A 34 anni dalle stragi del 1992, ogni parola pubblica che riguardi Paolo Borsellino dovrebbe essere pronunciata con la consapevolezza del peso che porta. Per questo sorprende — e non poco — la sicurezza con cui il dottor Giancarlo Caselli liquida la cosiddetta pista mafia e appalti, affermando che:
“Una approfondita analisi degli atti porta a concludere che la riferibilità della causale mafia‑appalti all’omicidio di Borsellino va esclusa. E ciò in base a testimonianze plurime, concordanti e autorevoli”.
Una dichiarazione così perentoria merita almeno due domande preliminari, semplici ma decisive: Quando sarebbe stata condotta questa “approfondita analisi degli atti”? E, soprattutto, da chi?
Perché qui non siamo di fronte a un dettaglio marginale. Siamo davanti a una delle questioni più delicate e controverse dell’intera vicenda Borsellino: la possibile connessione tra la sua morte e il dossier mafia e appalti, che il magistrato stava esaminando con crescente inquietudine nelle settimane successive alla strage di Capaci.
Nel suo articolo, Caselli non si limita a esprimere un’opinione. Sferra un attacco diretto alla Commissione Bicamerale Antimafia, accusandola implicitamente di aver alimentato letture infondate. Ma nel farlo, trascura — inspiegabilmente — tre elementi che chiunque affronti seriamente la materia non può ignorare:
- gli esiti di numerosi processi, nei quali la pista mafia‑appalti è stata discussa, valutata, talvolta confermata come contesto rilevante;
- le dichiarazioni di magistrati e investigatori che, negli anni, hanno indicato quella pista come tutt’altro che marginale;
- la posizione ufficiale della Procura della Repubblica di Caltanissetta, che proprio su quel versante ha condotto approfondimenti significativi.
Ignorare tutto questo non è una semplice omissione: è una scelta che altera il quadro complessivo.
Per ristabilire un minimo di equilibrio, è utile ricordare — a beneficio di Caselli e di quanti non abbiano avuto modo di conoscerla — la posizione della Procura di Caltanisetta espressa dal suo Capo in audizione davanti alla Commissione Antimafia. Una testimonianza che non solo non esclude la pista mafia‑appalti, ma ne riconosce la rilevanza nel contesto delle dinamiche che precedettero l’omicidio di Paolo Borsellino.
Chi volesse approfondire può leggere l’intera trascrizione dell’audizione: un documento che restituisce complessità, prudenza e rispetto per la verità processuale — qualità che, nel dibattito odierno, sembrano talvolta smarrite.
Chi sceglie di parlare oggi, con il prestigio della propria storia professionale, ha il dovere di farlo senza eludere ciò che la giustizia ha già scritto, e senza ignorare ciò che ancora attende di essere compreso.
CR
NOTA a margine … in Commissione Antimafia aveva detto:
“Mentre la verità di base per Capaci e via D’Amelio resta una vendetta postuma di cosa nostra contro i suoi più acerrimi nemici, Falcone e Borsellino, e nello stesso tempo un tentativo di seppellire nel sangue il loro metodo di lavoro vincente in mezzo al lavoro del pool, senza che tale verità si esaurisca nel significato della tremenda campagna stragista che, rispondendo a un disegno criminale unitario, a mio avviso, dispiegherà i propri effetti terroristici fino al 1994.”
31.7.2025- 18.11.2025 GIANCARLO CASELLI in Commissione Parlamentare Antimafia: «Le stragi di Capaci e di via d’Amelio sono una vendetta postuma di Cosa nostra contro Falcone e Borsellino
Strage di via D’Amelio, Caselli: “La pista mafia-appalti è da escludere”
Gian Carlo Caselli LAVIALIBERA 17 luglio 2026
La Commissione parlamentare antimafia nazionale è uno snodo importante del nostro ordinamento democratico. Merita perciò considerazione e rispetto, ma senza conferire patenti di infallibilità, perché a volte le cose non vanno nel modo dovuto.
Il precedente della sentenza Andreotti
Un esempio clamoroso di malfunzionamento lo offrì a suo tempo, nel 2003, la commissione presieduta da Roberto Centaro, che arrivò al punto di sostenere pubblicamente – all’indomani della sentenza della corte d’appello di Palermo sul senatore Giulio Andreotti – che “ il grande dibattito mediatico che si è sovrapposto e ha sostituito il processo, ha seguito i ritmi della ‘analisi politica’ (già sperimentata per la valutazione delle responsabilità per le stragi del 1992 e del 1993), pervenendo a un tentativo di condanna, o di attribuzione di mafiosità malamente sbugiardato(corsivo mia, nda) dalle pronunce giurisdizionali. Ciò ha comportato, comunque, l’insinuarsi di ombre e veleni. L’unico risultato è stata una crescente confusione nei cittadini e un senso di sfiducia nelle istituzioni, a fronte di affermazioni perentorie poi rivelatesi infondate in corso d’opera”.
In queste forbite frasi la verità non era per niente di casa. Tant’è che il presidente della sezione che aveva pronunciato la sentenza Andreotti(successivamente confermata in Cassazione) si sentì obbligato a prendere posizione con un duro comunicato all’Ansa: cosa del tutto insolita, a memoria mai successa, né prima, né dopo. Le fantasiose tesi del senatore Centaro venivano respinte con toni sferzanti e argomentazioni inattaccabili, mentre il disinvolto “innocentista” veniva invitato… a leggersi la sentenza.
Le riserve sulla commissione Colosimo
Qualche riserva si può esprimere pure per la Commissione parlamentare antimafia della XIX legislatura presieduta dall’onorevole Chiara Colosimo.
A parte le pesanti obiezioni mosse alla sua nomina dai familiari delle vittime a causa della sua vicinanza all’ex terrorista nero Luigi Ciavardini, vengono in rilievo soprattutto le modalità concrete dei suoi lavori, che hanno pregiudizialmente rifiutato ogni valutazione d’insieme della strategia mafiosa scatenatasi con le stragi del ‘92-‘93, concentrandosi pressoché esclusivamente sulla strage di via D’Amelio, nella quale morirono il giudice Paolo Borsellino e la scorta (gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina).
Per di più assumendo, come unica possibile ipotesi causale della strage, di via d’Amelio la questione mafia-appalti, sostenuta (in perfetta sintonia con Mario Mori e Giuseppe De Donno, ufficiali del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri) con inguaribile ostinazione, fino al punto di considerare “nemico della verità” e provocatore sistemico chiunque volesse sostenere una tesi diversa. Così la Commissione Colosimo ha dedicato la maggior parte dei suoi lavori ad una “revisione” della storia di Paolo Borsellino.
Mafia-appalti, una pista da escludere
Senonché, una approfondita analisi degli atti porta a concludere che la riferibilità della causale mafia-appalti (un’indagine dei carabinieri sui legami tra Cosa nostra e aziende del Nord interessate ai lavori pubblici in Sicilia, ndr) all’omicidio di Borsellino va esclusa.
E ciò in base a testimonianze plurime, concordanti e autorevoli, alle quali si aggiungono precisi dati logico-fattuali; secondo i quali Borsellino stava soltanto “programmando” di occuparsi di mafia-appalti (senza che ciò fosse conoscibile all’esterno), ma in concreto non aveva ancora intrapreso alcunché.
Per cui l’uccisione di Borsellino ordinata da Totò Riina a Giovanni Brusca (per di più con una improvvisa accelerazione dei tempi di esecuzione) 🟥sicuramente🟥 non è collegabile a un’attività ancora inesistente: sarebbe fuori di ogni logica e buon senso.
La causale di tale collegamento e della relativa anticipazione vanno invece ricercate in un qualche nuovo evento, inaspettato e rilevante, che fosse conosciuto; e l’unico fatto che si presta a tale lettura è l’intervento di Borsellino a Casa Professa (Palermo) del 25 giugno 1992.
Ne offre un riscontro decisivo Angelo Siino, il cosiddetto “ministro dei lavori pubblici” di Riina, che con il suo difensore Alfredo Galasso ha scritto un libro intitolato Vita di un uomo di mondo, edito da Ponte alle grazie nel 2017. In esso, a pagina 106), Siino rivela che la strage di via d’Amelio fece infuriare Bernardo Brusca (padre di Giovanni Brusca) e Salvatore Montalto (capo mandamento di Villabate), detenuti con Siino nel carcere di Termini Imerese. Bernardo Brusca sosteneva che “doppu Falcone i cosi si stavano quittando” e che la quiete non andava interrotta perché le conseguenze le avrebbero pagate i carcerati.
Mentre Montalto poneva per Borsellino un interrogativo: “A chistu chi ci ‘u purtava a parrare di certe cosi?”. Si riferiva – secondo Siino – proprio alle parole pronunciate nel corso del dibattito di Casa Professa, quando Borsellino aveva fatto intendere di conoscere il movente della strage di Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti delle scorte, e di essere pronto a testimoniare a Caltanissetta.
Cosa ha detto Paolo Borsellino a Casa Professa?
Si impone a questo punto una breve esegesi del discorso di Borsellino a Casa Professa la sera del 25 giugno 1992. Borsellino esordisce dicendo “purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca”: in pratica Borsellino dice che sta lavorando ventre a terra. Aggiunge che come magistrato ha il “dovere di utilizzare le sue opinioni e le sue conoscenze non in convegni o dibattiti, ma nel suo lavoro”: vuol dire che sta lavorando su cose importanti da tenere riservate. Parla della sua “lunga esperienza di lavoro accanto a Falcone”, delle “convinzioni che si è fatto raccogliendo le sue confidenze” elementi che porta dentro di sé”, dei quali è testimone (testuale); elementi che deve “assemblare per riferirli all’autorità giudiziaria, l’unica che può valutare se essi siano utili per ricostruire l’evento che ha posto fine alla vita di Falcone”.
Le parole di Borsellino, soprattutto nella parte finale dell’intervento, sono parole di un uomo incupito, addolorato per la scomparsa dell’amico, ma nient’affatto disposto ad arrendersi, che non si rassegna ma vuol continuare la “battaglia”. Ergo, un discorso che equivaleva a una bomba pronta a esplodere, che non poteva non preoccupare i mafiosi e i loro complici, spingendoli a intervenire.
Il che può spiegare la frase di Montalto, collegando appunto la causale dell’attentato di via d’Amelio e l’anticipazione di esso, voluti da Riina, all’intervento di Casa Professa.
Si consideri che Brusca dice di aver ricevuto da Riina l’input per l’anticipazione “tra Capaci e i primi giorni di luglio”, per cui il dies ad quem è ben compatibile con il 25 giugno, data di Casa Professa, che in ogni caso – si ribadisce – è l’unico evento di rilievo, nuovo e inaspettato, che si potesse conoscere.
Altri elementi contro la tesi mafia-appalti
Altri dati da tenere in conto sono:
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il ricordo di Nando dalla Chiesa (presente a Casa Professa come co-relatore), secondo cui per ben due volte – al termine dell’intervento – Borsellino, molto preoccupato e turbato, pronunziò la frase “non c’è più tempo…”;
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e ancora, la “convergenza” significativa di due fatti rilevanti: a) la riapertura del bando a procuratore nazionale antimafia, con il ministro della Giustizia Claudio Martelli e il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti che sponsorizzavano pubblicamente Borsellino; b) l’intervista di Borsellino del 21 maggio 1992 (due giorni prima della strage di Capaci) ai giornalisti francesi Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi (alias Jean Claude Zagdoun) della tv francese Canal+, dove si esponeva che la mafia accumula una ricchezza enorme con il traffico di droga e che per l‘investimento di tale ricchezza trova sbocchi anche nell’imprenditoria del nord Italia; si parlava di Vittorio Mangano, Marcello Dell’Utri e “cavalli” (termine all’evidenza usato per indicare partite di droga); emergeva anche il nome di Silvio Berlusconi, ma Borsellino dice di non poterne parlare allegando ragioni di segreto istruttorio. Si noti che in Italia l’intervista fu a lungo nascosta e finalmente trasmessa, da Rai News 24, soltanto il 19 settembre 2000.
Tutto ciò premesso, se mai la maggioranza di destra-centro della Commissione Colosimo dovesse concludere i suoi lavori proclamando la tesi (inconsistente) di mafia-appalti come causale dell’omicidio di Paolo Borsellino, non resterebbe altro da fare se non evocare l’immagine di chi … si arrampica sugli specchi.
SALVATORE DE LUCA: l’eliminazione del dottor Borsellino e le concause…
…Passiamo al filone mafia-appalti. Credo che alcuni manifestino particolare scetticismo circa mafia-appalti come concausa. Sinceramente, non capisco
… Come ho già detto, noi abbiamo una serie di filoni di indagine aperti, alcuni anche molto impegnativi, ma ho affermato – mettendoci la faccia – che noi, allo stato, non siamo in grado di escludere categoricamente nessuna concausa.
Detto questo, dobbiamo affermare che la concausa sulla quale abbiamo trovato maggiori elementi e maggiori riscontri è proprio mafia-appalti. Altre concause non ci sentiamo di escluderle,ma allo stato o sono in corso oppure, almeno per una certa parte, non hanno dato alcun esito.
In particolare, desidero – sempre come premessa – spendere due parole circa la pista nera. Noi abbiamo in corso delle indagini sulla pista nera. Ciò che sinceramente ci appare un po’ strano, un po’ singolare è che si insista su un certo filone legato alla pista nera. Mi riferisco alla pista Delle Chiaie a seguito delle dichiarazioni rese da Romeo Maria e anche dal luogotenente Giustini. Se qualcuno vorrà approfondire l’argomento lo approfondiremo, ma sinceramente mi pare un’autentica perdita di tempo, e già ne abbiamo perso abbastanza su questa pista, continuare a parlare di questa vicenda.
Dalle dichiarazioni del luogotenente Giustini, di Maria Romeo e dalle presunte dichiarazioni – che non ci sono mai state – del collaboratore Alberto Lo Cicero viene fuori una pista che giudiziariamente vale «zero tagliato». Ripeto, «zero tagliato». Non mi dilungo perché mi sembra di farvi perdere tempo sul punto. C’è un’archiviazione tranciante del GIP, un GIP – tra parentesi – che non è certamente appiattito sulle nostre posizioni: diverse volte ci ha dato torto, certe volte abbiamo appellato, certe volte ha avuto ragione lui e certe volte, però, abbiamo avuto ragione noi.
Per quanto riguarda il filone relativo a Delle Chiaie, attenzione, non stiamo dicendo che escludiamo che Delle Chiaie possa aver avuto un ruolo. Non abbiamo elementi allo stato, ma non ci sentiamo neanche di escluderlo, visto che uno stragismo di destra storicamente in Italia c’è stato, ma prove che sia collegato alle stragi del 1992 non ne abbiamo.
Andiamo, quindi, a mafia-appalti come concausa sulla quale noi riteniamo, come ufficio di Caltanissetta, di aver trovato numerosi e concreti riscontri.
Innanzitutto, vi sono molte sentenze che indicano come probabile o come particolarmente probabile il filone mafia-appalti come concausa. Non mi dilungo, dato che il tempo stringe: abbiamo il Capaci-bis, il Borsellino-quater, che richiama anche il Borsellino-ter, il processo trattativa Stato-mafia (appello) – che, attenzione, è stato smentito in diritto e non sulle considerazioni in fatto, le analizzeremo meglio in seguito – le sommarie informazioni del collega Ingroia e soprattutto le sommarie informazioni, peraltro di cui ha parlato anche in altre occasioni, dell’ex collega Antonio Di Pietro, che riteniamo di particolare attendibilità.
Vi sarebbero anche le dichiarazioni rese dall’allora capitano De Donno, dall’allora colonnello Mori e anche dall’allora maresciallo Canale sulla riunione alla caserma Carini di Paolo Borsellino. Al riguardo sottolineiamo – poi eventualmente approfondiremo a seguito di domande – che De Donno sin dall’inizio, nel 1992, rende dichiarazioni su un incontro con Paolo Borsellino che verteva anche su mafia-appalti. Effettivamente, la presenza di Mori e contenuti più specifici sono stati aggiunti in un secondo tempo, ma sul punto non abbiamo solo le dichiarazioni di De Donno e del generale Mori, ma anche quelle di Canale.
Per essere prudenti, giacché si potrebbe ritenere in qualche misura che gli stessi siano parti in causa in questa vicenda, non fonderemo le nostre conclusioni, principalmente o in buona parte, su queste affermazioni, per un’estrema prudenza che appare sempre opportuna. Ripeto, potrebbero essere considerate parti interessate alla vicenda.
Come vedremo, le fonti sull’interessamento di Paolo Borsellino in relazione all’indagine mafia-appalti sono plurime. Ho citato quella dell’ex collega Antonio Di Pietroperché addirittura particolarmente toccante, ha una sua plasticità, una sua forza, sulla bara di Giovanni Falcone.
Nella mia relazione indicherò con «mafia-appalti» in senso stretto il procedimento riguardante le indagini del ROS dei Carabinieri(parlare solo di numeri è un po’ freddo e a volte non ci si capisce), il n. 2789 del 1990 notizie di reato, della procura di Palermo ovviamente; parlerò del «procedimento Buscemi-bis» o «procedimento doppione» in relazione a quello assegnato al dottor Natoli, Sciacchitano e pool, userò il numero, 3589/91/NR (Palermo, ovviamente).
… Passiamo alle cause o, per meglio dire, alle concause e alle finalità delle stragi. Non so se si può parlare di tre concause o, per meglio dire, di due precondizioni, due conditio sine qua non, e una concausa. A parer nostro, le precondizioni sono: l’isolamento, prima di Giovanni Falcone e poi di Paolo Borsellino nell’ambito della procura di Palermo; la sovraesposizione prima di Giovanni Falcone e poi di Paolo Borsellino presso la procura di Palermo – e non solo
presso la procura di Palermo. Terzo: riteniamo vi siano gravi indizi – anche riguardo alle precondizioni riteniamo vi siano concreti indizi, noi parliamo sempre così, lo ribadisco – molteplici e concreti indizi per affermare che la gestione del «filone mafia-appalti» presso la procura di Giammanco sia una delle concause della strage di via d’Amelio e che vi siano elementi per ritenere che sia
anche una delle concause della strage di Capaci.
FONTE: audizione del Procuratore della Repubblica Salvatore De Luca presso la Commissione Parlamentare Antimafia
ARCHIVIO
Intercettazione 🟥 CASELLI a NATOLI: «Non possiamo organizzare qualcosa per dire basta? Fatevi furbi, pensate!».
18 NOVEMBRE 2025 AUDIZIONE DR. CASELLI IN COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA
PRESIDENTE CHIARA COLOSIMO A seguito della sua prima audizione qui sono arrivati diversi video in cui si metteva in risalto come lei prima avesse parlato, in più occasioni, anche in un ultimo video del primo agosto del 2022, del «nido di vipere», invece nell’audizione precedente lei ha detto «semmai ci fu un “nido di vipere”, se ne era dispersa la traccia».
Allora, per evitare che qualcuno metta in discussione quello che ha detto, e sicuramente era un modo di dire il suo, le chiedo in modo secco: nella procura di Palermo del ’91-’92, quella in cui avevano lavorato Falcone e Borsellino, c’era o no un «nido di vipere»?
Le pongo un’altra domanda, proprio perché la sua esperienza ci può dare un quadro più ampio. Lei ha fatto più volte riferimento al fatto che mafia-appalti sarebbe poco come motivo della strage. Perché, allora, è scritto nelle sentenze Borsellino ter, quater e quinquies che mafia-appalti è certamente una concausa, se secondo lei non può esserne il motivo?E soprattutto, dottor Caselli, proprio per la sua esperienza, come mai non fu incriminato Scarantino? Noi arriviamo al Borsellino ter, quater e quinquies dopo quello che in sentenza è definito «il più grande depistaggio della storia», cioè Scarantino, e qualcuno lo fece quel processo. Non il presidente Colosimo, non la Commissione antimafia, ma qualcuno fece il Borsellino 1 e 2. Quello fu o no un depistaggio? Effettivamente per anni si portò in giro una persona che gli stessi magistrati ritenevano non credibile.
GIAN CARLO CASELLIL’espressione «nido di vipere» ricorre in questa seconda mia relazione come frase di Borsellino a Camassa e all’altro collega quella volta che scoppia in pianto. Quindi, «nido di vipere» è una frase di Borsellino. È facile da decifrare: i rapporti del procuratore Giammanco prima con Falcone e poi con Borsellino erano tutt’altro che normali; erano punitivi nei confronti di Falcone, costretto ad emigrare a Roma ,al Ministero, perché è un dato di fatto – a Palermo queste cose pesano moltissimo, può sembrare una banalità – che Giammanco faceva fare ore di anticamera a Falcone davanti al suo ufficio, in un corridoio frequentato da tutti, perché tutti vedessero che Falcone non meritava di essere ricevuto subito. Questa è una «tagliata di faccia» in Sicilia, figuriamoci in procura, e Falcone alla fine se ne va perché non può più lavorare lì.
L’antimafia la vuole continuare, però al Ministero, eccome se la continua, facendo il monitoraggio sulle sentenze del cosiddetto «ammazza sentenze» e preparando l’antimafia moderna, Direzione distrettuale antimafia e direzioni distrettuali antimafia.
«Nido di vipere» è espressione che oggi ho riportato come di Borsellino.
i precedenti…
VIDEO
1 agosto 2022
Intervista
“Quando sono arrivato a Palermo (15 gennaio 1993) la Procura era ancora un cumulo di macerie, un nido di vipere. Tensioni furibonde, divisioni profonde tra chi aveva osteggiato Falcone e Borsellino e chi li aveva sostenuti…”
- 22.10.2023 GIANCARLO CASELLI: “La notte in cui Santino Di Matteo si pentì e mi parlò di Capaci: una confessione che pagò cara” 𝗟𝗮 𝗺𝗶𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗮 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲 𝘀𝗼𝘁𝘁𝗼 𝘀𝗰𝗼𝗿𝘁𝗮
- 3.10.2023 CASELLI L’ANTIMAFIA deve Rispettare chi combatte la mafia
- 29.5.2023 – Antimafia, Caselli: “Incredulità e sconcerto per l’elezione di Chiara Colosimo”
- 18.7.2020 GIANCARLO CASELLI: Borsellino fu ucciso a causa della Trattativa Stato-mafia
- 27.7.2018 CASELLI nega ma un verbale lo smentisce
- 19.9.2014 Giancarlo Caselli: “Vi racconto la Procura di Palermo”
GIANCARLO CASELLI
Magistrato italiano (n. Pinerolo 1939). Entrato in magistratura nel 1967, ha esercitato per lungo tempo le funzioni di giudice istruttore presso il Tribunale di Torino, svolgendo complesse istruttorie in materia di terrorismo. Componente del Consiglio superiore della magistratura dal 1986 al 1991, dopo gli attentati mafiosi ai giudici G. Falcone e P. Borsellino venne nominato procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo (1993). Nel 1999 è stato nominato dirigente generale del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Dal 2001 è rappresentante italiano all’organizzazione Eurojust, struttura destinata al coordinamento della cooperazione giudiziaria a livello comunitario. Dal sett. 2002 è stato procuratore generale presso la Corte d’Appello di Torino e dal 2008 al 2013, anno del pensionamento, procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino. Ha pubblicato, tra l’altro: L’eredità scomoda. Da Falcone ad Andreotti (2001), Un magistrato fuori legge (2005) in cui ripercorre le vicende che lo hanno coinvolto negli ultimi anni, Le due guerre (2009) in cui descrive le guerre combattute da magistrato, quella vinta della lotta al terrorismo e quella parzialmente vinta della lotta alla mafia, Assalto alla giustizia (2011, con prefazione di A. Camilleri) in cui condanna la delegittimazione della magistratura avvenuta negli ultimi quindici o vent’anni da parte della politica, ribadendo che la legalità costituzionale è inseparabile dalla democrazia, Nient’altro che la verità. La mia vita per la giustizia, fra misteri, calunnie e impunità (2015) in cui rievoca le tappe fondamentali, i valori, gli amici e i nemici che hanno segnato la sua avventura umana e professionale e Giorni memorabili che hanno cambiato l’Italia (e la mia vita) (2023, con S. Caselli) una rilettura dei fatti che hanno cambiato il nostro Paese. Fonte: TRECCANI
Falcone e Borsellino così lontani, così vicini. Intervista a Gian Carlo Caselli





