Mafia Appalti e stragi 🟥 GRAVIANO c’è

«Mafia-appalti “concausa” della strage, ma il gip dimentica il regista Graviano». Così Il Fatto Quotidiano, con la firma di Marco Lillo, attacca il decreto con cui il gip di Caltanissetta Santi Bologna ha archiviato il procedimento sulle stragi del 1992. La tesi sta nell’occhiello: c’è un legame tra via D’Amelio e le bombe del 1993, «e qui l’inchiesta del Ros non c’entra».
Nelle 644 pagine, lamenta Lillo, Giuseppe Graviano compare solo «di striscio», eppure furono i suoi uomini a rubare la Fiat 126 e a farla saltare. È lo stesso ragionamento di Roberto Scarpinato: riconoscere mafia-appalti come causa delle stragi aprirebbe la strada a una revisione chiesta da Graviano, «condannato come regista» di via D’Amelio, uno che «non si è mai occupato di appalti». E siamo al terrapiattismo applicato alla giustizia.
Il legame con il 1993 esiste. Ma va raccontato dall’inizio.
Il gip parla poco di Graviano perché il procedimento, iscritto contro ignoti, doveva verificare se esistessero prove di «un ruolo di soggetti esterni a cosa nostra» nelle stragi.
I mafiosi sono già condannati in via definitiva. Graviano nel decreto c’è comunque. La Procura, richiamando il Borsellino quater, colloca alla fine di giugno 1992 «l’incarico di Giuseppe Graviano a Gaspare Spatuzza, per rubare una Fiat 126». In quei giorni Salvatore Cancemi assiste a una riunione in cui Totò Riina, appartandosi con Raffaele Ganci, si assume tutto: «La responsabilità è mia!». All’uscita Ganci commenta: «vuole continuare la musica».
Se si parte dall’autore della decisione, si arriva a Riina. Non a Graviano.
Quella «musica» era cominciata mesi prima. La Corte d’assise di Firenze, nella sentenza del 2000 che giudicava proprio Riina e Graviano per le stragi del 1993, ricostruisce le riunioni preparatorie volute dal capo dei corleonesi, la prima a Castelvetrano nel settembre-ottobre 1991, «in tutte presente anche Giuseppe Graviano».
Da lì nasce la squadra spedita a Roma nel febbraio 1992 per uccidere Giovanni Falcone e il ministro Claudio Martelli, in subordine Maurizio Costanzo, guidata da Matteo Messina Denaro e Graviano. Riina la richiama in Sicilia perché «avevano trovato cose più grosse giù». Erano Capaci e via D’Amelio. A fine 1991, a Enna, i rappresentanti delle province avevano deciso «la resa dei conti», con la parola d’ordine di Riina: «bisogna fare la guerra per poi fare la pace».
L’esplosivo lasciato a Roma nel 1992 servirà il 14 maggio 1993 in via Fauro contro Costanzo.
Dopo l’arresto di Riina la linea stragista la porta avanti il cognato Leoluca Bagarella, con Graviano e Messina Denaro. Graviano ci mette il gruppo di fuoco di Brancaccio e l’esplosivo.
Le stragi in continente, raccontò Salvatore Cucuzza, erano per Bagarella e Brusca «la conseguenza della prosecuzione del piano deliberato da Riina per ricattare lo Stato».
Ecco il legame. Graviano attraversa il 1992 e il 1993 perché Riina gli affida il suo piano dall’autunno 1991. E dentro quel piano ogni bersaglio aveva le sue ragioni. Salvo Lima, ucciso il 12 marzo 1992, stava tra gli «amici diventati nemici» che non avevano «aggiustato» il maxiprocesso. Lo stesso Lima che il gip descrive «pienamente coinvolto nel controllo della Sirap», la società al centro di mafia-appalti. E che, secondo quanto Borsellino confidò a Vittorio Teresi, per lui e Falcone non era stato in grado o non aveva voluto influire sulla Procura di Giammanco per alleggerire la posizione di Angelo Siino.
Dove sta mafia-appalti
Le sentenze, dal Borsellino ter al quater, dall’appello del primo processo per Capaci al Capaci bis, sono «tutte concordi», scrive il gip, nel ricondurre la «concreta attuazione alla decisione già presa da tempo di uccidere» i due magistrati a vendetta, prevenzione, destabilizzazione.
La Cassazione colloca via D’Amelio nella strategia di Riina di «fare la guerra per poi fare la pace». La stessa frase di Enna. Mafia-appalti è una «concausa (non causa unica), ascrivibile al momento preventivo». Sta dentro il piano. E il piano arriva al 1993.
Lillo sostiene che manchi la prova che la mafia conoscesse l’interesse di Borsellino per il lavoro del Ros. Falso. Siino, ricorda il Borsellino ter, ebbe alcune pagine dell’informativa già nel febbraio 1991 e dopo una ventina di giorni l’intero rapporto, avuto da Lima. Brusca ha spiegato che l’organizzazione seguiva l’inchiesta «con attenzione» e ne possedeva una copia. Delle indagini sugli appalti, concludono i giudici, Cosa nostra sapeva «prima del tempo debito».
Sapeva cosa si muoveva in Procura. All’arrivo di Borsellino, Pino Lipari, uomo di fiducia di Riina, commentò con Siino che il magistrato avrebbe creato difficoltà a «quel santo cristiano di Giammanco».
Il 15 marzo 1991 Falcone, al Castello Utveggio, aveva definito i pubblici appalti la materia «indubbiamente la più importante». Lipari e Antonino Buscemi, ha raccontato Siino, erano convinti che avesse capito: «questo sa tutte cose, questo ci vuole consumare».
Che Borsellino ne raccogliesse il testimone era evidente.
Il 21 luglio 1992 Luca Rossi scrisse sul Corriere della Sera che il magistrato vedeva tra gli omicidi di Lima e Falcone un «trait d’union» in «una questione di appalti».
Dopo le stragi, in carcere, Salvatore Montalto diceva a Siino delle interviste di Borsellino su quel tema: «chi glielo ha portato a parlare di queste cose?». Antonino Giuffrè, capo del mandamento di Caccamo, chiude il cerchio: il Borsellino quater ha riscontrato le sue dichiarazioni che indicano tra le concause «la pericolosità delle indagini che il magistrato avrebbe potuto svolgere in materia di mafia politica e appalti».
Partire dall’autore, allora. L’autore del piano lo disse da sé, «la responsabilità è mia». Lo spartito era stato scritto a Castelvetrano nell’autunno 1991, con Graviano e altri boss seduti al tavolo. Che a spaventare Riina, e l’intero mondo politico imprenditoriale, ci fosse Borsellino deciso a riprendere l’indagine sugli appalti non toglie nulla alle responsabilità del boss di Brancaccio. IL DUBBIO 7.10.2026