
Giuseppe Conte, alla Camera, durante le dichiarazioni di voto sulla legge elettorale, ha mostrato la foto del senatore Roberto Scarpinato accanto a Giovanni Falcone, e una con Paolo Borsellino, ritratto mentre parla con lui e con Giuseppe Ayala. Cosa dimostrano quelle istantanee? Se si va per immagini, esistono foto di Falcone con Giuseppe Pignatone e anche con Pietro Giammanco. E quindi? Uno scatto ferma un istante in un palazzo di giustizia dove quei magistrati si incrociavano ogni giorno. Non dice chi stimava chi.
Sul rapporto con Borsellino conta più la voce di Scarpinato che una foto. Il 29 luglio 1992, davanti al Csm, disse: «Con Paolo ci conoscevamo così». Il 18 ottobre 2021, testimone nel processo per diffamazione contro chi scrive, parlò di un «rapporto particolare». Il gip di Caltanissetta Santi Bologna, nel decreto di archiviazione, definisce questa progressione «umanamente comprensibile, ma non certamente credibile». E quando nel 2023 Lucia Borsellino ha messo a disposizione della Commissione antimafia presieduta da Chiara Colosimo la rubrica del padre, il numero di Scarpinato non c’era. Così come, sentito al csm nel 1992, Ingroia raccontò, a proposito di un pentito da ascoltare, che Borsellino gli disse di non dire nulla nemmeno a Scarpinato. Non essere amici di Borsellino non è una colpa. Ma una foto non può dimostrare il contrario.
Per sapere chi Falcone ritenesse bravo nel lavoro servono le carte. Il gip Bologna scrive che Falcone «riteneva il Dott. Pignatone un magistrato dalle qualità professionali elevatissime». E riporta il ricordo di Ilda Boccassini: «ai tempi di Duomo Connection fu proprio Giovanni Falcone a dirmi che avrei lavorato con il miglior sostituto che aveva». Gioacchino Natoli, che dice di aver «sempre apprezzato la grande intelligenza, preparazione, capacità lavorativa» di Pignatone, aggiunge che Pignatone e Guido Lo Forte avevano sostenuto Antonino Meli contro Falcone nella corsa a consigliere istruttore. Eppure Falcone, arrivato in Procura, «proprio apprezzando le doti professionali di Pignatone e di Lo Forte», è colui che «li porta ad occuparsi di processi di mafia». Quello che accadde dopo, tanto da lasciare la Procura, Falcone non poteva prevederlo.
Lo stesso vale per Giammanco. Anche lui, all’inizio, stava accanto a Falcone, e molto. Il cognato del giudice, Alfredo Morvillo, ha ricordato che Giammanco dava «l’impressione di volersi subito piazzare al fianco di Giovanni Falcone» e le parole della sorella Francesca, moglie del giudice: «la presenza di Giammanco è asfissiante».
Falcone era favorevole alla sua nomina a procuratore capo, «anche per lealtà nei confronti di un collega di ufficio», ha raccontato Massimo Brutti, allora componente laico del Csm. Come sia finita è noto. Lo leggiamo nei suoi diari e sappiamo anche perché Falcone se ne andò al ministero della Giustizia.
È il limite di ogni fotografia. È un’istantanea di quel momento, non di tutto il resto. Per capire bisogna leggere gli atti, con pazienza. Il decreto Bologna è lungo 644 pagine, una foto si guarda in un secondo. Per questo in aula funziona meglio.
IL DUBBIO 8.10.2026
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