Mafia e appalti 🟧 Borsellino e l’inciampo alle rappresentazioni di comodo dell’antimafia ufficiale

I figli del magistrato e l’avvocato Fabio Trizzino lottano da anni per trovare la verità sull’insabbiamento dell’inchiesta, che il procuratore palermitano presagiva gli sarebbe stata fatale. Anche se non emergerà la verità, è già emerso un quadro che aiuta a disvelare molte menzogne

Tra le guerre di mafia e di antimafia, che hanno segnato la storia siciliana dell’ultimo mezzo secolo, il cosiddetto dossier mafia e appalti – cioè il filone di indagine che Paolo Borsellino presagiva gli sarebbe stato fatale – continua a essere un intollerabile inciampo per le rappresentazioni di comodo della stagione delle stragi, ormai ufficializzate da una pubblicistica refrattaria a ogni smentita, con le sue «verità indicibili», i «mandanti eccellenti» e gli «apparati deviati» dello Scarpinato pensiero e degli analoghi feuilleton cospiratori.
Paradossalmente sono proprio le «verità indicibili» quelle che sono dette, ripetute e presidiate da un fuoco di sbarramento di querele intimidatorie e che rappresentano l’indiscutibile vulgata della storia antimafia nazionale.
Una ben diversa e più concreta indicibilità spetta invece ai tentativi di discostarsi dall’ufficialità antimafia e di riscrivere i capitoli di quella storia senza obbedire a un racconto obbligato. È quanto da anni, con una tenacia commovente, stanno facendo i figli di Paolo Borsellino e l’avvocato Fabio Trizzino, proprio a partire da quella inchiesta, che sarebbe stata archiviata pochi giorni dopo la strage di Via D’Amelio.

Come spiega benissimo su “Il Dubbio” Damiano Aliprandi, giornalista che da anni segue con competenza queste vicende, ricavandone più rogne che riconoscimenti, la richiesta di archiviazione avanzata negli scorsi giorni dal procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca sul legame tra la gestione del dossier mafia e appalti e le stragi del 1992 è diventata un formidabile atto di accusa contro il sistema della Procura di Palermo all’epoca dei fatti e contro le molteplici anomalie che hanno caratterizzato, al tempo, l’azione e l’inazione degli inquirenti guidati da Pietro Giammanco.
De Luca ha ripetuto la medesima accusa martedì scorso nella sua audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia, ricordando come queste anomalie abbiano garantito l’impunità agli imprenditori mafiosi e non mafiosi consorziati nel sacco della Sicilia.
Proprio in Commissione Antimafia, l’ex pm di Palermo, Gioacchino Natoli, oggi indagato come il suo collega pm del tempo Giuseppe Pignatone per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra proprio per l’insabbiamento del dossier mafia e appalti, chiese di essere audito all’inizio del 2024 per chiarire le circostanze in cui, nel giugno del 1992, diede l’ordine di distruggere nastri e brogliacci delle intercettazioni svolte nell’indagine. E, prima di presentarsi in Commissione, concordò con un componente della stessa, anche lui ex pm della Procura palermitana all’inizio degli anni ’90, cioè il senatore Roberto Scarpinato, le domande che gli sarebbero state utili («mi devi alzare la palla»).
In questo labirinto di sospetti, di veleni, di ipotesi plausibili ma non provate e di verità implausibili ma consacrate dai più riconosciuti sacerdoti antimafia, è praticamente impossibile trovare la via d’uscita e bisogna ammettere che, a muovere le acque, si rischia di intorbidirle ulteriormente e rendere ancora più inestricabile e incomprensibile il viluppo di eventi avvenuti più di trent’anni fa.
Ma, se tutto questo non servisse a trovare una verità, basta a sgombrare il campo da un po’ delle menzogne conformiste dei nemici in vita e delle vestali in morte di Falcone e Borsellino e degli usufruttuari della loro memoria. Carmelo Palma LINKIESTA 18.4.2026