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di Alessandro Cucciolla L’OPINIONE DELLA LIBERTÀ 13.6.2026
Ci sono momenti in cui il dibattito pubblico travalica il confine del senso del pudore, scivolando in una stucchevole retorica dell’autolegittimazione. Il recente post pubblicato da Sigfrido Ranucci — corredato dalle immagini di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, dalle citazioni di Aldo Moro e Piersanti Mattarella — ci lascia letteralmente esterrefatti.
Di fronte a una vicenda opaca, imbarazzante e profondamente torbida come quella che intreccia le trame di un potentissimo conduttore della TV pubblica e l’ex faccendiere Walter Lavitola, assistere all’evocazione dei grandi eroi della nostra storia repubblicana provoca un senso di profondo smarrimento.
Lasciate stare Falcone e Borsellino. Lasciate stare i morti. Lasciate stare chi in questo momento vi serve soltanto per alleggerire una storia davvero squallida.
Il grido di dolore delle famiglie
Non è un caso che di fronte a certe narrazioni sia arrivata la reazione amara dell’avvocato Fabio Trizzino, legale della famiglia Borsellino, che sulla sua pagina Facebook ha affidato a una citazione dantesca il proprio sdegno.
Quella di Trizzino non è una semplice polemica politica o giornalistica: è il grido di dolore dei parenti delle vere vittime, stanchi di vedere i nomi dei propri cari usati come uno scudo morale da sbandierare all’occorrenza.
I nostri martiri non sono un ombrello sotto cui ripararsi quando le tempeste della cronaca giudiziaria e personale si fanno troppo fitte. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono caduti sotto il tritolo della mafia; accostare le loro figure, la loro eredità e il loro dramma alle dinamiche surreali, ai messaggi opachi e ai rapporti di un’inchiesta che vive di luce propria è un’operazione che ci trova totalmente contrari.
*L’autosufficiente oscurità del caso* *Ranucci-Lavitola*
La storia tra il conduttore di Report e Walter Lavitola non ha bisogno di essere nobilitata o camuffata da battaglie epiche contro i “poteri forti”. È una vicenda che vive di luce (o meglio, di ombra) propria:
Fatta di intercettazioni ambientali, confidenze e frequentazioni controverse.
Caratterizzata da contorni grotteschi che nulla hanno a che vedere con il sacrificio civile di chi ha dato la vita per lo Stato.
Tentare oggi di utilizzare le tragedie della nostra Repubblica per nobilitare una difesa d’ufficio o per trasformare una grana personale in un martirio civile è un’operazione scorretta, scorciatoia retorica che offende la memoria collettiva.
*Cosa resta di questa vicenda?*
Tolta la patina di retorica antimafia ed eliminati i goffi tentativi di parificazione con le pagine più tragiche dell’Italia, cosa rimane sul tavolo?
Il declino del senso della misura: La facilità con cui personaggi pubblici ricorrono alla memoria dei morti per blindare la propria credibilità.
Un servizievole cortocircuito culturale:
L’idea che basti citare la lotta alla mafia per posizionarsi automaticamente dalla parte “giusta” della storia.
Una triste realtà:
una vicenda che parla solo di ambiguità, relazioni improprie e un uso sproporzionato del vittimismo.
I giganti della lotta alla mafia appartengono alla storia e al dolore composto delle loro famiglie.
Lasciamoli riposare in pace e affrontiamo la cronaca per quello che è, senza meschini alibi morali.

