Il PODCAST
RADIO VOCE 1: Il traffico è bloccato in entrambe le direzioni. Il fatto si è verificato poco prima dello svincolo di Capaci. C’è tutto il terreno sventrato. Il terreno sventrato. Vi do notizie appena possibile, perché il ferito lo stanno portando via in questo momento. Cambio.
VOCE 2: Hanno richiesto un sacco di ambulanze, ci sono molti feriti sul posto. VOCE 3: Sì, va bene, le ambulanze sono arrivate, Mondello?
VOCE 2: Ci sono un sacco di feriti….
GIOVANNI BIANCONI: Le voci affannate delle radio della polizia, in collegamento con la Centrale operativa della Questura di Palermo, raccontano lo sgomento di fronte a ciò che è appena accaduto sull’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi con la città. Il terreno sventrato, un ferito portato via e molti altri ancora sul posto, l’urgente richiesta di ambulanze… Sono da poco passate le 18 di sabato 23 maggio 1992: la tranquillità di un pomeriggio quasi estivo è stata squassata da un boato che ha divelto l’asfalto e aperto un cratere nel quale stanno precipitando non solo le vite di tante persone, ma di un intero Paese.
ROSARIA SCHIFANI: Non era il solito Vito quel giorno eh, perché aveva dei… era cupo era triste perché aveva già organizzato (la sua… la sua…) la sua gara, lui era un atleta dei 400 metri piani e allo Stadio (delle) delle Palme avrebbe dovuto (…) partecipare a questa gara, e non è riuscito ovviamente perché gli era stato cambiato il turno e lui aveva accettato, perché lui non sapeva dire di no. Il giudice Falcone aveva bisogno della scorta, e quindi era importante la sua presenza quel giorno.
GIOVANNI BIANCONI: Rosaria Schifani aveva 22 anni ed era la moglie di Vito Schifani, uno degli agenti di scorta al giudice Giovanni Falcone, il magistrato simbolo della lotta alla mafia, che quel giorno stava rientrando da Roma a Palermo, e a quell’ora percorreva l’autostrada. Un corteo di tre macchine, tre Fiat Croma blindate, sotto le quali s’è aperta la voragine provocata da cinquecento chili di tritolo. Vito Schifani, 27 anni e padre di un bambino di quattro mesi, era alla guida della prima auto. Quel pomeriggio avrebbe dovuto essere libero dal servizio, ma poi il magistrato ha ritardato l’arrivo e Schifani ha sostituito un collega assente.
ROSARIA SCHIFANI: E quindi ricordo questo ragazzo così… triste, perché posso dire che era triste. E anche l’ultima telefonata delle 15:30 a casa di mia madre, ricordo l’orario perché era l’orario della poppata del bambino (perché il bambino mangiava ogni tre ore e mezza). Lui mi disse “sono sotto la garitta del giudice Falcone sto telefonando da un cellulare (i primi cellulari) di un certo Roberto” che era un amico della scorta questo ragazzo, per dirmi l’ultimo “ti voglio bene, stasera non aspettarmi in piedi, non aspettarmi sveglia”. Queste sono le sue ultime parole.
GIOVANNI BIANCONI: Dalla casa di Falcone, davanti alla quale si trova ancora oggi la garitta della vigilanza fissa, Schifani stava per andare in aeroporto ad attendere il giudice. In macchina con lui c’erano il capopattuglia Antonio Montinaro e un terzo agente, Rocco Dicillo, trent’anni appena compiuti e un matrimonio fissato per luglio.
MICHELE DICILLO: Sono Michele Dicillo, fratello di Rocco Dicillo deceduto nella strage di Capaci del 92. Si trattò di un sabato, quel 23 maggio del ‘92 lo ricordo bene perché abbiamo saputo dell’accaduto attraverso la televisione sostanzialmente, ecco. Qualche telefonata dalla questura di Palermo, ma in realtà nell’immediatezza del fatto anche la questura di Palermo non sapeva (dati), non aveva dati precisi, non… nell’immediatezza del fatto non si sapeva chi effettivamente era stato colpito dalla deflagrazione.
RADIO VOCE 3: Quanti feriti ci sono?
VOCE 2: Per i feriti, al momento è impossibile. Circa dieci le auto che sono saltate in aria, già alcuni sono stati portati via. Comunque qui ci sta la macchina di scorta che è quasi distrutta e all’interno ci sono dei colleghi.
ANGELO CORBO: Io sono Angelo Corbo sono un sopravvissuto della scorta di Giovanni Falcone in servizio quel maledetto 23 maggio 1992.
GIOVANNI BIANCONI: Angelo Corbo, palermitano del quartiere Noce, aveva 26 anni e stava nella terza Croma, quella che chiudeva il corteo. In mezzo, tra la macchina condotta da Schifani e quella su cui viaggiava Corbo, c’era la Croma bianca con Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e l’autista Giuseppe Costanza. Al volante però non c’era l’autista ma Falcone, con Francesca seduta al suo fianco. Accadeva sempre, quando in macchina c’era lei.
ANGELO CORBO: Per un semplice banale problema: la moglie soffriva di mal di macchina, quindi deve stare nel sedile davanti, e lui da (vecchio stampo) uomo di vecchio stampo non può permettere che la moglie sta davanti e lui sta dietro. Quindi (come ogni volta che c’era appunto la moglie Francesca Morvillo) lui si mette alla guida, perché autorizzato alla guida della macchina corazzata del Ministero di Grazia e Giustizia, e l’autista giudiziario (Giuseppe Costanza) si posiziona nel sedile posteriore.
GIOVANNI BIANCONI: Anche Corbo era seduto sul sedile posteriore della terza Croma. Alla guida l’agente Paolo Capuzza, accanto al caposcorta Gaspare Cervello.
ANGELO CORBO: Il mio compito è guardare il dietro, il dietro e lateralmente, cercando di avvisare il mio autista eventualmente dei pericoli, cioè nel senso se c’è qualche macchina che va ad alta velocità, che vuole superare… quindi coadiuvare comunque in ogni caso anche l’autista negli spostamenti laterali.
GIOVANNI BIANCONI: Tutto questo per garantire la sicurezza di Giovanni Falcone, il magistrato più scortato d’Italia. Di certo quello a cui è necessario garantire la massima protezione perché quello che più rischia la vendetta di Cosa nostra, che con lui ha un conto aperto. Per motivi di sicurezza, nelle comunicazioni radio della polizia il nome del giudice non viene mai pronunciato. Lo chiamano «la personalità», al massino «il magistrato». Oppure con la sigla attribuita alla persona scortata nelle comunicazioni criptate della polizia: «Monza 500». Un codice al quale va garantita protezione anche dopo l’esplosione che l’ha travolto sull’autostrada, mentre corre verso l’ospedale.
RADIO VOCE 1: Stiamo operando delle staffette dove ci sta il Monza 500 dentro l’ambulanza
VOCE 2: Mi dai conferma che la personalità è stata portata via?
VOCE 3: Sì, io conosco già quando sono sceso… (La macchina… sicuramente è stata portata via…) Adesso comunque vi darò la conferma.
MICHELE DICILLO: Rocco era molto orgoglioso di far parte della scorta di Falcone. Lui si sentiva dalla parte dello Stato, dalla parte della legge. E Falcone era per lui il punto di riferimento più alto. Ecco perché lui decise di scortare Falcone, lui era (così, era) quasi innamorato di questa figura, cioè condivideva gli ideali… Rocco era un perito chimico, e mi ricordo che in casa c’erano delle accese discussioni perché lui poteva, aveva avuto la proposta di lavorarenei laboratori della Scientifica , cosa che chiaramente a noi, e soprattutto ai miei genitori, faceva piacere perché questo rappresentava una soluzione più tranquilla, ecco. Invece fu proprio una sua scelta quella di voler fare l’agente di scorta.
GIOVANNI BIANCONI:Anche l’agente Corbo, chiamato nel 1990 a quel servizio, non si era tirato indietro.
ANGELO CORBO: Chiaramente io ho 24 anni, con la voglia di spaccare il mondo come tutti i ragazzi, i giovani, anche se avevo pochissima esperienza di polizia, appena due anni e mezzo, di cui appunto due anni passati a fare servizio presso le postazioni fisse di Palermo. Quindi obiettivi fissi, un servizio che ho fatto più spesso è stato quello, per esempio, sotto casa del giudice Giordano e successivamente sotto casa di Sergio Mattarella, oggi nostro Presidente della Repubblica. Quindi con pochissima esperienza sul campo, anzi zero, vengo assegnato alla scorta di Giovanni Falcone. (Pur essendo consapevole che non ero in grado di poter fare una scorta del genere, non avendo nessun corso specifico di scorta,) e ho accettato perché comunque per me rappresentava un onore poter, (anche se per un breve periodo di tempo,) poter stare accanto a quello che per me, da ragazzo, era stato disegnato nella mia immaginazione come un paladino, come quella persona che meritava di avere un aiuto perché stava cercando di dare nuova dignità a Palermo e quindi alla mia città.
RADIO VOCE 2: Stanno arrivando due elicotteri dell’elisoccorso con operatori medici a bordo Attenzione, facciamo attenzione che qualcuno rischia di rimanere in trasmissione e non possiamo più lavorare.
VOCE 1: Rammentiamo che poco distante dal luogo c’è l’elicottero dell’elisoccorso. Nell’eventualità è pronto a operare.
GIOVANNI BIANCONI: Gli elicotteri della polizia sono in volo per partecipare ai soccorsi e coordinarli. Ma c’è stato un tempo, fino a poco prima, in cui volavano sopra il giudice Falcone e la sua scorta durante gli spostamenti, per garantire dall’alto un ulteriore livello di sicurezza.
ROSARIA SCHIFANI: Le mogli dei poliziotti di scorta sono rassegnati perché tutto repentinamente può cambiare… Tutti in questura sapevano, specialmente all’ufficio scorte, dei pericoli (che correva incombeva il giudice no ma che mi fu detto) che incombevano sul giudice Falcone. E questo, perché le dico questo, perché gli era stato tolto anche l’elicottero…
RADIO VOCE 12: Ci sono altre auto nostre in sirena che cercano di svincolarsi. Possiamo bloccare questo benedetto ingresso di Capaci?
VOCE 13: Siamo all’incrocio di Carini con Torretta, stiamo deviando sulla Provinciale.
VOCE 6: Bene, non fate passare più nessuna autovettura in direzione di Palermo. Non fate passare nessuna autovettura.
VOCE 14: Se mi dai il tipo e la targa di questa macchina.
VOCE 15: Quindi non si sa il tipo, se una Giulietta o altro tipo d’autovettura. È venuto uno del Nucleo Scorte, qua sono tutti frastornati. Uno si dovrebbe chiamare un certo Montinari, e l’autovettura dovrebbe essere una Croma, quindi accertatevi.
GIOVANNI BIANCONI: Antonio Montinaro, capopattuglia della prima Croma, aveva 29 anni, una moglie e due bambini che lo aspettavano a casa.
ANGELO CORBO: Con Montinaro era capitato di fare servizi insieme (e comunque) ma comunque (diciamo che erano), sia con Schifani che con Montinaro erano comunque persone che bene o male, in due anni si instaura un rapporto anche confidenziale. Tant’è che una cosa che mi ha segnato tantissimo è stata una frase che io ho scambiato con Antonio Montinaro mentre eravamo in attesa dell’arrivo di Falcone. In due anni non mi aveva mai visto come ero quel giorno, tant’è che lui mi si avvicina mi fa: «Angelo ma perché se così euforico?». Io quel giorno ero euforico, ero molto allegro e ricordo perfettamente, e questo purtroppo è una di quelle cose che ahimè mi hanno segnato, ricordo perfettamente di avergli risposto: «Antò, io so’ sicuro che questo fine settimana farò tredici al Totocalcio». Io mi ero giocato le mie due colonnine, e io ero sicuro che quella settimana avrei fatto 13 al Totocalcio e che quindi avrei cambiato la mia vita. Capisce benissimo come è grave una frase del genere quel giorno perché, ahimè qualcuno dice che ho fatto veramente 13. La schedina non l’ho mai controllata, però purtroppo la vita mi è stata cambiata da un evento particolare.
GIOVANNI BIANCONI: La sensazione e la speranza di un giorno fortunato confidate tra colleghi si tramutano in una realtà di tragedia e disperazione pochi minuti più tardi. Appena l’aereo in arrivo da Roma è atterrato sulla pista di Punta Raisi, Falcone e sua moglie sono scesi e si sono sistemati in macchina, preceduti e seguiti dalle auto di scorta con i sei poliziotti a bordo. Il corteo parte in direzione di Palermo.
ANGELO CORBO: Solitamente quel tragitto si fa a un’andatura media di 150 chilometri orari, quindi passano quei 10 minuti, 15 minuti, ora… di preciso… Quindi l’andatura è quella. Purtroppo, o per fortuna, succede un qualcosa di particolare che fa rallentare due macchine su tre. Perché la macchina davanti con i miei colleghi Montinaro, Schifani e Dicillo continua nella sua andatura. La macchina di Giovanni Falcone rallenta a pochi metri da quel bivio di Capaci. Rallenta, e di conseguenza rallenta anche la mia di macchina, tant’è che ricordo perfettamente una esclamazione di Gaspare Cervello, il capo scorta che dice… “Perché rallenta così tanto”, perché chiaramente lui vede che comunque la macchina davanti si allontana e invece deve essere tutta compatta. La bravura della scorta è quella di stare compattati e non fare entrare quindi persone estranee nel corteo. Dice questa frase, pochi attimi dopo avviene questo scoppio.
GIOVANNI BIANCONI: L’auto guidata da Falcone ha rallentato perché, come racconterà l’autista superstite Giuseppe Costanza, all’improvviso il magistrato ha tolto il mazzo di chiavi dal quadro per darlo all’autista e sostituirlo con il suo. Un gesto inconsulto, proprio mentre dalla collina di Capaci il mafioso Giovanni Brusca aziona il telecomando che fa esplodere la bomba.
ANGELO CORBO: Io sono girato, sento un fortissimo boato, quella che all’inizio pensavo fosse una sensazione ma invece poi non era una sensazione di planare completamente, alzarci da terra e io alzarmi dal sedile, sbattere, io mi ricordo perfettamente il dolore violento di sbattere nel tettuccio corazzato della macchina per poi ricadere violentemente nel sedile. Sentire il botto della ricaduta in quello che rimaneva dell’asfalto, e quel continuo arrivarci addosso oggetti, le pietre dell’asfalto che ricadevano sul terreno. Gli altri componenti invece ricordano perfettamente questo muro che si alza davanti a loro. Io non lo ricordo solo perché sono girato.
GIOVANNI BIANCONI: Dopo il boato e la pioggia dei detriti, restano silenzio e distruzione. E il cielo che cambia colore.
ANGELO CORBO: Era una bellissima giornata quel giorno, era una bellissima giornata di sole. E tutt’a una volta invece, quando apriamo gli occhi di nuovo, quando scendiamo con fatica da quella macchina, vediamo tutto marrone… Noi scendiamo da quella macchina con fatica perché si riescono ad aprirsi malamente gli sportelli, ma si aprono fortunatamente, scendiamo da quella macchina ma siamo tutti quanti, tutti e tre feriti, sanguinanti. Capiamo senza alcun dubbio che si tratta di un attentato. Capiamo che noi siamo lì in quella zona di guerra. Sappiamo qual è il modo di operare dei mafiosi, sappiamo benissimo che comunque loro hanno fatto l’attacco e sappiamo benissimo che loro sono lì e che scenderanno o che si avvicineranno per completare l’opera.
GIOVANNI BIANCONI: In realtà l’opera è già completata, ma il capopattuglia e gli altri due agenti di scorta non lo sanno, e si preparano a fronteggiare un possibile nuovo attacco.
ANGELO CORBO: Ovvero il nostro compito qual è: quello di fare da scudo alla personalità. Quindi la prima cosa che noi facciamo è imbracciamo come meglio potevamo le nostre armi e ci mettiamo intorno alla macchina di Giovanni Falcone.
GIOVANNI BIANCONI: Tre scudi umani a vigilare su un obiettivo colpito ma non ancora affondato. Quando capiscono che nulla più deve accadere provano ad aprire ciò che resta dell’auto dove sono intrappolati Falcone, sua moglie e l’autista, ma non ci riescono.
ANGELO CORBO: Ci avviciniamo insieme al capo scorta (Gaspare Cervello) allo sportello di Falcone e vediamo che lui ancora è vivo. Gaspare Cervello lo chiama per la prima volta non «Dottor Falcone» ma «Giovanni», lo chiama e lui si gira con quegli occhi che cercavano, chiedevano aiuto, ma noi non riusciamo a dargli aiuto. Noi abbiamo solamente un’unica speranza,che i nostri colleghi della prima macchina, quindi quella con Dicillo, Schifani e Montinaro, siano passati indenni e che quindi grazie a loro arriveranno i soccorsi perché noi avevamo le radio delle macchine fuori uso, non avevamo i telefonini all’epoca.
GIOVANNI BIANCONI: I soccorsi arrivano, chiamati da altre persone che hanno visto o sentito. I tre agenti superstiti vengono portati via dalle ambulanze, come Falcone, Francesca e l’autista Costanza. Alcuni vengono ricoverati all’ospedale Cervello, tra Mondello e Palermo.
RADIO VOCE 21: I tre feriti sono al Cervello, dottore. Le tre persone ferite sono al Cervello. Non sappiamo se sono quelli della Croma.
VOCE 22: Mi confermi che erano quelli a bordo della Croma?
VOCE 23: Croma blindata, colore celeste, con i colleghi che ci sono qui, ossia Capuzza, Cervello e gli altri.
ANGELO CORBO: Veniamo trattenuti in ospedale, ci fanno stare in un corridoio di un reparto a passare la notte, nessuno ci comunica nulla, tant’è che noi non sappiamo neanche della morte dei nostri colleghi.
GIOVANNI BIANCONI: Nemmeno Rosaria Schifani riesce a sapere quello che è capitato a suo marito. Ormai la notizia dell’attentato è di pubblico dominio, ma lei non ha acceso la televisione, e nessuno l’ha avvertita. Quel pomeriggio ha fatto visite ai parenti, e poco prima delle 19 è rientrata con il figlioletto a casa della suocera, la mamma di Vito. E lì riceve una telefonata.
ROSARIA SCHIFANI: Squillò il telefono ed era un nostro amico, Massimo, e Massimo mi disse «Rosaria, ma dov’è Vito». Dico «guarda Vito si trova a fare la scorta giudice Falcone». «Come Falcone, è successo un attentato, ci sono dei morti». «Ma cosa dici non so nulla». Butto giù il telefono e chiamo la questura e dico…. (sospira) Dico «sono la moglie di Vito Schifani, mi può dire mi può dare delle notizie perché mi hanno detto che c’è stato un attentato e ci sono dei morti». «Signora, si guardi il telegiornale, noi non sappiamo nulla». «Come non sapete nulla!». Chiudo quella maledetta telefonata lascio il bambino di quattro mesi ad una persona, mio suocero, che ne aveva 75, e corro per strada.
GIOVANNI BIANCONI: Nell’androne del palazzo Rosaria incontra un amico del marito con la moglie, e si fa accompagnare sotto la casa di Falcone, da dove Vito l’aveva chiamata poche ore prima. Lì ci sono i poliziotti di guardia, pensa, qualcosa sapranno.
ROSARIA SCHIFANI: A un certo punto mi fermo davanti alla garitta (e incontro), e vedo questo poliziotto in borghese con una ricetrasmittente in mano e gli dico «scusate, sono la moglie di Vito Schifani, mi potete aiutare perché non so nulla, mi hanno detto che c’è stato un attentato, e…» . «Signora sia tranquilla perché Vito Schifani è sotto shock», ma quando lui lo diceva, questo, non mi guardava negli occhi, guardava in basso. Io lì ho capito, questo mi vuole nascondere qualcosa. «Ma signora vada al Civico, che si trova lì Vito Schifani».
RADIO VOCE 25: Centrale, le novità per quanto riguarda i feriti. Va bene i 3 per il Cervello, che sono leggermente feriti. Al Civico, al Policlinico e a Villa Sofia ne abbiamo altri?
ROSARIA SCHIFANI: E al Civico, appena arrivo in questo grande piazzale dell’ospedale, vedo tantissima gente, chi si mette le mani nei capelli, chi urla, chi impreca.. Di tutto e di più. Mi dirigo verso il posto fisso di polizia e chiedo informazioni. Lì al posto fisso di polizia incontro lo stesso collega di Vito il quale aveva cantato l’Ave Maria al nostro matrimonio, lui con una poliziotta che si chiamava Mariella, e mi dicono «Rosaria, stai tranquilla, non ti preoccupare, ci siamo noi con te». «Ma Vito, dov’è Vito». «No, Vito…», e non mi guardano negli occhi. A un certo punto ci inginocchiamo e preghiamo, perché in quel momento mi venne di fare in questo modo, e… e lì avevo capito che Vito era morto.
GIOVANNI BIANCONI: All’ospedale Civico c’è il giudice Falcone, i medici stanno ancora tentando di salvarlo.
RADIO VOCE 27 (femminile): Io sono al Civico. La personalità è qui, le condizioni sono abbastanza gravi, comunque lo stanno visitando.
VOCE 28: Pavia27!
VOCE 29: Il procuratore desidera sapere se ci sta pure la moglie lì.
VOCE 20: Dottoressa cortesemente una telefonata si sollecita.
GIOVANNI BIANCONI: Per i poliziotti saltati in aria insieme alla prima Croma del corteo, sbalzata dall’autostrada dentro un uliveto poco distante, invece non c’è più niente da fare. I resti di Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, sono all’obitorio, dove Rosaria arriva al termine del suo straziante pellegrinaggio.
ROSARIA SCHIFANI: Avevano già ricomposto i corpi e potevamo vedere per l’ultima volta i nostri cari. Dove questo? Dentro una bara, con il viso coperto. Io non dimenticherò mai quella scena. Vito la prima bara, al centro c’era Rocco Dicillo, e accanto Montinaro, Antonio, con tutti i parenti. E ricordo ancora le urla, le urla delle mamme. Mi ricordo la mamma di Rocco Dicillo che diceva “Gesù perché hai permesso questo!”. Quindi chi imprecava a destra, chi pregava a sinistra…
MICHELE DICILLO: La notizia non c’è sta… c’è stata forse anche data poco per volta, per farci prendere coscienza piano piano dell’accaduto. Comunque fatto sta che noi in serata siamo, in uno stato di choc direi, io mia madre e mio padre siamo partiti con un aereo militare per Palermo, siamo andati a Palermo.
ROSARIA SCHIFANI: A un certo punto vedo arrivare Vincenzo Parisi il capo della polizia e lì una scena che non mi è piaciuta per niente. Ricordo che si avvicinava accanto ai parenti delle vittime, gli dava una pacca sulla spalla e gli diceva«noi l’aiuteremo state tranquilli», e a un certo punto uscì dalla tasca, una busta bianca e la dava ad ogni parente. Io che a 22 anni, e avevo una grande coscienza, ed ero e sono una persona perbene, ho captato in quella busta, una… un’azione veramente brutta. Perché in quel momento avrei voluto che il capo della polizia, anziché darci una pacca sulla spalla, ci desse un abbraccio e dicesse «Signora ci perdoni perché non siamo stati vicini ai vostri uomini e non li abbiamo tutelati, e non una pacca sulla spalla e una busta piena di soldi, che io non ho accettato, perché in quel momento io avevo capito che il capo della polizia avrebbe voluto chiuderci o tapparci la bocca.
GIOVANNI BIANCONI: Sono gli attriti e le incomprensioni che si intersecano con la tragedia. Che nel frattempo ha finito di consumarsi all’ospedale Civico.
RADIO VOCE 20: Le altre persone più gravi sono oggetto dell’attentato?
VOCE 32: Morvillo, signora Morvillo, che presenta ferite abbastanza gravi alla gamba destra.
VOCE 32: Siamo con l’orologio fermo alle ore 6.00 della signora.
VOCE 33: E le condizioni della signora?
VOCE 32: Abbastanza serie. Neurochirurgia, fra pochi secondi parte da qui.
VOCE 33: Mi confermate che si tratta della moglie della nota personalità?
VOCE 32: Si conferma. Propriamente lei. E abbiamo qui oro… l’orologio fermo alle ore 17.58.
VOCE 33: Va bene, ricevuto.
GIOVANNI BIANCONI: L’orologio al polso di Francesca Morvillo fissa l’ora dell’esplosione che ha cancellato le vite dei tre agenti di scorta a bordo della prima macchina, di Giovanni Falcone e di sua moglie che li seguivano sulla seconda.
RADIO VOCE 33: Ripeti la nota, 5. «Pavia 27, in ascolto? Il Monza 500 è deceduto». “Pavia 26?”. “Pavia 26”.
VOCE 32: Per comunicare che la personalità è deceduta.
GIOVANNI BIANCONI: La personalità è deceduta. La mafia ha portato a termine la sua vendetta. Ha organizzato una strage per liberarsi del suo principale nemico, ma allo stesso tempo ha innescato una inedita e inattesa indignazione popolare contro Cosa nostra e i suoi metodi terroristici. Ma anche contro lo Stato che non è riuscito a proteggere il giudice simbolo della lotta alla mafia e chi è morto insieme a lui lungo l’autostrada. Il funerale di Stato di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca, di Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo si trasforma in una manifestazione di solidarietà alle vittime e di contestazione alle istituzioni.
MICHELE DICILLO: Già c’era una situazione di choc, ma lì c’eraun’atmosfera di contestazione fortissima. Un’atmosfera greve e di forte contestazione perché i cittadini si resero conto in seguito a quella strage che effettivamente, ed è questa è la verità, gli agenti e anche il giudice Falcone non erano stati sufficientemente protetti. Ecco, quindi, la popolazione ha reagito perché era venuto meno il simbolo della legalità, il simbolo di chi poteva in un certo modo anche rovesciare il destino di Palermo. Ed era una scena di disordine, un corteo molto disordinato, (molto comunque) nello stesso tempo accorato, i parenti… fu una tragedia vera e vera e propria.
GIOVANNI BIANCONI: Una tragedia alla quale partecipano anche i sopravvissuti alla strage.
ANGELO CORBO: Non ci hanno chiesto se volevamo andare. Ci hanno proprio imposto di andarci. Quel giorno pioveva a dirotto. I politici, le autorità entrano da una porta secondaria di Piazza San Domenico, della basilica e a noi invece ci fanno camminare lungo la piazza, lungo quel tappeto rosso. Ricordo perfettamente la gente che urlava, che imprecava spesso perché loro erano fuori sotto la pioggia e invece qualcuno entrava. Ricordo perfettamente però che a un tratto, forse qualcuno ci riconosce, e gli applausi. Però anche questo secondo me è un qualcosa che ci hanno fatto fare, solo perché dovevano fare vedere che comunque c’eravamo anche noi.
GIOVANNI BIANCONI:Dentro la chiesa, nella preghiera della vedova dell’agente Vito Schifani si mescolano rabbia e speranza. Quel testo l’aveva preparato padre Cesare, un cugino di Vito Schifani che ha celebrato il matrimonio del poliziotto, ha battezzato il figlio e dopo pochi mesi si ritrova a officiare il suo funerale. Prima della cerimonia ha chiesto a Rosaria se se la sentiva di leggerla, e lei ha risposto di sì.
ROSARIA SCHIFANI: Da premettere che questa lettera era stata proposta anche ad altri familiari che non hanno accettato, perché loro erano restii al perdono. Io non ero restia al perdono. Quella lettera avrebbe dovuto essere limata, cambiata un pochino, perché era troppo bella, troppo buonista. Arrivo sul pulpito, quindi padre Cesare non sapeva del mio cambiamento, quindi lui pensava che tutto sarebbe andato liscio. Comincio a leggere e incomincio a cambiarla, un cambiamento naturale…
GIOVANNI BIANCONI: Nell’estate del 2016, ventiquattro anni dopo la strage, il mafioso Giovanni Brusca divenuto collaboratore di giustizia, davanti alla telecamera ma con il volto coperto, ha deciso di rivolgersi a Rosaria Schifani e agli altri familiari delle vittime.
ROSARIA SCHIFANI: Io come cristiana perdono tutti, quindi potrei perdonare anche Brusca, perché no. Ma non ho perdonato l’atto. Quello non è da perdonare, l’atto. Io perdono come cristiana se lui si pente, ma l’atto è imperdonabile.
GIOVANNI BIANCONI: E poi un conto è chiedere perdono, conclude Rosaria Schifani, un altro è arrivare finalmente alla verità sulle cause di ciò che è successo quel pomeriggio allo svincolo di Capaci.
ROSARIA SCHIFANI: Io non credo in tutto quello che è stato detto, è stato fatto. Credo che ci sia chi ci sia stato anche un rimpasto della verità la verità non verrà mai fuori. Lo Stato era colluso. Posso usare questa parola? Colpevole, posso usarla? Permettetemi di usarla dopo 30 anni. Io non credo nella giustizia. Io non ci credo nella verità . Penso che sia una mezza verità, delle mezze verità. C’erano troppi interessi, troppe persone invischiate. Non c’è solo mafia con la coppola, la mafia non è più con la coppola e la lupara. È stata la mafia, ma forse c’erano altri interessati e coinvolti in quell’esplosione sull’autostrada, all’altezza dello svincolo per Capaci.
RADIO 11 (ripetizione brani già usati): Il fatto si è verificato poco prima dello svincolo di Capaci. C’è tutto il terreno sventrato…
Rumore di radio
«Pavia 26».
«Per comunicare che la personalità è deceduta».
«Ricevuto, Pavia 26».
CORRIERE DELLA SERA 22 maggio 2022
