In Via D’Amelio arrivarono pure gli sciacalli

Ci sono date che non appartengono solo alla storia: appartengono alla coscienza collettiva. Il 19 luglio 1992 è una di queste. Quel pomeriggio, in Via D’Amelio, un’esplosione cancellò la vita del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta. Una strage che non ha solo ferito Palermo: ha scosso l’Italia intera, lasciando una cicatrice che ancora oggi non si è rimarginata.
Eppure, a distanza di 34 anni, la memoria rischia di diventare un rito stanco, una ricorrenza che si consuma tra cerimonie ufficiali e parole ripetute. Ma la memoria vera non è un calendario: è una responsabilità. E per capirlo basta ascoltare chi quella strage l’ha vissuta da vicino.
La testimonianza di Giovanni La Perna: quando la memoria non sbiadisce
Tra i volti che ancora oggi portano addosso il peso di quel giorno c’è quello di Giovanni, giovane poliziotto  che allora era in servizio da appena dodici mesi. Figlio di un maresciallo dell’Arma, cresciuto nel rispetto delle istituzioni, Giovanni non immaginava certo che il suo primo anno in divisa lo avrebbe condotto nel cuore di una delle pagine più buie della Repubblica.
La domanda allora è inevitabile: che cosa abbiamo fatto, in questi 34 anni, per essere all’altezza del sacrificio di chi ha rischiato la vita?
La memoria non può essere un esercizio di circostanza. Non può ridursi a un post commemorativo o a una corona di fiori. La memoria è un impegno civile. È la capacità di riconoscere che uomini come Giovanni non sono comparse della storia, ma testimoni viventi di ciò che la mafia ha tentato di cancellare.
La memoria non è un anniversario: è un obbligo morale.
Ricordare Via D’Amelio non è solo un atto di pietà verso le vittime. È un modo per misurare la distanza tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati.
Le stragi del ’92 hanno cambiato l’Italia: hanno scosso le istituzioni, risvegliato la società civile, costretto il Paese a guardarsi allo specchio.
Ma la memoria non è garantita. Va coltivata. Va difesa. Va raccontata alle nuove generazioni, che non hanno vissuto quegli anni ma ne subiscono ancora le conseguenze.
Per questo testimonianze come quella di Giovanni La Perna sono preziose. Perché ci ricordano che la storia non è un libro chiuso. È una responsabilità che passa di mano in mano.
La memoria non è un esercizio: è un dovere verso chi non c’è più
Trentiquattro anni dopo, Via D’Amelio non è solo un luogo della memoria. È un monito. Ci ricorda che la mafia non è un capitolo del passato, ma una minaccia che cambia forma.
Ci ricorda che la libertà e la giustizia non sono conquiste permanenti, ma battaglie quotidiane.
E ci ricorda che uomini come Giovanni La Perna portano sulle spalle un peso che non possiamo ignorare.
La memoria non è un gesto simbolico. È un impegno.
E se vogliamo davvero onorare chi ha dato la vita per questo Paese, dobbiamo assumerlo fino in fondo.

La memoria inevitabilmente comprende anche ricordi odiosi.
Quando quella domenica 19 luglio 1992 cinque agenti vengono uccisi e, mentre il loro sangue si asciuga sull’asfalto, qualcuno si china non per soccorrerli ma per rubare, non siamo davanti a un episodio. Siamo davanti a una vergogna nazionale. Una ferita che non riguarda solo la Polizia, ma tutti noi.


Gli sciacalli che frugano tra gli effetti personali dei morti non sono un dettaglio. Sono il simbolo di un Paese che ha smarrito il senso del limite. Un Paese dove la divisa viene rispettata solo quando fa comodo, e dimenticata subito dopo. Dove la morte di due servitori dello Stato diventa un’occasione per arraffare qualcosa. È inaccettabile. Punto.
Siamo un Paese che si indigna per un giorno e poi cambia canale. Che piange i caduti solo finché dura il servizio al telegiornale. Che non si chiede mai cosa significhi davvero indossare una divisa e uscire di casa senza sapere se tornerai.
La notte di Giovanni Perna non è un racconto emotivo. È un atto d’accusa.
E l’accusa è questa: abbiamo normalizzato l’orrore. Abbiamo accettato che chi serve lo Stato debba affrontare non solo il rischio, ma anche la solitudine. Non solo il crimine, ma anche la codardia di chi approfitta del caos.

E finché continueremo a voltare lo sguardo, continueremo a essere complici — non degli assassini, ma degli sciacalli.

 

 

GIOVANNI LA PERNA: in via D’Amelio arrivarono anche gli sciacalli