29 e 30 maggio 1992 dall’agenda del dottor Borsellino

 

 

◽️Copia dall’AGENDA GRIGIA del dottor Borsellino

 


29 maggio 1992 BORSELLINO
riguardo alla sua possibile candidatura alla guida della DNA dichiara: ”Nessuno ha chiesto la mia disponibilità.”I colleghi della Procura di Palermo che gli sono più vicini invitano Borsellino a respingere l’offerta fattagli dal ministro Scotti.

 Maggio 1992: l’Italia davanti allo specchio

Il 29 maggio 1992, quando Paolo Borsellino dichiara pubblicamente “Nessuno ha chiesto la mia disponibilità”, il Paese è sospeso in un equilibrio fragile, quasi irreale. Sono passati dodici giorni dalla strage di Capaci. L’Italia è ferita, attonita, e allo stesso tempo attraversata da una febbrile ricerca di risposte. In questo clima, la possibile candidatura di Borsellino alla guida della nascente Direzione Nazionale Antimafia diventa molto più di una questione di nomine: diventa un termometro della credibilità delle istituzioni.

Un Paese che chiede eroi, ma non sa proteggerli

La pressione politica è evidente. I ministri Claudio Martelli ed Enzo Scotti parlano, smentiscono, rilanciano. Si auspica, si sollecita, si nega. È un balletto istituzionale che rivela tutta l’incapacità dello Stato di muoversi con sobrietà in un momento in cui ogni parola pesa come piombo.

Il CSM e la paura di decidere

A Palazzo dei Marescialli, sede del CSM, la reazione è di fastidio. La candidatura di Borsellino viene definita “anomala”, “giuridicamente inquadrabile solo con difficoltà”. Si teme la riapertura dei termini, si teme il precedente, si teme l’eccezione. Si teme, soprattutto, la responsabilità. Le parole di Ernesto Stajano e Giuseppe Gennaro sono emblematiche: si riconosce il valore dell’uomo, ma si respinge l’idea che il sistema possa piegarsi all’emergenza. È un formalismo che, in un momento come quello, suona come una resa.

La voce fuori dal coro

A sostenere la candidatura è quasi solo Giovanni Tinebra, che intravede nella Superprocura l’occasione per valorizzare l’esperienza maturata da Borsellino accanto a Falcone. È una posizione isolata, ma non ingenua: Tinebra coglie il punto che molti fingono di non vedere. Il Paese chiede una risposta forte. E quella risposta non può essere la burocrazia.

Il paradosso di Borsellino

In quei giorni, Paolo Borsellino è un uomo che cammina in un corridoio sempre più stretto. Da un lato, l’amore per Palermo e per il lavoro investigativo. Dall’altro, la consapevolezza che la Superprocura — voluta da Falcone, pensata da Falcone, costruita da Falcone — rappresenta un’eredità che forse solo lui può raccogliere.
Eppure, mentre il Paese lo invoca come simbolo, le istituzioni lo trattano come un problema procedurale.
È questo il paradosso che emerge con forza: lo Stato chiede a Borsellino di essere un gigante, ma lo giudica come se fosse un ingombro.

 Una lezione ancora attuale

Rileggere oggi quelle settimane significa guardare l’Italia allo specchio. Significa chiedersi quanto siamo cambiati e quanto, invece, continuiamo a ripetere gli stessi errori: l’incapacità di riconoscere il merito, la paura di assumersi responsabilità, la tendenza a trasformare le emergenze in giochi di potere.
Paolo Borsellino non cercava incarichi. Cercava verità, giustizia, coerenza. E proprio per questo, ancora oggi, la sua figura mette a disagio chi preferisce la prudenza alla verità.


30 maggio 1992 In un comunicato diffuso dagli uffici di Via Arenula si afferma che “il Ministro Martelli non ha mai avanzato la candidatura del procuratore Borsellino a capo della DNA. Il guardasigilli ha solo chiesto la riapertura dei termini per il concorso a quell’incarico e si rifiuta categoricamente di fare candidature.”  La Commissione incarichi direttivi del CSM boccia la proposta Scotti-Martelli di riaprire i termini per il concorso alla carica di superprocuratore della DNA. La decisione verrá trasmessa al plenum del CSM che delibererá in maniera definitiva.


30 maggio 1992 E BORSELLINO ora attende

 

Alle otto in punto, come sempre, Paolo Borsellino è nel suo ufficio di procuratore aggiunto di Palermo. Con un peso sulle spalle in più. Detto nel più semplice dei modi, il governo – il ministro degli Interni – vede in lui l’ uomo che può raccogliere l’ eredità di Giovanni Falcone, il giudice che può continuare il lavoro interrotto dal tritolo di Capaci.
Vincenzo Scotti glielo chiede esplicitamente: deve essere Borsellino il nuovo procuratore nazionale antimafia.
Paolo Borsellino è nervosissimo. Ha il volto tirato, ha modi inusualmente bruschi. E’ stato a Roma nel pomeriggio di giovedì, è tornato a Palermo nella notte.
Dalle 8 in punto il telefono non smette di trillare. Paolo Borsellino è stanco di interviste.
Lo dice chiaro e tondo: “Non posso vivere così, signori miei. Non sono abituato e non voglio abituarmi a lavorare con i giornalisti in attesa fuori la porta”.
Ma è l’ uomo del giorno, è l’ uomo che la strage di Capaci ha chiamato sotto i riflettori. Procuratore Borsellino, quando il governo ha chiesto la sua disponibilità per la Procura nazionale antimafia?

Nessuno ha chiesto la mia disponibilità”. Nessuno le ha anticipato la proposta del ministro degli Interni Scotti? “No, ho ascoltato per la prima volta la proposta di Scotti in pubblico, come tutti alla presentazione del libro di Pino Arlacchi”. In ogni caso, ora, la proposta c’ è.
Scotti, a nome del governo si augura che, dopo la morte di Giovanni Falcone, si riaprano i giochi per l’ incarico di Superprocuratore e auspica che lei presenti la sua candidatura.
Che cosa farà? “Io non considero questo problema attuale. Non posso non considerare che è in corso una procedura che deve avere, avrà i suoi sbocchi naturali”.
Martelli ha annunciato oggi che sta predisponendo un provvedimento legislativo che possa riaprire i termini per la presentazione delle candidature. Ora ammettiamo che quest’ iniziativa vada in porto.
Lei presenterà la domanda?Quando, e se, il problema diventerà attuale come tutti gli altri possibili ed eventuali candidati valuterò l’ opportunità di presentare domanda”. Della necessità di un organismo giudiziario che coordini le indagini antimafia Borsellino non ha dubbi. Lo ha ripetuto anche ieri dai microfoni del Gr1. Gli hanno chiesto: rimane l’ esigenza di avere un nucleo centrale dove convogliare le indagini? Ha risposto: “La gestione del tutto insoddisfacente delle dichiarazioni di Calderone hanno inciso enormemente sulla decisione di Falcone di lasciare la procura di Palermo. Giovanni si era reso conto che, con l’ imposizione di una visione parcellizzata del fenomeno mafioso, non fosse possibile da un’ unica sede giudiziaria ripetere quello che era successo nella fase originaria del maxi- processo.  Ebbe l’ occasione di andare a lavorare al ministero di Grazia e Giustizia dove si impegnò soprattutto nello studio di un’ organismo giudiziario che potesse ricreare, anche se per diversa via, quelle condizioni che erano proprio alla base della filosofia del pool antimafia”.
Allora, qual è la chiave? “Il lavoro di Falcone al ministero ebbe, sotto questo profilo, successo. Si è arrivati alla creazione di questo organismo in grado di avere una visione d’ assieme rispetto alle singole fette dei vari processi che si occupano di organizzazione mafiosa. Purtroppo l’ assassinio ha stroncato la possibilità di utilizzare questo strumento che avrebbe, anche se per via diversa, ricreato le condizioni in cui operò, nel suo periodo migliore, il pool antimafia di Palermo”.
Paolo Borsellino oggi più che della sua candidatura preferisce parlare di quanto sarebbe stato utile Falcone come procuratore nazionale antimafia. Procuratore, tuttavia, Giovanni Falcone si è trovato molto isolato quando ha sostenuto la nascita della Direzione nazionale antimafia. “Giovanni a volte peccava di ottimismo presupponendo che i magistrati potessero sostenere le sue iniziative. Peccò di ottimismo quando doveva prendere il posto di Antonino Caponnetto all’ ufficio Istruzione, quando si candidò al Consiglio superiore della magistratura, quando si mise in corsa per la Superprocura. In più occasioni non è stato sostenuto dall’ associazione dei magistrati, dal Csm”.
Non è che a Palermo, Falcone abbia avuto miglior sorteVoglio sfatare questo luogo comune. Io credo che a Palermo, presso la magistratura siciliana, la media del consenso nei suoi confronti sia stata più alta che altrove. La gran parte dei magistrati di Palermo, anche quelli che hanno avuto con lui dei disaccordi, sapevano che il procuratore nazionale antimafia doveva essere lui”.
Lei si è dato molto da fare nella sua corrente per sostenere la candidatura di Giovanni Falcone… “Io ho assunto posizioni pubbliche. Ad un convegno a Torino di Magistratura Indipendente ho sostenuto che la corrente dovesse appoggiare Giovanni Falcone…”.
Risulta, in verità, che lei abbia fatto di più: con la collaborazione di Ernesto Staiano, avrebbe conquistato il consenso per Falcone di quattro dei cinque membri di Magistratura Indipendente presenti nel Csm. Voti utilissimi che avrebbero dato a Falcone la maggioranza nel plenum del Consiglio.Sì, io avevo tratto la conclusione che la nomina di Giovanni a procuratore nazionale antimafia era sostenuta dai numeri, era cosa fatta”.
Ora potrebbe toccare a lei diventare procuratore antimafia. Hanno molto impressionato in questi giorni alcune sue dichiarazioni. L’ ultima in ordine di tempo è questa.  Lei ha detto stamattina al Gr1: “Ciò che è difficile questa volta è trovare lo stesso entusiasmo. Spero che l’ entusiasmo me lo possa far tornare una rapida conclusione delle indagini sull’ assassinio di Falcone”. “Non nascondo, l’ ho detto pubblicamente, di avere paura di perdere l’ entusiasmo per il mio lavoro di magistrato. Nonostante questo timore continuerò a lavorare in questo ufficio dove mi trovo benissimo, continuerò a lavorare come sempre, come da anni faccio, con lo stesso impegno”.

GIUSEPPE D’AVANZO Repubblica 30 maggio 1992


🟥 31 maggio 1992 BORSELLINO, dopo essersi consultato con il suocero ANGELO PIRAINO LETO, ex presidente del tribunale, con fama di insigne giurista, scrive una lettera privata al Ministro Scotti in cui rifiuta in modo cortese ma fermo la candidatura a superprocuratore nazionale antimafia. Lascia poi al Ministro la decisione se divulgare oppure no la notizia ed i contenuti della missiva:

Onorevole signor ministro, mi consenta di rispondere all´invito da Lei inaspettatamente rivoltomi nel corso della riunione per la presentazione del libro di Pino Arlacchi. I sentimenti della lunga amicizia che mi hanno legato a Giovanni Falcone mi renderebbero massimamente afflittiva l´eventuale assunzione dell´ufficio al quale non avrei potuto aspirare se egli fosse rimasto in vita. La scomparsa di Giovanni Falcone mi ha reso destinatario di un dolore che mi impedisce, infatti, di rendermi beneficiario di effetti comunque riconducibili a tale luttuoso evento. Le motivazioni addotte da quanti sollecitano la mia candidatura alla Direzione nazionale antimafia mi lusingano, ma non possono tradursi in presunzioni che potrebbero essere contraddette da requisiti posseduti da altri aspiranti a detto ufficio, specialmente se fossero riaperti i termini del concorso. Molti valorissisimi colleghi, invero, non posero domanda perché ritennero Giovanni Falcone il naturale destinatario dell´incarico, ovvero si considerarono non leggittimati a proporla per ragioni poi superate dal Consiglio superiore della magistratura. Per quanto a me attiene, le suesposte riflessioni, cui si accompagnano le affettuose insistenze di molti dei componenti del mio ufficio, mi inducono a continuare a Palermo la mia opera appena iniziata, in una procura della repubblica che é sicuramente quella piú direttamente ed aspramente impegnata nelle indagini sulla criminalitá mafiosa. Lascio ovviamente a Lei, onorevole signor ministro, ogni decisione relativa all´eventuale conoscenza da dare a terzi delle mie deliberazioni e di questa mia lettera. RingraziandoLa sentitamente. Paolo E. Borsellino 

La lettera rimarrà riservata. Scotti  farà cenno al rifiuto diBorsellino solo dopo la strage di Via D’Amelio in un’intervista a Panorama.
Borsellino ha rifiutato, e nessuno lo sa. Contesta il metodo, ma ora inizia a difendere nel merito quella stessa struttura che, vivo Falcone, aveva criticato insieme con la grande maggioranza dei suoi colleghi. La strage di Capaci é lo spartiacque che ribalta i ragionamenti, scardina le convinzioni piú solide, costringe a guardare in faccia una Cosa Nostra mai vista prima, che con il tritolo punta al cuore dello stato. Borsellino é solo, non c´é piú Falcone con cui scambiare notizie ded impressioni, ma del suo amico, adesso, si sente in dovere di difendere pubblicamente le strategie antimafia. Intervistato dal Gr1 dice: la Superprocura voluta da Giovanni Falcone “avrebbe, anche se per via diversa, ricreato le condizioni in cui operó nel suo periodo migliore il pool antimafia di Palermo.” Borsellino sottolinea la continuitá tra il pool antimafia e la superprocura, nella metodologia di lavoro adottata da Falcone, e ricorda come erano state proprio le conseguenze della gestione “del tutto insoddisfacente” delle rivelazioni del pentito Antonino Calderone, dopo la dissoluzione del pool, ad avere “inciso enormemente sulla decisione di Giovanni Falcone di lasciare la Procura di Palermo, perché si era reso conto che con una visione cosí parcellizzata del fenomeno mafioso (il procedimento che ne scaturí venne diviso in dodici tronconi ndr) da un´unica sede giudiziaria non fosse possibile ripetere quello che era successo nella fase originaria e di sviluppo del maxiprocesso.” Filtrano le prime indiscrezioni su un decreto anticriminalitá che i ministri Vincenzo Scotti e Claudio Martelli dovrebbero presentare in consiglio dei ministri la settimana successiva. In primo luogo, nelle inchieste su fatti di mafia sara’ concesso un tempo piu’ lungo per le indagini preliminari: un anno e non soltanto 6 mesi. Inoltre le forze di polizia avranno la possibilita’ di muoversi con una maggiore autonomia. Attualmente hanno l’obbligo di informare l’autorita’ giudiziaria entro 48 ore, fornendo tutto il materiale raccolto. Invece verra’ loro concesso di operare con piu’ tranquillita’ e informare “senza ritardo” il magistrato. Poi provvedimenti in favore dei pentiti riguardo la sicurezza personale e la possibilita’ di avere una vita al riparo dalle vendette. Infine un rafforzamento degli organici degli agenti di custodia, duemila guardie in piu’.