
La mafia più pericolosa non è sempre quella che spara. A volte veste i panni di un imprenditore rispettabile, siede ai tavoli della finanza, entra nelle aziende, sfrutta la tecnologia e si insinua nell’economia legale, fino a diventare difficile da riconoscere. E mentre i traffici di droga attraversano oceani e continenti, le organizzazioni criminali continuano a trovare terreno fertile dove mancano lavoro, istruzione e fiducia nel futuro. Perché le mafie non si combattono soltanto con arresti e processi: bisogna anche sottrarre loro consenso, opportunità e potere.
A raccontare questa realtà è Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli e da decenni in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata. Tra i magistrati più esposti nel contrasto alla ’ndrangheta, ha dedicato gran parte della sua attività investigativa alle reti internazionali del narcotraffico e ai legami tra mafie, potere ed economia. Insieme ad Antonio Nicaso ha firmato numerosi libri che aiutano a comprendere i meccanismi e le trasformazioni delle organizzazioni criminali, fino al più recente Cartelli di sangue. Le rotte del narcotraffico e le crisi che lo alimentano (2025), edito da Mondadori.
Wise Society lo ha incontrato in occasione de I Dialoghi di Trani, il festival culturale che porta nella cittadina pugliese scrittori, intellettuali, scienziati, politici, economisti. E in questa intervista spiega come stanno cambiando le mafie, perché riescono a sfruttare le innovazioni tecnologiche e quali rischi apre l’intelligenza artificiale. Ma indica anche una strada che va oltre la repressione: investire nella scuola, nella cultura e nelle opportunità per i giovani, perché nessuno debba cercare nella criminalità il riconoscimento o la possibilità di costruirsi un futuro. Una riflessione sulla giustizia e sulle responsabilità delle istituzioni, ma anche su quelle di una società chiamata a scegliere da che parte stare.
Oggi la criminalità organizzata non è più soltanto quella delle strade e delle faide: è sempre più presente nell’economia, nella finanza, nella tecnologia e nei territori. Quanto è cambiata la ’ndrangheta e quanto è difficile, oggi, riconoscerne la presenza?
La ’ndrangheta è cambiata molto, soprattutto nel modo in cui si presenta all’esterno. Non ha abbandonato la violenza, ma ha capito da tempo che sparare attira l’attenzione dello Stato e delle forze dell’ordine, crea allarme sociale e rende più difficile fare affari. Per questo, dove può, preferisce corrompere, entrare nell’economia, acquistare imprese, condizionare appalti e costruire rapporti con professionisti e imprenditori. La forza della ’ndrangheta sta proprio nella capacità di adattarsi senza perdere la propria identità e i propri legami familiari.
Oggi il mafioso può avere l’aspetto di un imprenditore rispettabile. Può sedersi al tavolo con un professionista, entrare in una società, investire denaro nell’economia legale. Per questo è più difficile riconoscerlo. Se continuiamo a cercare la mafia soltanto nei luoghi e attraverso i comportamenti del passato, rischiamo di accorgerci della sua presenza quando ha già acquisito pezzi importanti dell’economia.
Nel suo lavoro e nei suoi libri torna spesso il tema dei giovani. Le mafie continuano a trovare terreno fertile soprattutto dove mancano opportunità, cultura, lavoro e fiducia nel futuro. Quanto è importante la prevenzione sociale e culturale e come coltivarla?
La repressione è indispensabile, ma da sola non basta. Possiamo arrestare centinaia di persone, sequestrare patrimoni e celebrare processi, ma se nei territori lasciamo gli stessi vuoti, prima o poi qualcuno cercherà di occuparli. Per questo insisto molto sulla scuola. Una scuola aperta anche nel pomeriggio, con insegnanti motivati e strutture adeguate, può cambiare concretamente la vita di un ragazzo. Dobbiamo dare ai giovani gli strumenti per essere liberi di scegliere.
La cultura serve anche a questo: a capire che esistono alternative e che il mafioso non è una persona da ammirare. È qualcuno che vive limitando la libertà degli altri. Bisogna investire nella scuola, nelle famiglie, nel lavoro e nei servizi. Un ragazzo che vede davanti a sé una possibilità concretaha meno bisogno di cercare riconoscimento nella criminalità. E una società più istruita possiede maggiori strumenti per capire da che parte stare.
Trova che, a causa della società digitale in cui viviamo, oggi sia paradossalmente aumentata la propensione alla violenza e alla delinquenza dei giovani a rischio?
Il digitale non crea automaticamente violenza e non possiamo attribuire alla tecnologia responsabilità che appartengono alle persone e alla società. Però è cambiato il contesto nel quale molti giovani costruiscono la propria identità.
Sui social tutto sembra immediato: il successo, il denaro, la notorietà, il riconoscimento degli altri. Si riduce la distanza tra desiderio e gratificazione. Il problema nasce quando un ragazzo cresce senza strumenti culturali sufficienti per distinguere la rappresentazione dalla realtà.
La violenza può diventare spettacolo, un gesto da filmare e condividere. L’umiliazione di un’altra persona può trasformarsi in contenuto. Anche il linguaggio criminale può diventare un modello estetico.
Dobbiamo quindi educare all’uso del digitale. I giovani devono comprendere che dietro un gesto compiuto in pochi secondi possono esserci conseguenze che durano tutta la vita. La scuola e la famiglia hanno una responsabilità enorme anche su questo terreno.
La tecnologia sta trasformando anche il modo di operare delle organizzazioni criminali: comunicazioni criptate, social network, strumenti digitali e, sempre più, intelligenza artificiale. Il rischio è che le mafie riescano a sfruttare l’innovazione più velocemente delle istituzioni?
Questo rischio esiste. Le organizzazioni criminali non hanno burocrazia. Se scoprono una tecnologia utile, la comprano e la utilizzano. Possono rivolgersi a tecnici, hacker e professionisti esterni senza preoccuparsi delle procedure che invece deve rispettare lo Stato. Lo abbiamo visto con le piattaforme criptate e con l’utilizzo delle nuove tecnologie per comunicare e trasferire denaro.
L’intelligenza artificiale apre possibilità ulteriori: può essere utilizzata per costruire identità false, manipolare immagini e voci, rendere più sofisticate le truffe o facilitare determinate attività criminali. Lo Stato deve investire molto di più nella formazione e nella tecnologia investigativa. Non possiamo pretendere di combattere la criminalità del XXI secolo con strumenti pensati per il secolo scorso. Servono investigatori preparati, magistrati specializzati e una cooperazione internazionale molto più rapida, perché nel digitale i confini nazionali contano sempre meno.
Quello del consenso è un altro tema centrale. Le mafie non vivono soltanto della violenza, ma anche della capacità di costruire relazioni, offrire opportunità e inserirsi nei tessuti sociali ed economici. Perché una parte della società continua a essere attratta o a tollerare questo sistema?
Perché la mafia non si presenta sempre con la pistola in mano. A volte si presenta come qualcuno che risolve un problema. Trova un lavoro, procura un favore, recupera un credito, mette in contatto due persone. Poi naturalmente presenta il conto. Il consenso mafioso cresce soprattutto quando lo Stato viene percepito come distante e lento. Se per ottenere una risposta dalla pubblica amministrazione devo aspettare mesi e il mafioso mi promette di risolvere il problema in un giorno, qualcuno può essere tentato di rivolgersi a lui. Ma quella non è efficienza. È dipendenza.
C’è poi una parte della società che con le mafie fa affari consapevolmente. Non possiamo raccontare sempre la storia di un’economia sana aggredita dall’esterno. Esistono imprenditori e professionisti che cercano il mafioso perché dispone di denaro, perché può eliminare la concorrenza o perché consente di ottenere vantaggi. Su questa zona di convenienza bisogna intervenire con grande determinazione.
Voi magistrati fate tanto per spezzare questo sistema, ma di cosa ci sarebbe ulteriormente bisogno?
Servono innanzitutto investimenti seri nella giustizia e nelle forze dell’ordine. Non basta approvare nuove leggi se poi mancano uomini, mezzi, personale amministrativo e strumenti tecnologici. Bisogna colpire soprattutto i patrimoni. Il mafioso può sopportare il carcere, molto più difficilmente sopporta la perdita del patrimonio accumulato. Se arrestiamo una persona e lasciamo intatto il suo potere economico, una parte consistente del problema rimane.
Serve inoltre una pubblica amministrazione efficiente. Ogni spazio lasciato dalla lentezza dello Stato può diventare uno spazio nel quale la criminalità costruisce mediazioni e consenso. E dobbiamo continuare a investire nella scuola, perché il contrasto alle mafie non può essere delegato soltanto a magistrati e forze dell’ordine.
Quali sono oggi come oggi le maggiori difficoltà che come magistrato lei incontra in Italia?
Una delle difficoltà maggiori è la sproporzione tra la complessità delle indagini e le risorse disponibili. Oggi un’indagine importante può riguardare migliaia di comunicazioni, telefoni, computer, flussi finanziari e rapporti che attraversano diversi Paesi. Per analizzare questa quantità di materiale servono persone qualificate e tecnologie adeguate.
C’è poi il problema dei tempi. La criminalità si muove rapidamente. Il denaro può attraversare diversi Paesi in pochi minuti, mentre la cooperazione giudiziaria internazionale richiede spesso procedure molto più lunghe. Mi preoccupa anche quando il dibattito sulla giustizia si concentra più sui magistrati che sui problemi della giustizia. La magistratura deve essere sottoposta a critica, naturalmente, e chi sbaglia deve risponderne, soprattutto se nell’errore si riscontra la malafede. Bisogna inoltre creare le condizioni perché magistrati e forze dell’ordine possano lavorare con indipendenza e competenza, potendo disporre di mezzi adeguati.
Un consiglio che si sente di dare ai giovani che vogliono intraprendere la carriera di magistrato?
Direi innanzitutto di scegliere questa professione soltanto se sono disposti a studiare molto e ad assumersi responsabilità importanti. Fare il magistrato non significa esercitare potere. Significa applicare la legge sapendo che una decisione può incidere profondamente sulla vita di una persona. Bisogna essere curiosi, continuare a studiare e non sentirsi mai arrivati. Bisogna conoscere la società oltre ai codici, perché dietro ogni fascicolo ci sono persone e vicende reali. E direi loro di conservare sempre l’indipendenza. Un magistrato deve avere il coraggio di decidere sulla base degli atti e delle prove, senza cercare consenso e senza preoccuparsi di essere popolare. La credibilità della magistratura nasce anche da questo.
Vincenzo Petraglia WISE SOCIETY 19.10.2026
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