MMD – Le scrivo per dirle che…


 

 

 

Molti altri, giornalisti e non, le hanno scritto prima di me.

Io non le do del “Tu”, e non certo per maggiore rispetto verso la sua persona, bensì perché io e lei non abbiamo nulla a che spartire, ci separa un incolmabile abisso che tale deve rimanere.

Sono diverse la nostra provenienza, la nostra storia, la nostra cultura.

Non utilizzo neppure l’appellativo “Signore”, in quanto potrebbe apparirle come un segno di rispetto o cortesia, e le assicuro di non provare nei suoi riguardi nulla di tutto questo.

Lei non possiede nulla di ciò che fin dall’antichità è stato attribuito alla parola.

La sua recente ammissione  di aver partecipato all’ideazione del rapimento del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del boss pentito Santino, ma di non essere il responsabile della sua uccisione, ha dato la stura alle tante ipotesi di una sua collaborazione, quantomeno parziale, con la giustizia.

Qualcuno, non riconoscendole neanche il carattere di altre belve come lei, che hanno però saputo affrontare il carcere, si è spinto oltre, ipotizzando una possibile collaborazione al fine di godere di benefici di legge.

No, non è questo che la spinge a certe ammissioni.

Sa che non ne avrebbe il tempo, pertanto è da ricercare in altre ragioni il vero motivo.

Tolto il volersi cavare qualche sassolino dalla scarpa, il motivo, quello vero, forse andrebbe ricercato nel suo cruccio, quello manifestato già ai tempi della sua corrispondenza con l’ex sindaco di Castelvetrano Antonio Vaccarino, quando collaborando con il Sisde avviò con lei una corrispondenza epistolare finalizzata alla sua cattura, che ha un solo nome: Lorenza!

Lorenza, quella figlia che non porta neppure il suo cognome, che non ha visto crescere, con la quale non ha alcun contatto.

È ai suoi occhi che vuole riscattarsi, cercando di recuperare un minimo di dignità, prendendo le distanze da quanto di più abietto abbia mai potuto concepire mente umana.

Anche in questo, dimostra la viltà di un uomo che non è neppure capace di farsi carico delle proprie responsabilità.

Potrei indicargliene una lunghissima serie di responsabilità, dalle stragi all’uccisione di Antonella Bonomo, strangolata all’età di 32 anni, mentre era incinta di tre mesi.

La sua vita è costellata da episodi squallidi ed infamanti.

Purtroppo la stiamo facendo diventare un mito, quasi una star della quale dobbiamo conoscere gli aspetti più reconditi della sua esistenza.

Come vestiva durante la sua latitanza, le sue donne, come era arredata la casa in cui viveva, persino quello che mangiava, la lista della spesa, l’uso del Viagra.

Ci manca soltanto di sapere la marca della carta igienica preferita…

Dopo il suo arresto si è favoleggiato in merito alla sua successione ai vertici di “cosa nostra”.

Giornalisti, toghe e presunti esperti in materia, hanno avanzato ipotesi in tal senso, ignorando un fatto: Lei non è mai stato ai vertici di quella “Cupola” che ha visto alternarsi ben altre belve umane.

Prova ne sia che il suo nome non compariva neppure nell’operazione “Cupola 2.0”, quando nel 2018, a seguito della morte di Bernardo Provenzano e Salvatore Riina, “cosa nostra” tentò di ristrutturarsi con una Nuova commissione, alla quale facevano parte uomini dei mandamenti del Pagliarelli, Porta Nuova, Bagheria-Villabate e Misilmeri-Belmonte Mezzagno.

Sarebbe sufficiente riascoltare le intercettazioni tra i suoi accoliti quando parlano di lei, per rendersi conto di come abbia guardato più agli interessi personali, che non a quelli dell’organizzazione criminale della quale faceva parte.

Lo stesso Totò Riina, parlando di lei, la indicava come “quello della luce”, e non è il caso di ricordarle dove avrebbe voluto metterle uno dei suoi pali eolici.

Era, ed è rimasto, una belva sanguinaria, nulla più di questo.

L’uomo che con i morti che aveva fatto, avrebbe potuto riempire un cimitero.

Alla miseria umana di cui sono stati capaci esseri che l’hanno preceduta in quel suo mondo fatto di sangue, atrocità, arroganza e tradimenti, lei ha saputo aggiungere lo squallore della sua relazione con la moglie dell’uomo che la ospitava durante la sua latitanza, coinvolgendo in questa tresca anche il figlio.

Continui pure a crogiolarsi in quello che di lei dicono gli “esperti di mafia” dai salotti televisivi, ma non può ingannare sé stesso allo specchio della ragione, né chiunque abbia un minimo di intelligenza e capacità di analisi.

In quel suo mondo, se allo stesso lei non fosse appartenuto, guardando alla sua personalità gli altri non avrebbero esitato nel definirla “un nuddu ammiscatu cu nenti” (un nessuno mischiato con niente).

O forse, “un fradiciumi”, termine a lei caro per indicare un altro soggetto al di fuori di “cosa nostra”, ma capace anche lui di uccidere…

Gian J. Morici