Quando il silenzio diventa complicità: così è stata alimentata la campagna contro i figli e il genero di Borsellino

 

 

Oltre 350 commenti, molti dei quali offensivi e diffamatori, lasciati senza alcuna moderazione dopo la pubblicazione di un titolo capace di orientare e condizionare il giudizio dei lettori.

Dalle ore 10.55 del 13 ottobre, sulla pagina Facebook di Salvatore Borsellino è stato pubblicato un post che riprendeva il titolo di un articolo di Fabrizio Gatti apparso su Today: «I figli di Borsellino fanno pace con Marcello Dell’Utri: cosa sta succedendo», accompagnato da uno stralcio del medesimo articolo.

Al di là del contenuto effettivo del testo giornalistico, è stato proprio quel titolo a generare una reazione immediata e particolarmente violenta tra gli utenti della pagina.
Nel giro di poche ore si sono accumulati oltre trecento commenti, molti dei quali caratterizzati da toni offensivi, denigratori e in alcuni casi apertamente insultanti nei confronti dei figli del giudice Paolo Borsellino e del loro legale e familiare, l’avvocato Fabio Trizzino.

La lettura dei commenti lascia emergere una circostanza evidente: una parte significativa degli utenti intervenuti sembra non avere letto l’articolo nella sua interezza, formulando giudizi e accuse sulla sola base del titolo, già di per sé suscettibile di indurre interpretazioni fuorvianti. È il fenomeno sempre più diffuso della reazione istintiva ai titoli, che spesso prescinde dalla comprensione dei fatti e finisce per alimentare campagne di delegittimazione personale.

Ma il dato più inquietante non riguarda soltanto il comportamento dei commentatori. A suscitare interrogativi è soprattutto l’assenza di qualunque attività di moderazione da parte del titolare della pagina. Per ore, e poi per giorni, i commenti sono rimasti visibili senza che risultassero interventi volti a rimuovere o contenere quelli dal potenziale contenuto diffamatorio.

Chi gestisce una pagina pubblica con decine di migliaia di follower conosce perfettamente la forza amplificatrice dei social network e sa che un titolo suggestivo, inserito in un contesto emotivamente carico, può trasformarsi rapidamente in un detonatore di ostilità. Per questo motivo appare difficile considerare quanto accaduto come il semplice effetto collaterale di una discussione sfuggita di mano.

L’impressione è che si sia consentito consapevolmente al flusso di accuse e delegittimazioni di crescere senza alcun argine, lasciando che la reputazione dei figli del magistrato assassinato dalla mafia venisse colpita da una sequenza di attacchi pubblici spesso privi di fondamento.

In una stagione in cui il dibattito sui social dovrebbe essere guidato dal rispetto dei fatti e delle persone, la scelta di non intervenire di fronte a centinaia di commenti offensivi assume una rilevanza che travalica la polemica contingente.
Non si tratta soltanto di una questione di opportunità morale o politica, ma anche di responsabilità nella gestione di uno spazio pubblico digitale.

La libertà di espressione non può trasformarsi nella libertà di diffamare. E chi ospita e alimenta il dibattito pubblico ha il dovere di impedirne la deriva quando questa si traduce in una campagna di denigrazione personale. In caso contrario, il rischio è che i social network cessino di essere luoghi di confronto e diventino strumenti di gogna, nei quali il pregiudizio prevale sulla verità e l’insulto sostituisce l’argomentazione.

 


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