di Alessandro Cucciolla
La sabbia nella clessidra di Paolo Borsellino ha smesso di scorrere fluidamente il 28 giugno 1992.
entitré giorni prima della strage di via D’Amelio.
Non è una data qualunque, non è un giorno di ordinaria amministrazione nella Palermo infuocata del post-Capaci.
È il giorno esatto in cui il magistrato riceve la certezza matematica e tragica che il prossimo della lista è lui.
E, cosa ancora più raggelante, capisce che intorno a lui si è fatto il vuoto.
Un vuoto istituzionale, un silenzio di tomba.
*La modalità inedita: Il tradimento nei fogli dell’Arma*
Ciò che rende il 28 giugno un fossato di disperazione e lucidità per Borsellino non è solo la notizia in sé — che la mafia lo volesse morto era un dato tragicamente scontato —, ma il modo in cui quella notizia gli piomba sulla scrivania.
Il tritolo destinato a lui è già arrivato a Palermo.
Ma Borsellino non lo viene a sapere durante un briefing in Procura. Non glielo dice un collega magistrato in un corridoio del Palazzo di Giustizia. Non c’è una condivisione di intelligence all’interno di quell’ufficio che avrebbe dovuto essere la sua trincea e la sua cassaforte.
Paolo Borsellino apprende del carico di esplosivo da una relazione dei Carabinieri.
Un documento formale, un binario informativo parallelo, che mette nero su bianco ciò che all’interno della Procura di Palermo qualcuno già sapeva, o avrebbe dovuto sapere, e che nessuno gli aveva comunicato.
È la conferma del tradimento.
È la prova provata dell’isolamento. In quel preciso istante, Borsellino realizza che la circolazione delle informazioni scavalca la sua persona, che il perimetro di sicurezza si è disintegrato e che i suoi giorni non sono più contati a mesi, ma a ore.
*I tasselli di via D’Amelio: Chi ha isolato il magistrato?*
Rimettere insieme i pezzi di quei ventitré giorni che separano il 28 giugno dal 19 luglio significa sollevare il velo su una delle pagine più buie della Repubblica. Significa porsi le domande che ancora oggi bruciano:
Chi sapeva e ha taciuto?
Perché un’informazione di tale gravità vitale non è stata immediatamente posta alla base di un piano di protezione totale?
Perché via D’Amelio non è stata blindata? Nonostante l’allarme sul tritolo già presente in città, la strada dove abitava la madre del magistrato rimase un parcheggio a cielo aperto, privo di rimozione forzata, un bersaglio perfetto e immobile.
La corsa contro il tempo: Borsellino in quei giorni lavora a ritmi disumani. Sa di avere pochissimo tempo. Scrive, verbalizza, interroga i pentiti (come Gaspare Mutolo), cerca la verità sulla morte di Giovanni Falcone e intravede i contorni mostruosi di quel dialogo occulto tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra.
*Trentaquattro anni dopo: I depistaggi e i teoremi contro i falti concreti*
A distanza di trentaquattro anni da quel 1992, la ferita di via D’Amelio non è solo aperta: è stata sistematicamente infettata.
Il depistaggio iniziato a poche ore dall’esplosione — con la sparizione dell’Agenda Rossa e la costruzione a tavolino del falso pentito Vincenzo Scarantino — rappresenta il più grande fallimento giudiziario e morale della storia d’Italia.
Oggi assistiamo ancora al proliferare di teoremi comodi, di narrazioni fumose utili a coprire le responsabilità più profonde. Si continua a spostare il focus, a fomentare speculazioni politiche e mediatiche piuttosto che ancorarsi ai riscontri concreti, a quegli atti d’indagine che già allora indicavano come la morte di Borsellino fosse un’urgenza non solo per i boss di Cosa Nostra, ma per chi, dentro le istituzioni, temeva che il magistrato scoprisse il “patto” scellerato.
Scrivere di Proprio Pugno: Il Dovere della Memoria
Oggi non possiamo dimenticare.
Non possiamo permetterci il lusso della retorica della memoria, della celebrazione sterile che trasforma gli eroi in santini per svuotarne il messaggio.
Scrivere e ricordare il 28 giugno 1992 significa guardare in faccia l’orrore di un uomo di Stato lasciato solo a morire dallo Stato stesso.
Paolo Borsellino ha camminato verso il proprio patibolo con la dignità dei giusti, sapendo che il tritolo era già a Palermo e che chi sedeva nelle stanze accanto alla sua aveva già girato lo sguardo altrove. Ricordare quel giorno significa pretendere, ancora e senza sosta, la verità intera, non quella comoda e parziale che per decenni ci è stata propinata.
28 giugno 1992 🟧 BORSELLINO scopre casualmente che é arrivato il tritolo destinato a lui

