STRAGI ‘92 – GIP accoglie richiesta Procura. Archiviato un filone d’indagine su mafia e appalti

TRIBUNALE DI CALTANISSETTA Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari DECRETO DI ARCHIVIAZIONE


 


Stragi del 1992, il decreto di archiviazione del gip Santi Bologna riaccende il dibattito sulla ricerca della verità

 

Si chiude formalmente con un decreto di archiviazione, ma lascia aperti interrogativi storici e istituzionali il procedimento avviato dalla Procura di Caltanissetta per accertare eventuali ulteriori responsabilità nelle stragi di Capaci e via D’Amelio.
Il provvedimento è stato firmato dal giudice per le indagini preliminari Santi Bologna, che ha accolto la richiesta della Procura depositata il 10 aprile 2026.
L’archiviazione riguarda un fascicolo contro ignoti per le ipotesi di strage aggravata dall’agevolazione mafiosa e abuso dei doveri d’ufficio.
Secondo quanto emerge dal decreto, non sono stati acquisiti elementi sufficienti per individuare ulteriori concorrenti esterni rispetto a quelli già giudicati nei diversi processi celebrati negli anni.
Tuttavia, il provvedimento non si limita a prendere atto dell’impossibilità di individuare nuovi responsabili. Nelle motivazioni, il gip ricostruisce il contesto istituzionale e investigativo nel quale maturarono gli attentati del 1992, individuando alcuni fattori che avrebbero contribuito a creare un terreno favorevole alla strategia stragista di Cosa Nostra.
Tra gli aspetti evidenziati figurano l’isolamento interno vissuto dai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino all’interno della Procura di Palermo, la loro crescente esposizione pubblica e la gestione del dossier “mafia-appalti”, definita nel decreto come un tema caratterizzato da rallentamenti e criticità investigative.
Il provvedimento richiama inoltre l’attenzione su presunti conflitti di interesse e condizionamenti che avrebbero interessato i vertici della Procura palermitana dell’epoca in relazione ad alcune delicate inchieste economiche e imprenditoriali. Al tempo stesso, il decreto rileva che i sostituti procuratori operavano nell’ambito delle direttive impartite dalla dirigenza dell’ufficio.
Pur non producendo nuovi imputati né nuovi processi, il decreto di Santi Bologna assume dunque rilievo per il quadro storico che delinea. Da un lato conferma le difficoltà, a oltre trent’anni dai fatti, di individuare ulteriori responsabilità penali; dall’altro ribadisce l’esistenza di zone d’ombra e di dinamiche istituzionali che continuano ad alimentare il dibattito pubblico sulle stragi che costarono la vita a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e agli agenti delle rispettive scorte.
Il decreto si inserisce così nel lungo percorso di accertamento giudiziario e storico sulle stragi del 1992: un percorso nel quale la distinzione tra verità processuale e ricostruzione storica continua a rappresentare uno dei nodi centrali del confronto tra magistratura, studiosi e società civile.
Va inoltre ricordato che il decreto di archiviazione non esaurisce tutte le vicende giudiziarie collegate al filone “mafia e appalti”.

 


Mafia e appalti, il gip archivia: “Mancano le prove sui mandanti occulti delle stragi del ’92”

 

Il giudice Santi Bologna ha accolto la richiesta del procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca e dell’aggiunto Pasquale Pacifico. “Gli elementi acquisiti non consentono l’iscrizione di alcun soggetto e di conseguenza non consentono di formulare alcuna ragionevole previsione di condanna”

“Gli elementi acquisiti non consentono l’iscrizione di alcun soggetto e di conseguenza non consentono di formulare alcuna ragionevole previsione di condanna“. E’ un passaggio del gip del tribunale di Caltanissetta, Santi Bologna, che ha proceduto all’archiviazione del dossier mafia e appalti, così come chiesto dal procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca e dell’aggiunto Pasquale Pacifico.
Il gip evidenzia che “l’analisi svolta pur evidenziando il clima ostile ed emarginante nel quale si trovarono ad operare i giudici Falcone e Borsellino all’interno della Procura di Palermo nel biennio 1990-1992 e pur mettendo in luce la distanza siderale esistente tra la loro capacità professionale e quella di tanti altri magistrati a loro coevi, che si trovarono ad operare in relazione ai procedimenti che toccavano uno degli argomenti di maggior interesse per i Falcone e Borsellino (il rapporto tra cosa nostra e il sistema degli appalti pubblici) – non ha consentito di individuare alcun elemento probatorio, autonomamente persuasivo, che possa portare all’identificazione di specifici soggetti tra i magistrati o tra gli esponenti del mondo politico-imprenditoriale legati a costoro da poter iscrivere quali concorrenti morali (e ancor più materiali) in relazione alle due stragi”.
Il rapporto del Ros è considerato una delle cause scatenanti delle stragi, in particolare per quanto riguarda l’accelerazione dell’attentato di via D’Amelio, in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. 

Fonte: Agi


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«Mafia-appalti è la pista giusta, ma mancano le prove», ecco il riassunto delle 644 pagine del GIP

 

Clima ostile attorno a Falcone e Borsellino, il comportamento «anomalo» di Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli e le relazioni «ambigue» di Giammanco

Prima Giovanni Falcone, poi, dopo la sua morte, Paolo Borsellino erano intenzionati ad andare a fondo nelle indagini sulle infiltrazioni mafiose nei grandi appalti. Lo dimostra il loro lavoro. Lo dimostrano le tante dichiarazioni pubbliche rese. Entrambi operavano in un clima di ostilità ed emarginazione: furono cioè lasciati soli dai colleghi. Ed è in questo contesto che maturarono le stragi in cui persero la vita.
Sono le conclusioni a cui arriva il gip di Caltanissetta Santi Bologna, costretto però ad archiviare il filone di inchiesta contro ignoti sugli attentati ai due magistrati che vedeva proprio nel dossier mafia-appalti il movente della loro eliminazione. Il provvedimento con il quale il giudice, accogliendo la richiesta dei pm, chiude questo capitolo delle indagini sulle stragi del ’92 è lungo più di 600 pagine. E alterna la ricostruzione delle attività investigative e le argomentazioni della Procura a osservazioni dello stesso gip.

Clima ostile intorno ai due magistrati

Un’operazione complessa che porta però a una conclusione netta: «L’analisi svolta, pur evidenziando il clima ostile nel quale si trovarono ad operare i dottori Falcone e Borsellino all’interno della Procura di Palermo nel biennio 1990-1992 e pur mettendo in luce la distanza siderale esistente tra la loro capacità professionale e quella di tanti altri magistrati a loro coevi, che si trovarono ad operare in relazione ai procedimenti che toccavano uno degli argomenti di maggior interesse per gli stessi Falcone e Borsellino (il rapporto tra cosa nostra e il sistema degli appalti pubblici) non ha consentito di individuare alcun elemento probatorio, autonomamente persuasivo, che possa portare all’identificazione di specifici soggetti tra i magistrati o tra esponenti del mondo politico-imprenditoriale legati a costoro da poter iscrivere quali concorrenti morali (e ancor più materiali) in relazione alle due stragi».

Un passaggio importante che potrebbe condizionare anche un’altra indagine, quella a carico degli ex pm Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, accusati di favoreggiamento alla mafia per aver insabbiato il dossier mafia-appalti. L’inchiesta – il reato contestato è ampiamente prescritto – anche alla luce delle considerazioni di Bologna potrebbe avviarsi verso l’archiviazione.

Pignatone e Natoli comportamento «anomalo», Scarpinato «depistatore»

Ai due ex pm, però, il magistrato non risparmia bordate definendo «anomalo» il modo in cui trattarono i procedimenti aperti sulle infiltrazioni mafiose nel mondo delle grandi opere pubbliche. E nel provvedimento non mancano stoccate anche a un altro ex pm, Roberto Scarpinato, ora senatore del M5s e componente della commissione Antimafia, criticato per aver imbeccato Natoli, suo ex collega, prima che venisse audito a Palazzo San Macuto.

«Quello che qui è doveroso segnalare – scrive il giudice – è l’attività depistante possa in essere dal senatore Scarpinato nei confronti del dottor Natoli». Parole che scatenano l’attacco dei membri del centrodestra in Antimafia.

Le reazioni politiche

Fdi parla di “gravissime responsabilità» del senatore cinquestelle mentre il vicepresidente della Commissione D’Attis (Fi) definisce «inquietante» il suo comportamento. Sull’interesse di Falcone e Borsellino per le inchieste sulle mani della mafia sulle opere pubbliche Bologna ritorna comunque più volte.

«E’ falso sostenere che i rapporti tra Falcone e il procedimento mafia-appalti appalti siano stati limitati alla mera ricezione dell’annotazione del 16.02.1991 da parte del magistrato. – scrive – Alla luce di tutto questo è quindi evidente che Pignatone ha mentito quando in sede di audizione al Csm ha affermato che ‘Falcone di questo rapporto non se ne è mai occupato perché lo ha ricevuto lo ha messo in cassaforte e se ne è andato».

Giammanco e le relazioni «ambigue»

E, aggiunge il gip, «oltre ogni ragionevole dubbio, è provato l’interesse di Borsellino ad approfondire il tema». Bologna parla poi di «relazioni ambigue di alcuni magistrati della Procura di Palermo di quegli anni (emblematicamente il procuratore capo Giammanco) e della cattiva gestione di alcuni procedimenti che toccavano i più vitali interessi della criminalità organizzata in relazione al settore degli appalti».

Falcone e Borsellino – per il magistrato- erano «percepiti, non solo all’interno di una parte (purtroppo non così esigua) della magistratura, ma anche all’esterno dell’ordine giudiziario (e quindi anche dagli appartenenti ad una consorteria criminale con collusioni e vicinanze a tutti i livelli che cosa nostra, soprattutto in quel periodo storico, possedeva) come gli ultimi depositari di un metodo di lavoro e di una concezione attiva ed energica nel contrasto a Cosa nostra». GDS


Mafia e appalti, inchiesta archiviata ma il gip: “Si concorda con ricostruzione pm su concorrenti esterni”

Il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta, Santi Bologna ha archiviato il filone mafia e appalti ma nel decreto sottolinea anche che “In relazione ai cosiddetti concorrenti esterni si concorda con la ricostruzione del pm in ordine al fatto che l’elemento più forte (ma non unico) che induce a ritenere prospettabile un ruolo – tanto nella fase ideativa, quanto nella fase esecutiva – svolto da soggetti estranei a Cosa Nostra nella strage di Via D’Amelio, è rappresentato dal portato dichiarativo di Gaspare Spatuzza che ha riferito della presenza del terzo estraneo al momento della consegna della Fiat 126, sabato 18 luglio 1992, nel garage di via Villasevaglios. È vero che al momento della strage di via D’Amelio Gaspare Spatuzza non era ancora nemmeno affiliato a cosa nostra con la conseguenza che, almeno in astratto, egli ha potuto vedere un soggetto che faceva parte di cosa nostra, ma che egli non conosceva”.

“La sentenza di primo grado del c.d. processo sul depistaggio di via D’Amelio affronta, confutandolo, anche tale specifico aspetto”, conclude.

Il gip: “Falcone e Borsellino lavoravano in un clima ostile”

Il gip, inoltre, in estrema sintesi, evidenzia che Falcone e Borsellino lavoravano in un clima ostile ma non si è riuscito a individuare alcun elemento probatorio che possa portare alla identificazione di persone della magistratura o esponenti del mondo politico e imprenditoriale da poter collegare alle stragi.

Si legge: “l’analisi svolta pur evidenziando il clima ostile ed emarginante nel quale si trovarono ad operare i giudici Falcone e Borsellino all’interno della procura di Palermo nel biennio 1990-1992 e pur mettendo in luce la distanza siderale esistente tra la loro capacità professionale e quella di tanti altri magistrati a loro coevi, che si trovarono ad operare in relazione ai procedimenti che toccavano uno degli argomenti di maggior interesse per i Falcone e Borsellino (il rapporto tra cosa nostra e il sistema degli appalti pubblici) – non ha consentito di individuare alcun elemento probatorio, autonomamente persuasivo, che possa portare all’identificazione di specifici soggetti tra i magistrati o tra gli esponenti del mondo politico-imprenditoriale legati a costoro da poter iscrivere quali concorrenti morali (e ancor più materiali) in relazione alle due stragi”.

Il rapporto del Ros è considerato una delle cause scatenanti delle stragi, in particolare per quanto riguarda l’accelerazione dell’attentato di via D’Amelio, in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta.

“Niente prove su mandanti occulti delle stragi del ‘92”

 Il giudice per le indagini preliminari, Santi Bologna, in un altro passaggio evidenzia: “Gli elementi acquisiti non consentono l’iscrizione di alcun soggetto e di conseguenza non consentono di formulare alcuna ragionevole previsione di condanna”.

Con questo quadro, il procuratore nisseno Salvatore De Luca e l’aggiunto Pasquale Pacifico avevano chiesto l’archiviazione. Già da aprilesi pensava che potesse essere questo l’andazzo e così è

Il filone d’inchiesta, a carico di ignoti, sulle stragi di Capaci e Via D’Amelio, costate la vita ai giudici Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e agli agenti delle scorte dei magistrati, è stato archiviato dal gip di Caltanissetta Santi Bologna. Si tratta dell’indagine che riguardava la pista del dossier mafia e appalti come una delle ipotesi che avrebbe potuto determinare le stragi.

Il filone ancora aperto

A chiedere l’archiviazione, ad aprile scorso, era stata la stessa Procura nissena. Resta ancora aperta, invece, la tranche di indagine per favoreggiamento aggravato dall’aver agevolato la mafia (reato prescritto) che vede sotto inchiesta gli ex magistrati Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli. Natoli risponde anche di calunnia.
Secondo gli inquirenti avrebbero insabbiato il cosiddetto dossier mafia-appalti, favorendo così gli imprenditori mafiosi. In questo contesto sarebbe maturato l’attentato al giudice Paolo Borsellino da eliminare, secondo questa ipotesi, nel timore che potesse approfondire gli accertamenti sulle infiltrazioni di Cosa nostra nei grandi appalti. 03 ott 2026 – TG SKY24


Mafia-appalti, capitolo finale: prescritti Pignatone e Natoli per l’inchiesta sugli imprenditori mafiosi vicini a Riina, archiviata quella sui possibili legami con Capaci e via d’Amelio

Si chiude definitivamente il capitolo dell’inchiesta “Mafia-Appalti”. Il gip del Tribunale di Caltanissetta, Santi Bologna, su richiesta della procura nissena coordinata da Salvatore De Luca, ha archiviato i due filoniinvestigativi e paralleli, come anticipato dal Tg3 Sicilia.
Nel primo filone ha prescritto l’accusa di favoreggiamento aggravato per aver agevolato la mafia, nei confronti degli ex magistrati Giuseppe Pignatone, fino a pochi anni fa presidente del tribunale di città del Vaticano, e Gioacchino Natoli, già sostituto procuratore a Palermo, e l’ex generale della Guardia di finanza Stefano Screpanti. Inoltre ha archiviato per mancanza di dolo l’accusa di calunnia nei confronti di Natoli. I tre erano accusati di aver insabbiato una vecchia indagine degli anni ’90, quando erano in servizio a Palermo sotto la guida dell’allora procuratore capo Pietro Giammanco, sui fratelli Nino e Salvatore Buscemi, imprenditori mafiosi vicini a Totò Riina, poi divenuti soci del gruppo Ferruzzi di Raul Gardini.
Il secondo fascicolo invece, contro ignoti, è stato archiviato perché secondo il gip Bologna “gli elementi acquisiti non consentono l’iscrizione di alcun soggetto e di conseguenza non consentono di formulare alcuna ragionevole previsione di condanna”. In questo caso, l’indagine dei magistrati di Caltanissetta cercava di ricostruire la possibile correlazione tra le stragi di Capaci e via d’Amelio, e l’indagine “mafia-appalti”, a cui i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano interessati e che ritenevano potesse essere utile per far emergere la stretta connessione tra Cosa nostra, il mondo imprenditoriale e la politica.


 

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Scarpinato, Natoli e gli accordi prima dell’audizione in Antimafia

 

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MAFIA e APPALTI

 

PAOLO BORSELLINO / Attentato – Indagini – Processi

 

 

STRAGE di CAPACI – l’attentato e i processi

 

 

 

 

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