
Paolo Borsellino fu, prima di tutto, un magistrato che trasformò la lotta alla mafia in un dovere civile quotidiano. Ecco una biografia in forma giornalistica, strutturata come un reportage che ricostruisce la sua vita, il contesto storico e l’impatto sulla Repubblica italiana.
La biografia di Paolo Borsellino continua a interrogare il Paese perché mostra una verità scomoda: la mafia non è solo un fenomeno criminale, ma culturale. E la cultura si combatte con l’esempio, non con le celebrazioni.
Dopo la strage di Capaci e la morte dell’amico e collega Giovanni Falcone sa che la mafia lo considera un bersaglio prioritario. Sa anche che lo Stato non sempre è in grado di proteggerlo.
Le sue giornate diventano frenetiche, scandite da indagini e intuizioni. I colleghi lo descrivono come un uomo che “cammina con la morte accanto, ma non rallenta”.
La strage di Via D’Amelio e la sua morte apre una stagione di depistaggi, omissioni e verità parziali. Le indagini successive rivelano errori, manipolazioni e responsabilità ancora oggi discusse. È uno dei momenti più bui della storia repubblicana.
L’ultima speranza di arrivare alla verità su via D’Amelio oggi passa attraverso due presidi istituzionali: la Procura di Caltanissetta e la Commissione Bicamerale Antimafia. Sono gli unici luoghi in cui la ricerca della verità non è un esercizio di memoria, ma un lavoro vivo, ancora in corso, che può sciogliere nodi rimasti irrisolti per più di trent’anni.
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