Dopo Capaci: la corsa di Borsellino contro il tempo

 

Le 57 giornate che cambiarono l’Italia: perché Cosa Nostra decise di colpire Falcone e Borsellino nel 1992

Nel 1992 Cosa nostra non si limitò a uccidere due magistrati che da anni erano nel mirino. Decise di farlo in quel preciso momento, nel giro di appena 57 giorni, inaugurando una stagione di violenza senza precedenti.
Per provare a comprendere le ragioni di quella accelerazione improvvisa bisogna guardare oltre la cronaca giudiziaria: alle paure, alle strategie e alle tensioni che attraversavano l’Italia in quei mesi.
La probabile scintilla: la sentenza della Cassazione sul maxiprocesso. Il 30 gennaio 1992 la Corte di Cassazione conferma le condanne del maxiprocesso.
Per Cosa nostra è un terremoto: gli ergastoli ai vertici diventano definitivi, e con essi la fine dell’impunità che per decenni aveva protetto i boss. Secondo alcune ricostruzioni giudiziarie, quella sentenza segna un punto di non ritorno.
Totò Riina interpreta la decisione come una dichiarazione di guerra dello Stato. La risposta deve essere immediata, eclatante, destabilizzante.
Capaci non è solo un omicidio: è un messaggio. Falcone: il nemico che stava cambiando lo Stato. Giovanni Falcone non era più “solo” un magistrato.
Dal suo nuovo ruolo al Ministero della Giustizia Falcone stava rafforzando il sistema dei collaboratori di giustizia, progettando una Direzione Nazionale Antimafia e stava coordinando le riforme che avrebbero reso più efficaci indagini e processi.
Per Cosa nostra, Falcone stava quindi diventando “un pericoloso architetto del nuovo Stato antimafia”.
Per Cosa nostra eliminarlo significava la volontá di fermare una trasformazione istituzionale che avrebbe reso la mafia più vulnerabile.
Dopo Capaci, la corsa contro il tempo: le indagini avviate con grande vigore da Borsellino preoccupavano assai i boss.
La morte di Falcone, infatti, non ferma Paolo Borsellino. Anzi, accelera al massimo il suo impegno.
In quelle settimane Borsellino: incontra i vertici del ROS, raccoglie informazioni su rapporti tra mafia, politica e imprenditoria . Cerca di approfondire l’ informativa “mafia-appalti”, torna a indagare su possibili connessioni con esponenti istituzionali di vari settori tanto da dire alla sorella di Falcone, nel trigesimo di Capaci:” ho scoperto cose terribili che riferirò all’ autorità di competenza “.
Indagini successive( con testimonianze e documenti), e alcune di esse anche attuali, hanno permesso di scoprire che Borsellino sapeva da tempo di essere nel mirino e che stava lavorando su piste in grado di colpire gli interessi economici miliardari che Cosa nostra stava acquisendo in quel periodo e che avrebbero colpito anche importanti centri economici e imprenditoriali nazionali
Per Riina, Borsellino non era più solo un magistrato da eliminare: rappresentava un serissimo pericolo imminente.
Perché proprio 57 giorni? La strategia della destabilizzazione
La rapidità tra le due stragi non è casuale. Secondo diverse sentenze e ricostruzioni investigative, Cosa nostra perseguiva tre obiettivi: vendetta per il maxiprocesso.  intimidazione verso lo Stato e la politica, in un momento di transizione drammatica (crollo della Prima Repubblica, Tangentopoli, crisi economica).
La strage di via D’Amelio, così vicina temporalmente a quella di Capaci, amplifica un messaggio già evidente: lo Stato non è stato in grado di proteggere i suoi uomini migliori in un contesto in cui il Paese appare sull’orlo del collasso.
L’inchiesta Mani Pulite travolge i partiti storici, la lira è sotto attacco, il governo Amato nasce in un clima di emergenza, e le principali istituzioni della Repubblica si mostrano fragili, divise, incerte.
In questo scenario complesso, Cosa nostra, che si percepisce tradita e accerchiata, sceglie la strategia più brutale: colpire non solo per prevenire le indagini, non solo per vendicarsi ma allo stesso tempo dimostrare allo Stato la sua potenza destabilizzante.
Ma fa un ragionamento errato perché proprio a causa della strage di via D’Amelio viene convertito in legge il decreto 306 del 7 giugno precedente con il quale si erano rafforzate le misure contro cosa nostra introducendo il 41/bis e rafforzando il 4/bis. Prima dell’ uccisione del dr. Borsellino il decreto stava prendendo la via di una mancata convalida. E’ proprio quella strage che porta i numeri in Parlamento affinché venga convertito e non perda efficacia.
È ragionevole concludere che le stragi del 1992 non siano soltanto atti di vendetta ma soprattutto di prevenzione. Molti aspetti restano tuttora oggetto di indagini, processi, testimonianze e interrogativi.
Interrogativi ai quali la Procura della Repubblica di Caltanissetta e la Commissione parlamentare Antimafia stanno cercando di dare risposta, nonostante i ripetuti attacchi a cui sono periodicamente sottoposte, in particolare da quei settori della politica oggi all’opposizione.
Ma un punto appare chiaro: Falcone e Borsellino furono uccisi perché, in quel preciso momento storico, rappresentavano una minaccia strategica per gli interessi della mafia — e non solo della mafia – che già l’anno precedente ” era entrata in borsa”. (Cit.  GIovanni Falcone).