
C’è una frase di Fiammetta Borsellino che dovrebbe far riflettere chiunque abbia a cuore il futuro del Paese: per combattere la mafia non ci vogliono le conoscenze giuste, ma la giusta conoscenza.
È una distinzione semplice solo in apparenza. Dietro quelle parole si nasconde infatti una diversa idea di società, di cittadinanza e persino di democrazia.
In questi giorni l’imprenditore Flavio Briatore ha riacceso il dibattito sostenendo che nella vita contano più le conoscenze che la conoscenza. Un’affermazione che, probabilmente, nasce dall’esperienza concreta di chi opera nel mondo degli affari e sa quanto le relazioni personali possano facilitare opportunità e percorsi professionali. Eppure, proprio questa visione merita una riflessione critica.
La storia italiana insegna che il sistema delle “conoscenze”, intese come reti di favori, amicizie influenti, raccomandazioni e appartenenze, è stato per decenni il terreno fertile sul quale sono cresciuti clientelismo, corruzione e potere mafioso.
La mafia prospera quando i diritti diventano concessioni, quando il merito viene sostituito dalla fedeltà e quando per ottenere un lavoro o un servizio conta più sapere chi chiamare che possedere competenze e capacità.
Per questo l’antimafia sociale insiste tanto sulla scuola.
Studiare non significa soltanto acquisire nozioni. Significa imparare a riconoscere i propri diritti, comprendere i propri doveri, sviluppare spirito critico e autonomia di giudizio. Significa sapere che la casa, il lavoro, la salute, la cultura e la bellezza non devono essere favori concessi da qualcuno potente, ma diritti garantiti a tutti.
La differenza tra una società fondata sulla conoscenza e una fondata sulle conoscenze è tutta qui.
Nella prima, le opportunità derivano dall’impegno, dalla preparazione e dal talento. Nella seconda, il successo rischia di dipendere dal luogo di nascita, dalla famiglia frequentata o dalla rubrica telefonica dei genitori.
Naturalmente nessuno può negare l’importanza delle relazioni umane. Costruire una rete di rapporti professionali e personali è parte della vita e del lavoro. Il problema nasce quando tali relazioni diventano l’unico criterio di selezione e sostituiscono il merito. In quel momento si rompe il patto di uguaglianza che dovrebbe regolare una società democratica.
Le parole di Fiammetta Borsellino assumono dunque un valore che va ben oltre la lotta alla mafia.
Sono un richiamo culturale ed educativo.
In un’epoca in cui il successo viene spesso associato alla ricchezza, alla visibilità o alle frequentazioni prestigiose, ricordano che la vera emancipazione passa attraverso la formazione e la consapevolezza.
Non è un caso che la figlia di Paolo Borsellino incontri migliaia di studenti nelle scuole. Sa bene che la mafia non si sconfigge soltanto nelle aule dei tribunali o con il lavoro delle forze dell’ordine. Si sconfigge soprattutto nelle coscienze, insegnando ai giovani che la libertà nasce dalla conoscenza e non dalla dipendenza da qualcuno più forte.
Alla domanda su quanto conti ciò che sai e quanto conti chi conosci, la risposta è probabilmente che entrambe le cose hanno un peso. Ma in una società giusta le conoscenze possono aprire una porta, mentre soltanto la conoscenza dovrebbe permettere di restare nella stanza.
È questa la differenza tra il privilegio e il merito. Ed è anche la differenza tra una cultura mafiosa e una cultura della legalità.

