L’intervento d LUCIA BORSELLINO alla Corte di Appello di Palermo

“Quando ho ricevuto la telefonata del Procuratore Generale, Lia Sava, e del Presidente della Corte di Appello, Antonio Balsamo, con la quale mi preannunciavano questa giornata in ricordo di mio padre, invitandomi a portare in questa occasione la mia testimonianza, ho avuto – come puntualmente mi accade – un attimo di esitazione.
Convivere con la dimensione pubblica della storia di mio padre, e quindi della storia della mia famiglia, per me non è mai stato facile.
Ogni giorno il dovere civico di testimonianza bussa alla mia coscienza e si misura con la mia natura di persona riservata, discreta, che non avrebbe mai immaginato che la storia del proprio padre e quella dei suoi familiari sarebbe divenuta di dominio pubblico. Quest’ultimo aspetto, non lo nascondo, è quello che ancora oggi, dopo 34 anni da quando mio papà non è più con noi, mi procura ancora un certo disagio.
Ho ben chiaro, tuttavia, che il valore di questa storia va oltre la nostra stessa esistenza. Questa consapevolezza mi spinge quindi a cedere di fronte alla necessità che soprattutto le giovani generazioni abbiano la possibilità di conoscere, da testimoni credibili, la storia di uomini e donne che hanno operato per contribuire alla crescita di una società migliore, fino all’estremo sacrificio delle loro vite.
Mio padre ha vissuto 52 anni. Quando penso alla sua età il giorno in cui la vita gli è stata spezzata, e al fatto che i suoi tre figli oggi quell’età l’abbiano raggiunta e superata, mi assale ancora un’angoscia indescrivibile.
Non solo per la sua assenza tra noi – il nostro rapporto era la nostra linfa – ma perché penso a quanta vita egli abbia dovuto rinunciare e a quanto di lui abbiamo perso.
Ma, così come il suo esempio ci ha insegnato e come nostro padre avrebbe fortemente voluto, non potevamo e non possiamo fermarci dinnanzi a questa evidenza.
Dovevamo e dobbiamo attraversare questo dolore per vedere la sua luce che non sarebbe venuta meno mai, neanche in sua assenza.
Abbiamo compreso da subito, infatti, cosa volesse dire quando ci diceva che una vita vale la pena di essere vissuta se si lascia un’impronta: ogni vita ha certamente un valore, ma la vita di alcuni uomini e donne ha un valore imperituro e inestimabile quando è spesa per amore, per degli ideali, per il bene comune, per tutti noi.
Papà era un uomo estremamente umile. Stava sempre un passo dietro agli altri e non aveva nessuna velleità di primeggiare. Era un uomo profondamente ironico, perché con l’ironia prendeva in giro anche le sue paure, perfino quella della morte.
Era generoso: chiunque venisse in contatto con lui riceveva qualcosa, fosse anche solo un sorriso.
Era rigorosissimo sul piano etico e morale, sia nella vita privata che in quella professionale, anche quando questo rigore richiedeva enormi sacrifici personali e familiari.
Gioiva delle piccole cose: del profumo del caffè, di uno scherzo, del mare calmo, dello sbocciare di un fiore; gioiva della vita che non avrebbe mai voluto perdere. O meglio, da cristiano esemplare quale pure era, non avrebbe mai voluto perderla per cause non volute da Dio, ma dalla cattiveria umana.
La sua grande cultura, prevalentemente umanistica prima ancora che giuridica, insieme al suo vissuto nella sua Palermo e all’educazione familiare ricevuta, gli ha consentito e lo ha reso incline a scrutare l’animo umano oltre la persona, a scoprire ciò che di recuperabile poteva esserci in coloro che avevano scelto la strada del male o erano stati costretti a percorrerla. Ad interpretarne anche gli sguardi, i gesti, i silenzi. Questa sua inclinazione, e oserei dire anche la sua innata onestà e trasparenza, lo ha reso amabile ma anche temibile.
Ci raccontava che Leoluca Bagarella diceva di lui che era “diabolico”.
La scelta di questo aggettivo per qualificare nostro padre da parte di un uomo del male non è casuale; se pensiamo che questo termine (derivante dal latino tardo diabolĭcus) significa letteralmente “appartenente al diavolo” o “ispirato dal diavolo”, detto da un carnefice ha un significato diametralmente opposto, ovvero quello di avere un’intelligenza così fine da riuscire persino a contrastare il diavolo.
I miei ricordi di papà sono tutta la nostra intera vita che abbiamo avuto il dono di trascorrere con lui e oggi ciò che mi sento di dire è che più gli anni passano, più percepiamo il peso di questa assenza, anche se lui, per come ha vissuto e per ciò che ha lasciato a tutta la collettività, è idealmente ovunque.
È per questa fondamentale ragione che, nonostante non amiamo essere soggetti pubblici in quanto suoi figli, non possiamo esimerci né intendiamo sottrarci, nel pieno rispetto delle istituzioni – che è il faro che ha sempre guidato l’operato di nostro padre, anche nei momenti in cui una eventuale deroga a questo principio avrebbe potuto essere giustificata da cause legate a un suo stato di straordinaria necessità – dicevo, non possiamo né intendiamo esimerci dal fare la nostra parte.
Fare la nostra parte anche quando la nostra voce può risultare insidiosa rispetto all’esigenza – imprescrittibile – non di conoscere “una verità”, ma l’effettivo corso di come si è svolta questa storia, maturata sia prima che dopo le stragi che hanno piegato il nostro Paese.
A questo riguardo vorrei aggiungere: andiamo oltre i simboli, il cui significato e valore sono di indiscutibile importanza.
Sono stata una dei testimoni oculari dell’agenda rossa appartenuta a mio padre. La sua sottrazione dal luogo della strage non può fermare la ricerca della verità.
Solo pensare che la sparizione di questo importantissimo reperto possa rendere impossibile la ricerca della verità rischia di far cadere nella “disperazione”, intesa come mancata speranza che questa storia possa essere ricomposta. Significa vanificare gli sforzi che le istituzioni sane di questo Paese hanno compiuto e stanno compiendo, giorno dopo giorno, per cercare di colmare quel vuoto di conoscenza lasciato anche dalla mancata possibilità di disporre del contenuto di quell’agenda.
Per questo motivo ringraziamo e siamo al fianco di quelle istituzioni (la Procura di Caltanissetta, la Commissione parlamentare Antimafia) che stanno dispiegando tutte le loro energie per riuscire a restituire a tutta la società civile, e non solo a noi familiari delle vittime di mafia, questo fondamentale contributo di conoscenza che non è un’azione meramente accusatoria o repressiva ma, soprattutto, culturale”.