riferimento invece alla domanda che ha fatto prima il dottor Scarpinato, non vorrei confondermi. Cosa ha detto Avola non lo so, io vi dico cosa risulta nella sentenza essere stato il tramite per permettere a Gorrini di andare da Dinacci. Io sapevo che Brusca aveva detto qualcosa di me, adesso ci aggiungi pure Avola. Meno male, sono contento di stare qua.
PRESIDENTE. Ringrazio il dottor Di Pietro e dichiaro conclusa l’audizione.
ANTONIO DI PIETRO: «Paolo Borsellino ucciso perché avrebbe voluto indagare su mafia- appalti»
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