Le ultime dichiarazioni di Sigfrido Ranucci sono manifesto di autocelebrazione che dicono molto più di quanto vorrebbe.
Non è solo un giornalista che difende il proprio lavoro: è un uomo che, messo all’angolo, risponde con una narrazione epica di sé stesso, costruita come un curriculum eroico, un pantheon personale, un monumento parlante.
Ranucci elenca premi, querele superate, rischi corsi, meriti accumulati.
Ma il punto non è ciò che dice: è come lo dice.
La frase chiave è questa: “Ho condotto il programma più importante della storia della televisione.”
Qui non c’è difesa: c’è auto-investitura.
È il giornalista che si proclama custode della verità, garante della legalità, simbolo della Rai, quasi un’istituzione parallela. E quando un professionista sente il bisogno di dichiararsi “il più importante della storia”, significa che la sua posizione è diventata narrativa, non p
La citazione di Franco Califano — “non escludo un mio ritorno… anche da morto” — è un segnale preciso: Ranucci non parla più da giornalista, ma da personaggio.
È un modo per dire: “Mi cacciano? Bene, tornerò come mito, come fantasma, come leggenda.” È una retorica da palcoscenico, non da servizio pubblico. E quando la comunicazione diventa spettacolo, la credibilità si assottiglia.
Che Ranucci abbia lavorato molto, rischiato, prodotto inchieste importanti, è un fatto. Che Report sia una trasmissione storica, è un fatto. Che lui abbia un curriculum solido, è un fatto. Ma il punto è un altro: la misura. Quando un giornalista parla come se fosse un martire civile, un eroe nazionale, un monumento vivente, si paragona a Falcone e Borsellino, la percezione pubblica cambia. Non è più il cronista che racconta la realtà: è il protagonista che la occupa. E questo, in un servizio pubblico, è un problema.
La domanda finale: “Io ho la coscienza a posto. Gli altri?” È la frase più rivelatrice. Non è una difesa: è un’accusa. È un modo per dire: “Io sono puro, chi mi critica no.” Ma la coscienza non si certifica da soli. La credibilità non si auto-proclama. La storia non si scrive in prima persona. Ranucci oggi non sta difendendo il suo lavoro: sta difendendo la sua narrazione. Il servizio pubblico non ha bisogno di eroi, né di martiri, né di trapezisti: ha bisogno di giornalisti. E la sobrietà, in questi casi, vale più di mille premi.
ANSA🟧RANUCCI: “Ho condotto il programma più importante della storia della televisione…”
Ranucci cita Califano ai microfoni di La7: ‘Non escludo un ritorno, anche da morto’
“Dovrei decidere di mettermi da parte, ma non lo faccio perché è quello che vogliono loro.
Se hanno la coscienza pulita mi spostano loro.
Come ha scritto Califano sulla sua tomba: non escludo un mio ritorno… anche da morto”. Parola di Sigfrido Ranucci, ai microfoni di In Onda, su La7, a margine della serata di ieri a Cerveteri con il suo spettacolo Diario di un Trapezista. “Sono tranquillissimo”, dice ancora il giornalista nel video pubblicato nelle stories di Instagram, parlando del suo futuro in Rai e riferendosi all’intenzione dell’azienda di sostituirlo alla guida di Report in seguito agli sviluppi del caso Lavitola.
“Sono 35 anni che sono in azienda, sono nato come assistente al programma e ho condotto il programma più importante della storia della televisione, in termini di inchieste ho fatto scoop nazionali e internazionali, lavoro nella trasmissione più premiata nella storia della Rai, sono il giornalista più premiato della storia della Rai, ho attraversato 240 querele senza portare un danno alla Rai, mantenendo alto l’onore della Rai.Ho messo, per fare tutto questo lavoro, a repentaglio l’incolumità mia e quella della mia famiglia. Ho conosciuto anche una squadra di giornalisti che saranno il futuro della Rai. Io ho la coscienza a posto. Gli altri?”. ANSA 26.8.2026
La 7 🟧 RANUCCI in merito alla sua amicizia con Lavitola: “Se potessi andare a cena con Totò Riina, io ci andrei
La frase è un cortocircuito comunicativo che rivela molto più di quanto sembri: un errore di prospettiva, un narcisismo fuori controllo e una pericolosa confusione tra il mestiere del giornalista e la fascinazione per il “mostro”
L’errore di fondo: confondere il giornalismo con la seduzione del male. Dire che si andrebbe a cena con Totò Riina, il capo di Cosa Nostra responsabile di centinaia di omicidi e delle stragi del ’92, non è una provocazione brillante: è una scivolata culturale.
Il giornalista può intervistare chiunque, anche il peggior criminale. Ma “andare a cena” è un’altra cosa: è un gesto di familiarità, non di indagine. E quando a pronunciarlo è un volto pubblico della Rai, il messaggio si amplifica e si distorce.
Il giornalista può intervistare chiunque, anche il peggior criminale. Ma “andare a cena” è un’altra cosa: è un gesto di familiarità, non di indagine. E quando a pronunciarlo è un volto pubblico della Rai, il messaggio si amplifica e si distorce.
Questa frase non racconta nulla su Riina. Racconta invece molto su Ranucci:la sua tendenza a mettere sé stesso al centro della scena, la volontà di costruire un personaggio “borderline”, la ricerca costante di un’aura da eroe solitario che sfida il potere.
È la stessa logica che lo porta a paragonarsi, come già ricordato, a Falcone e Borsellino. Un giornalista che si auto-narra come martire, come icona, come protagonista della storia nazionale, finisce per perdere il senso del limite.
In Italia, dire “Riina” non è come dire “un criminale qualsiasi”. Riina è: l’uomo che ha ordinato la strage di Capaci, l’uomo che ha ordinato la strage di via D’Amelio, l’uomo che ha dichiarato guerra allo Stato e alla Repubblica.
Evocarlo con leggerezza, come se fosse un personaggio da salotto, è uno schiaffo alla memoria delle vittime e alla cultura della legalità.
La frase arriva mentre Ranucci è sotto pressione per il caso Lavitola e per la sua amicizia con un ex faccendiere. In questo quadro, dichiarare che si andrebbe a cena con Riina non è solo una provocazione: è un autogol comunicativo che alimenta dubbi, sospetti e narrazioni tossiche.
La frase è sbagliata, fuori luogo e culturalmente pericolosa. Non è coraggio: è vanità travestita da coraggio. E in un Paese che ha pagato con il sangue la lotta alla mafia, certe leggerezze non sono ammissibili.
È la stessa logica che lo porta a paragonarsi, come già ricordato, a Falcone e Borsellino. Un giornalista che si auto-narra come martire, come icona, come protagonista della storia nazionale, finisce per perdere il senso del limite.
In Italia, dire “Riina” non è come dire “un criminale qualsiasi”. Riina è: l’uomo che ha ordinato la strage di Capaci, l’uomo che ha ordinato la strage di via D’Amelio, l’uomo che ha dichiarato guerra allo Stato e alla Repubblica.
Evocarlo con leggerezza, come se fosse un personaggio da salotto, è uno schiaffo alla memoria delle vittime e alla cultura della legalità.
La frase arriva mentre Ranucci è sotto pressione per il caso Lavitola e per la sua amicizia con un ex faccendiere. In questo quadro, dichiarare che si andrebbe a cena con Riina non è solo una provocazione: è un autogol comunicativo che alimenta dubbi, sospetti e narrazioni tossiche.
La frase è sbagliata, fuori luogo e culturalmente pericolosa. Non è coraggio: è vanità travestita da coraggio. E in un Paese che ha pagato con il sangue la lotta alla mafia, certe leggerezze non sono ammissibili.

