La solitudine che ha aperto la strada alle stragi

 

FOTO A.I.

 

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non sono stati uccisi solo dalla mafia. Sono stati uccisi da un Paese che li ha lasciati soli quando erano vivi e che ha continuato a tradirli quando erano morti.

 

Ci sono verità che un Paese può sopportare solo a distanza di decenni. Verità che non si possono pronunciare nei giorni delle commemorazioni, quando le piazze si riempiono di applausi, bandiere, citazioni scolpite nella memoria collettiva. Una di queste verità è semplice, brutale, ineludibile: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non sono stati uccisi solo dalla mafia.
Sono stati uccisi da un Paese che li ha lasciati soli quando erano vivi e che ha continuato a tradirli quando erano morti.
Falcone e Borsellino non scoprirono improvvisamente di essere nel mirino. Lo sapevano da anni. Lo dicevano ai colleghi, agli amici, ai familiari. Non era paranoia: era lucidità.
Eppure, mentre Cosa nostra preparava le stragi, uomini appartenenti alle istituzioni preparavano altro: delegittimazioni, ostacoli, sospetti, isolamento professionale e umano. Un vero nido di vipere (cit. Borsellino), fatto di gelosie, correnti, rivalità interne, capace di avvelenare ogni tentativo di verità.
Falcone fu accusato di protagonismo, di carrierismo, perfino di voler “fare politica”. Il suo trasferimento al Ministero della Giustizia fu dipinto come un tradimento della toga. Le sue candidature a ruoli chiave vennero ostacolate da correnti, rivalità, gelosie.
Borsellino, dopo Capaci, lavorò in condizioni disumane: turni infiniti, pressioni enormi, nessuna protezione adeguata. E soprattutto, fu isolato. Un isolamento scientifico, progressivo, quasi programmato. Non venne informato di ciò che avrebbe dovuto sapere, non venne coinvolto dove avrebbe dovuto essere centrale, non venne protetto dove era evidente che fosse in pericolo.
Sapeva che il suo tempo stava finendo. Lo confidò più volte. Eppure nessuno lo mise davvero al sicuro.
La loro vita blindata non era protezione: era una gabbia. Una gabbia generata dalla mafia, certo, ma rinforzata da chi avrebbe dovuto difenderli e invece li guardava con fastidio, con invidia, con sospetto.
Falcone e Borsellino non erano due eroi solitari per vocazione. Furono resi soli. E quella solitudine fu il terreno fertile su cui le stragi poterono attecchire.
Poi venne il tradimento finale: i depistaggi. Via D’Amelio non è solo una strage: è un crimine che ha coinvolto non lo Stato ma  uomini infedeli dello Stato.
Un depistaggio scientifico, costruito a tavolino, mantenuto per anni, difeso da silenzi e complicità. Le sentenze lo hanno definito “uno dei più gravi depistaggi della storia repubblicana”. Un depistaggio che ha sottratto verità, giustizia, credibilità. Un depistaggio che ha trasformato la morte di Paolo Borsellino in una seconda esecuzione.
Un depistaggio venuto allo scoperto non grazie agli inquirenti di allora ma alle rivelazioni di un “pentito vero”.
C’é, infatti, una triste realtà che pesa più di tutti: quel depistaggio non fu un errore qualunque. Costò anni di carcere duro, 41-bis, isolamento, annientamento umano a persone innocenti. Uomini che non avevano nulla a che fare con la strage vennero trasformati in “stragisti” per costruire una verità di comodo. E solo grazie alla collaborazione del boss Gaspare Spatuzza, la verità tornò a galla dopo diciotto anni, restituendo la libertà a chi l’aveva perduta per colpa di uno dei più gravi inganni giudiziari della storia repubblicana. Un depistaggio che non ha solo deviato un’indagine: ha distrutto vite.
Perché depistare? Perché qualcuno aveva paura della verità? Perché qualcuno aveva interesse a spostare lo sguardo altrove? Perché la verità, quella vera, avrebbe fatto tremare palazzi, carriere, equilibri? O, più semplicemente, perché occorreva trovare a ogni costo dei colpevoli da dare in pasto all’opinione pubblica?
Il nostro è un Paese che celebra ciò che non ha difeso. Oggi Falcone e Borsellino vengono celebrati, citati, santificati. Le loro frasi campeggiano nelle scuole, nelle piazze, nei discorsi ufficiali. Ma la verità è semplice e brucia: non sono stati difesi.
E continuiamo a non essere difesi ogni volta che accettiamo mezze verità, narrazioni addomesticate, ricostruzioni comode. Ogni volta che ci accontentiamo di sapere “abbastanza”, ma non tutto. Ogni volta che la parola “Stato” viene usata come scudo per evitare domande, invece che come impegno a cercare risposte.
La memoria non può ridursi a un rito. La memoria è un atto di coraggio. E il coraggio, oggi, significa una sola cosa: pretendere tutto, non accontentarsi di niente.
Falcone e Borsellino non chiedevano applausi. Chiedevano lealtà. E in troppi, troppo spesso, hanno risposto con il contrario.
Il minimo che possiamo fare, adesso, è smettere di tradirne la memoria. E non ostacolare — anzi, sostenere — chi, tra mille difficoltà, continua a cercare la verità, tutta la verità, anche quando fa male, anche quando non conviene.

 

Dalla KALSA alla TOGA 🟧 Le storie di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

 

 

 


E Borsellino disse alla moglie: non sarà la mafia a uccidermi


I sospetti del magistrato su «colleghi e altri»

Il giorno prima di morire Paolo Borsellino confidò alla moglie inquietanti convinzioni sulla propria fine, che considerava imminente: «Era perfettamente consapevole che il suo destino era segnato, tanto da avermi riferito in più circostanze che il suo tempo stava per scadere». Coltivava sensazioni fosche, condivise in uno degli ultimi colloqui con la donna della sua vita: «Ricordo perfettamente che il sabato 18 luglio 1992 andai a fare una passeggiata con mio marito sul lungomare di Carini, senza essere seguiti dalla scorta. Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia a ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere. In quel momento era allo stesso tempo sconfortato, ma certo di quello che mi stava dicendo».
A nemmeno ventiquattr’ore da questi cupi presentimenti, alle 16.58 di domenica 19 luglio, dopo una nuova gita nella casa di Carini il giudice saltò in aria insieme a cinque agenti di scorta in via Mariano D’Amelio, davanti all’abitazione palermitana di sua madre.

Le dichiarazioni di Agnese Borsellino sono contenute in due verbali d’interrogatorio davanti ai pubblici ministeri di Caltanissetta titolari della nuova inchiesta sulla strage di via D’Amelio, nell’agosto 2009 e nel gennaio 2010, trasmessi alla Procura di Palermo che indaga sulla presunta trattativa fra lo Stato e Cosa Nostra. La testimonianza della signora Borsellino consegna altri frammenti di verità su sospetti e turbamenti del magistrato assassinato quasi vent’anni fa. Dalla fretta di acquisire elementi sulla strage di Capaci in cui era morto il suo amico Giovanni Falcone, nella consapevolezza che presto sarebbe a toccato anche lui – «prova ne sia che, pochi giorni prima di essere ucciso, si confessò e fece la comunione», dice la moglie – ai dubbi sui contatti fra rappresentanti delle istituzioni e della mafia.
Alla domanda se il marito le abbia mai detto di aver saputo «di una trattativa tra appartenenti al Ros dei carabinieri e Vito Ciancimino o altri soggetti appartenenti a Cosa Nostra o a servizi segreti “deviati”», la signora Borsellino risponde: «Non ho mai ricevuto tale tipo di confidenza da Paolo, che mai mi riferì di trattative in atto tra Cosa Nostra e appartenenti al Ros e ai servizi “deviati”. Non posso tuttavia escludere che egli fosse venuto a conoscenza di una vicenda del genere e non me l’avesse riferita, in quanto era in genere una persona estremamente riservata».
Ciò nonostante, in un altro colloquio riferì alla moglie l’improvviso indizio su una presunta connivenza con Cosa Nostra dell’allora comandante del Ros, che conosceva da tempo: «Notai Paolo sconvolto, e nell’occasione mi disse testualmente “ho visto la mafia in diretta, perché mi hanno detto che il generale Subranni era punciutu (cioè affiliato a Cosa Nostra, ndr )…”. Mi ricordo che quando me lo disse era sbalordito, ma aggiungo che me lo disse con tono assolutamente certo. Non mi disse chi glielo aveva detto. Mi disse, comunque, che quando glielo avevano detto era stato tanto male da aver avuto conati di vomito. Per lui, infatti, l’Arma dei Carabinieri era intoccabile».
Poi ci furono la frase sul timore di essere ucciso con la complicità o la colpevole indifferenza di altri soggetti, addirittura di «colleghi», e la rivelazione di un ulteriore sospetto: «Ricordo che mio marito mi disse testualmente che “c’era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato”. Me lo disse intorno alla metà di giugno del 1992. In quello stesso periodo mi disse che aveva visto la “mafia in diretta”, parlandomi anche in quel caso di contiguità tra la mafia e pezzi di apparati dello Stato italiano. In quello stesso periodo chiudeva sempre le serrande della stanza da letto di questa casa (l’abitazione palermitana dei Borsellino, ndr ) temendo di essere visto da Castello Utveggio». Mi diceva “ci possono vedere a casa”». Il castello è sul Monte Pellegrino, sede di un centro studi ritenuto una copertura del servizio segreto civile su cui si sono appuntate molte indagini. Ma gli ultimi accertamenti svolti dai pm di Caltanissetta portano a escludere collegamenti tra quella località e la strage di via D’Amelio.
Che Borsellino fosse a conoscenza dei contatti del capitano Giuseppe De Donno e del colonnello Mario Mori (all’epoca ufficiali del Ros, oggi indagati nell’inchiesta sulla trattativa) con l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino è un dato acquisito dopo le dichiarazioni dell’ex direttore generale del ministero della Giustizia Liliana Ferraro, che ne parlò allo stesso Borsellino alla fine di giugno del ’92. Il colloquio avvenne in una saletta dell’aeroporto di Fiumicino. C’era anche la moglie del magistrato, che ai pubblici ministeri ha dichiarato: «Mio marito non mi fece partecipare all’incontro con la dottoressa Ferraro. Anche successivamente, non mi riferì nulla, salvo quanto detto dal ministro Andò (titolare della Difesa, presente anche lui a Fiumicino, ndr ) che, per quello che mi venne riferito da mio marito, disse che era giunta notizia da fonte confidenziale che dovevano fare una strage per ucciderlo, e che ciò sarebbe avvenuto a mezzo di esplosivo. Mi disse che era stata inviata una nota alla Procura di Palermo al riguardo, e che Andò, di fronte alla sorpresa di mio marito, gli chiese: “Come mai non sa niente?”. In pratica, la nota che riguardava la sicurezza di mio marito era arrivata sul tavolo del procuratore Giammanco, ma Paolo non lo sapeva. Paolo mi disse, poi, che l’indomani incontrò Giammanco nel suo ufficio, e gli chiese conto di questo fatto. Giammanco si giustificò dicendo che aveva mandato la lettera alla magistratura competente, e cioè alla Procura di Caltanissetta. Mi ricordo che Paolo perse le staffe, tanto da farsi male a una delle mani che, mi disse, batté violentemente sul tavolo del procuratore».
Agnese Borsellino aggiunge che dopo la riunione di Fiumicino «mio marito non mi disse nulla che riguardava Ciancimino». I dissapori tra il magistrato antimafia, allora procuratore aggiunto a Palermo, e il capo dell’ufficio Pietro Giammanco si riferivano anche alla gestione di nuovi pentiti, come Gaspare Mutolo. Ecco perché, a proposito dei timori confessati durante l’ultima passeggiata sul lungomare, la signora Agnese spiega: «Non mi fece alcun nome, malgrado io gli avessi chiesto ulteriori spiegazioni; ciò anche per non rendermi depositaria di confidenze che avrebbero potuto mettere a repentaglio la mia incolumità… Comunque non posso negare che quando Paolo si riferì ai colleghi non potei fare a meno di pensare ai contrasti che egli aveva in quel momento con l’allora procuratore Giammanco».

11 novembre 2011 Giovanni Bianconi CORRIERE DELLA SERA