Il santino in tasca e il vuoto dentro: la retorica del “Giovanni e Paolo”

Il nome dei due magistrati uccisi dalle bombe mafiose del 1992 è stato trasformato in un santino da sbandierare per auto sdoganarsi

Sembra quasi che un tic nervoso contagi la nostra sfera pubblica ogni volta che il calendario ci sbatte in faccia una ricorrenza legata alle stragi di mafia. È un riflesso condizionato, quasi pavloviano, che spinge il politico di turno, l’influencer impegnato, il giornalista a caccia di clic o il passante digitale a pronunciare due nomi di battesimo con la scioltezza di chi sta parlando dei propri compagni di calcetto: Giovanni e Paolo.

Sia chiaro: esiste una declinazione nobile di questa confidenza. È l’adozione affettiva da parte di una generazione che nel 1992 ha perso la verginità politica e ha deciso di accorciare le distanze da due uomini per non farne monumenti di marmo distanti e polverosi. Ma accanto a questa memoria genuina, e ormai ampiamente minoritaria, si è sviluppato un fenomeno parassitario molto più inquietante. Una vera e propria industria del cordoglio pop che non serve a ricordare chi fossero il dottor Falcone e il dottor Borsellino, ma serve esclusivamente a legittimare chi ne pronuncia i nomi. È la sindrome della luce riflessa: l’utilizzo del martirio altrui come cosmetico per la propria visibilità personale.

Chiamarli per nome, oggi, è diventato il passaporto per l’impunità morale. Un tempo si diceva che il patriottismo fosse il rifugio delle canaglie. Oggi, in Italia, la legalità da palcoscenico rischia di essere il rifugio dei mediocri. Trasformare due magistrati complessi, rigorosi, iper-professionali e profondamente agganciati alle procedure dello Stato in due rassicuranti entità pop. “Giovanni e Paolo”, un brand indivisibile come una coppia di stilisti o di cantautori, è l’operazione più subdola che si potesse compiere. Ne azzera il pensiero, ne cancella la solitudine e, soprattutto, ne disinnesca la carica critica.

Prendiamo la politica, ma non solo. Il meccanismo è elementare: non ho idee originali? Non ho una statura morale riconosciuta? Ho uno scheletro nell’armadio o, più semplicemente, la mia azione quotidiana è caratterizzata dal più grigio dei compromessi? Nessun problema. Basta citare l’albero di via Notarbartolo, evocare lo sguardo complice della foto di Tony Gentile, l’immagine più abusata e svuotata della storia della Repubblica, e darsi del “tu” con i morti. L’evocazione del martire agisce come un solvente universale: sbianca le coscienze e regala istantaneamente una patente di purezza. Il morto, d’altronde, ha il grande vantaggio di non poter smentire. Non può alzarsi dal fango di Capaci o dai detriti di via D’Amelio per dire: «Scusa, ma io e te non ci conosciamo, e se fossi vivo non ti farei entrare nemmeno nel mio ufficio».

Questa familiarità postuma e non autorizzata è, a tutti gli effetti, un furto di identità. Si riduce il magistrato a un “oggetto” da esposizione, un feticcio da esibire nel mercato del consenso e della visibilità social. Più la società si impoverisce di contenuti, più ha bisogno di abusare dei simulacri. Si assiste così a una gara di selfie con lo sfondo della strage, a post strappalacrime scritti da chi, forse, non ha mai letto una sola riga dell’ordinanza-sentenza del Maxiprocesso, a convegni sulla legalità che servono unicamente a piazzare in prima fila il potente locale di turno, circondato da una claque compiacente.

C’è una profonda vigliaccheria in questo atteggiamento. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in vita furono ferocemente isolati, osteggiati, criticati dal Csm, delegittimati da colleghi e politici, accusati persino di “protagonismo” da quella stessa opinione pubblica che oggi ne rivendica la proprietà affettiva. Se fossero vivi oggi, nell’era dei social, verrebbero probabilmente linciati digitalmente ogni volta che le loro decisioni non si allineassero al sentimento popolare del momento. Ricordarli con deferenza istituzionale e rigoroso distacco costringerebbe a fare i conti con la loro eredità reale: che era un’eredità di studio matto e disperatissimo, di rispetto maniacale delle regole, di diffidenza verso i proclami e le scorciatoie retoriche. Chiamarli “Giovanni e Paolo” permette invece di saltare la parte faticosa (quella della coerenza e dello studio) per passare direttamente alla gratificazione estetica dell’antimafia di facciata.

Ci siamo costruiti una religione civile comoda, dove i santi fanno tutto il lavoro duro e ai fedeli basta accendere un cero su Instagram. Ma la luce che emanano queste figure non è un riflettore da palcoscenico per illuminare le miserie del presente. È, o dovrebbe essere, un faro che mette a nudo le nostre omissioni. Finché continueremo a usare i loro nomi di battesimo per darci un tono, per occupare uno spazio mediatico o per vendere un libro in più, non faremo altro che prolungare quel processo di isolamento che subirono in vita. Allora venivano isolati con il fango; oggi vengono isolati con il miele della retorica.

Sarebbe un grande segno di maturità civile se, per un anno intero, decidessimo di fare silenzio. Di smettere di chiamarli per nome come se fossero amici d’infanzia e di tornare a chiamarli come lo Stato, quello vero, imponeva: il Direttore degli Affari Penali Dottor Giovanni Falcone e il Procuratore Aggiunto Dottor Paolo Borsellino. O almeno Dottor Falcone e Dottor Borsellino. Forse, restituendo loro il cognome e la funzione, restituiremmo loro anche la dignità che con l’eccessiva amicalità sminuiamo. E costringeremmo noi stessi a camminare con le nostre gambe, senza pretendere di farci scudo con i loro corpi.

Roberto Greco

Leggi anche «Il business dell’antimafia “di facciata” e la crisi dei beni confiscati: un’inchiesta sul limbo della legalità»