La transizione alla guida di Report non è un semplice cambio di conduzione: è diventata una frattura pubblica, profonda, quasi identitaria.

 

Sigfrido Ranucci, storico volto del programma, ha criticato apertamente i suoi sostituti, trasformando una decisione aziendale della Rai in un caso politico-mediatico che investe il concetto stesso di servizio pubblico.

 

Secondo quanto riportato da diverse testate, Ranucci ha definito la scelta dei nuovi conduttori «uno schiaffo alla meritocrazia» e una decisione che «mortifica le professionalità che per trent’anni hanno fatto la storia di Report». Parole pesanti, che non si limitano a esprimere dissenso: mirano a delegittimare la nuova squadra prima ancora che possa dimostrare il proprio valore.
La reazione di Ranucci non è circoscritta alla sfera professionale. È una critica che si trasforma in accusa, e che si innesta su una narrazione più ampia: quella di un giornalismo sotto attacco, di un programma che rischierebbe di essere snaturato, di un conduttore che si percepisce come ultimo baluardo di un certo modo di fare informazione.
Il messaggio è chiaro: Report senza Ranucci non è più Report. Una posizione che, inevitabilmente, mette in ombra i nuovi conduttori, presentati come figure “non all’altezza” della storia del programma.
Le parole di Ranucci hanno trovato eco nella protesta degli inviati storici del programma, che hanno giudicato la scelta «irricevibile» e hanno minacciato dimissioni in blocco. Una reazione che amplifica la tensione interna e che trasforma il caso in un problema di governance editoriale.
La Rai, dal canto suo, rivendica la legittimità della decisione e la continuità del progetto giornalistico. Ma la percezione pubblica, alimentata dalle dichiarazioni di Ranucci, è quella di una rottura: non un passaggio di testimone, ma una cesura.
La vicenda solleva una domanda più profonda: chi custodisce l’identità di un programma? La Rai, che ne è proprietaria? La redazione, che ne garantisce la continuità? O il conduttore che ne ha incarnato lo stile per anni?
Ranucci, con le sue parole, sembra rivendicare un ruolo di custode morale del programma. Ma questa rivendicazione, pur comprensibile sul piano umano, rischia di trasformarsi in un ostacolo alla stessa evoluzione del servizio pubblico.
Il passaggio di consegne a Report avrebbe potuto essere un momento di crescita, di rinnovamento, di apertura. Si è trasformato invece in un conflitto pubblico, in cui la critica ai sostituti è diventata il simbolo di una battaglia più ampia: quella tra continuità e cambiamento, tra identità e istituzione, tra un volto storico e una nuova generazione.
La sfida, ora, è capire se Report saprà superare questa frattura e tornare a essere ciò che è sempre stato: un presidio di giornalismo investigativo al servizio dei cittadini.


🟥RANUCCI «Al mio posto sono state scelte due persone che mortificano le professionalità che per 30 anni hanno fatto la storia di Report e del servizio pubblico, una scelta mediocre.”
📌𝗨𝗻 𝗮𝘁𝘁𝗮𝗰𝗰𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝘃𝗮 𝗼𝗹𝘁𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗰𝗿𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲
Ranucci non si è limitato a dire che la scelta non lo convince: ha messo in discussione la dignità professionale dei nuovi conduttori, insinuando che la loro nomina sia una sorta di tradimento verso la storia di Report.
Il messaggio implicito è brutale: “Report senza di me non è più Report.”
Perché il giudizio risulta sgradevole: colpisce frontalmente due colleghi che non hanno ancora iniziato, trasforma una decisione aziendale in una battaglia personale, usa la retorica del “custode tradito”, come se il programma fosse una proprietà privata, alimenta la narrativa della “rivolta degli inviati”, rendendo tossico il clima interno. La sua non è una critica: è una scomunica.
🟧In difesa di Presutti e Piervincenzi dall’interno dell’azienda scende l’Unirai: ”Solidarietà ai colleghi indicati dalla Rai per condurre Report. Ranucci non può offendere e definire “mediocre” la scelta dell’azienda. I giornalisti su cui ha puntato la Rai sono due vincitori di concorso con alle spalle una lunga esperienza professionale nel giornalismo d’inchiesta”. Lo scrive in una nota l’Unirai.
”Ancora più grave è l’utilizzo del termine “collaborazionisti”, che non è una semplice critica: è un’etichetta infamante, che colpisce la dignità professionale dei colleghi e li presenta all’opinione pubblica come persone che avrebbero tradito il proprio ruolo. In Rai non si servono vongole

Sigfrido Ranucci in una lettera di cinque pagine indirizzata alla Rai, firmata dagli avvocati De Vita e Rossi, contesta la comunicazione ricevuta ieri da viale Mazzini, chiedendo una precisazione di fatti e circostanze e di accesso ai documenti. ”Nella missiva, dopo aver fatto riferimento ad una ‘obiettiva situazione di incompatibilità’ che si sarebbe determinata, per effetto delle ‘continue pressioni’ a cui sarebbe sottoposta la redazione di Report – scrivono i legali di Ranucci nella lettera indirizzata alla Rai e al direttore dell’Approfondimento Paolo Corsini – programma di cui Ranucci ha la conduzione e la responsabilità autorale, e della diminuita credibilità ed autorevolezza conseguenti a ‘percezioni di opacità, commistione e interferenze”’ è stata comunicata ”la decisione della Rai di avviare una riorganizzazione editoriale del programma Report mediante l’avvicendamento della conduzione e della responsabilità autorale della trasmissione con effetto immediato, con la contestuale ‘offerta’ al dottor Ranucci di tre ipotesi di nuovo incarico, tra cui scegliere entro 30 giorni. La presente vale pertanto, a ogni effetto, quale formale contestazione della predetta decisione datoriale e di ogni effetto dalla stessa derivante, della quale si contesta integralmente la legittimità, con espressa riserva di ogni azione, anche cautelare e d’urgenza, diretta a ottenerne la cessazione degli effetti e il ripristino della situazione antecedente, nonché il risarcimento di tutti i danni conseguenti” […] .ANSA