PAOLO BORSELLINO E IL NIDO DI VIPERE di Vincenzo Zurlo

 


Il nido di vipere

 

C’è un momento, nella vita civile di un Paese, in cui un libro smette di essere soltanto un libro e diventa una chiave di lettura del presente. Il nido di vipere di Vincenzo Zurlo appartiene a questa categoria: non è un esercizio narrativo, non è un saggio d’occasione, ma un atto di accusa contro un sistema che per decenni ha preferito il silenzio alla verità, la convenienza alla giustizia, la protezione dei propri equilibri alla tutela dei cittadini.

La prefazione di Lucia Borsellino: un sigillo morale

Quando Lucia Borsellino introduce un’opera, il lettore capisce subito che sta per entrare in un territorio dove la memoria non è un esercizio retorico, ma una responsabilità. La sua voce indica la direzione, avverte dei pericoli, ricorda che la storia di suo padre non è un capitolo chiuso, ma una ferita ancora aperta nella carne della Repubblica.
La prefazione non accompagna il libro: lo legittima, lo incornicia, lo rende inevitabile. Dopo averla letta, non si può più restare sulla soglia. Bisogna entrare.

Un titolo che è già una sentenza

Il nido di vipere non concede ambiguità. Zurlo sceglie un’immagine che non ha bisogno di spiegazioni: un luogo infestato, un intreccio di ostilità, un ambiente dove il veleno circola con naturalezza. È la metafora perfetta per descrivere ciò che accadde attorno a Paolo Borsellino negli ultimi mesi della sua vita: un contesto in cui le vipere non erano creature immaginarie, ma figure reali, istituzionali, politiche, investigative.
Il libro sembra voler fare ciò che per anni è stato evitato: guardare dentro quel nido, senza distogliere lo sguardo, senza addolcire nulla.

Zurlo e la ricostruzione delle zone d’ombra

L’autore non si limita a raccontare: scava. Ricompone frammenti, mette in fila omissioni, analizza comportamenti, ricostruisce dinamiche che la narrazione ufficiale ha spesso preferito sfumare. Il suo lavoro si colloca nella tradizione dei libri che non cercano il consenso, ma la verità. E la verità, quando riguarda la stagione delle stragi, non è mai comoda.

Zurlo sembra voler dimostrare che il “nido” non è un’immagine del passato, ma una struttura che ha continuato a vivere, a influenzare, a condizionare. Un sistema che non è mai stato davvero disinnescato.

Perché questo libro è necessario

Perché restituisce complessità a una storia che troppo spesso è stata ridotta a un racconto di eroi e carnefici. Perché ricorda che la memoria non è un monumento, ma un dovere. Perché mostra che la verità non è mai un punto d’arrivo, ma un percorso che richiede coraggio, ostinazione e una dose di solitudine.
E perché, soprattutto, ci obbliga a guardare dove non vorremmo guardare: dentro il nido, tra le vipere, nel cuore delle responsabilità che ancora oggi attendono di essere chiamate per nome.

 

Prefazione di LUCIA BORSELLINO

I morti non parlano. Paolo Borsellino sì. Da qualche parte oltre il tempo racconta in prima persona il suo calvario e quello di Giovanni Falcone: l’isolamento, le indagini soffocate, la solitudine e il tradimento dentro il palazzo di giustizia.
Non dettagli marginali, ma le «precondizioni» che resero possibili le stragi di Capaci e di via D’Amelio.
A ridargli la parola sono i magistrati di Caltanissetta, che nell’aprile 2026, in 389 pagine, hanno fatto ciò che per trentaquattro anni nessuno aveva osato: ricomporre quella trama e dare un volto e un nome al nido di vipere che covava dentro la Procura di Palermo. Non un’accusa: un atto di verità che nessuno potrà più chiudere in cassaforte.

 

 

“Ho ben chiaro, tuttavia, che il valore di questa storia va oltre la nostra stessa esistenza. Tale consapevolezza mi spinge quindi a cedere di fronte alla necessità che soprattutto le giovani generazioni abbiano la possibilità di conoscere da testimoni credibili, la storia di uomini e donne che hanno operato per contribuire alla crescita di una società migliore fino all’ estremo sacrificio della propria vita.
Questo libro va in questa direzione e le emozioni che mi ha suscitato leggerlo ne sono la prova. È un romanzo particolare perché presta a mio padre una voce che lui non può più usare. È un atto d’amore civile e, insieme, un atto di composta indignazione. È uno modo con il quale l’Autore si fa interprete della sete collettiva di conoscenza della verità sui fatti che hanno preceduto la morte di mio padre e degli uomini e della donna della sua scorta, Agostino, Claudio, Emanuela, Walter, Vincenzo, nella strage di via D’Amelio a Palermo il 19 luglio 1992, e su quelli che si sono verificati successivamente in loro assenza.
Io, che sono figlia della vittima-obiettivo di quella strage, non posso che apprezzare chi cerca di raccontare, senza retorica e teoremi personali, lo stato di avanzamento della conoscenza di quei fatti, partendo proprio dal valore delle fonti testimoniali e documentali che si fanno storia.
Ho accettato dunque di dedicare le riflessioni che mi ha suscitato la lettura di questo libro proprio ai giovani ed in particolare a coloro che, essendo nati dopo il 1992, non hanno conosciuto mio padre o non hanno avuto la possibilità, non avendo vissuto in quel periodo temporale, di sentirsi “parte” di questa storia.
Per la dimensione pubblica di cui accennavo prima che, nostro malgrado, ha già reso conoscibile, seppure parzialmente, la vita di nostro padre e quindi anche la nostra, immagino che i lettori sappiano che sono Lucia, la primogenita di tre figli di Paolo Borsellino e di Agnese Piraino Leto, che mio fratello Manfredi è un poliziotto e che mia sorella più piccola, Fiammetta, da anni è la voce pubblica della nostra famiglia. È storia nota anche che avevo ventidue anni quando, la domenica pomeriggio del 19 luglio 1992, la nostra vita è’ cambiata per sempre. Ero a casa a studiare per un imminente esame universitario; mio padre, quella mattina, mi aveva chiesto di andare con lui per raggiungere al mare gli altri miei familiari. Gli avevo detto di no, perché dovevo recarmi a casa di un’amica per studiare insieme a lei e che ci saremmo visti dopo. Lui ci restò un po’ male; era uno di quegli ormai rarissimi momenti -nei giorni intercorsi tra le due stragi del 1992- che poteva dedicare un po’ di tempo a sé stesso e a noi. Non lo sapeva, e non lo sapevo nemmeno io, che era l’ultima volta.
Quel pomeriggio, quando in via D’Amelio è esplosa la Fiat 126 carica di tritolo, io ero china su un manuale. Qualche giorno dopo, anche questa è storia nota, sono andata all’Università per sostenere l’esame. Non per coraggio. Per dovere. Perché mio padre, se avesse potuto dirmi qualcosa quel giorno mi avrebbe detto esattamente questo: «Lucia, vai. Fa’ quello che devi fare». Così sono andata. La commissione mi guardava come si guarda chi non dovrebbe essere lì. Io invece sapevo, in quel momento, di essere esattamente dove mio padre avrebbe voluto. Continuare a compiere il nostro dovere è stato il primo modo concreto e silenzioso, mio, dei miei fratelli e di mia madre, di dimostrargli che avevamo capito.
Un’altra storia che viene spesso raccontata, in quanto documentata, è che io abbia raggiunto l’inferno di via D’Amelio quel pomeriggio per porgere a mio papà l’ultimo saluto. Anche questo non è coraggio. È il modo con cui siamo stati abituati ad amare e che ognuno di noi esprime come può e come sa fare. Ma è anche il modo con cui ci è stato insegnato di affrontare il dolore, con dignità e senza fuggire da esso. Questo non significa cedere alla disperazione, alla rabbia, sfidare la paura, ma significa attraversare il dolore, la stessa paura, farsene carico e fare vincere la vita che resta. Lui non ci ha detto come fare. Ha dato semplicemente l’esempio.
Io, che sono stata figlia e oggi sono anche madre, non ho nessuna prerogativa per dire come fare. Lo faccio, per come posso.
Una realtà che io e i miei fratelli teniamo a sottolineare è che nostro padre è stato, prima di tutto, un padre. Lo dico perché nei libri, nei film, nelle commemorazioni, di lui emerge spesso la toga, la lotta alla mafia, il pool, la sigaretta, la foto sorridente con Giovanni Falcone. Tutto vero. Ma a casa nostra, nostro padre era anche l’uomo che faceva gli scherzi, che ci dava i morsi sulle guance, che si arrabbiava con noi figli per le stesse motivazioni per cui si arrabbiano tutti i padri. Era un uomo generosissimo, con una empatia e sensibilità non comuni, era coraggioso ma aveva anche paura, quella che ti tiene sveglio la notte, quella che ti fa stringere più forte i tuoi figli quando li abbracci. La sua forza è stata quella di non avere mai lasciato che la paura decidesse al suo posto. Si può avere paura e fare comunque la cosa giusta. Si può tremare dentro e tenere la schiena dritta fuori.” Tratto dalla prefazione della dottoressa Lucia Borsellino

𝗜𝗹 𝘃𝗲𝗹𝗲𝗻𝗼 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗶𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶: 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗜𝗹 𝗻𝗶𝗱𝗼 𝗱𝗶 𝘃𝗶𝗽𝗲𝗿𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗹𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗶𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗺𝗲𝗺𝗼𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲.

di Alessandro Cucciolla
 
​Si fa presto a fare memoria. Ci siamo abituati alle ricorrenze, ai nastri tricolori, alla retorica delle cerimonie di Stato dove si piangono gli eroi e si dimenticano i complici.
Il nido di vipere di Vincenzo Zurlo (Guida Editori) rompe questa routine consolatoria e compie una scelta narrativa coraggiosa e spiazzante: restituire la voce direttamente a Paolo Borsellino, facendolo parlare in prima persona.
​Non un saggio burocratico né l’ennesima ricostruzione giudiziaria asettica, ma un racconto teso, intimo e implacabile che attraversa i 57 giorni compresi tra la strage di Capaci e l’inferno di via D’Amelio. Cinquantasette giorni in cui il magistrato palermitano ha vissuto sapendo di essere un condannato a morte che cammina, consapevole che il timer era già stato attivato.
​La solitudine del condannato e i volti del Palazzo.
​A fare da bussola etica a questo testo è la prefazione di Lucia Borsellino, che affida alle pagine del libro la memoria del padre.
Ma chi abitava, davvero, quel “nido di vipere”?
​La tesi al centro dell’opera è netta e non fa sconti a nessuno: il pericolo più mortale per Paolo Borsellino non proveniva soltanto dai boss nascosti nei casolari o dagli esecutori materiali con il telecomando in mano. Il veleno più insidioso covava all’interno delle stanze del potere, nei corridoi felpati del Palazzo di Giustizia, tra:
​I silenzi calcolati di chi doveva proteggerlo e scelse di voltarsi dall’altra parte.
​I tradimenti striscianti di colleghi e apparati che remavano contro il pool antimafia.
​L’isolamento sistematico costruito attorno al magistrato dopo la morte di Giovanni Falcone.
​Scegliere la prima persona significa costringere il lettore a camminare accanto a Borsellino mentre conta le ore, mentre guarda negli occhi chi sa che lo sta tradendo, mentre incrocia sguardi svuotati e porte che si chiudono.
​Perché è un libro necessario?
​In un panorama editoriale spesso affollato da celebrazioni di maniera, Il nido di vipere s’impone come lettura fondamentale per tre ragioni cruciali:
​Smonta la narrazione del complotto isolato: Ricorda con la forza del racconto che la mafia da sola non avrebbe mai potuto compiere quel salto di qualità senza le coperture, le omissioni e la complicità di settori devitati delle istituzioni.
​Restituisce umanità al mito.
Toglie Paolo Borsellino dal piedistallo di gesso dell’icona intoccabile per restituirlo alla sua dimensione umana: un uomo lucido, tradito, abbandonato, eppure fermo nel compiere il proprio dovere fino all’ultimo secondo.
​Interroga il presente:
Più che risposte rassicuranti, il testo solleva la questione che l’Italia ha spesso evitato di porsi: quanto di quel “nido” è rimasto intatto negli apparati del paese?
​Non è una lettura comoda. È una scossa elettrica contro l’assuefazione e la retorica dell’antimafia di facciata.
​In libreria e negli store online.

VINCENZO ZURLO

 

 

Un viaggio attraverso venticinque anni d’inchieste, processi, clamorosi colpi di scena e mistificazioni giudiziarie dopo la stagione delle stragi. Un viaggio che si legge come un romanzo ma che ha l’accuratezza e la precisione di un reportage giornalistico per scandagliare le piste alternative alla (assai) presunta trattativa che sono state troppo presto abbandonate dagli investigatori. Perché fu ucciso Paolo Borsellino? Che cosa c’entra l’esplosiva indagine su mafia e appalti su cui stavano lavorando in gran segreto prima Giovanni Falcone e poi il giudice ammazzato in via D’Amelio, e che fu poi insabbiata? Questa è la storia degli eroi che volevano arrestare i sanguinari boss corleonesi Riina e Provenzano durante le pagine più buie della nostra Repubblica.

 

 

STRAGI del ’92: Vincenzo Zurlo presenta il suo libro “Oltre la Trattativa”

 

In uno mondo pieno di misteri, intrighi e colpi di scena come quello di cosa nostra, i contorni delle vicende e degli uomini che ne fanno parte sono sempre sfumati e poco chiari.
Dalle stragi del ’92 ad oggi, magistrati, uomini di legge e dello Stato, politici, giornalisti, scrittori e registi hanno scoperchiato dei vasi di Pandora, ma molte situazioni rimangono nell’ombra ed è così che proliferano tesi e prospettive diverse, che permettono di dare una visione d’insieme più completa o di aggiungere un tassello in più alla verità dei fatti. Ed è proprio questo che ha voluto fare Vincenzo Zurlo con il suo libro dal titolo “Oltre la Trattativa”, presentato negli Antichi Lavatoi di Brancaccio a Palermo e moderato da Cristina Riggio, alla presenza Fabio Trizzino, avvocato della famiglia Borsellino, e Alessandro Bafumo, vice presidente di “Culturiamo Insieme”.

La controinchiesta

L’autore ha portato avanti una inchiesta che si distacca dal contesto della Trattativa Stato-Mafia e attribuisce l’accelerazione del piano stragista all’indagine su mafia e appalti che Falcone prima e Borsellino poi stavano portando avanti.
«Questa inchiesta, ben prima della tangentopoli milanese, portava alla luce la tangentopoli siciliana, in cui oltre al classico comitato d’affari con tutta una serie di aziende anche nazionali, c’è un partner in più, ovvero la mafia – precisa Zurlo – Durante un convegno al Castel Utveggio di Palermo, Giovanni Falcone ha dichiarato che la mafia era quotata in borsa facendo proprio riferimento alle aziende che erano state rilevate direttamente da Totò Riina.
Il 20 luglio 1992, due giorni dopo la morte di Paolo Borsellino e degli agenti di scorta, l’allora procuratore di Palermo, Pietro Giammanco, ha chiesto al Gip l’archiviazione del procedimento penale 2789/90, cioè il dossier mafia-appalti, approntato proprio dai Ros dei Carabinieri sotto la direzione di Giovanni Falcone.
L’archiviazione arriverà il 14 agosto 1992. Mi pare chiaro che ci sia un collegamento, per altro ciò è stato cristallizzato in alcune sentenze, come quella di Caltanissetta nella quale si dichiara che Borsellino è morto per le indagini su mafia e appalti, stesso movente della strage di Capaci.
Che Falcone e Borsellino fossero già messi a morte da cosa nostra è ovvio, che Riina avesse perso il controllo dopo le condanne del maxiprocesso è un altro dato certo, però, al netto di queste cose, c’è stata un’accelerazione sulla fase stragista a causa del dossier sugli appalti».

La trattativa secondo la famiglia Borsellino

«La trattativa fu un’azione info-investigativa dei Ros che, a nostro giudizio, aveva come finalità quella di costringere Ciancimino a collaborare, perché lui aveva delle necessità sue contingenti, infatti, aveva dei processi che stavano andando avanti – ha dichiarato Fabio Trizzino, avvocato della famiglia Borsellino e marito di Lucia-. Che poi questa sia stata definita “trattativa” a noi non interessa, ma ci sono degli elementi processualmente consolidati che avrebbero dovuto spingere gli inquirenti alla valorizzazione di quanto emerso con riferimento alla gestione del dossier mafia-appalti, da cui Borsellino venne escluso appositamente e per cui ci fu un’archiviazione anomala.
Quindi, noi riteniamo giusto che il Paese sappia che la nostra insistenza è fondata anche su aspetti documentali e oggettivi.
Abbiamo trovato singolare continuare a parlare solo di Trattativa quasi come vi fosse la necessità di trascurare altri argomenti. La tesi portata avanti da Zurlo é stata tralasciata a favore di una polarizzazione eccessiva sul tema della Trattativa. Ciò perché la gestione di quel dossier rimanda ad una analisi più approfondita di quello che Paolo Borsellino stesso definì un “nido di vipere”».

Il quadro generale: misteri e intrighi

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino portavano avanti la lotta alla criminalità organizzata su tutti i fronti e le motivazioni per cui cosa nostra li voleva morti erano senza dubbio molteplici, ma come si è detto più volte anche altri gruppi hanno voluto isolarli, perché erano pericolosi anche per tante altre persone, che a vario titolo hanno concorso alle stragi, in modo diretto o indiretto.
«Nel libro segnalo, inoltre, il comportamento anomalo della Procura in determinate situazioni.
Infatti, non solo l’indagine sugli appalti viene archiviata con il sangue di Borsellino ancora fresco e prima dei funerali, una circostanza già molto strana di suo, ma la stessa informativa Giammanco la manda in giro per i palazzi romani in modo assolutamente anomalo e lui non verrà mai indagato, non è stato aperto nemmeno un procedimento disciplinare del Csm per questa rivelazione di segreto istruttorio.
Su quella Procura ci sono delle ombre lunghissime, così come ci sono delle ombre lunghissime su Giammanco – dichiara infine Zurlo – Nell’agenda rossa c’era proprio l’indagine parallela che Borsellino stava conducendo dalla strage di Capaci in poi. Lì annotava tutte le anomalie sull’indagine “mafia e appalti”, questi sono dati che ci ha fornito Liliana Ferraro, magistrato e braccio destro di Falcone agli affari penali. Questo aspetto lei l’ha sempre sottolineato in tutti i processi».  Sonia Sabatino QDS 30.11.2022