Il revisionismo dell’Antimafia sulle stragi del ’92

 

15.5.2026 Enrico Bellavia l’ESPRESSO

Innamorarsi di una tesi e pretendere di dimostrarla, di solito, non rende un servizio limpido alla verità. Peggio ancora è usare una tesi per rendere irrilevante tutto il resto. Eppure, sta accadendo in commissione Antimafia. Lì dove la cosiddetta pista mafia e appalti è assurta al rango di altare sul quale sacrificare ogni altra ipotesi – prima fra tutte quella nera – per spiegare gli eccidi di Capaci e via D’Amelio del 1992.  

In 33, giornalisti siciliani, compreso chi scrive, hanno firmato un appello al capo dello Stato, per rendere pubblica questa stortura. Che rischia di trasformarsi in una pericolosa opera di revisionismo sul nodo mafia-neofascismo-apparati.

Sulle vicende del rapporto mafia-appalti all’interno di quel «nido di vipere» che era la procura di Palermo, l’avvocato della famiglia Borsellino ha speso molte energie. Per smascherare, questo è l’intento, un clima di postumo cordoglio unanime.
Tanto più se in quella finzione si è consumato anche il più grande depistaggio della storia repubblicana. Ovvero il deliberato inquinamento delle indagini sulla strage con l’uso di un falso pentito. Ridurlo a un abbaglio in cui caddero per inesperienza in molti è ingenuo.

Ma c’è anche chi percorre quella strada con altri intenti. Che finiscono però per ricondurre le stragi a un movente riduttivo.
Tra questi, deciso a scrollarsi di dosso ogni sospetto di intelligenza con il nemico, c’è il generale Mario Mori: ex ufficiale del Ros dei carabinieri, coautore del rapporto su mafia e appalti.
Un dossier raccontato come un formidabile strumento investigativo insabbiato. E non come uno zibaldone di informazioni grezze intorno al nodo della spesa pubblica siciliana e nazionale.
Che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino guardassero con attenzione anche a quel grumo di interessi è risaputo. Altra cosa sostenere che da concausa delle stragi, quel rapporto possa diventare l’unica ragione plausibile per gli attentati.
I due magistrati uccisi sapevano che Cosa nostra non si muoveva con la corruzione episodica dei centri di decisione politica. Ma pretendeva di sedere a capo tavola e dare le carte. Non operava per annessioni, ma per cooptazioni e convergenze. Come un soggetto politico autonomo. Guardare agli appalti senza una visione di insieme, senza trarne le conseguenze sulle relazioni instaurate, frammenta il quadro anziché ricomporlo. E confonde. Perché dal dopoguerra pezzi di potere hanno attraversato le stagioni stragiste come strumenti di stabilizzazione. È stato così per la scia di bombe nere con il contorno di tentati colpi di Stato eterodiretti a cui Cosa nostra non era estranea.

Però – sarà per via del troppo “nero” – la commissione Antimafia non ha molta voglia di occuparsi di questo. Eppure, a seguire quel filo ci sarebbe di che dipanare trame italiane. Valga come illuminante riassunto Storia dell’altra Italia (Laterza) di Enzo Ciconte. Un prezioso viaggio non nei misteri, ma nei segreti peggio custoditi di questa Repubblica.
L’ininterrotta catena di stragi stabilizzanti che ha reso immobile il sistema sotto l’apparenza del cambiamento. Da Portella della Ginestra al fallito attentato all’Olimpico del 1994, passando per il delitto di Piersanti Mattarella. Che non fu opera delle Brigate Rosse come nel lapsus del ministro Valditara – ci vorrebbe Freud – ma semmai di fascio-mafia.

Lungo quel filo si va in direzione contraria alla lettura rassicurante, comoda e sostanzialmente innocua che si va profilando in commissione. Che servirà al massimo a “mascariare” qualcuno. O a fare dell’organismo parlamentare un ufficio rilascio patenti di ritrovata verginità.