C’è di nuovo, anzi di antico nelle polemiche che ogni tanto riaffiorano sulla figura di Giovanni Falcone e Claudio Martelli, che 35 anni fa volle il magistrato al suo fianco al ministero di Grazia e Giustizia, spiega questo fenomeno come una rimozione che ogni tanto ritorna: «La verità è che Falcone, dopo la sua morte, fu considerato un eroe da tutti, ma in vita fu osteggiato da una parte importante della magistratura, da una parte importante della politica, compresa una parte importante della sinistra di allora. E ogni tanto quei sentimenti riaffiorano», come è accaduto alcuni giorni fa dopo che il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio ha scritto che Giovanni Falcone «lavorava nel governo Andreotti». Falcone è stato un servitore dello Stato, ma uno Stato che in Italia non è mai stato tutto d’un pezzo: l’ostilità diffusa nei suoi confronti viene proprio da quella sua originalità, “incomprensibile” a tanti?
Durante la sua vita Falcone in effetti è stato una figura divisiva, nella quale non si sono riconosciuti subito tanti e tutti. Non è stato amato anzitutto da gran parte dei suoi colleghi. Certo, rivalità e invidie tipiche di un corpo un po’ chíuso e non a caso un tempo si parlava di “corpi separati” nei quali non sempre circolava aria, ma non solo questo».
Tra i tanti momenti memorabili della sua vita, ce n’è uno che spiega tutti gli altri e anche alcuni recenti richiami polemici?
Nel dicembre del 1987 era accaduto un fatto straordinario: la sentenza di primo grado del maxi-processo per la prima volta aveva condannato all’ergastolo 20 capi mafia. In quel momento Falcone diventa il magistrato più famoso al mondo, gli elogi si sprecano, dall’Australia fino al Canada. Alcune settimane più tardi il Csm era chiamato a decidere la nomina del capo dell’Ufficio Istruzione della Procura di Palermo e sembrava naturale che il prescelto fosse Falcone. E invece no: a sorpresa il Csm nomina un altro magistrato.
Per ragioni di anzianità, un criterio che non si era applicato in altri casi. Ma quello è un passaggio decisivo, cruciale, davanti al quale non si può balbettare e che spiega tutto. C’era una parte della magistratura che considerava sbagliato ingaggiare una lotta alla mafia.
Falcone come la prese?
Alla collega Fernanda Contri che gli disse, “Giovanni non ti angosciare, la prossima volta lo farai tu”, Falcone rispose: “Ma lo avete capito o no che mi avete consegnato alla mafia? Che ora lo sa: neanche i miei mi vogliono e deve decidere come e quando eseguire la sentenza di morte”. E poi quando quella sentenza in effetti venne eseguita, Borsellino scrisse: “La magistratura, che ha forse più responsabilità di tutti, cominciò a fare morire Falco- ne nel gennaio 1988, quando il Csm bocciò la sua candidatura alla guida dell’Ufficio istruzione di Palermo”, che era la punta avanzata del contrasto alla mafia.
In Sicilia il Pci è stato in prima linea nella lotta alla mafia e tuttavia la sinistra politica e giudiziaria ha seriamente osteggiato Falcone, soprattutto quando lei lo ha chiamato al Ministero: successivamente una vicenda un po’ oscurata?
Sì, un capitolo che è stato in qualche modo coperto da troppe, vaghe giustificazioni. Con una premessa: guai a dire, chi allora non era d’accordo con Falcone, aiutava la mafia. No. Tuttavia il Pci, a cominciare da Emanuele Macaluso, ripeteva: è inutile che Falcone si agiti, sinché il Paese sarà guidato dalla Dc – che in Sicilia ha una raccaforte non si può combattere la mafia. Falcone si arrabbiò: “E io cosa sto facendo? Devo aspettare che il Pci vinca le elezioni?.
Lei, da ministro del governo Andreotti, chiama Falcone a Roma e tutti e due diventate il bersaglio della sinistra e del sindaco di Palermo Leoluca Orlando, protagonista di un gesto inaudito, un esposto al Csm contro l’artefice del maxi processo…
Un atto terribile. Non era una semplice intervista, no: metteva sotto accusa Falcone nelle istituzioni, invoca- va un processo contro di lui. E il Csm processò Falcone, sottoposto ad un interrogatorio davvero odioso, chiamato a spiegare scelte giudiziarie che erano ragionevoli e giustificate. E quanto alla sinistra attaccò l’arrivo di Falcone al ministero perché era considerato inaudito appoggiarsi ad esponenti non comunisti, come il sottoscritto o come Scotti, per combattere la mafia. Io chiamai Falcone lo stesso giorno nel quale nacque il governo. Volevo fare la lotta alla mafia e pensai: chi meglio di Falcone? Lui venne a lavorare col governo Andreotti e lo avrebbe fatto anche col governo Belzebù pur di realizzare la sua missione. Ciò detto, trovo abbastanza ripugnante il solo accostare la vicenda Lavitola con quella di Falcone.
Non pensa che alcune critiche postume a Falcone si spieghino anche con la totale incomprensione della sua etica: per lui non valse mai l’etica della convinzione sono convinto che “Саio sia mafioso, ma quella della responsabilità per cui misuro sempre le conseguenze anche negative, di ogni mia azione?
Credo sia una sintesi efficace. Forse Falcone non conosceva le parole di Pietro Nenni che seguiva lo stesso criterio. Diceva: la politica sarebbe il mestiere più facile del mondo, se non comportasse l’obbligo di calcolare le conse- guenze delle proprie scelte. Questo era Falcone. L’etica delle scelte. La professionalità. Diceva: non mando avvisi di garanzia e non istruisco processi a casaccio. Perché istruire un processo senza avere la ragionevole possibilità di vincerlo, è un atto “immorale”. Così diceva e così fece Giovanni Falcone.
Falcone e la Superprocura. Così i pg in rivolta provarono a fermarlo

