Ciò che sta accadendo attorno alla Commissione Antimafia non è un confronto politico: è un tentativo di delegittimazione istituzionale. Le accuse poi di Salvatore Borsellino contro la presidente Chiara Colosimo non sono solo eccessive: sono ingiuste, sproporzionate e rischiano di trasformarsi in un attacco gratuito alla credibilità di un organo parlamentare.
Tirare in ballo, e non da oggi, il termine depistaggio è un salto nel vuoto. Un’accusa così pesante — che nella storia italiana ha significato manipolazioni reali, devastanti, compiute da uomini infedeli dello Stato — non può essere usata come clava contro una Commissione che lavora su atti, documenti, testimonianze, non su suggestioni.
La memoria delle stragi non può trasformarsi in un campo di battaglia per imporre letture personali. La Commissione Antimafia non è un tribunale politico né un altare su cui confermare verità precostituite: è un luogo dove si deve lavorare con rigore, non con slogan.
Le periodiche accuse di Salvatore Borsellino alimentano un clima velenoso: chi non si allinea viene subito dipinto come filogovernativo o complice di chissà quale disegno oscuro. È un meccanismo che non cerca la verità: la soffoca. Perché trasforma ogni scelta in sospetto, ogni approfondimento in insinuazione, ogni differenza di metodo in tradimento.
La verità non puó nascere dalle ombre, ma dal lavoro serio delle istituzioni. Accusare di depistaggio chi sta cercando di fare chiarezza significa indebolire proprio quelle istituzioni che dovrebbero essere alleate nella lotta alla mafia.
Ed è qui che emerge un dato che molti fingono di non vedere: la famiglia nucleare di Paolo Borsellino — i figli — pur nel rispetto del dolore di tutti, non condivide le accuse del fratello del giudice. Al contrario, riserva alla Commissione Antimafia e alla Procura di Caltanissetta piena fiducia nel lavoro che stanno svolgendo, riconoscendo la serietà di un percorso che non cerca scorciatoie né conferme emotive, ma fatti.
Il tentativo di delegittimare contemporaneamente la Commissione e la Procura di Caltanissetta — che da anni lavora con rigore sulla verità di Via D’Amelio — produce danni profondi. Perché rischia di minare la fiducia nei luoghi dove la ricerca della verità non è uno slogan, ma un dovere.

