13 giugno 1983 🟧 MARIO D’ALEO, successore del capitano Basile anche nella sorte

13.6.2026 Albicocche sporche di sangue. La strage di via Scobar e il martirio dimenticato dell’Arma

La sera del 13 giugno 1983, l’asfalto palermitano di via Cristoforo Scobar si macchiò del sangue di tre servitori dello Stato, consumando uno degli episodi più drammatici, e per lungo tempo colpevolmente dimenticati, della seconda guerra di mafia. In quell’agguato persero la vita il Capitano dei Carabinieri Mario D’Aleo, comandante della Compagnia di Monreale, l’Appuntato Giuseppe Bommarito e il Carabiniere scelto Pietro Morici. Questo triplice omicidio non rappresentò solamente un feroce attacco frontale all’Arma dei Carabinieri, ma costituì il culmine di una precisa strategia di Cosa Nostra mirata a recidere la continuità investigativa che stava minacciando il cuore economico e finanziario dei clan corleonesi nel territorio compreso tra Monreale, Altofonte e San Giuseppe Jato.

L’agguato di via Scobar: la ricostruzione dell’eccidio

Intorno alle ore 20:00 di quel lunedì di inizio estate, il Capitano Mario D’Aleo lasciò la caserma della Compagnia di Monreale a bordo di una Fiat Ritmo blu di servizio. Al volante dell’auto si trovava il Carabiniere Pietro Morici, suo autista di fiducia, mentre sul sedile posteriore sedeva l’Appuntato Giuseppe Bommarito, suo braccio destro e storico collaboratore. La vettura era diretta verso via Cristoforo Scobar, al civico 22, dove D’Aleo aveva preso un appartamento per convivere con la fidanzata Antonella Lorenzi. Si trattava di una sistemazione che l’ufficiale cercava di mantenere il più possibile riservata per evidenti ragioni di sicurezza. Era nota soltanto ai suoi due più stretti e fidati collaboratori.

Dopo circa quaranta minuti di tragitto, l’auto si arrestò davanti al cancello d’ingresso dello stabile. Il Capitano D’Aleo scese dalla vettura tenendo in mano una copia del quotidiano palermitano “L’Ora” e un cestino di albicocche fresche che l’Appuntato Bommarito aveva raccolto per lui in campagna e gli aveva appena donato. Fu in quel preciso istante che entrò in azione un gruppo di fuoco di Cosa Nostra giunto sul posto a bordo di motociclette.

I sicari aprirono il fuoco con più armi, incrociando i tiri per non lasciare alcuna via di scampo alle vittime. Il Capitano D’Aleo fu raggiunto immediatamente dai proiettili e stramazzò al suolo sul colpo, mentre le albicocche si sparsero sul terreno, mescolandosi al sangue. Pietro Morici fu colpito a morte mentre si trovava ancora seduto al posto di guida, con le mani protese sul volante. L’Appuntato Giuseppe Bommarito, nel disperato tentativo di coprire i colleghi, era sceso rapidamente dal veicolo per spostarsi davanti, ma venne freddato alle spalle da un colpo di lupara ravvicinato che lo raggiunse alla testa prima che potesse estrarre la pistola d’ordinanza, che gli investigatori ritroveranno ancora chiusa nella fondina.

Sulla scena del crimine giunsero per primi la compagna del capitano, Antonella Lorenzi, allertata dal fragore degli spari mentre stava preparando la cena, insieme ad alcuni condomini del palazzo, seguiti subito dopo dalle pattuglie dei Carabinieri e della Polizia di Stato chiamate a constatare l’orrore del massacro.

I profili delle vittime: servitori dello Stato tra dovere e abnegazione

Il Capitano Mario D’Aleo

Nato a Roma il 16 febbraio 1954, figlio di un stimato maresciallo dell’esercito, Mario D’Aleo intraprese la carriera militare frequentando l’Accademia di Modena, venendo nominato sottotenente dell’Arma dei Carabinieri nel 1975. Dopo un periodo alla Scuola Sottufficiali di Firenze, nel maggio del 1980, a soli ventisei anni, venne trasferito a Palermo per assumere il Comando della Compagnia Carabinieri di Monreale. Ereditò un comando segnato dal dolore e dalla paura, succedendo direttamente al Capitano Emanuele Basile, assassinato da Cosa Nostra solo ventisei giorni prima sotto gli occhi della moglie e della figlia. Nonostante la giovane età e il clima di intimidazione, D’Aleo dimostrò da subito un rigore investigativo non comune e uno sprezzo del pericolo straordinario, sintetizzato in una sua dichiarazione che oggi risuona come un testamento morale, in cui confidava che il dolore più grande per un uomo era perdere la stima di sé e la voglia di lavorare, e che per questo si sarebbe battuto fino alla morte per la verità.

L’Appuntato Giuseppe Bommarito

Nato il 14 luglio 1944 a Balestrate, in provincia di Palermo, Giuseppe Bommarito era il quinto di sette figli di Salvatore Bommarito e Marianna Badaglialacqua. Suo padre, contadino di giorno e pescatore di notte, era un uomo retto che amava la lirica e suonava il flicorno nella banda del paese, trasmettendo ai figli una ferrea educazione basata sul rifiuto di ogni prevaricazione, condensata nei proverbi di famiglia che intimavano di non fare del male per non avere paura e ricordavano che chi ha lingua passa il mare. Bommarito amava la natura, sapeva imitare il canto degli uccelli e intonava con passione le canzoni di Domenico Modugno, in particolare “Amara terra mia”. Dopo una giovinezza tra il lavoro nei campi, l’edilizia e una breve emigrazione a Torino come muratore, si arruolò nell’Arma nel 1964. Sposato con Mimma e padre di due figli, Salvatore e Vincenzo, Bommarito giunse a Monreale nel 1970, diventando il braccio destro del Capitano Basile. La morte di Basile lo colpì profondamente, causandogli anche problemi di salute, ma con l’arrivo di D’Aleo scelse di rimanere in prima linea, offrendo al nuovo comandante la propria straordinaria conoscenza del territorio e fungendo da vera e propria memoria storica delle dinamiche mafiose locali.

Il Carabiniere scelto Pietro Morici

Nato a Valderice, in provincia di Trapani, il 21 agosto 1956, Pietro Morici crebbe aiutando la madre Antonina nel piccolo negozio di alimentari di famiglia, situato proprio di fronte alla locale caserma dei Carabinieri. Fu proprio osservando quotidianamente il lavoro dei militari che in lui nacque il sogno di indossare la divisa, un desiderio che realizzò arruolandosi nel 1975 alla Scuola Allievi di Roma, nonostante l’iniziale opposizione dei genitori. Dopo un primo servizio prestato a Milano, nel 1976 ottenne il trasferimento in Sicilia, prima a Palermo e infine a Monreale. Presso la Compagnia monrealese divenne l’autista ufficiale del Capitano Basile e, dopo la sua tragica scomparsa, fu confermato nel medesimo delicato incarico dal Capitano D’Aleo, con il quale strinse un legame di profonda fiducia e leale collaborazione che lo portò a sacrificare la propria giovane vita a soli ventisette anni.

Il contesto mafioso e sociale: l’offensiva corleonese e il feudo di Monreale

La strage di via Scobar si colloca nel momento più cruento della seconda guerra di mafia, una stagione di vera e propria mattanza in cui l’ala militare dei Corleonesi, guidata da Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, scatenò un’offensiva totale sia per eliminare le cosche palermitane rivali sia per intimidire lo Stato, colpendo magistrati, poliziotti e carabinieri non disposti ad abbassare la testa. In questa strategia di annientamento, il territorio della Compagnia di Monreale, che estendeva la propria giurisdizione su comuni chiave come Altofonte e San Jato, rappresentava un baluardo geopolitico cruciale per i Corleonesi.

Le indagini avviate da Emanuele Basile, strettissimo collaboratore di Paolo Borsellino, e portate avanti con determinazione da Mario D’Aleo stavano scardinando gli assetti di potere di questo territorio. In particolare, l’attenzione investigativa di D’Aleo e Bommarito si era concentrata su due fronti estremamente caldi per l’organizzazione criminale. Il primo riguardava le attività della Cassa Rurale ed Artigiana di Altofonte, presieduta da Salvatore Nigro, un istituto di credito rivelatosi fondamentale per le transazioni finanziarie e il sostegno economico delle cosche guidate da Bernardo Brusca e strettamente legate a Totò Riina. Il secondo fronte toccava gli interessi economici legati alla società Litomix, le cui indagini si intrecciarono drammaticamente con la pianificazione del delitto.

L’attività sul campo di D’Aleo era incessante: l’ufficiale eseguiva fermi, perquisizioni e propose misure di sorveglianza speciale per soggetti di spicco come Salvatore Damiani, un provvedimento che tuttavia fu revocato solo due mesi dopo, evidenziando le prime crepe e le resistenze istituzionali attorno al suo operato. Addirittura, durante un servizio di appostamento, D’Aleo riuscì a individuare visivamente il boss latitante Totò Riina a bordo di un’autovettura in compagnia del giovane Giovanni Brusca, dando il via a una caccia all’uomo senza sosta. Questo attivismo infastidì profondamente i vertici mafiosi. Le minacce si fecero esplicite quando persino il nonno di Giovanni Brusca si presentò direttamente dal Capitano per accusarlo di perseguitare la sua famiglia. Parallelamente ai successi investigativi, D’Aleo iniziò a percepire attorno a sé un progressivo isolamento istituzionale e uno scetticismo diffuso, anche all’interno dell’Arma dei Carabinieri, una condizione di vulnerabilità che Cosa Nostra seppe cogliere per sferrare il suo attacco letale.

Le reazioni dell’epoca: lo sconcerto, la solitudine e le voci della verità

Il clima sociale e istituzionale in cui si consumò la strage era caratterizzato da una profonda e dolorosa solitudine per gli uomini impegnati in prima linea. La compagna di D’Aleo, Antonella Lorenzi, raccontò in seguito la drammatica tensione vissuta dal Capitano nei suoi ultimi giorni. Mario appariva insolitamente teso, le telefonava continuamente durante la giornata per informarla dei suoi spostamenti e dedicava ogni momento libero allo studio febbrile delle carte d’indagine, conscio del pochissimo tempo che gli rimaneva. Quella sera, Antonella stava cucinando un coniglio regalato a D’Aleo da Giuseppe Bommarito, ignara che fuori dal portone si stesse consumando il massacro. Poco dopo gli spari, il telefono di casa squillò per tre volte consecutive, ma quando la donna sollevò la cornetta trovò solo un gelido e minaccioso silenzio.

Il fratello del capitano, Antonino D’Aleo, ricordò con strazio che alla vittima la mafia non diede neppure il tempo di formarsi una famiglia, rammentando come provò a telefonargli intorno alle ore 21:00 di quella sera senza ricevere alcuna risposta. Gli investigatori dell’epoca, come riportato dal giornale “L’Ora” il 15 giugno 1983, dichiararono fermamente che Mario D’Aleo era stato ucciso esclusivamente per la sua attività investigativa e che le indagini si stavano concentrando sui clan di Altofonte, Monreale e Pioppo, la cosiddetta “mafia del parco”.

I funerali di Stato dei tre carabinieri si tennero il 15 giugno 1983 nel Duomo di Monreale, alla presenza del Presidente della Repubblica Sandro Pertinie di numerose autorità politiche e militari. Tuttavia, l’omelia pronunciata dal Vescovo della diocesi, Monsignor Cassina, destò sconcerto e profonda amarezza tra i presenti poiché il prelato scelse di non pronunciare mai la parola “mafia”, un silenzio emblematico che rifletteva la diffusa reticenza e la sottovalutazione del fenomeno da parte di ampi settori della società civile e della Chiesa dell’epoca.

A questa presa di distanza si aggiunsero, per la famiglia Bommarito, dicerie e schizzi di fango diffusi nell’ambiente locale per delegittimare l’operato e la fedeltà dell’appuntato, un attacco postumo che costrinse i familiari a chiudersi in un lungo e dignitoso silenzio durato oltre un decennio. Molti anni dopo, commentando quegli anni, l’ex magistrato Luigi De Magistrisparlò esplicitamente di una stagione di “macelleria istituzionale”, elogiando Bommarito come un carabiniere semplice e coraggioso che, nelle sue relazioni di servizio, non aveva paura di segnalare le collusioni tra politici, faccendieri e la borghesia mafiosa locale.

L’iter processuale: dal silenzio al verdetto del processo Tempesta

L’iter giudiziario volto ad accertare la verità sulla strage di via Scobar è stato estremamente lungo, tortuoso e caratterizzato da iniziali archiviazioni e depistaggi, prima di giungere a sentenze definitive a distanza di quasi un quarto di secolo dal crimine.

Le prime indagini furono avviate la sera stessa della strage dal Capitano Tito Baldo Honorati, all’epoca alla guida del Nucleo Investigativo di Palermo. Honorati redasse due rapporti investigativi in cui mise in luce la pista mafiosa legata ai clan di Altofonte e Monreale. Nel suo rapporto, il capitano sottolineò un dettaglio di fondamentale importanza: l’esecuzione di Giuseppe Bommarito con la lupara, un’arma tradizionale solitamente associata a vendette interne o a punizioni esemplari, suggeriva una volontà di punizione e un risentimento mafioso particolarmente intenso nei confronti dell’appuntato, considerato la mente storica dietro alle indagini dell’ufficiale.

Nonostante questi elementi, le indagini subirono un arresto e un iniziale proscioglimento dei primi indagati, tra cui spiccavano esponenti come Francesco Madonia, Armando Bonanno e Vincenzo Puccio. La svolta investigativa si registrò solo alla fine del 1989. Il 17 ottobre di quell’anno, il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia rivelò ai magistrati il profondo fastidio che Bernardo Brusca nutriva per il lavoro di D’Aleo e la volontà della famiglia di Altofonte di fermare a ogni costo quella catena investigativa. Sulla base di queste dichiarazioni e di nuovi riscontri sulle indagini che il capitano stava svolgendo sulla società Litomix, l’allora sostituto procuratore Leonardo Agueci chiese la formale riapertura delle indagini per il triplice omicidio.

La ricostruzione definitiva della dinamica e delle responsabilità si ottenne grazie alle confessioni dei collaboratori di giustizia Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo, esponenti di spicco della famiglia mafiosa della Noce. Anzelmo, in particolare, si autoaccusò del triplice omicidio, rivelando i dettagli organizzativi ed esecutivi dell’agguato. Egli descrisse come il commando si fosse mosso e come, durante il tragitto verso via Scobar, fosse stato persino fermato e controllato a un posto di blocco all’ingresso dell’autostrada per Villabate, venendo poi autorizzato a proseguire a causa della mancanza di elementi sospetti in quel preciso momento.

Le risultanze delle indagini confluirono nel maxiprocesso denominato “Tempesta”, un mastodontico procedimento giudiziario avviato nei confronti di circa centocinquanta imputati per i più efferati delitti commessi durante la seconda guerra di mafia. Il dibattimento consentì di individuare la struttura di comando che aveva deliberato la morte dei tre carabinieri. La commissione provinciale di Cosa Nostra si era riunita d’urgenza per votare la condanna a morte di D’Aleo, e ogni mandamento interessato aveva fornito i propri killer più spietati.

I mandanti della strage furono identificati nei massimi vertici della cupola mafiosa: Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Bernardo Brusca, Giovanni Brusca, Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Vincenzo Geraci e Giuseppe Farinella, mentre gli esecutori materiali risultarono essere Raffaele Ganci, suo figlio Domenico Ganci, il nipote Francesco Paolo Anzelmo, Salvatore Biondino e Michelangelo La Barbera.

La giustizia giunse al suo compimento definitivo attraverso diversi gradi di giudizio. Calogero Ganci venne condannato a tredici anni di reclusione in uno stralcio processuale separato. Le sentenze di primo grado del processo Tempesta, emesse rispettivamente l’11 luglio e il 16 novembre del 2001, comminarono numerosi ergastoli. In secondo grado, i diversi procedimenti vennero riuniti in un unico giudizio conclusosi il 20 novembre 2003, successivamente annullato in parte dalla Corte di Cassazione il 20 aprile 2005. In quella sede, la Suprema Corte confermò in via definitiva ventotto ergastoli, tra cui quello per l’esecutore materiale Michelangelo La Barbera, annullando quaranta condanne con rinvio ad altra sezione. Il processo di rinvio si concluse infine il 23 maggio 2007 quando la Corte d’Assise d’Appello di Palermo, presieduta da Giovanni Miccichè, confermò la condanna all’ergastolo per Bernardo Provenzano come mandante della strage di via Scobar, assolvendo invece Giuseppe Calò per questo specifico delitto, pur rimanendo quest’ultimo detenuto per altri omicidi commessi nella medesima stagione di sangue.

La memoria viva: il riscatto della società civile

Subito dopo il delitto, il 31 agosto 1983, sotto la presidenza di Sandro Pertini, alla memoria di Mario D’Aleo, Giuseppe Bommarito e Pietro Morici vennero conferite tre Medaglie d’oro al valor civile, riconoscendo il loro estremo sacrificio a difesa dello Stato e delle istituzioni democratiche. Ciononostante, per molti anni la strage di via Scobar rimase confinata in un ingiusto cono d’ombra della memoria collettiva nazionale, quasi schiacciata dal ricordo di attentati contro figure istituzionali di più alto profilo mediatico.

La svolta per il riscatto della memoria storica avvenne nel 2007, quando la moglie di Giuseppe Bommarito, Mimma, insieme ai figli Salvatore e Vincenzo e alla sorella Francesca, decisero di trasformare il dolore privato in un impegno civile e sociale attivo. Francesca Bommarito ha dedicato anni alla ricerca di documenti e alla ricostruzione della verità storica sulla strage, culminata nella pubblicazione del libro-inchiesta dal titolo evocativo “Albicocche e sangue”, uno strumento prezioso per far conoscere la vicenda soprattutto alle giovani generazioni.

Da questo risveglio civile sono nate numerose iniziative concrete sul territorio. Nel 2013 è stata fondata l’Associazione Giuseppe Bommarito Contro le mafie, impegnata nella promozione della legalità e nel contrasto alle tossicodipendenze. Nel 2016, nel comune di Balestrate, è stato inaugurato un Centro di aggregazione giovanile intitolato ai tre carabinieri caduti, situato all’interno di un immobile confiscato a Cosa Nostra, un simbolo tangibile di come lo Stato possa riappropriarsi dei beni sottratti dalla criminalità per restituirli alla collettività.

Ogni anno, il 13 giugno, le istituzioni e la società civile si riuniscono in via Scobar a Palermo per commemorare il sacrificio dei tre militari. A queste cerimonie ufficiali si affiancano costanti incontri nelle scuole di tutta Italia, dove i familiari incontrano gli studenti per mantenere vivo il ricordo. Anche lo sport è diventato un veicolo di memoria: a Trapani viene organizzata una manifestazione podistica denominata “Pietro Morici Memorial”, caratterizzata da un percorso di 9,8 chilometri, la distanza esatta che separa la caserma di Monreale da via Scobar a Palermo, un cammino ideale che unisce il luogo del dovere a quello del sacrificio estremo.

Infine, le istituzioni militari hanno voluto onorare permanentemente la memoria dei tre caduti intitolando alla loro memoria le caserme dei Carabinieri nei loro luoghi d’origine o di servizio: la caserma di Roma Tor Vergata è intitolata al Capitano Mario D’Aleo, quella di Balestrate all’Appuntato Giuseppe Bommarito e quella di Valderice al Carabiniere Pietro Morici, a perenne testimonianza del loro indomito coraggio.

Roberto Greco LATROPARLANTE



“Per sempre fedele – Diario di un uomo tra pagine di Mafia”. In un libro la storia del capitano Mario D’Aleo

 

Mario D’Aleo è stato un capitano dell’Arma dei Carabinieri, assassinato da Cosa nostra a Palermo il 13 giugno 1983 ad appena 29 anni in quella che è passata alla storia come “strage di via Scobar”. Giovedì 12 ottobre, alle 18.30 presso il Palazzo Cardinal Cesi in via della Conciliazione a Roma, verrà presentato il libro “Per sempre fedele-Diario di un uomo tra pagine di Mafia“, scritto da Valentina Rigano e Marco D’Aleo, nipote del Capitano, edito da Gruppo Iseni Editori. La prefazione è di Luigi Contu, direttore dell’Ansa, l’introduzione di Rita Dalla Chiesa, deputato di Fratelli d’Italia e figlia del generale Carlo Alberto Dalla Chisa, vittima di mafia.
Il volume è scritto in prima persona, come se fosse lo stesso ufficiale a raccontare la sua vita, in un dialogo intimo e personale dal quale emergono le sue fragilità, non così diverse da un qualunque suo coetaneo di quegli anni. Partendo dalle testimonianze dei familiari, degli amici, dei colleghi ed estraendo le informazioni dalle carte del processo, gli autori hanno effettuato la ricostruzione della vita di un giovane costretto a vestire i panni dell’eroe. Il flusso di pensieri che emerge dal libro è sincero, senza filtri, e racconta il percorso di D’Aleo fin dall’Accademia, l’approccio a quella vita militare così rigorosa e il sogno di mettersi a disposizione dei cittadini.
Mario D’Aleo era un ragazzo come tanti con la passione per il calcio ma anche per quella divisa che rappresenta lo Stato, che ha indossato con orgoglio fino al giorno della sua morte. L’ufficiale è stato freddato in un agguato sotto casa della fidanzata, insieme a due validi collaboratori, poco prima di convolare a nozze. Nel 1980, a soli 26 anni, aveva assunto il comando della Compagnia dei Carabinieri di Monreale, in provincia di Palermo, andando a coprire il ruolo lasciato vacante dal suo predecessore, Emanuele Basile, ucciso in piazza a colpi di pistola, mentre passeggiava con la figlia in braccio.
D’Aleo si dedicò anima e corpo alla cattura dei killer del suo collega e a combattere la mafia, così radicata in quel territorio. Fu il primo a portare in caserma Giovanni Brusca, nel tentativo di scoprire dove si nascondesse Totò Riina e la sua condanna a morte venne firmata proprio da quelle famiglie. Nel libro, emerge con straordinaria verità il suo percorso in una terra che non era la sua, la Sicilia, e il suo lavoro per farsela amica, per conquistare la fiducia dei suoi cittadini. La mafia ha ucciso Mario D’Aleo ma non ha vinto, perché grazie a eroi come lui lo Stato continua a combattere e a guadagnare terreno. Questo diario vuol essere il tributo all’uomo, prima che all’ufficiale, per rendere omaggio a uno dei tanti servitori della Patria che si sono sacrificati per la sua difesa. Francesca Galici 9 Ottobre 2023  IL GIORNALE


 

 


Ricordati a Monreale i tre eroi vittime di mafia, il Capitano D’Aleo, l’Appuntato Bommarito e il Carabiniere Morici

 

I tre militari dell’Arma sono stati barbaramente trucidati il 13 giugno del 1983 in via Scobar

 

MONREALE – Questa mattina, in occasione del 40° anniversario dell’eccidio, ha avuto luogo, a Palermo e a Monreale, una cerimonia di commemorazione in onore del Capitano Mario D’Aleo, dell’Appuntato Giuseppe Bommarito e del Carabiniere Pietro Morici, vittime di agguato mafioso nel 1983.

Alle 09:30, in via Cristofaro Scobar a Palermo, teatro dell’assassinio, alla presenza del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Generale di Corpo d’Armata Teo Luzi e delle Autorità civili e militari, sono stati resi gli onori ai Caduti ed è stata deposta una corona d’alloro. Alle 10:30, presso il Gruppo Carabinieri di Monreale è stato scoperto l’altorilievo realizzato e donato dal maestro ceramista Nicolò Giuliano raffigurante i caduti. Successivamente presso il Duomo di Monreale è stata celebrata la Santa Messa officiata dall’Arcivescovo della locale Diocesi, S.E. Mons. Gualtiero Isacchi, il quale ha ricordato “Questi Carabinieri si sono immolati come il sale della terra, con eroico sacrificio, per assicurare alla collettività un futuro migliore”.
Così il Comandante Generale Teo Luzi al termine della celebrazione “Siamo qui per ricordare i nostri tre Carabinieri trucidati nel 1983, Capitano D’Aleo, Appuntato Bommarito e Carabiniere Morici: tre eroi dell’Arma contemporanea che abbiamo il dovere di ricordare e soprattutto di dire ai familiari che non sono morti invano perché nel frattempo in questi 40 anni molte cose sono cambiate, c’è stato un movimento culturale importante soprattutto qui a Palermo ma in tutta la Sicilia così come in altre regioni italiane. Non dobbiamo abbassare la guardia perché la battaglia contro “Cosa Nostra” e la criminalità organizzata è ancora lunga”. Agli eventi commemorativi hanno partecipato i familiari dei Caduti ed una rappresentanza dell’Associazione Nazionale Carabinieri.
Il Capitano Mario D’Aleo nasce a Roma il 16 febbraio del 1954. Nel 1973 inizia la carriera militare con l’ingresso all’Accademia di Modena. Viene nominato Sottotenente nell’Arma dei Carabinieri il 20 ottobre del 1975. Destinato alla Scuola Sottufficiali Carabinieri in Velletri e promosso Tenente, viene trasferito il 28 maggio del 1980 al Comando della Compagnia Carabinieri di Monreale, distinguendosi da subito per l’intraprendenza investigativa affiancata da non comuni doti umane.
L’Appuntato Giuseppe Bommarito nasce il 14 luglio del 1944 a Balestrate. Si arruola nel 1964, prima come Ausiliario in servizio al X Battaglione Mobile di Napoli. Ritornato in Sicilia alla fine del 1965, presta servizio presso la Squadriglia Carabinieri di Catalafimi e, dal 1970, a Monreale con l’incarico di autista del Capitano Basile prima e del Capitano D’Aleo poi. Il 22 luglio del 1972 sposa Girolama Galante dalla quale avrà due bambini, Salvatore e Vincenzo.
Il Carabiniere Pietro Morici nasce a Valderice il 21 agosto 1956. Dopo aver conseguito la licenza media, inizia a gestire un negozio di generi alimentari situato vicino alla caserma dei Carabinieri, maturando la decisione di arruolarsi. Raggiunge la Scuola Allievi Carabinieri di Roma il 5 marzo del 1975. Nel 1976 giunge a Palermo e, infine, a Monreale.
I tre militari dell’Arma sono stati barbaramente trucidati il 13 giugno del 1983 in via Scobar. Gli autori materiali ed i mandanti mafiosi del delitto sono stati individuati e condannati all’ergastolo.
Il Presidente della Repubblica, il 31 agosto del 1983, ha conferito la “Medaglia d’Oro al Valor Civile alla Memoria” al Capitano Mario D’Aleo, all’Appuntato Giuseppe Bommarito e al Carabiniere Pietro Morici con la seguente motivazione: “Comandante e militari in servizio a Compagnia Carabinieri operante in zona ad alto indice di criminalità organizzata, pur consapevoli dei gravi rischi cui si esponevano, con elevato senso del dovere e sprezzo del pericolo, svolgevano tenacemente opera intesa a contrastare la sfida sempre più minacciosa delle organizzazioni mafiose. Barbaramente trucidati in un proditorio agguato teso con efferata ferocia, sacrificavano la loro giovane vita in difesa dello Stato e delle Istituzioni”.


Mario D’Aleo(Roma, 16 febbraio 1954 – Palermo, 13 giugno 1983) Capitano dei carabinieri, comandante della Compagnia di Monreale , insieme ad altri due colleghi, Giuseppe Bommarito e Pietro Morici, viene ucciso da Cosa Nostra in un attentato a Palermo il 13 giugno 1983 in via Cristoforo Scobar, da un commando composto da tre persone che colpirono i militari mentre si trovavano a bordo della loro auto di servizio. D’Aleo a 26 anni aveva preso il posto a Monreale di Emanuele Basile, anch’egli nel 1980 ucciso in un agguato di mafia. Dopo la sua morte gli è stata conferita la Medaglia d’oro al valor civile
Per la strage di via Scobar sono stati condannati all’ergastolo, in quanto mandanti, Michele Greco, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Giuseppe Farinella e Nenè Geraci. Gli esecutori materiali sono invece stati individuati in Angelo La Barbera, Salvatore Biondino e Domenico Ganci. PLERMO TODAY 13.6.2023

 

 

Mario D’Aleo e l’eredità di Emanuele Basile

Mario D’Aleo aveva 29 anni quando venne ucciso da cosa nostra. Il capitano dei carabinieri e altri suoi due colleghi perirono sotto i colpi di arma da fuoco per mano della cosca corleonese il 13 giugno 1983.

D’Aleo e i sottufficiali Giuseppe Bommarito e Pietro Morici si trovavano nella loro auto di servizio in via Cristoforo Scobar, quando un gruppo di uomini aprì il fuoco contro di loro. Non ebbero il tempo di reagire e rendersi conto dell’accaduto, le loro pistole erano ancora nelle fondine. Palermo si tinse nuovamente di rosso.

Nel 1981, due anni prima, era stato assassinato  Emanuele Basile, all’epoca capitano dei Crabinieri. Mario D’Aleo si trasferì in Sicilia il giorno dopo la morte del suo predecessore e si trovò a lavorare nei luoghi che videro nascere il sodalizio fra Totò Riina e i fratelli Brusca: Monreale e San Giuseppe Jato.

Basile stava indagando su alcune aziende edili legate alla mafia. Il settore dell’edilizia  per la mafia, era all’epoca un terreno fertile e inesplorato, a differenza del traffico di droga ormai da tempo entrato nel mirino degli inquirenti. D’Aleo seguì quindi una pista a suo tempo avviata da Basile che vedeva indagata l’azienda “Litomix” la quale produceva calcestruzzi. Quest’ultima era fortemente legata agli interessi dei boss Giuseppe e Giovanni Brusca di San Giuseppe Jato,  fedeli di Totò Riina.

Ma non solo. D’Aleo cercava la verità sulla morte di Basile e il collegamento con la mafia. Le indagini portarono il Capitano a far incarcerare i tre esecutori materiali dell’omicidio: Bonanno, Puccio e Giuseppe Madonia. Venne anche individuato Giovanni Brusca come mandante: un mafioso promettente figlio del capo della cosca Bernardo e che piaceva molto a Riina. Non rimase in carcere a lungo e la cronaca ci ricorda che, diversi anni dopo, fu per sua volontà che a Capaci morirono Giovanni Falcone, la moglie e la loro scorta.

Le indagini sui Brusca e Riina, furono fra le sue principali lotte che portarono alla luce come il sistema mafioso fosse radicato in maniera capillare sul territorio, come si evince dalla sentenza del 16 novembre 2001 per il suo omicidio e della sua scorta: “Il Capitano D’Aleo, al pari del suo predecessore, non si era limitato a ricercare quei pericolosi latitanti mediante un’azione pressante anche nei confronti dei loro familiari (come il giovane Brusca Giovanni), ma aveva sviluppato indagini dirette a colpire i ramificati interessi mafiosi nella zona.  Nel portare avanti quest’attività, anche tramite fermi ed arresti, l’Ufficiale aveva dimostrato pubblicamente di volere compiere il suo dovere, senza farsi condizionare dal potere mafioso acquisito dai boss e dal pericolo delle loro ritorsioni”.

La sentenza dichiarò che il movente dell’omicidio era di stampo mafioso e molti dei colpevoli vennero condannati ed incarcerati. Ergastolo, in quanto mandanti, per Michele Greco, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Giuseppe Farinella e Nenè Geraci. Gli esecutori materiali sono invece stati individuati in Angelo La Barbera, Salvatore Biondino e Domenico Ganci.  Marta Bigolin – Cosa Vostra 10.6.2020

Il libro “Per sempre fedele” racconta il sacrifico del capitano dei carabinieri Mario D’Aleo  – La mafia gli chiuse gli occhi – Che invece teneva aperti dalla sua caserma a Monreale di Stefano LorenzettoNella lettera ai genitori scritta il 24 ottobre 1973, tre giorni dopo essere entrato a 19 anni nell’Accademia militare di Modena, c’era uno scrupolo di coscienza che dice tutto di lui: «Chiedo scusa a papà se spendo un po’ troppi soldi per telefonare, ma sentire la sua voce familiare è davvero bello!». Poi un auspicio: «Spero che papà sia contento che mi abbiano messo nei carabinieri». Non poteva immaginare, Mario D’Aleo, che appena dieci anni dopo i mafiosi gli avrebbero fatto indossare per l’ultima volta, dentro una bara, la sua divisa di capitano dell’Arma. Quello che si può dire, è che da comandante della Compagnia di Monreale lo aveva messo sicuramente in conto, dopo che il suo predecessore, il capitano Emanuele Basile, era stato ammazzato mentre con la moglie e la figlioletta aspettava di assistere ai fuochi artificiali per la festa del Santissimo Crocifisso: il sicario di Cosa nostra gli sparò alle spalle sei colpi di pistola e lo finì con uno alla nuca.

«L’ultimo gesto di Basile, mentre stramazzava a terra, fu quello di fare scudo con il proprio corpo alla piccola Barbara, 4 anni, che stringeva fra le braccia. Invece a mio fratello la mafia non diede neppure il tempo di formarsi una famiglia», dice Antonino D’Aleo. «Tre killer lo uccisero il 13 giugno 1983 a Palermo, in via Cristoforo Scobar. Si stava recando a casa della fidanzata Antonella. Gli telefonai intorno alle 21. Non rispose. Avrei voluto tirargli le orecchie perché s’era dimenticato di farmi gli auguri per sant’Antonio, il mio onomastico. Lo seppi così che l’avevano appena ammazzato». Nell’agguato furono trucidati anche i due uomini della scorta, l’appuntato Giuseppe Bommarito e il carabiniere Pietro Morici, che era stato l’autista di Basile.

Antonino D’Aleo, il fratello maggiore del capitano assassinato, è nato a Roma nel 1950. Da 45 anni abita a Verona. Ci arrivò dopo aver vinto un concorso della Siae, la Società italiana autori e editori. Ma qualcosa del Dna di famiglia urgeva dentro di lui, perché nel 1978, appena laureatosi in Giurisprudenza, decise di partecipare ad altri due concorsi, uno per entrare in magistratura, l’altro per diventare funzionario di polizia. Superò il secondo e prese servizio nella questura scaligera, a quel tempo ubicata in lungadige Porta Vittoria. È stato capo di gabinetto e dirigente della Squadra mobile, distinguendosi in operazioni di rilievo nazionale, soprattutto contro i trafficanti di droga. In seguito è stato vicequestore vicario a Padova; dirigente del Compartimento di polizia ferroviaria del Piemonte e della Valle d’Aosta; questore di Sondrio e poi di Mantova. Oggi è un pensionato.

Il sacrificio di suo fratello è stato raccontato nel libro Per sempre fedele, scritto da Valentina Rigano, cronista lombarda di nera e di giudiziaria, e da suo marito Marco D’Aleo, uno dei due figli dell’ex questore, nato a Verona nel 1978, il quale ha seguito le orme dello zio: maggiore dei carabinieri, comanda la Compagnia di Busto Arsizio. Nella prefazione del volume, il magistrato antimafia Salvatore Bellomo spiega che il ruolo di pubblico ministero «ti dona un privilegio unico: quello di avere la possibilità di lavorare al fianco di uomini veri come Mario D’Aleo e la fortuna di portarti per tutta la vita i loro sguardi ardenti e affamati di giustizia, che ti trafiggono e ti spingono a dare il meglio di te».

Perché fu ucciso suo fratello? Perché non guardava in faccia nessuno. Non era disposto a chiudere un occhio in un territorio dove per lasciarti vivere la mafia vorrebbe invece che li chiudessi entrambi. Così hanno provveduto loro: glieli hanno chiusi per sempre.

Loro chi? I mandanti furono sei fra i più spietati boss della Sicilia: Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Giuseppe Farinella e Nenè Geraci. Ma nel processo, conclusosi con 22 ergastoli, sono entrati un po’ tutti gli esponenti di spicco di Cosa nostra, da Salvatore Lo Piccolo a Pietro Aglieri.

Suo fratello doveva rappresentare per loro una grave minaccia se lo condannarono a morte. Pochi giorni dopo il suo insediamento a Monreale, aveva arrestato Giovanni Brusca, condannato per oltre un centinaio di omicidi, anche se lui personalmente se n’è attribuito addirittura 200, fra cui quelli del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti della scorta. Fu Brusca ad azionare il telecomando dell’esplosivo nella strage di Capaci. E fu sempre lui a strangolare il piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito, e a scioglierlo in una vasca piena di acido. La Cassazione ritiene che mio fratello sia stato assassinato per decisione di Riina come ritorsione proprio per «l’incalzante attività condotta contro la famiglia Brusca».

Mario aveva ricevuto minacce? È probabile, ma con noi non ne parlò mai. Né con me, né con Fausto, il mio fratello gemello, né tantomeno con i nostri genitori, Salvatore e Gabriella. Mio padre era stato maresciallo dell’esercito e lo aveva messo in guardia più volte. Conosceva bene quelle terre, essendo originario di Palazzo Adriano, a un’ottantina di chilometri da Monreale.

I suoi sono ancora vivi? No, entrambi morti. Papà di crepacuore, tre anni dopo l’uccisione di Mario.

Che cosa ricorda del suo lungo periodo in questura a Verona? A parte i 12 anni da vicecapo e poi capo di gabinetto con i questori Francesco Mirabella e Pasquale Zappone, è impossibile dimenticare i cinque trascorsi alla guida della Squadra mobile. Non fu facile raccogliere l’eredità di Vittorio Vasques e Armando Zingales, due investigatori straordinari. Si lavorava in perfetta simbiosi con magistrati di grande valore, come Guido Papalia, Mario Giulio Schinaia, Antonino Condorelli e Angela Barbaglio, che oggi ha preso il posto di Papalia alla guida della Procura scaligera.

Lei e Papalia portaste a termine la famosa operazione Arena. Fu un’indagine complessa, culminata con l’arresto di 103 narcotrafficanti, operativi in varie province. Di lì a poco dovemmo ribattezzarla operazione Arena 1, per distinguerla dalle operazioni Arena 2 e Arena 3. In tutto vennero assicurati alla giustizia circa 200 malviventi.

Verona negli anni Ottanta era conosciuta come la «Bangkok d’Italia», una definizione giornalistica di cui porto la responsabilità. Dove sono finiti i tossicomani che si bucavano in piazza Erbe e gli spacciatori che tagliavano l’eroina con la polvere grattata via dai muri di tufo del volto che porta nel Cortile Mercato Vecchio? Dei primi, una parte sono morti, purtroppo: lei consideri che in 17 anni, a partire dal 1975, si contarono 235 decessi per overdose, con una punta massima di 33 nel 1992. I secondi hanno dovuto prendere atto che Arma dei carabinieri, polizia e Guardia di finanza avevano riconquistato il pieno controllo del territorio ed era consigliabile per loro cambiare aria. Aggiunga la prevenzione, che ha fatto passi da gigante, in ambito scolastico e sanitario. Quella della droga è una piaga che è stata per lungo tempo sottovalutata. È triste che oggi stia passando la teoria secondo cui si tratterebbe di una libera scelta individuale.

A che cosa si riferisce? Ai negozi che vendono la cosiddetta cannabis light. Una moda molto pericolosa, perché induce le giovani generazioni a ritenere che lo sballo sia socialmente accettabile. Invece non possono esistere né droghe leggere né erbe legali. Qualsiasi forma di dipendenza è un male in sé. Ha fatto bene la Cassazione a interrompere questa attività, sulla base del ragionevole dubbio che fosse in atto lo smercio di sostanze dall’«effetto drogante». Del resto, se i clienti non cercassero proprio tale effetto, non si spiegherebbe l’enorme successo riscosso da un’attività commerciale fino a ieri mai esercitata in Italia.

Quale fu il giorno più nero vissuto in questura a Verona? Sicuramente il 21 dicembre 1979, quando in via Pigafetta la malavita uccise Fabio Maritati, il figlio diciottenne di Antonio, maresciallo di polizia, secondo la qualifica in uso a quell’epoca. I criminali puntavano a uccidere il padre, colpevole di troppo zelo nelle indagini sul narcotraffico. Ma quella sera il nostro collega aveva lasciato che fosse Fabio a parcheggiare l’auto in garage, mentre lui risaliva in casa con alcuni pacchi. Il giovane fu crivellato di colpi.

Per quale motivo ha deciso di abitare per sempre a Verona? Perché è una piccola Roma, con l’Arena al posto del Colosseo e il lago di Garda al posto del Lido di Ostia. La vivibilità è eccellente, i servizi funzionano. La famiglia l’ho sempre tenuta qui, anche quando i miei incarichi mi portavano in giro per l’Italia. Negli ultimi anni ho avuto la fortuna aggiuntiva di abitare ad Avesa, un borgo incantevole. Dove – lo sanno in pochi – aveva la casa anche Arnaldo La Barbera, che da questore di Palermo gestì le indagini sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio, in cui persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e altre nove persone. Ad Avesa abitavamo porta a porta. Forse scelse di fissare la residenza in questa località quando comandava la Squadra mobile di Venezia e poi la mantenne per motivi di sicurezza anche dopo essere diventato questore di Napoli e di Roma e infine capo della Direzione centrale della polizia di prevenzione.

Da quanto è in pensione? Dal 2013. Per raggiunti limiti di età. Fosse dipeso da me, sarei rimasto. Ma avrei potuto farlo solo se da Mantova mi avessero promosso questore in un capoluogo di regione. In quel caso, sarei andato a riposo a 65 anni, anziché a 63.

Bizzarro, visto che gli altri cittadini ci vanno a 67. Dipenderà dal fatto che il lavoro di poliziotto è considerato usurante. Io non sono stato affatto contento di andare in pensione. Per una vita ho lavorato nelle questure dalle 8 di mattina alle 8 di sera, sette giorni su sette. Il primo impatto è stato durissimo. Ho sistemato un po’ di carte e poi mi sono chiesto: e ora che faccio? Le mie giornate sono diventate improvvisamente vuote. So che lei, dopo essere uscito dalla polizia, si offrì come civil servant alla Fiera e al Comune. A titolo gratuito. Mi sarebbe piaciuto rendermi utile.

Che cosa avrebbe voluto fare? Vigilare sulla legalità e sulla sicurezza degli enti pubblici, senza nulla togliere alla polizia municipale, che ha già il suo bel daffare sul fronte traffico.

Nel giugno 2015 fui io a presentarla al sindaco Flavio Tosi. Da allora, più risentito. Eppure i motivi per controllare non mancavano, visto che l’anno prima era stato arrestato il suo vice. Ma capisco che vi sono anche difficoltà procedurali per affidare incarichi ai pensionati. Michele Rosato, questore di Verona poi trasferito a Piacenza, avrebbe voluto fare la stessa cosa, quando nel 2013 lo misero a riposo, ma l’unico incarico che rimediò fu quello di presidente della Croce bianca.

Poteva tornare alla carica con il sindaco Federico Sboarina. A che serve insistere se manca la volontà politica? Quand’era questore, le è mai capitato di rimanere senza benzina per le volanti? Senza benzina no. Ma senza carta per le stampanti sì. Ricordo che un imprenditore di Viadana, Alessandro Saviola, venuto a conoscenza delle nostre ristrettezze, ne regalò un intero furgone alla questura di Mantova. Se avessimo aspettato Roma, le risme sarebbero arrivate dopo sei mesi.

Che cosa pensa delle molte interdittive antimafia emesse negli ultimi anni dai prefetti contro aziende del Veronese controllate dalle cosche calabresi? I soldi seguono i soldi. Non esistono oasi felici. Mafia e ‘ndrangheta sono ovunque. Investono in immobili, alberghi e attività commerciali per riciclare i capitali sporchi. Ma lo Stato c’è. C’è sempre stato, se mi passa il gioco di parole. Anche prima di Matteo Salvini. L’Arena