di Alessandro Cucciolla
Ci sono date che non sono semplicemente passato, ma ferite aperte che continuano a sanguinare nel presente. Il 19 luglio 1992 è una di queste. Trentaquattro anni ci separano dal boato di Via D’Amelio, ma quel fumo nero non si è mai del tutto diradato. Perché questa storia va raccontata ancora oggi, con ostinata insistenza?
Va raccontata, in primis, per quei giovani a cui Paolo Borsellino parlava sempre col cuore in mano, guardandoli negli occhi e riponendo in loro la più grande speranza per il futuro. Diceva che Palermo sarebbe diventata bellissima, e affidava quel sogno proprio alle generazioni che sarebbero venute.
Oggi, per quelle stesse generazioni, è un dovere etico narrare la storia di determinazione, coraggio e sommessa resilienza di Lucia, Fiammetta e Manfredi Borsellino, insieme al loro avvocato Fabio Trizzino.
La loro non è una semplice vicenda di elaborazione del lutto. È una storia di resistenza civile cresciuta dentro il dramma di una strage che è coincisa – come attestato definitivamente dalle sentenze giudiziarie – con il più grande depistaggio della storia repubblicana.
*Oltre la retorica: i profili della dignità*
Per comprendere gli ultimi 34 anni di storia d’Italia, bisogna guardare a questi tre fratelli.
Lontani dai riflettori accecanti, dalle passerelle della memoria finta e dai professionisti dell’antimafia di facciata, Lucia, Manfredi e Fiammetta hanno scelto la via del silenzio operoso, interrotto solo quando la ricerca della verità lo esigeva.
Lucia Borsellino:
con la sua autorevolezza morale e la sua dedizione alle istituzioni, ha incarnato il senso del dovere del padre, servendo la sanità pubblica in Sicilia e scontrandosi spesso con logiche di potere opache, preferendo le dimissioni ai compromessi.
Manfredi Borsellino: Entrato in Polizia, ha scelto di servire lo Stato indossando la stessa divisa dei ragazzi della scorta che persero la vita insieme a suo padre. Una scelta di campo quotidiana, fatta sul campo, lontano dai palcoscenici.
Fiammetta Borsellino: negli ultimi anni è diventata la voce più ferma e indomita della famiglia.
Con domande precise, dirette e dolorose, ha squarciato il velo di ipocrisia che circondava le indagini su Via D’Amelio, pretendendo risposte da magistrati, investigatori e istituzioni che per anni hanno avallato “verità” di comodo costruite a tavolino.
Al loro fianco, l’avvocato Fabio Trizzino (marito di Lucia) ha condotto una battaglia legale titanica.
Con competenza e senza sconti per nessuno, Trizzino ha scavato nei faldoni, ha unito i puntini dei troppi “non ricordo” e dei dossier spariti, trasformando il dolore familiare in un’azione giudiziaria e civile impeccabile.
Capire i depistaggi sulla strage di Via D’Amelio significa capire la storia profonda del nostro Paese.
Non si è trattato solo di mafia, ma di pezzi dello Stato che hanno tradito lo Stato stesso.
*Il più grande depistaggio della storia d’Italia*
La verità su Via D’Amelio è stata per anni presa in ostaggio. Le sentenze dei processi “Borsellino quater” e successivi hanno messo nero su bianco una realtà agghiacciante: criminali imbeccati da investigatori infedeli hanno costruito a tavolino falsi pentiti (come Vincenzo Scarantino), portando alla condanna di innocenti e, soprattutto, allontanando per decenni la verità sui reali mandanti e complici della strage.
Perché è stato fatto? Cosa doveva nascondere l’agenda rossa di Paolo Borsellino, sparita nel nulla pochi minuti dopo l’esplosione sotto gli occhi di uomini dello Stato?
I figli di Borsellino non hanno *mai cercato vendetta, ma giustizia* .
E la loro ricerca ha dimostrato che la strage di Via D’Amelio non appartiene solo alla memoria privata di una famiglia spezzata, ma è il buco nero attorno a cui ruotano i misteri irrisolti della transizione italiana tra la Prima e la Seconda Repubblica.
*La “generazione Borsellino” e il testimone della resistenza*
Oggi questa storia non parla al passato, parla al futuro.
I figli di Paolo Borsellino non combattono più solo per l’onore del padre. Combattono per intere generazioni.
Quelle ragazze e quei ragazzi che nel 1992 non erano ancora nati, o erano troppo piccoli per capire, sono diventati oggi la Generazione Borsellino.
Cittadini consapevoli che hanno raccolto quel testimone. La resistenza civile di Lucia, Manfredi e Fiammetta è diventata contagiosa: ci insegna che la memoria non è una corona di fiori deposta una volta all’anno, ma un esercizio quotidiano di verità e di pretesa di trasparenza.
Raccontare questa storia a modo nostro – senza sconti, senza sviolinate retoriche, rispettando quel pudore che la famiglia Borsellino ha sempre mantenuto – è l’unico modo per onorarla. Paolo Borsellino diceva che il fresco profumo della libertà si oppone al puzzo del compromesso morale. Quel profumo oggi cammina sulle gambe di chi non si accontenta delle mezze verità e continua, 34 anni dopo, a chiedere il conto della storia.

