LEONARDO VITALE, un uomo che disse la verità nel momento sbagliato
Ci sono storie che l’Italia preferisce dimenticare perché rivelano una verità scomoda: non sempre la mafia ha vinto perché era forte. A volte ha vinto perché lo Stato era sordo. La vicenda di Leonardo Vitale, primo vero pentito di Cosa Nostra, è una di queste. È la storia di un uomo che nel 1973 spalancò la porta dell’organizzazione criminale più potente del Paese, mostrando ciò che nessuno aveva mai osato raccontare. E che per questo venne bollato come pazzo, rinchiuso, ignorato, abbandonato.
Vitale non era un boss, non era un capo. Era un soldato della famiglia di Altarello di Baida, cresciuto nella disciplina feroce di Cosa Nostra. Quando decise di parlare, lo fece senza cercare sconti, protezioni, vantaggi. Si presentò spontaneamente alla polizia e raccontò tutto: nomi, ruoli, omicidi, rituali, gerarchie. Fu il primo a descrivere la mafia come un’organizzazione piramidale, anticipando la struttura della Commissione che solo anni dopo sarebbe stata riconosciuta grazie ai pentiti “autorevoli”.
Ma nel 1973 l’Italia non era pronta a credere che un uomo d’onore potesse tradire. La verità, quando arriva troppo presto, fa paura.
Lo Stato che non volle ascoltare
Le sue dichiarazioni furono considerate deliranti. La magistratura lo guardò con sospetto, la polizia con sufficienza. La perizia psichiatrica lo condannò: schizofrenia paranoide. E così, invece di indagare sui nomi che aveva fatto, lo Stato preferì rinchiuderlo in manicomio.
La mafia non dovette muovere un dito. Bastò l’incredulità delle istituzioni per neutralizzare il primo pentito della storia.
Le sue parole finirono in faldoni polverosi, archiviate come fantasie. Gli uomini che aveva indicato come boss continuarono a comandare Palermo indisturbati. E l’Italia perse dieci anni preziosi nella lotta alla mafia: dieci anni che sarebbero costati decine di morti, una guerra interna, e infine le stragi del 1992.
Quando Buscetta, Contorno e gli altri pentiti degli anni Ottanta iniziarono a parlare, la verità esplose: tutto ciò che Vitale aveva detto era vero. Ogni dettaglio. Ogni nome. Ogni dinamica. Il “pazzo” aveva descritto Cosa Nostra con una precisione che nessuno aveva mai osato immaginare
Ma a quel punto era troppo tardi. Lo Stato aveva perso l’occasione di colpire la mafia quando era ancora possibile farlo senza una guerra civile.
La condanna della mafia
Nel 1982 Vitale uscì dal manicomio. Era un uomo distrutto, ma non aveva mai ritrattato. La mafia, invece, non aveva dimenticato. Il 2 dicembre 1984 lo assassinò. Due colpi di pistola. Nessuna protezione, nessuna scorta, nessuna memoria.
L’Italia aveva lasciato solo l’uomo che per primo aveva avuto il coraggio di parlare.
Perché la sua storia brucia ancora
Leonardo Vitale è la prova che la lotta alla mafia non è solo una questione di coraggio individuale. È una questione di capacità dello Stato di riconoscere la verità quando si presenta, anche se non ha il volto rassicurante del pentito “perfetto”.
La sua vicenda ci ricorda che: la mafia prospera quando lo Stato non ascolta; la verità può essere scambiata per follia se non conviene; chi parla troppo presto viene sacrificato; la memoria civile deve recuperare i suoi martiri dimenticati.
Vitale non fu un visionario. Fu un uomo che disse la verità nel momento sbagliato. E l’Italia, per questo, lo ha lasciato morire due volte: prima ignorandolo, poi dimenticandolo. PSF
AUDIO
VIDEO
La storia di Leonardo Vitale, il primo pentito di mafia
Iniziò a collaborare con la giustizia per motivi di coscienza: nessuno lo aveva mai fatto e per questo fu creduto pazzo. E alla fine pagò con la vita, dopo sette anni trascorsi in un manicomio criminale. Il pentitismo si è rivelato negli anni lo strumento più efficace per scoprire i segreti delle mafie e, dunque, combatterle. Mentre il nome del suo massimo esponente, Tommaso Buscetta, è noto a tutti, l’iniziatore di questo fenomeno è invece stato dimenticato da molti: ecco la storia di Leonardo Vitale, primo pentito di mafia e collaboratore di giustizia italiano per motivi di coscienza.
Nato a Palermo il 27 giugno 1941, Leonardo Vitale appartiene ad una famiglia mafiosa e viene perciò allevato ed educato nel rispetto dei valori di Cosa Nostra. A 13 anni perde il padre e viene preso in consegna dallo zio Giovanbattista detto “Titta“, uomo d’onore della cosca di Altarello di Baida. Viene affiliato alla “famiglia” nel 1958: in questa occasione affronta una serie di riti (che saranno poi da lui descritti nel dettaglio), tra cui l’uccisione di un mafioso rivale di nome Mannino.
La carriera mafiosa
Una volta affiliato, Vitale inizia la sua carriera da mafioso, compiendo una lunga serie di crimini nel corso degli Anni 60: omicidi, intimidazioni, danneggiamenti ai danni di imprese edili a scopo di estorsione e sequestri, commissionati non solo dallo zio, ma anche dall’associato di alto rango Pippo Calò. In breve, Vitale viene promosso alla carica di capodecina.
Il primo arresto e l’Asinara
Ritenuto implicato nel sequestro del costruttore Luciano Cassina, nel 1972 Vitale viene arrestato e tenuto una settimana in isolamento all’Asinara. Si tratta di una breve permanenza in carcere, che lo segna però profondamente. Durante la detenzione manifesta i primi segnali di squilibrio mentale: arriva infatti a praticare la coprofagia, inducendo i medici a sottoporlo all’elettroshock.
Il pentimento
Il 29 marzo 1973 si presenta alla questura di Palermo, autoaccusandosi di due omicidi e altri reati. Durante la sua confessione, fa i nomi di Salvatore Riina, Giuseppe Calò, Vito Ciancimino e di altri mafiosi, collegandoli a precise circostanze. Rivela inoltre l’esistenza della Commissione, organo sconosciuto alla magistratura, descrivendo poi l’organizzazione di una famiglia mafiosa e i riti di iniziazione di Cosa Nostra.
La condanna e gli anni in manicomio
Arrestato e portato nel carcere dell’Ucciardone, Vitale viene sottoposto a numerose perizie psichiatriche: è dichiarato seminfermo mentale e dunque inattendibile. Degli oltre 40 membri della cosca di Altarella fermati a seguito delle sue dichiarazioni, gli unici a finire in carcere nel 1977 sono lui e lo zio Titta. Condannato a 25 anni ed etichettato come pazzo, Vitale trascorre sette anni nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, dove è sottoposto a cure basate su psicofarmaci ed elettroshock.
La morte
Dimesso dal manicomio dopo sette anni, Leonardo Vitale viene assassinato con due colpi di lupara alla testa il 2 dicembre 1984, all’uscita dalla messa domenicale nella Chiesa dei Cappuccini di Palermo, mentre è in compagnia della madre e della sorella.
Nella sentenza di rinvio a giudizio per il Maxiprocesso tenutosi a Palermo nel 1986, gli rese omaggio Giovanni Falcone: «A differenza della giustizia statuale, la mafia ha percepito l’importanza delle propalazioni di Leonardo Vitale e nel momento ritenuto più opportuno lo ha inesorabilmente punito per aver violato la legge dell’omertà. È augurabile che almeno dopo morto Vitale trovi il credito che meritava e che merita». La sua storia è raccontata nel film del 2007 “L’uomo di vetro”, con protagonisti David Coco e Tony Sperandeo.
Matteo Innocenti Redazione De Agostini SAPERE 2 dicembre 2020
“Sono un mafioso, voglio cambiare vita”: 50 anni fa esatti “canta” Vitale, il primo pentito della storia
Violando il codice d’onore fu il primo a fare nomi di Totò Riina e Vito Ciancimino, venne preso per pazzo. La sua testimonianza, mezzo secolo più tardi, oggi assume ancora più importanza. Cosa nostra gli fece pagare lo “sgarro” uccidendolo nel 1984 all’uscita dalla chiesa dei Cappuccini
Fine marzo 1973. Un “picciotto” di Altarello di 32 anni, si presenta in piena notte in questura. Lo accompagnano nell’ufficio di Bruno Contrada, commissario della squadra mobile. Vuole raccontare “qualcosa di importante”.
Lo fanno sedere e parlare per tutta la notte. “Sono un uomo d’onore, sto attraversando una crisi religiosa, voglio iniziare una nuova vita”. E racconta di avere commesso degli omicidi, fa i nomi di Totò Riina, Pippo Calò, Vito Ciancimino e altri mafiosi e gregari. In poche parole: si pente. Si capisce che è uno che “sa” e non è un millantatore.
Viola il codice d’onore, rompe il muro dell’omertà, svela l’esistenza di una Commissione, descrive per filo e per segno anche il rito di iniziazione di Cosa nostra, rivela nuovi dettagli mai confessati, disegna la mappa e l’organigramma della mafia.
Lui è Leonardo Vitale, il primo pentito. Sono passati 50 anni esatti da quel giorno.
Cresciuto in una famiglia mafiosa, Vitale era un criminale vero che quel 30 marzo 1973 decise di cambiare vita.
E’ considerato il primo collaboratore di giustizia della storia della criminalità organizzata in Italia. Siamo all’inizio degli anni Settanta quando il pentito non è ancora di moda. Vitale ad esempio racconta nei dettagli i sequestri Traina e Cassina, elenca gli scempi della famiglia Liggio, denuncia Calò ed altri 27 mafiosi come autori del delitto del procuratore Scaglione.
Un giorno dopo scatta la retata: cento capi clan finiscono all’Ucciardone. Ma dopo il processo vengono tutti assolti per insufficienza di prove. Pippo Calò ad esempio non si trova e dopo quelle dichiarazioni avvia la sua latitanza.
Alla fine gli unici ad essere condannati sono proprio Leonardo Vitale e lo zio, l’uomo che lo aveva introdotto nella famiglia di Porta Nuova e capo del clan dei Danisinni. Il padre dei pentiti di Cosa nostra viene infatti preso per pazzo. In Appello lo dichiarano infatti seminfermo di mente lo rinchiudono in diversi manicomi giudiziari.
Una via crucis che passa anche dal carcere dell’Ucciardone.
A causa delle sue dichiarazioni sulla mafia viene sottoposto a numerose perizie psichiatriche e i medici stabiliscono che è affetto da schizofrenia. Pure i parenti prendono le distanze e dicono che è un pazzo. Dal 1977 viene recluso nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Lo chiamano il “Valachi” di Altarello, come il primo mafioso italoamericano (Joe Valachi) che parla pubblicamente della sua stessa organizzazione di fronte alla commissione McClellan (è l’inventore dell’espressione Cosa nostra). Vitale diventa “l’uomo di vetro”, come il titolo di un libro di Salvatore Parlagreco che racconterà anni dopo la sua storia: “Tormentato dai sensi di colpa, minacciato dai potenti boss, assediato dai familiari spaventati, costretto a peregrinare da un manicomio all’altro e sottoposto a crudeli terapie come l’elettroshock – si legge nel libro – Leonardo Vitale potè vivere da pazzo per undici anni, perché il pazzo non ha verità né menzogne e le sue parole non contano niente”.
Altro che pazzo.
Chi rilegge quella famosa deposizione del 1973, si accorge che Leonardo Vitale era in realtà lucidissimo. E infatti nel 1984, a distanza di 11 anni, le sue testimonianze vengono confermate autorevolmente da Tommaso Buscetta. E’ un periodo particolare, spuntano i collaboratori di giustizia. Oltre a Buscetta la lista è lunga: Contorno, Sinagra, Calzetta, Coniglio.
Sì, qualcosa è cambiato.
A quel punto le cosche, che nulla dimenticano, sanno che Vitale non è più considerato un pazzo e decidono di fargli pagare lo sgarbo commesso 11 anni prima. E’ una domenica mattina, sempre del 1984, il 2 dicembre. Vitale – appena dimesso dal manicomio giudiziario – si trova nella chiesa dei Cappuccini con la madre e la sorella. Esce, per tornare a casa.
Un’auto affianca la sua, gli arriva un colpo di pistola in testa. Morirà dopo cinque giorni di agonia.
Vitale, il primo pentito di mafia, viene messo a tacere per sempre dai corleonesi che mandano così un segnale a chi ha voltato le spalle a Cosa nostra.
Vitale è stato l’esempio del mafioso che “canta”, rischiando la vita senza essere creduto, per poi infatti rimanere isolato e finire ammazzato.
Cinquant’anni dopo il suo esempio è diventato storia. Come il pensiero che a Vitale ha dedicato Giovanni Falcone durante il maxiprocesso: “A differenza della Giustizia dello Stato, la mafia percepì l’importanza delle sue rivelazioni e lo punì inesorabilmente per aver violato la legge dell’ omertà. E’ augurabile che, almeno dopo morto, Vitale trovi il credito che meritava e che merita”. PALERMO TODAY 30.3.2023
“Al fatto di pentirsi ci credo poco, perché il pentimento è una cosa divina, non quello di questi signori che lo fanno per soldi”. Parole di Don Vito Ciancimino.
In effetti è difficile dare torto all’ex sindaco mafioso di Palermo. La storia del pentitismo di mafia è costellata di collaboratori di giustizia che hanno iniziato a confessare per vendetta, per interessi o proprio per soldi. Coloro che lo hanno fatto a seguito di un rimorso di coscienza per i crimini commessi – o mossi da un crisi mistica – sono pochissimi. Anzi, a memoria se ne ricorda solo uno: Leonardo Vitale.
Siamo nel 1960. Leonardo è un giovane poco più che maggiorenne, vive a Palermo, nel quartiere Altarello di Baida, borgata sud-orientale della città che si arrampica fino ai confini di Monreale. Il capomafia del mandamento è Giovambattista Vitale, detto “Titta”, suo zio. Ed è proprio quest’ultimo a farlo entrare in Cosa nostra, imponendogli come prova d’iniziazione l’uccisione di un rivale, un certo Mannino.
Vitale esegue e da quel momento si schiudono per lui le porte dell’organizzazione siciliana. Nel corso degli anni successivi compie qualche omicidio e diverse estorsioni, fino a quando, nel 1972, viene arrestato. Trascorre qualche mese in isolamento nel carcere dell’Asinara e lì prende coscienza del fatto che la vita da mafioso non fa per lui. La sua coscienza lo tormenta, non gli dà pace, fino a quando, il 31 marzo del 1973, si convince a presentarsi alla questura di Palermo.
Ad accoglierlo è il giovane commissario della Squadra Mobile Bruno Contrada. Vitale si siede di fronte al dirigente di Polizia e racconta di essere in preda a una crisi mistica, spiega di voler cambiare vita e di essere intenzionato a confessare tutti i suoi delitti per ripulirsi la coscienza ed iniziare una nuova vita.
Pur essendo da anni in servizio a Palermo, e conoscendo la mafia in tutte le sue sfaccettature, Contrada resta spiazzato dalle parole di Vitale, come racconta nel libro Il Corvo di Palermo (Glifo Edizioni): «Inizialmente rimasi spiazzato e mi posi con molta diffidenza perché non avevo mai avuto a che fare con un mafioso che dichiarava di essersi pentito di ciò che aveva fatto e di voler collaborare. Poi, a fronte del fatto che mi diede particolari relativi a un omicidio che potevano essere noti solo a chi l’aveva commesso, mi convinsi che stava dicendo la verità. Mi convinsi anche – prosegue Contrada – che non era un pazzo o un mitomane, bensì un uomo in preda a una vera e propria crisi mistica, infatti parlando non mi guardava mai, fissava il crocifisso che avevo appeso alle spalle».
Vitale è un fiume in piena. Mentre osserva il crocifisso appeso al muro, non si limita a confessare i propri delitti ma tratteggia anche la struttura di Cosa nostra, racconta dell’esistenza di una Commissione e di un rito di iniziazione. Fa anche dei nomi, in quel momento sconosciuti ai più: Toto Riina, Pippo Calò, Vito Ciancimino e altri mafiosi di spicco, guadagnandosi sui giornali il soprannome del “Joe Valachi di Altarello”.
Potrebbe essere un Buscetta ante-litteram ma nessuno lo ascolta, perché? “Fu la magistratura, sia requirente che giudicante, – spiega Contrada – che sotto la fortissima pressione degli avvocati di coloro che Vitale aveva chiamato in causa decise di soprassedere e farlo passare per pazzo”.
E l’intento degli avvocati va a buon fine. Dopo alcune perizie psichiatriche, infatti, Vitale viene dichiarato infermo di mente e recluso nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto. Dopo vari trasferimenti esce dal carcere nel 1984, quando a ricordarsi di lui sono quasi solo i mafiosi – che aspettano ma non dimenticano – e non gli perdonano né le confessioni affidate a Contrada né l’intervista rilasciata in carcere ad un giornalista, nella quale ha dichiarato: «Io penso che la mafia si può battere. Lo Stato è più forte della mafia. Non si può mettere la mafia contro lo stato».
Infatti, il 2 dicembre del 1984, un killer di Cosa nostra lo aspetta sulle scale della chiesa dei Cappuccini di Palermo, dove si era recato per pregare assieme alla madre, e lo fredda con due colpi di lupara alla testa, mettendo così fine alla storia del primo vero pentito di mafia.
Un anno più tardi, nel corso del Maxiprocesso, il giudice Giovanni Falcone dedica un pensiero a Vitale e sottolinea l’importanza e il coraggio del suo gesto: «A differenza della giustizia statuale, la mafia ha percepito l’importanza delle propalazioni di Leonardo Vitale e nel momento ritenuto più opportuno lo ha inesorabilmente punito per aver violato la legge dell’omertà. È augurabile che almeno dopo morto Vitale trovi il credito che meritava e che merita»
Le confessioni di Leonardo Vitale, dichiarato “pazzo” dalla giustizia
A fianco della mafia siciliana un peso crescente assume oggi la mafia calabrese come dimostrano i recenti arresti collegati ai sequestri di persona a Roma e al Nord. Lo sviluppo impetuoso della mafia calabrese (pur nella diversità dei connotati storici rispetto a quella siciliana), mentre testimonia un preoccupante processo di disgregazione economica e sociale della Calabria, dimostra, in pari tempo, una insufficiente vigilanza e mobilitazione della opinione pubblica e di tutti gli organi dello Stato. La presenza della Commissione parlamentare d’inchiesta ha, invece, stimolato tale mobilitazione in Sicilia.
I mafiosi costituiscono oggi una grande potenza finanziaria. L’enoteca Borroni, scoperta a Milano, aveva un deposito di vini pregiati per un valore di oltre un miliardo di lire. Il Guzzardi, implicato nei sequesti, è anche un grosso appaltatore edile (ha avuto anche un appalto nella costruzione della metropolitana di Milano).
Il commercialista palermitano Pino Mandalari (candidato del MSI alle elezioni politiche del 1972) ospita nel suo studio le società finanziarie di alcuni fra i più noti gangsters tra cui Salvatore Riìna, braccio destro di Leggio, e il Badalamenti di Cinisi, nonché quelle di padre Coppola.
Tali società intestate a dei prestanome si occupano delle attività più varie (dall’acquisto dei terreni ed immobili come beni di rifugio alla speculazione edilizia, alla sofisticazione dei vini).
Ma lo sviluppo di una rete mafiosa a carattere nazionale per controllare alcuni traffici e per organizzare i sequestri non significa che ci troviamo di fronte a un pugno di gangsters sradicati dalla realtà locale che li ha espressi.
Il “pentito” Leonardo Vitale
La denunzia-confessione del giovane Leonardo Vitale (il cosiddetto Valachi siciliano) ha offerto un vero e proprio spaccato di che cosa è, ancora oggi, una cosca mafiosa in un rione o in una borgata di Palermo. La cosca mafiosa di Altarello di Baida-Boccadifalco, a cui era affiliato il Vitale, era dedita ad attività tradizionali come quella dell’estorsione (il Vitale ha comunicato alla Polizia un elenco di estorsioni sino ad allora del tutto ignorate e successivamente confermate dai costruttori edili che le avevano subite) e di tipo nuovo come la speculazione sulle aree.
Non solo, ma permane la divisione delle zone di influenza tra le varie cosche. (Il Badalamenti è intervenuto recentemente da arbitro tra la mafia di Altarello e quella della Noce per una questione di competenza territoriale).
Il recente attentato al vecchio boss Vincenzo Nicoletti, subito dopo il suo rientro dal soggiorno obbligato, e la sequenza di delitti che ne è susseguita nella zona (il quadrilatero Pallavicino-Partanna-Mondello-Tommaso Natale) mette in evidenza l’esistenza di una realtà analoga in quel gruppo di borgate rispetto a quanto denunziato per la zona di Altarello-Boccadifalco.
La recrudescenza di attività criminali nella zona Cinisi-Carini-Partinico-Roccamena in relazione all’attività del gruppo mafioso legato alla famiglia di padre Coppola indica che anche in zona della provincia permane e si sviluppa l’attività delle cosche mafiose locali.
Tutto ciò indica la ricostituzione (nonostante la repressione degli ultimi anni) di un potere mafioso su base territoriale con l’aggiornamento delle strutture tradizionali nonché dei campi di attività. Uno dei campi nuovi di attività è costituito, nella zona del vigneto, dalla sofisticazione su larga scala. Ma continua l’attività tradizionale tipo abigeato, controllo della guardiania, dell’acqua di irrigazione, dei consorzi di bonifica e degli appalti.
Questi fatti dimostrano il permanere di connivenze fra potere mafioso, amministrazioni locali, funzionari pubblici, uomini politici. La denunzia del Vitale lumeggiava anche questi aspetti, confermando come il potere Dc nelle borgate di Palermo sia, ancora oggi, fondato largamente sulla compenetrazione con la mafia.
Lo «stato maggiore nazionale» della mafia stabilisce un suo rapporto di influenza e di intervento diretto, di volta in volta, sulle singole cosche locali che, pur conservando (come è nella tradizione della mafia) una loro autonomia, si comportano ancora come cellule di una organizzazione articolata pronte a rendere servizi allo «stato maggiore nazionale», nella attuazione delle varie imprese. Un esempio di questo rapporto è fornito dal sequestro Cassina.
È ormai dimostrato che il sequestro dell’ingegner Luciano Cassina fu organizzato dallo «stato maggiore nazionale» con un ruolo importante assegnato a padre Coppola. I killers per l’attuazione del rapimento furono, poi, forniti dalla cosca mafiosa di Altarello di Baida (zona in cui le abitudini del Cassina erano particolarmente conosciute). • DOMANI La relazione antimafia del 1976
Leonardo Vitale (Palermo, 27 giugno 1941 – Palermo, 2 dicembre 1984) Legato a Cosa nostra, è considerato il primo collaboratore di giustizia dopo Melchiorre Allegra. Nel 1960, all’età di diciannove anni, Leonardo Vitale venne affiliato nella cosca mafiosa di Altarello di Baida, che era guidata dallo zio paterno Giovanbattista detto “Titta”, che gli impose come prova d’ammissione l’uccisione di un mafioso rivale di nome Mannino, che svolgeva il lavoro di campiere[2]. Successivamente Vitale compì numerose intimidazioni e danneggiamenti ai danni di imprese edili a scopo di estorsione su ordine dello zio e del suo associato Giuseppe Calò[3], venendo promosso alla carica di capodecina[4]. Nel 1972 Vitale venne arrestato perché sospettato di essere implicato nel sequestro del costruttore Luciano Cassina, ma venne rilasciato dopo una settimana di isolamento nel carcere dell’Asinara, dove manifestò segni di depressione che degenerarono nella coprofagia, inducendo i medici a sottoporlo ad elettroshock[1][3].
Il pentimento Il 29 marzo 1973 Vitale si presentò alla questura di Palermo e venne accompagnato nell’ufficio di Bruno Contrada, all’epoca commissario della squadra mobile, a cui dichiarò che stava attraversando una crisi religiosa e intendeva cominciare una nuova vita;[2] si autoaccusò quindi di due omicidi, di un tentato omicidio, di estorsione e di altri reati minori, fece i nomi di Salvatore Riina, Giuseppe Calò, Vito Ciancimino ed altri mafiosi, collegandoli a precise circostanze, e rivelò per primo l’esistenza di una “Commissione”, descrivendo anche il rito di iniziazione di Cosa nostra e l’organizzazione di una famiglia mafiosa.[2] Le dichiarazioni di Vitale portarono all’arresto di quaranta membri della cosca di Altarello di Baida, ma la metà di questi furono rilasciati qualche tempo dopo per insufficienza di prove[1]. Lo stesso Vitale finì nel carcere dell’Ucciardone per le sue dichiarazioni, dove venne sottoposto a numerose perizie psichiatriche e dichiarato seminfermo di mente affetto da schizofrenia, venendo rinchiuso nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina.[1]
L’arresto e la detenzione. Nel 1977 Vitale finì sotto processo per le sue dichiarazioni insieme allo zio Titta e altri 27 membri della cosca di Altarello di Baida. In quell’occasione Vitale venne definito “il Joe Valachi di Altarello” dai giornalisti.[3] Alla fine del processo però gli imputati vennero assolti per insufficienza di prove, tranne Vitale e lo zio, che ricevette una pena per omicidio e associazione a delinquere. La pena di venticinque anni di carcere di Vitale invece venne commutata in detenzione nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, di cui però scontò soltanto sette anni.[2]
La morte Dopo essere stato dimesso dal manicomio nel 1984, Vitale venne ucciso una domenica mattina con due colpi di lupara alla testa sparati da un uomo non identificato che lo raggiunse all’uscita dalla chiesa dei Cappuccini di Palermo mentre era in compagnia della madre.[1]
Dopo la morte Giovanni Falcone nella sentenza di rinvio a giudizio per il Maxiprocesso di Palermo 1986 rende omaggio al coraggio e alla conversione di Leonardo Vitale: “Scarcerato nel giugno 1984, fu ucciso dopo pochi mesi, il 2 dicembre, mentre tornava dalla Messa domenicale. A differenza della Giustizia dello Stato, la mafia percepì l’importanza delle sue rivelazioni e lo punì inesorabilmente per aver violato la legge dell’omertà. È augurabile che, almeno dopo morto, Vitale trovi il credito che meritava e che merita”[5].
Nel 1998 Salvatore Parlagreco ha scritto il libro L’uomo di vetro, sulla vicenda di Leonardo Vitale. Il volume è stato ristampato anche in seguito. Nel 2000 Luigi Accattoli ha annoverato Vitale tra i nuovi martiri cristiani nel suo libro sull’argomento[6]. Dal libro di Parlagreco nel 2007 Stefano Incerti ha tratto e curato la regia del film L’uomo di vetro.
A partire dal 2007 Francesco Paolo (Franco) Vitale, cugino di Leonardo, ha raccolto affermazioni del Comitato Bruno Contrada, Luigi Accattoli e padre Paolo Fisconaro OFM Conv. che sottolineavano l’autenticità della conversione religiosa di Leonardo e la sua volontà di contribuire, con le sue deposizioni, alla redenzione degli uomini di mafia e alla promozione della legalità nella Sicilia. Ne promuove la memoria e raccoglie testimonianze su di lui. L’autenticità della conversione e il contributo al cambiamento di mentalità è stato sottolineato anche in seguito[5][7][8].
A Leonardo Vitale lo presero per pazzo e qualcuno se ne avvantaggiò Pietro Fucile 27.9.2019Il nome di Leonardo Vitale dice ben poco ai più, anche se è un nome pesante come un macigno, pesante come un peccato infamante e inconfessato a carico della coscienza nazionale. Già, perché certe storie se le tieni un po’ nascoste, se provi a cancellarle mettendole nello sgabuzzino della dimenticanza, quando poi riaffiorano, lo fanno caricate di ulteriori significati che la storia vi ha sedimentato addosso. Vitale nasce a Palermo in una famiglia di mafia, e neanche maggiorenne, con l’affiliazione alla cosca dello zio Giovanbattista Vitale, diventa uomo d’onore cominciando ad allungare la sua biografia fatta di sabotaggi, estorsioni ed omicidi, nel segno di una carriera tutto sommato prevedibile. Nel 1972 questo tipo di biografia si interruppe poiché, ritenuto implicato nel sequestro del chiacchierato costruttore Luciano Cassina, venne arrestato e tenuto in isolamento all’Asinara, un “soggiorno” breve che tuttavia dovette segnarlo profondamente se alla fine del marzo del ’73 volle presentarsi alla questura di Palermo per costituirsi.
Raccontò tutto, confessò gli omicidi che aveva commesso, fece i nomi di Salvatore Riina, Vito Ciancimino e Pippo Calò, con dovizia di particolari descrisse i riti di cui si alimentava Cosa Nostra, ne delineò con precisione l’organizzazione, rivelò per primo l’esistenza di una “Commissione” e i legami tra mafia e politica. Tutto questo senza chiedere in cambio contropartite, un decennio prima del collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, un decennio prima che Giovanni Falcone potesse poi disporre di informazioni tanto preziose.
Fu considerato seminfermo di mente e costretto a ricoveri forzati nei quali fu sottoposto a cure basate su psicofarmaci ed elettroshock, uno schizofrenico da internare nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, dove dovette scontare la pena comminatagli per le sue stesse dichiarazioni che invece, paradossalmente, non furono ritenute attendibili per perseguire tutti gli altri mafiosi che aveva accusato.
Fortemente segnato nel fisico e nella mente, riottenne la libertà solo nel 1984, per poco, pochissimo, perché Cosa Nostra ha memoria e certe cose se le segna: il 2 dicembre di quello stesso anno due colpi di lupara lo colpirono a morte mentre torna a casa dalla messa a cui ha partecipato nella chiesa dei Cappuccini di Palermo. WIKIPEDIA
Al Maxiprocesso del 1986 Giovanni Falcone commenta: “…a differenza della Giustizia dello Stato, la mafia percepì l’importanza delle sue rivelazioni e lo punì inesorabilmente per aver violato la legge dell’omertà. È augurabile che, almeno dopo morto, Vitale trovi il credito che meritava e che merita DEA NOTIZIE
Breve storia di Leonardo Vitale, il pentito a cui nessun volle credere 4 dicembre 2018 “Io…penso che la mafia si può battere…che lo stato sia più forte della mafia…NON si può mettere la mafia contro lo stato!” Queste parole sono state pronunciate da Leonardo Vitale, il primo vero pentito di mafia in un’intervista televisiva rilasciata alla fine del 1983. Appena un anno prima del suo omicidio. Leonardo Vitale, definito da molti il “Valachi di Altarello”, era nato a Palermo nel 1941. All’età di 17 anni suo zio, Titta Vitale, decise di farlo diventare un uomo d’onore di cosa nostra e per vedere se era capace di uccidere, gli consegnò una pistola e gli disse di uccidere un cavallo. Vitale eseguì ed entrò quindi nell’organizzazione mafiosa. Negli anni successivi, per conto della cosca a cui apparteneva, effettuò tre omicidi e partecipò a un sequestro di persona. Anni dopo, ricorderà “avevo 17 anni, ero un ragazzo…forse l’idea di uccidere un cavallo m affascinava…poi il resto era un’altra cosa”. All’inizio degli anni 70, precisamente il 29 marzo 1973, dopo aver avuto una forte crisi mistica, decise di pentirsi…e si recò alla polizia per confessare tutto all’allora dirigente Bruno Contrada. Dalle sue confessioni uscirono fuori nomi come Calò (vedi foto 1), Ciancimino e persino Riina, all’epoca non molto conosciuto. Sei giorni dopo fu resa nota la sua collaborazione (vedi foto 2). Le cose però non andarono bene…ancora non erano maturi i tempi…e nonostante furono organizzati dei processi tra il 1977 e il 1979 a diverse persone che lui aveva accusato (vedi foto 3 e 4)..finì che Vitale, che pur era stato definito attendibile, fu indicato come semi infermo di mente. Negli anni compresi tra il 1973 e il 1984 fu spedito prima al manicomio criminale di Barcellona pozzo di Gotto (ove viene sottoposto a varie elettroshock e tentativi di lobotomia), in seguito fu confinato a Gratteri (nella foto 5 si vede Vitale, semi distrutto da quel che gli hanno fatto durante i terribili anni a Barcellona. nella foto 6 mentre viene intervistato da Giò Marrazzo, recatosi ad intervistarlo durante un servizio della primavera del 1980), e infine fu trasferito per ragioni di sicurezza, alla fine del 1982, a Reggio Emilia. Durante la permanenza a Reggio Emilia, rilasciò una lunga intervista a Francesco D’Amato (nelle foto 7 e 8 si vede Vitale mentre viene condotto sorridente in sala colloqui e poi nella foto 9 mentre risponde alle domande). Durante questo interessante servizio, in cui Vitale riassunse le sue denunce e i suoi ricordi e disse la frase che introduce questo articolo (nella foto 10 viene ripreso proprio l’attimo in cui guarda la telecamera e dice che la mafia non può mettersi contro lo stato). Nel giugno 1984 fu scarcerato e tornò a Palermo. Purtroppo, come si dice nello speciale di “primo piano” del tg3 andato in onda nel 2007 in cui ha inoltre collaborato mio padre Antonio con le musiche, la “sua libertà dura solo sei mesi”. Il 2 dicembre 1984, i sicari della mafia lo uccisero in un agguato davanti casa sua, mentre era in macchina dopo essere tornato dalla messa domenicale (vedi foto 11 e 12). Morirà 5 giorni dopo.
La mafia aspetta…ma non dimentica e all’epoca dell’omicidio non esisteva ancora una legge che proteggesse i pentiti di mafia, ma solo la legge del febbraio 1980 sulla gestione dei pentiti del terrorismo. Una legge proprio sui pentiti di mafia sarebbe comparsa solo dopo qualche anno. (riprodotti nelle foto seguenti alcune pagine di giornale dell’epoca usciti all’epoca dell’agguato e una foto della macchina in cui era Vitale). Nel corso degli anni, Vitale non è stato ricordato come altri pentiti di mafia e, a parte un’intervista di Paolo Borsellino e una nota nel libro di Giovanni Falcone “cose di cosa nostra”, non ci sono stati molti contributi “diretti” per ricordarlo. Il primo, di certo non trascurabile, è il già citato servizio di “Primo Piano” e il secondo è un lavoro cinematografico chiamato “l’uomo di vetro” (2007) tratto dall’omonimo libro di Salvatore Parlagreco e il terzo è un servizio nel programma “Blu notte – misteri italiani” in cui Carlo Lucarelli espone la storia del pentitismo mafioso e riprende anche brevemente la storia di Vitale. A volte mi viene chiesto: “perché ricordare quest’uomo? Perché gli dai questa importanza? Se proprio devi ricordare dei pentiti di mafia, perché parli proprio di lui?”. Io, che ho fatto una discreta ricerca sul fenomeno e potrei parlare per ore di personaggi come Buscetta, Contorno, Allegra e tanti altri, mi sento di rispondere in questo modo: Vitale, a differenza di tantissimi altri pentiti della mafia siciliana, ha delle particolarità. Per prima cosa il suo modo di violare la legge dell’omertà aveva delle radici molto diverse da coloro che si sono pentiti nella seconda metà degli anni ’80. Lui non aveva sentimenti di vendetta verso altri e non ha detto le sue verità nella speranza di ottenere qualcosa in cambio. Poi, perché la sua collaborazione avviene molto prima di quella dei pentiti che avrebbero portato al maxiprocesso, dieci anni almeno. Infine perché Vitale è riuscito a dimostrare, come poi hanno fatto personaggi come Don Puglisi, come la fede religiosa, se ben usata, può essere anche un’arma contro la mafia. Ritengo che oggi Vitale debba essere ricordato tra gli esempi più caratteristici di coloro che hanno fatto la scelta di violare la legge dell’omertà – se non di più in certi casi – per la sua lezione morale. Io come ogni anno ricordo Leonardo Vitale…la sua forza di essersi opposto alla mafia…e come ogni anno voglio ricordare le parole che scrissero su di lui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nell’ordinanza del maxiprocesso. “A differenza della giustizia statuale, la mafia ha percepito l’importanza delle propalazioni di Leonardo Vitale e nel momento ritenuto più opportuno lo ha inesorabilmente punito per aver violato la legge dell’omertà. E’ augurabile che almeno dopo morto Vitale trovi il credito che meritava e che merita.” (8 novembre 1985). di Enrico Isidoro Guida PIO LA TORRE
Note
- ^ Salta a:
a b c d e AmericanMafia.com – Feature Articles 486 - ^ Salta a:
a b c d 1970-1982 I corleonesi alla ribalta – Il terrorismo nero e rosso – La storia di Pepino Impastato - ^ Salta a:
a b c Il Viandante – Sicilia 1973 - ^ The ‘Cosa Nostra’
- ^ Salta a:
a b Luigi Accattoli, Leonardo Vitale: pentito di mafia ucciso all’uscita dalla messa, dal blog personale dell’autore, settembre 2011 – URL consultato il 15 settembre 2015 - ^ Michele Brambilla, L’esercito dimenticato dei nuovi martiri cristiani, «Corriere della Sera», 16 marzo 2000 – URL consultato il 15 settembre 2015
- ^ Maria Cristina Corvo, Leonardo Vitale non era un pazzo! Marchiato come malato di mente, il primo “pentito” visse una vera e profonda conversione religiosa, maturata nelle celle dei manicomi criminali di mezza Italia, in «Zenit», 14 settembre 2015 – URL consultato il 15 settembre 2015
- ^ Pino Suriano, Leonardo Vitale, il mafioso che cercando il perdono trovò Dio, in «Tempi», 2 dicembre 2012 – URL consultato il 15 settembre 2015
Bibliografia
- Salvatore Parlagreco, L’uomo di vetro, prefazione di Igor Man, Bompiani, Milano 1998
- Salvatore Parlagreco, L’uomo di vetro, postfazione del regista Stefano Incerti, SugarCo Edizioni, Milano 2007
- Umberto Santino, Sicilia. 102 caduti nella lotta contro la mafia e per la democrazia dal 1893 al 1994, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, Palermo 1995, p. 55
- Luigi Accattoli, Nuovi martiri. 393 storie cristiane nell’Italia di oggi, prefazione di Angelo Comastri, San Paolo, Cinisello Balsamo 2000
- Francesco La Licata, Storia di Giovanni Falcone, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, 2005 (III ed.)
Filmografia
Leonardo Vitale, il primo pentito (non creduto e dichiarato pazzo) ucciso dalla mafia
“Al fatto di pentirsi ci credo poco, perché il pentimento è una cosa divina, non quello di questi signori che lo fanno per soldi”. Parole di Don Vito Ciancimino.
In effetti è difficile dare torto all’ex sindaco mafioso di Palermo. La storia del pentitismo di mafia è costellata di collaboratori di giustizia che hanno iniziato a confessare per vendetta, per interessi o proprio per soldi. Coloro che lo hanno fatto a seguito di un rimorso di coscienza per i crimini commessi – o mossi da un crisi mistica – sono pochissimi. Anzi, a memoria se ne ricorda solo uno: Leonardo Vitale.Siamo nel 1960. Leonardo è un giovane poco più che maggiorenne, vive a Palermo, nel quartiere Altarello di Baida, borgata sud-orientale della città che si arrampica fino ai confini di Monreale. Il capomafia del mandamento è Giovambattista Vitale, detto “Titta”, suo zio. Ed è proprio quest’ultimo a farlo entrare in Cosa nostra, imponendogli come prova d’iniziazione l’uccisione di un rivale, un certo Mannino. Vitale esegue e da quel momento si schiudono per lui le porte dell’organizzazione siciliana. Nel corso degli anni successivi compie qualche omicidio e diverse estorsioni, fino a quando, nel 1972, viene arrestato. Trascorre qualche mese in isolamento nel carcere dell’Asinara e lì prende coscienza del fatto che la vita da mafioso non fa per lui. La sua coscienza lo tormenta, non gli dà pace, fino a quando, il 31 marzo del 1973, si convince a presentarsi alla questura di Palermo.
Ad accoglierlo è il giovane commissario della Squadra Mobile Bruno Contrada. Vitale si siede di fronte al dirigente di Polizia e racconta di essere in preda a una crisi mistica, spiega di voler cambiare vita e di essere intenzionato a confessare tutti i suoi delitti per ripulirsi la coscienza ed iniziare una nuova vita.
Pur essendo da anni in servizio a Palermo, e conoscendo la mafia in tutte le sue sfaccettature, Contrada resta spiazzato dalle parole di Vitale, come racconta nel libro Il Corvo di Palermo (Glifo Edizioni): «Inizialmente rimasi spiazzato e mi posi con molta diffidenza perché non avevo mai avuto a che fare con un mafioso che dichiarava di essersi pentito di ciò che aveva fatto e di voler collaborare. Poi, a fronte del fatto che mi diede particolari relativi a un omicidio che potevano essere noti solo a chi l’aveva commesso, mi convinsi che stava dicendo la verità. Mi convinsi anche – prosegue Contrada – che non era un pazzo o un mitomane, bensì un uomo in preda a una vera e propria crisi mistica, infatti parlando non mi guardava mai, fissava il crocifisso che avevo appeso alle spalle».
Vitale è un fiume in piena. Mentre osserva il crocifisso appeso al muro, non si limita a confessare i propri delitti ma tratteggia anche la struttura di Cosa nostra, racconta dell’esistenza di una Commissione e di un rito di iniziazione. Fa anche dei nomi, in quel momento sconosciuti ai più: Toto Riina, Pippo Calò, Vito Ciancimino e altri mafiosi di spicco, guadagnandosi sui giornali il soprannome del “Joe Valachi di Altarello”.
Potrebbe essere un Buscetta ante-litteram ma nessuno lo ascolta, perché? “Fu la magistratura, sia requirente che giudicante, – spiega Contrada – che sotto la fortissima pressione degli avvocati di coloro che Vitale aveva chiamato in causa decise di soprassedere e farlo passare per pazzo”.
E l’intento degli avvocati va a buon fine. Dopo alcune perizie psichiatriche, infatti, Vitale viene dichiarato infermo di mente e recluso nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto. Dopo vari trasferimenti esce dal carcere nel 1984, quando a ricordarsi di lui sono quasi solo i mafiosi – che aspettano ma non dimenticano – e non gli perdonano né le confessioni affidate a Contrada né l’intervista rilasciata in carcere ad un giornalista, nella quale ha dichiarato: «Io penso che la mafia si può battere. Lo Stato è più forte della mafia. Non si può mettere la mafia contro lo stato».
Infatti, il 2 dicembre del 1984, un killer di Cosa nostra lo aspetta sulle scale della chiesa dei Cappuccini di Palermo, dove si era recato per pregare assieme alla madre, e lo fredda con due colpi di lupara alla testa, mettendo così fine alla storia del primo vero pentito di mafia.
Un anno più tardi, nel corso del Maxiprocesso, il giudice Giovanni Falcone dedica un pensiero a Vitale e sottolinea l’importanza e il coraggio del suo gesto: «A differenza della giustizia statuale, la mafia ha percepito l’importanza delle propalazioni di Leonardo Vitale e nel momento ritenuto più opportuno lo ha inesorabilmente punito per aver violato la legge dell’omertà. È augurabile che almeno dopo morto Vitale trovi il credito che meritava e che merita» Matteo Zilocchi – Associazione Cosa Vostra 08 aprile 2022
Le confessioni di Leonardo Vitale, dichiarato “pazzo” dalla giustizia
A fianco della mafia siciliana un peso crescente assume oggi la mafia calabrese come dimostrano i recenti arresti collegati ai sequestri di persona a Roma e al Nord. Lo sviluppo impetuoso della mafia calabrese (pur nella diversità dei connotati storici rispetto a quella siciliana), mentre testimonia un preoccupante processo di disgregazione economica e sociale della Calabria, dimostra, in pari tempo, una insufficiente vigilanza e mobilitazione della opinione pubblica e di tutti gli organi dello Stato. La presenza della Commissione parlamentare d’inchiesta ha, invece, stimolato tale mobilitazione in Sicilia. I mafiosi costituiscono oggi una grande potenza finanziaria. L’enoteca Borroni, scoperta a Milano, aveva un deposito di vini pregiati per un valore di oltre un miliardo di lire. Il Guzzardi, implicato nei sequesti, è anche un grosso appaltatore edile (ha avuto anche un appalto nella costruzione della metropolitana di Milano).
Il commercialista palermitano Pino Mandalari (candidato del MSI alle elezioni politiche del 1972) ospita nel suo studio le società finanziarie di alcuni fra i più noti gangsters tra cui Salvatore Riìna, braccio destro di Leggio, e il Badalamenti di Cinisi, nonché quelle di padre Coppola.
Tali società intestate a dei prestanome si occupano delle attività più varie (dall’acquisto dei terreni ed immobili come beni di rifugio alla speculazione edilizia, alla sofisticazione dei vini).
Ma lo sviluppo di una rete mafiosa a carattere nazionale per controllare alcuni traffici e per organizzare i sequestri non significa che ci troviamo di fronte a un pugno di gangsters sradicati dalla realtà locale che li ha espressi.
Il “pentito” Leonardo Vitale
La denunzia-confessione del giovane Leonardo Vitale (il cosiddetto Valachi siciliano) ha offerto un vero e proprio spaccato di che cosa è, ancora oggi, una cosca mafiosa in un rione o in una borgata di Palermo. La cosca mafiosa di Altarello di Baida-Boccadifalco, a cui era affiliato il Vitale, era dedita ad attività tradizionali come quella dell’estorsione (il Vitale ha comunicato alla Polizia un elenco di estorsioni sino ad allora del tutto ignorate e successivamente confermate dai costruttori edili che le avevano subite) e di tipo nuovo come la speculazione sulle aree.
Non solo, ma permane la divisione delle zone di influenza tra le varie cosche. (Il Badalamenti è intervenuto recentemente da arbitro tra la mafia di Altarello e quella della Noce per una questione di competenza territoriale).
Il recente attentato al vecchio boss Vincenzo Nicoletti, subito dopo il suo rientro dal soggiorno obbligato, e la sequenza di delitti che ne è susseguita nella zona (il quadrilatero Pallavicino-Partanna-Mondello-Tommaso Natale) mette in evidenza l’esistenza di una realtà analoga in quel gruppo di borgate rispetto a quanto denunziato per la zona di Altarello-Boccadifalco.
La recrudescenza di attività criminali nella zona Cinisi-Carini-Partinico-Roccamena in relazione all’attività del gruppo mafioso legato alla famiglia di padre Coppola indica che anche in zona della provincia permane e si sviluppa l’attività delle cosche mafiose locali.
Tutto ciò indica la ricostituzione (nonostante la repressione degli ultimi anni) di un potere mafioso su base territoriale con l’aggiornamento delle strutture tradizionali nonché dei campi di attività. Uno dei campi nuovi di attività è costituito, nella zona del vigneto, dalla sofisticazione su larga scala. Ma continua l’attività tradizionale tipo abigeato, controllo della guardiania, dell’acqua di irrigazione, dei consorzi di bonifica e degli appalti.
Questi fatti dimostrano il permanere di connivenze fra potere mafioso, amministrazioni locali, funzionari pubblici, uomini politici. La denunzia del Vitale lumeggiava anche questi aspetti, confermando come il potere Dc nelle borgate di Palermo sia, ancora oggi, fondato largamente sulla compenetrazione con la mafia.
Lo «stato maggiore nazionale» della mafia stabilisce un suo rapporto di influenza e di intervento diretto, di volta in volta, sulle singole cosche locali che, pur conservando (come è nella tradizione della mafia) una loro autonomia, si comportano ancora come cellule di una organizzazione articolata pronte a rendere servizi allo «stato maggiore nazionale», nella attuazione delle varie imprese. Un esempio di questo rapporto è fornito dal sequestro Cassina.
È ormai dimostrato che il sequestro dell’ingegner Luciano Cassina fu organizzato dallo «stato maggiore nazionale» con un ruolo importante assegnato a padre Coppola. I killers per l’attuazione del rapimento furono, poi, forniti dalla cosca mafiosa di Altarello di Baida (zona in cui le abitudini del Cassina erano particolarmente conosciute). 18 febbraio 2022 • DOMANI

LEONARDO VITALE, il primo pentito
“Al fatto di pentirsi ci credo poco, perché il pentimento è una cosa divina, non quello di questi signori che lo fanno per soldi”. Parole di Don Vito Ciancimino.
In effetti è difficile dare torto all’ex sindaco mafioso di Palermo. La storia del pentitismo di mafia è costellata di collaboratori di giustizia che hanno iniziato a confessare per vendetta, per interessi o proprio per soldi. Coloro che lo hanno fatto a seguito di un rimorso di coscienza per i crimini commessi – o mossi da un crisi mistica – sono pochissimi. Anzi, a memoria se ne ricorda solo uno: Leonardo Vitale.
Siamo nel 1960. Leonardo è un giovane poco più che maggiorenne, vive a Palermo, nel quartiere Altarello di Baida, borgata sud-orientale della città che si arrampica fino ai confini di Monreale. Il capomafia del mandamento è Giovambattista Vitale, detto “Titta”, suo zio. Ed è proprio quest’ultimo a farlo entrare in Cosa nostra, imponendogli come prova d’iniziazione l’uccisione di un rivale, un certo Mannino.
Vitale esegue e da quel momento si schiudono per lui le porte dell’organizzazione siciliana. Nel corso degli anni successivi compie qualche omicidio e diverse estorsioni, fino a quando, nel 1972, viene arrestato. Trascorre qualche mese in isolamento nel carcere dell’Asinara e lì prende coscienza del fatto che la vita da mafioso non fa per lui. La sua coscienza lo tormenta, non gli dà pace, fino a quando, il 31 marzo del 1973, si convince a presentarsi alla questura di Palermo.
Ad accoglierlo è il giovane commissario della Squadra Mobile Bruno Contrada. Vitale si siede di fronte al dirigente di Polizia e racconta di essere in preda a una crisi mistica, spiega di voler cambiare vita e di essere intenzionato a confessare tutti i suoi delitti per ripulirsi la coscienza ed iniziare una nuova vita.
Pur essendo da anni in servizio a Palermo, e conoscendo la mafia in tutte le sue sfaccettature, Contrada resta spiazzato dalle parole di Vitale, come racconta nel libro Il Corvo di Palermo (Glifo Edizioni): «Inizialmente rimasi spiazzato e mi posi con molta diffidenza perché non avevo mai avuto a che fare con un mafioso che dichiarava di essersi pentito di ciò che aveva fatto e di voler collaborare. Poi, a fronte del fatto che mi diede particolari relativi a un omicidio che potevano essere noti solo a chi l’aveva commesso, mi convinsi che stava dicendo la verità. Mi convinsi anche – prosegue Contrada – che non era un pazzo o un mitomane, bensì un uomo in preda a una vera e propria crisi mistica, infatti parlando non mi guardava mai, fissava il crocifisso che avevo appeso alle spalle».
Vitale è un fiume in piena. Mentre osserva il crocifisso appeso al muro, non si limita a confessare i propri delitti ma tratteggia anche la struttura di Cosa nostra, racconta dell’esistenza di una Commissione e di un rito di iniziazione. Fa anche dei nomi, in quel momento sconosciuti ai più: Toto Riina, Pippo Calò, Vito Ciancimino e altri mafiosi di spicco, guadagnandosi sui giornali il soprannome del “Joe Valachi di Altarello”.
Potrebbe essere un Buscetta ante-litteram ma nessuno lo ascolta, perché? “Fu la magistratura, sia requirente che giudicante, – spiega Contrada – che sotto la fortissima pressione degli avvocati di coloro che Vitale aveva chiamato in causa decise di soprassedere e farlo passare per pazzo”.
E l’intento degli avvocati va a buon fine. Dopo alcune perizie psichiatriche, infatti, Vitale viene dichiarato infermo di mente e recluso nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto. Dopo vari trasferimenti esce dal carcere nel 1984, quando a ricordarsi di lui sono quasi solo i mafiosi – che aspettano ma non dimenticano – e non gli perdonano né le confessioni affidate a Contrada né l’intervista rilasciata in carcere ad un giornalista, nella quale ha dichiarato: «Io penso che la mafia si può battere. Lo Stato è più forte della mafia. Non si può mettere la mafia contro lo stato».
Infatti, il 2 dicembre del 1984, un killer di Cosa nostra lo aspetta sulle scale della chiesa dei Cappuccini di Palermo, dove si era recato per pregare assieme alla madre, e lo fredda con due colpi di lupara alla testa, mettendo così fine alla storia del primo vero pentito di mafia.
Un anno più tardi, nel corso del Maxiprocesso, il giudice Giovanni Falcone dedica un pensiero a Vitale e sottolinea l’importanza e il coraggio del suo gesto: «A differenza della giustizia statuale, la mafia ha percepito l’importanza delle propalazioni di Leonardo Vitale e nel momento ritenuto più opportuno lo ha inesorabilmente punito per aver violato la legge dell’omertà. È augurabile che almeno dopo morto Vitale trovi il credito che meritava e che merita». Matteo Zilocchi – Associazione Cosa Vostra 08 aprile 2022
Le confessioni di Leonardo Vitale, dichiarato “pazzo” dalla giustizia
A fianco della mafia siciliana un peso crescente assume oggi la mafia calabrese come dimostrano i recenti arresti collegati ai sequestri di persona a Roma e al Nord. Lo sviluppo impetuoso della mafia calabrese (pur nella diversità dei connotati storici rispetto a quella siciliana), mentre testimonia un preoccupante processo di disgregazione economica e sociale della Calabria, dimostra, in pari tempo, una insufficiente vigilanza e mobilitazione della opinione pubblica e di tutti gli organi dello Stato. La presenza della Commissione parlamentare d’inchiesta ha, invece, stimolato tale mobilitazione in Sicilia.
I mafiosi costituiscono oggi una grande potenza finanziaria. L’enoteca Borroni, scoperta a Milano, aveva un deposito di vini pregiati per un valore di oltre un miliardo di lire. Il Guzzardi, implicato nei sequesti, è anche un grosso appaltatore edile (ha avuto anche un appalto nella costruzione della metropolitana di Milano).
Il commercialista palermitano Pino Mandalari (candidato del MSI alle elezioni politiche del 1972) ospita nel suo studio le società finanziarie di alcuni fra i più noti gangsters tra cui Salvatore Riìna, braccio destro di Leggio, e il Badalamenti di Cinisi, nonché quelle di padre Coppola.
Tali società intestate a dei prestanome si occupano delle attività più varie (dall’acquisto dei terreni ed immobili come beni di rifugio alla speculazione edilizia, alla sofisticazione dei vini).
Ma lo sviluppo di una rete mafiosa a carattere nazionale per controllare alcuni traffici e per organizzare i sequestri non significa che ci troviamo di fronte a un pugno di gangsters sradicati dalla realtà locale che li ha espressi.
Il “pentito” Leonardo Vitale
La denunzia-confessione del giovane Leonardo Vitale (il cosiddetto Valachi siciliano) ha offerto un vero e proprio spaccato di che cosa è, ancora oggi, una cosca mafiosa in un rione o in una borgata di Palermo. La cosca mafiosa di Altarello di Baida-Boccadifalco, a cui era affiliato il Vitale, era dedita ad attività tradizionali come quella dell’estorsione (il Vitale ha comunicato alla Polizia un elenco di estorsioni sino ad allora del tutto ignorate e successivamente confermate dai costruttori edili che le avevano subite) e di tipo nuovo come la speculazione sulle aree.
Non solo, ma permane la divisione delle zone di influenza tra le varie cosche. (Il Badalamenti è intervenuto recentemente da arbitro tra la mafia di Altarello e quella della Noce per una questione di competenza territoriale).
Il recente attentato al vecchio boss Vincenzo Nicoletti, subito dopo il suo rientro dal soggiorno obbligato, e la sequenza di delitti che ne è susseguita nella zona (il quadrilatero Pallavicino-Partanna-Mondello-Tommaso Natale) mette in evidenza l’esistenza di una realtà analoga in quel gruppo di borgate rispetto a quanto denunziato per la zona di Altarello-Boccadifalco.
La recrudescenza di attività criminali nella zona Cinisi-Carini-Partinico-Roccamena in relazione all’attività del gruppo mafioso legato alla famiglia di padre Coppola indica che anche in zona della provincia permane e si sviluppa l’attività delle cosche mafiose locali.
Tutto ciò indica la ricostituzione (nonostante la repressione degli ultimi anni) di un potere mafioso su base territoriale con l’aggiornamento delle strutture tradizionali nonché dei campi di attività. Uno dei campi nuovi di attività è costituito, nella zona del vigneto, dalla sofisticazione su larga scala. Ma continua l’attività tradizionale tipo abigeato, controllo della guardiania, dell’acqua di irrigazione, dei consorzi di bonifica e degli appalti.
Questi fatti dimostrano il permanere di connivenze fra potere mafioso, amministrazioni locali, funzionari pubblici, uomini politici. La denunzia del Vitale lumeggiava anche questi aspetti, confermando come il potere Dc nelle borgate di Palermo sia, ancora oggi, fondato largamente sulla compenetrazione con la mafia.
Lo «stato maggiore nazionale» della mafia stabilisce un suo rapporto di influenza e di intervento diretto, di volta in volta, sulle singole cosche locali che, pur conservando (come è nella tradizione della mafia) una loro autonomia, si comportano ancora come cellule di una organizzazione articolata pronte a rendere servizi allo «stato maggiore nazionale», nella attuazione delle varie imprese. Un esempio di questo rapporto è fornito dal sequestro Cassina.
È ormai dimostrato che il sequestro dell’ingegner Luciano Cassina fu organizzato dallo «stato maggiore nazionale» con un ruolo importante assegnato a padre Coppola. I killers per l’attuazione del rapimento furono, poi, forniti dalla cosca mafiosa di Altarello di Baida (zona in cui le abitudini del Cassina erano particolarmente conosciute). 18 febbraio 2022 • DOMANI La relazione antimafia del 1976
Quel personaggio. Leonardo Vitale, già mafioso, è morto, ucciso dalla stessa mafia. Scrive il giudice: «E’ augurabile che, almeno dopo morto, trovi il credito che meritava e che merita*. E ancora, a sottolineare la cecità, le colpe degli inquirenti di allora: «a differenza della giustizia statuale, la mafia ha percepito l’importanza delle propalazioni di Vitale Leonardo e, nel momento più opportuno, lo ha inevitabilmente punito per avere violato la legge dell’omertà». Un personaggio al quale si doveva credere, dunque, mentre invece non si è creduto, ritardando di anni la giustizia. E perché non s’è creduto?
Se lo chiedono anche i giudici tra le righe della loro ordinanza (Antonino Caponnetto è stato affiancato da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta, Giuseppe Di Lello, Giacomo Conte e Ignazio De Francisco.
E’ nel 1973 che Leonardo Vitale, questo «modesto uomo d’onore, travagliato da una crisi di coscienza-, si presenta in questura e rivela tutto quanto è a sua conoscenza sulla mafia, sui propri e gli altrui misfatti. Dice cose che dieci anni dopo Tommaso Buscetta, Salvatore Contorno e altri confermeranno integralmente. Ma quelle rivelazioni non vengono accolte. Vitale, tratto in arresto dalla Mobile palermitana 11 17 ottobre ’72 perché ritenuto coinvolto nel sequestro a scopo di estorsione dell’ing. Luciano Cassina, viene scarcerato per mancanza di sufficienti indizi il 30 settembre. Nel marzo ’73, eccolo in preda a crisi di coscienza: gì presenta spontaneamente alla Mobile e svela tutto ciò che sa su Cosa Nostra di cui ammette di far parte, autoaccusandosi di alcuni omicidi commessi in correità con numerosi personaggi.
Annota il giudice: «Le confessioni ebbero esito sconfortante: gran parte delle persone da lui accusate venivano prosciolte mentre lui stesso, dichiarato seminfermo di mente, era pressoché l’unico ad essere condannato».
Che cosa aveva raccontato? Una lunga serie di pagine di reati, come l’uccisione, su commissione di suo zio Giovanbattista Vitale, di un certo Vincenzo Mannino, reo di avere acquisito delle «gabelle» senza avere chiesto 11 permesso.
Suo zio, rappresentante, nell’ambito della mafia, della famiglia Altarello. lo aveva messo alla prova chiedendogli alcuni atti di violenza, tra cui lo studio delle abitudini del Mannino e poi la sua uccisione.
Poi, dopo il superamento di queste prove, c’era stata la cerimonia del giuramento, in un casolare isolato, alla presenza dello zio Giovanbattista, di Salvatore Inzerillo e di altri.
Secondo un preciso rito gli avevano punto un dito con una spina di arancio amaro, lui stesso aveva bruciato una immagine sacra e aveva baciato tutti sulla bocca.
Così era entrato a far parte della famiglia di Altarello di Baida di Cosa Nostra e da questo momento aveva incominciato a conoscere i componenti della propria e di altre famiglie e ad operare come membro effettivo dell’organizzazione.
Lo zio lo aveva adibito ad acquisizioni di guardianie di cantieri edili siti nel viale della Regione Siciliana e per espletare il suo incarico Leo nardo aveva iniziato a danneggiamenti a fini estorsivi ai danni di costruttori e di proprietari terrieri con bombe, incendi, ecc.; atti che poi si concludevano con l’acquisizione della guardia nia. cioè le vittime erano in dotte ad accettare il guardia no, s’intende a pagamento, imposto dalla mafia.
La vita di mafia di Leonardo Vitale continua su questa impostazione, ma non con soli incendi, furti, bombe: anche omicidi.
Nella sua confessione fatta nel ’73, dopo il pentimento, Vitale parla di diverse uccisioni, non tutte necessariamente opera sua, ma di altri dei quali indica nome e cognome: l’omicidio di Pietro Di Marco, 11 26 gennaio ’72, ad esempio, ucciso personalmente da Antonino Rotolo su mandato di Giuseppe Calò come punizione per un’offesa; oppure romicidio di Vincenzo Traina, il 17 ottobre ’71, opera di Francesco Grima e altri tre non identificati (doveva essere un sequestro di persona, ma la vittima cercò di fuggire sebbene ferita e fu rincorsa e uccisa a colpi di pistola).
Fa notare il giudice che il racconto del Vitale aveva un impressionante riscontro nell’indagine di polizia che aveva portato al rinvenimento sul luogo del delitto di catene, lucchetti e cappucci.
Quasi tutti 1 personaggi indicati dal Vitale nella fase della sua confessione spontanea come pentito sono poi stati indicati anche da Buscetta e da Contorno, con molta precisione, addirittura con gli stessi soprannomi, tanto che non c’è assolutamente incertezza nell’identificazione dei protagonisti.
Ebbene su quei personaggi non si indagò, non si indagò nemmeno su Vito Ciancimino (l’ex sindaco di Palermo, che pure era stato segnalato come uomo «nelle mani» di taluni potenti mafiosi).
«Tutte le rivelazioni sono state sottovalutate — commenta amaramente il giudice — e passate nel dimenticatoio, benché sorrette da numerosi riscontri e lo stesso Vitale è stato etichettato come pazzo^ e seminfermo di mente-.
«Ma — dice ancora il giudice — l’asserita malattia mentale che lo affliggeva non comportava, come accertato dal perito, né allucinazioni, né deliri di persecuzione, né altre gravi alterazioni psichiche e non escludeva la sua capacità di ricordare e di raccontare fatti di sua conoscenza-.
L’ordinanza-sentenza riporta alcuni brani di un memoriale scritto di suo pugno dal Vitale all’epoca in cui si era presentato alla Mobile. •Si segnalano — scrive il giudice — perché si possa valutare il suo pentimento, quando era nella crisi di coscienza per i delitti compiuti e si era rifugiato nelle fede in Dio.. Scriveva Vitale: «lo sono stato preso in giro dalla vita.
La Mafia mi è piovuta addosso con le sue false leggi e coi suoi falsi ideali: combattere i ladri, aiutare i deboli, però uccidere-.
«La massoneria, la Giovane Italia, la camorra napoletana e calabrese, Cosa Nostra mi hanno aperto gli occhi su un mondo fatto di delitti e di tutto guanto c’è di peggio perché si vive lontano da Dio e dalle leggi divine-.
E ancora: «Bisogna essere mafiosi per avere successo, questo mi hanno insegnato ed io ho obbedito. La mia colpa è di essere nato e vissuto in una famiglia di tradizione mafiosa, in una società dove tutti sono mafiosi e per questo rispettati, mentre quelli che non lo sono vengono dispressati. Coloro che li rispettano e li proteggono e che si lasciano corrompere o peggio ancora si servono di essi hanno dimenticato che si diventa uomini d’onore seguendo i comandamenti di Dio e non uccidendo-.
Commenta il giudice: «Certamente è possibile che questa crisi sia effetto delle sue alterate condizioni psichiche, ma ciò non sposta di una virgola il giudizio sulle sue dichiarazioni..


