ELVIRA TERRANOVA: io, giovane cronista nel 1992. Dalla rabbia alla memoria

 

di Elvira Terranova, giornalista Adnkronos

 

Ricordo ancora nitidamente quell’odore acre di bruciato, quelle facce smarrite, quegli occhi spenti, quella impotenza. E le lacrime. Anche le mie. Ero una giovanissima cronista, e quel pomeriggio è rimasto incollato nella mia memoria.
Era una domenica. Quando sentii un boato, poi una colonna di fumo nero. Le sirene. Mi precipitai in via D’Amelio, con il cuore in gola. Le fiamme altissime. Un’autobomba aveva appena ucciso il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta, i suoi angeli custodi. Tra loro anche una giovanissima poliziotta dagli occhi chiari, Emanuela Loi. Che avevo incrociato appena pochi giorni prima alle Tre Torri, dove abitava.
Cinquantasette giorni prima un altro boato. A Capaci, stavolta. Quel sabato pomeriggio corsi all’ospedale Civico. Impossibile arrivare fino al cratere di Capaci. Cercavo notizie sul giudice Giovanni Falcone. Sulla moglie, Francesca Morvillo. E sui tre agenti di scorta. Ma erano tutti già morti. Due date, il 23 maggio 1992 e il 19 luglio 1992, che non sono solo numeri sul calendario. Ma che hanno lasciato un segno indelebile.
Sulla carne viva. Anche in chi, come me, stava iniziando a fare il mestiere della giornalista. Ricordo perfettamente quei giorni. Quella sensazione di impotenza, mista a rabbia. Ascoltare i racconti dei feriti sull’autostrada, degli abitanti di via D’Amelio rimasti senza casa. Le loro lacrime, per l’orrore vissuto.
La società civile scesa in piazza. Migliaia di persone, che si tenevano per mano gridando ‘Non li avete uccisi’ e i lenzuoli appesi alle finestre e ai balconi con la scritta: ‘Le loro idee cammineranno sulle nostre gambe’. Proseguire su quella strada per me è stata una scelta obbligata.
Volevo capire, volevo raccontare. Sono trascorsi 34 anni e non mi sono mai fermata. Ho continuato a fare la cronista con quel bagaglio sulle spalle. Avere vissuto il 1992 significa sapere che la libertà di stampa non è un privilegio, ma un presidio di democrazia. Vuol dire spiegare ai giovani, che all’epoca non erano ancora nati e che non hanno vissuto il periodo delle stragi, che la legalità non è un concetto astratto, ma il risultato di scelte quotidiane.
La lezione di Falcone e Borsellino ci impone il rigore. Scrivere vuol dire cercare la verità, significa restare vigili perché il silenzio è ancora oggi il miglior alleato della mafia.
Io continuo a scrivere, con la stessa passione di sempre, a raccontare fatti di mafia. Perché se 34 anni fa ci hanno tolto il respiro, noi oggi abbiamo il dovere di essere la voce di chi ha pagato con la vita il diritto di sapere.
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono due eroi italiani, caduti nella lotta contro la mafia, con i quali tutti noi siamo in debito. A trentaquattro anni dalla loro morte, rappresentano un modello di interpreti della giustizia e servitori dello Stato che racchiude i valori fondamentali della Costituzione repubblicana, dall’impegno per la difesa dello stato di diritto, alla fedeltà ai diritti fondamentali di ogni cittadino, alla volontà di proteggere e migliorare la qualità della vita della nostra comunità.
Fare la giornalista di cronaca giudiziaria oggi vuol dire abitare nelle aule bunker, imparare a leggere tra le righe delle ordinanze. E una cosa l’ho imparata in tutti questi anni: Nelle carte giudiziarie non c’è spazio per la retorica.
Ogni volta che scrivo di Falcone, di Borsellino, di Rocco Chinnici, di Piersanti Mattarella e di tutte le vittime di mafia, o seguo un processo di mafia, porto con me quella ragazza del’92.
E’ lei che mi impedisce ad abituarmi all’orrore. Oggi mi sento, a tratti, una archeologa del presente: scavare sotto la superficie per provare a trovare la chiave dei misteri che ancora oggi aleggiano attorno alle stragi. Ma so anche che la memoria è l’unico anticorpo contro il ritorno del buio. CORTE DI APPELLO DI PALERMO