
Il 13 settembre 1982 veniva approvata la Legge 646, nota come “Legge Rognoni-La Torre”, introdotta nel Codice penale italiano per colpire l’associazione di tipo mafioso attraverso misure di prevenzione patrimoniali. L’iter normativo, avviato nel marzo 1980, ha trovato compimento solo dopo gli omicidi di Pio La Torre e Carlo Alberto dalla Chiesa. Questa impostazione giuridica rappresenta oggi un riferimento internazionale, ripreso dalla recente direttiva europea sul recupero dei beni e delle cripto-attività. In parallelo, l’impegno civile e pastorale di don Pino Puglisi, ricordato a Palermo, opera nella stessa direzione per liberare le coscienze dall’indifferenza e sottrarre i giovani ai clan.
Le origini della norma
La lotta alla criminalità organizzata, nelle varie sfaccettature in cui quest’ultima si è presentata, e si presenta ancora oggi, in Italia, da cosa nostra alla ‘ndrangheta, dalla camorra alla sacra corona unita, è tra le priorità del nostro paese, proprio in nome della bellezza di quel «fresco profumo della libertà», come ebbe a dire il giudice Paolo Borsellino. Il 13 settembre del 1982 veniva approvata la Legge 646, nota come “Legge Rognoni-La Torre” che ha introdotto nel Codice penale italiano il reato di associazione di tipo mafioso e le misure di prevenzione patrimoniali: i primi firmatari sono stati l’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni e l’onorevole Pio La Torre, affiancati nel lavoro tecnico da due giovani sostituti procuratori di Palermo, ovvero Giovanni Falcone e proprio Paolo Borsellino. All’origine di questo patrimonio giuridico vi è stato un complesso iter parlamentare, avviato con la proposta di legge n. 1581 presentata alla Camera dei deputati il 31 marzo 1980, e rimasto bloccato sino ai due agguati in cui morirono lo stesso Pio La Torre e il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, entrambi avvenuti a Palermo nello stesso anno, rispettivamente, a fine aprile e inizio settembre del 1982.
L’attualità del modello giuridico
Antonio Balsamo, allora presidente del Tribunale di Palermo, ha scritto che quella norma «ha vinto la sfida del tempo e appare oggi modernissima» ed è «divenuta un modello di riferimento di fondamentale importanza a livello internazionale, tanto da ispirare l’armonizzazione delle legislazioni di Paesi collocati in diverse zone del mondo». Bruxelles sembra dargli ragione tanto che la direttiva europea 2024/1260 sul recupero e la confisca dei beni, riprende in larga parte l’impianto italiano e contempla anche il sequestro delle cripto-attività. Si chiarisce, così, qualora ve ne fosse ancora bisogno, che la strada per colpire il fenomeno mafioso passa anche, ma non solo ovviamente, dai colpi inferti ai patrimoni illeciti che si accompagnano a un altro strumento dal forte impatto sociale e dall’evidente valore simbolico, ovvero la revoca della patria potestà, che per una famiglia di mafia significano colpire il cuore del potere criminale e del concetto amorale di famiglia.
“Per sconfiggere le mafie serve una forte legislazione europea contro la corruzione”
SEQUESTRI e CONFISCHE alla CRIMINALITÀ ORGANIZZATA – Luci e ombre
