LUCIA e MANFREDI BORSELLINO: “Nostro padre quel giorno aveva l’agenda rossa”

19 Ottobre 2015

AUDIO testimonianza di Lucia e Manfredi Borsellino


“Il 19 luglio del 1992, il giorno della sua morte, vidi mio padre mettere nella borsa, tra le altre cose, un’agenda rossa da cui non si separava mai” Lo ha detto in aula a Caltanissetta la figlia del magistrato assassinato dalla mafia, Lucia Borsellino, al processo sulla strage di via d’Amelio.  “Non so perché la usasse  o cosa ci fosse scritto perché non ero solita chiedergli del suo lavoro”. Paolo Borsellino, quella domenica mattina del 19 luglio del 1992, giorno dell’attentato in cui venne ucciso, prima di uscire da casa, nella sua borsa inserì un’agenda marrone, un’agenda rossa, il costume da bagno chiavi di casa e sigarette. Quella stessa mattina, arrivò nella casa della famiglia del magistrato, una telefonata del procuratore di Palermo, Pietro Giammanco.

A riferirlo, è stata in Corte d’Assise di Caltanissetta, nel corso del processo per la strage di via d’Amelio, Lucia Borsellino, figlia del magistrato ucciso. “Dopo la strage la borsa ci venne riconsegnata dal questore Arnaldo La Barbera, ma mancava l’agenda rossa. Mi lamentai subito della mancanza di quell’agenda rossa. Ho avuto una reazione scomposta. Me ne andai sbattendo la porta. Chiesi con vigore che fine avesse fatto la borsa e il questore Arnaldo La Barbera, rivolgendosi a mia madre, gli disse che probabilmente avevo bisogno di un supporto psicologico perché ero particolarmente provata. Mi fu detto che deliravo. La Barbera escludeva che l’agenda fosse nella borsa”.

Lucia Borsellino ha anche riferito, che il padre teneva anche un’agenda grigia, con la copertina dell’Enel, dove era solito annotare tutto, in maniera quasi maniacale. Agenda, le cui fotocopie, sono state consegnate alla Procura di Caltanissetta e in particolare alla dottoressa Palma, mentre l’originale è ancora in possesso della famiglia Borsellino. Lucia Borsellino ha anche detto, che il procuratore Giammanco probabilmente quella mattina cercava il giudice Borsellino per affidargli inchieste riguardanti Palermo, visto che il magistrato in quel periodo si occupava del trapanese.

Lucia Borsellino ha aggiunto che il giudice Paolo rimase particolarmente turbato quando l’allora fidanzato della figlia Lucia, gli chiese di esprimere un parere su Bruno Contrada, ex funzionario del Sisde: “Mio padre disse che Contrada era una persona della quale non bisogna parlare. Credo che la sua espressione fosse assolutamente eloquente in maniera negativa. Lo vidi molto turbato”.
Lucia Borsellino ha anche riferito che dopo le dichiarazioni rese dalla madre alla Procura di Caltanissetta, un alto ufficiale dei Carabinieri, Antonio Subranni, disse che sua mamma era malata di alzheimer. “Cosa che escludo categoricamente perché mia mamma era malata di leucemia ed è stata lucida fino alla morte”, ha proseguito.

Si è commosso in aula Manfredi Borsellino, ricostruendo gli ultimi momenti di vita del padre. “Sono momenti che non si possono rimuovere.  Quel giorno mio padre, prima di lasciare la villa dove avevamo pranzato, mi salutò due volte. Lo accompagnai lungo la strada, dove erano parcheggiate le blindate e insieme percorremmo una settantina di metri. Aveva in una mano la borsa che poi sistemò in macchina”. Dopo la strage di Capaci mio padre usava l’agenda rossa in modo compulsivo. Scriveva costantemente. E si trattava sicuramente di appunti di lavoro e dell’attività frenetica di quei giorni”. Il figlio del giudice si è detto certo che nell’agenda, scomparsa dopo la strage dalla borsa in cui il magistrato la custodiva, ci fossero cose importanti. “Mio padre dopo la morte di Falcone era consapevole che sarebbe toccato a lui e di essere costantemente in pericolo. Aveva l’esigenza di lasciare tracce scritte. Non poteva metterci in pericolo rivelandoci delle cose”. Borsellino è convinto che se l’agenda rossa fosse stata trovata le indagini sulla morte del padre avrebbero avuto una piega diversa.

“Nessuno ci chiese perché attribuivamo tanta importanza all’agenda rossa. E invece credo che investigativamente fosse importante fare accertamenti”, ha aggiunto Manfredi Borsellino che ha lungamente parlato del diario da cui il padre, raccontano i familiari, soprattutto negli ultimi giorni di vita non si separava mai e che scomparve dalla borsa del giudice dopo l’eccidio. “Quando l’allora capo della Mobile Arnaldo La Barbera ci ridiede la borsa e vedemmo che l’agenda non c’era e chiedemmo conto della cosa, si irritò molto. Sembrava che gli interessasse solo sbrigarsi e che gli stessimo facendo perdere tempo. Praticamente disse a mia sorella Lucia che l’agenda non era mai esistita e che farneticava. Usò dei modi a dir poco discutibili”

“Mio padre, dopo la morte di Giovanni Falcone, attendeva con ansia di essere interrogato dai magistrati della procura nissena, a tal punto che una volta disse pubblicamente: io qui non vi posso dire nulla, ciò che ho da dire lo dirò ai magistrati competenti.
Mio padre sapeva perfettamente che sarebbe stato estremamente difficile sottrarsi al suo destino”.
In realtà Paolo Borsellino avrebbe dovuto essere ascoltato dai colleghi di Caltanissetta che indagavano sulla strage di Capaci, il 20 luglio ma il giorno prima fu ucciso. Manfredi Borsellino ha poi aggiunto che sua mamma è stata chiamata a testimoniare, in un’aula di un tribunale, una sola volta mentre sia per lui che per la sorella Lucia, questa è la prima volta che vengono chiamati a testimoniare dinanzi ad una Corte d’Assise. A proposito invece dell’ex funzionario del Sisde, Bruno Contrada, Manfredi Borsellino ha riferito che il padre non ha mai pronunciato questo nome. “Probabilmente era una persona  che mio padre non stimava”.

Prima dei figli del magistrato aveva deposto l’ex ministro della Difesa, Salvo Andò. “Vidi in aeroporto, a Roma, Paolo Borsellino dopo la strage di Capaci. Ci appartammo per parlare e io gli accennai alla nota del capo della polizia Parisi in cui si parlava di un rischio di attentati ai nostri danni. Lui, meravigliato, mi disse di non essere stato informato della vicenda”, ha raccontato Andò al processo che vede imputati i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino e i falsi pentiti Vincenzo Scarantino, Calogero Pulci e Francesco Andriotta.

Andò aveva saputo da Parisi, allora capo della polizia, di un piano di attentati che avrebbe avuto come bersagli sia lui che Borsellino. Nessuno però avrebbe avvertito il giudice. Il teste ha poi negato di avere mai avuto dai carabinieri del Ros richieste di supporto politico per contatti con esponenti di Cosa nostra. Sull’avvicendamento al Viminale tra Vincenzo Scotti e Nicola Mancino, secondo alcune ipotesi investigative finalizzato a neutralizzare l’attività antimafia avviata da Scotti, Andò ha detto: “Scotti non mi ha mai detto nulla di ciò. Anzi quando si dimise da ministro non fece cenno a desideri di proseguire la sua azione, mi disse solo che, avendo la Dc posto i suoi davanti alla scelta tra la carica di parlamentare e quella di ministro, di avere optato per il Parlamento”.

Andò ha anche detto di non sapre nulla della presunta trattativa Stato-mafia: “Non ho mai incontrato Mario Mori”, ex comandante del Ros, ha detto Ando’. “Non l’ho mai cercato, nè mi ha mai cercato. Stranamente non ha mai avuto rapporti con me. Credo che forse avesse rapporti con altre forze politiche. Altri invece, visto il mio ruolo nel Psi e in qualità di ministro della Difesa, invece li tenevano. Non so nulla di rapporti fra i vertici del Ros e Vito Ciancimino. Se notizie del genere fossero arrivate all’allora prefetto Parisi, lui mi avrebbe informato”.
Andò ha anche aggiunto che non conosceva l’allora Capitano del Ros Giuseppe De Donno e di aver conosciuto Antonio Subranni, anche lui ufficiale del Ros, in un’occasione conviviale. L’ex esponente del Psi, ha altresì riferito che dopo l’omicidio Lima, Giovanni Falcone gli disse che “presto scoppierà un gran casino. C’era il segnale di un clima di guerra. Ho avuto l’impressione che Falcone a Palermo vivesse male. C’era chi lo amava ma anche chi tendeva ad isolarlo. Mi disse la mia vita vale meno di questo bottone”.
Dopo Andò i giudici ascoltano la figlia del giudice, Lucia Borsellino:  “Il 19 luglio del 1992, il giorno della sua morte, vidi mio padre mettere nella borsa, tra le altre cose, un’agenda rossa da cui non si separava mai. Non so perché la usasse  o cosa ci fosse scritto perché non ero solita chiedergli del suo lavoro”.  La Repubblica 


LUCIA VEDE L’AGENDA DENTRO LA BORSA DEL PADRE  Ebbene, che Paolo Borsellino avesse portato con sé l’agenda in questione anche quel 19 luglio 1992, non v’è alcun dubbio.

Infatti, la figlia Lucia Borsellino, quella mattina, era con lui, nello studio di casa, quando il padre riordinava la propria scrivania e metteva proprio quell’agenda rossa dentro la sua borsa, subito prima di uscire

  • TESTE L. BORSELLINO – Lo ricordo perché dormendo nel suo studio vidi proprio gli oggetti che stava recuperando, tra cui un’agenda marrone, un’agenda rossa, il costume da bagno, le chiavi, le sigarette e qualche altra cosa; non ricordo se avesse anche qualche carta con sé, però ricordo tranquillamente che ordinò il tavolo riponendo all’interno della borsa questi oggetti..

46 Cfr. deposizione di Carmelo Canale, nel verbale d’udienza dibattimentale del 6.5.2013, pag. 98:

  • “TESTE CANALE C. – Allora, per quelli che sono i miei ricordi, credo che sia o Agnese Borsellino o Lucia mi riferirono… mi riferirono che suo marito aveva ricevuto… o l’aveva visto il professore Tricoli, aveva ricevuto una telefonata da un funzionario e lui aveva annotato un numero lunghissimo della Germania, perché, come le dicevo poc’anzi, ci preparavamo per andare a fare la rogatoria nuovamente in Germania, e quindi lui aveva annotato il numero di telefono proprio su quell’agenda rossa.
  • P.M. Dott. LUCIANI – Questo il giorno della domenica, il 19 luglio?
  • TESTE CANALE C. – Sì, prima di… prima di andarsene a Palermo. Questo me lo riferisce o la signora Agnese Borsellino o Lucia, o qualcuno della famiglia, o lo stesso professore Tricoli, non… non ho un ricordo”.

47 Cfr. deposizione di Antonio Vullo, nel verbale d’udienza dibattimentale del 8.4.2013, pag. 34:

  • AVV. REPICI – La prima: ha ricordo se… o meglio, il giorno in cui andaste, il pomeriggio del 19 luglio andaste a prendere il dottor Borsellino a Villagrazia di Carini, partendo verso Palermo il dottor Borsellino aveva una borsa professionale con sé?
  • TESTE VULLO A. – Ma io l’ho… l’ho visto uscire con la borsa, però non… non l’ho visto se l’ha messa in auto o meno, però l’ho visto con la borsa.
  • AVV. REPICI – Cioè lui è uscito di casa con la borsa.

E MANFREDI VEDE IL PADRE USCIRE CON LA BORSA  Inoltre, nel pomeriggio, quando il Magistrato riceveva una telefonata di lavoro a Villagrazia di Carini, usava proprio l’agenda rossa per annotarvi un lungo numero di telefono tedesco, in vista della nuova rogatoria che s’apprestava ad effettuare in Germania. Ancora, quando usciva dalla casa di villeggiatura di detta località, per recarsi a Palermo, dalla madre, in via D’Amelio, Paolo Borsellino aveva con sé la sua borsa, così come l’aveva quando salutava, per l’ultima volta, il figlio Manfredi 

  • AVV. REPICI – Dottore, una precisazione: lei vide allontanarsi suo padre da Villagrazia di Carini nel pomeriggio?
  • TESTE M. BORSELLINO – Allora, mio padre da Villagrazia di Carini è andato via una volta che già, previ accordi con mia nonna, doveva… doveva raggiungerla per portarla dal cardiologo. Io ho trascorso buona parte della mattinata, il pranzo con mio padre; il pranzo un po’ come tanti pranzi siciliani durò abbastanza, dopodiché mio padre credo che ricevette pure una o due telefonate, non ricordo bene, tant’è che forse cercava una penna per annotarsi qualche cosa, comunque dopo il pranzo, ripeto, la nostra villa era aperta, probabilmente all’interno di quella villa aveva lasciato lui la borsa, perché comunque la nostra villa rimane tutto il tempo aperta, era da molto che era chiusa, per cui l’abitudine era di aprire finestre, porte, etc. Dopo pranzo mio padre è andato a riposare. Io mi trattenni, invece, presso la villa del professore Tricoli, c’era un campo da… un tavolo da ping-pong, quindi mi misi a giocare a ping-pong, e mio padre è rimasto nella villa a riposare. In realtà lo capimmo dopo che non era andato a riposare, perché accanto… intanto non era salito sopra, dove c’era la camera matrimoniale dei miei genitori, ma si era trattenuto in una stanza giù, che, diciamo, ai tempi era adibita a… era la stanza matrimoniale dei… la camera matrimoniale dei miei nonni; e poi abbiamo notato che c’era un portacenere pieno, proprio carico di cicche di sigarette, cicche peraltro abbastanza recenti, perché lì la casa era chiusa da diverso tempo, per cui non poteva che… non potevano che essere riconducibili a lui. Si trattenne poco a riposare, perché, ripeto, il pranzo era finito tardi, abbastanza tardi; peraltro durante quelle ore abbiamo trascorso dei momenti assolutamente sereni, spensierati, anche mio padre pareva di buonumore. Poi però, ripeto, si andò a riposare. Era sua abitudine fare una (…) una piccola pausa dopo pranzo, però dovrebbe essere durata abbastanza poco, perché già era tardi, eravamo nel pomeriggio inoltrato. Quando mio padre ha deciso di… di prepararsi per fare rientro a Palermo, si è vestito lì nella casa nostra, ci ha raggiunto nella villa del professore Tricoli; ricordo che aveva questa borsa che teneva nella mano; chiese anche notizie un po’ del tour de France com’era andato, come non era andato, salutò tutti i commensali di quella… perché comunque aveva detto che si sarebbe allontanato, poi però è ritornato per salutare tutte le persone con cui aveva pranzato; ovviamente salutò mia madre, i miei zii, mia nipote, dopodiché io lo aspettavo in qualche modo sull’uscio della… del cancello della villa Tricoli e lui mi fece segno come dire: “Manfredi, vieni con me, accompagnami fino alla macchina”. Tra l’altro io credo che seppi in quel momento che stava andando da mia nonna, perché sapevo che sarebbe rientrato anticipatamente perché aveva necessità di… lavorava tantissimo in quei giorni e comunque lui era un momento in cui non gradiva probabilmente che noi familiari (…) entrassimo con lui nella macchina blindata o ci muovessimo con lui. Non lo so, probabilmente percepiva… anzi, no, sicuramente percepiva un pericolo maggiore dopo la morte di Falcone, ce lo disse in modo evidente: “Guardate, siamo a un punto di non ritorno, la morte… cioè Giovanni Falcone per me rappresentava uno scudo, dopo di lui io non ho più…” Ci diceva, siccome per tanti anni si era sforzato di farci condurre una vita normale, ci disse che non sarebbe più riuscito a garantirci questa vita normale, probabilmente avremmo vissuto tutti una situazione, lui in particolare, dalla quale non sarebbe più potuto sfuggire, non si sarebbe potuto sottrarre più a certi dispositivi di sicurezza. Io che in quei giorni seguivo molto mio padre anche con lo sguardo, quando andava via al Palazzo di Giustizia la mattina, quando rientrava, ero un po’ ansioso devo dire, anche quella mattina effettivamente mi è venuto naturale, a prescindere che mio padre mi chiedesse di fare questi due passi insieme, che poi…
  • AVV. REPICI – Quindi quel pomeriggio intende?
  • TESTE M. BORSELLINO – Sì, sì, quel pomeriggio, quando… dico, la distanza tra la villa del professore Tricoli e dove erano parcheggiate le tre macchine blindate, inclusa quella in cui poi entrò mio padre, che guidava mio padre, dico, è una distanza veramente irrisoria, parliamo di settanta metri, però io me li feci tutti insieme a… a mio padre. Scusate, non è facile parlare di questo istante, perché… (…) Niente, quindi percorro questo tratto di strada con mio padre. Ricordo bene anche un particolare: mio padre aveva la borsa da una parte e la mano assolutamente libera dall’altra. Ho solo un piccolo… faccio solo una piccola confusione sul fatto che questa borsa per un piccolo tratto gliel’ho portata io; però, in realtà, o gliel’ho portata io o l’ha portata lui, perché poi è stato lui a metterla dentro la macchina blindata, lui aveva la borsa, tutto il contenuto all’interno della borsa, l’altra mano era assolutamente libera, lo accompagno… proprio le macchine, gli agenti di scorta, i ragazzi, erano tutti che l’aspettavano, tranne forse uno che l’ha seguito insieme a me in questi settanta metri, tutti che l’aspettavano in questo piazzale che c’è all’ingresso del residence. Mio padre mi sa… mi salutò due volte. (…).

NESSUNA TRACCIA   Di detta agenda rossa, tuttavia, non v’era più alcuna traccia, quando la borsa del Magistrato veniva restituita ai suoi familiari, diversi mesi dopo la strage, con ancora dentro tutti gli altri effetti personali, integri (fra i quali persino un pacchetto di sigarette, oltre ad un’altra agenda marrone).

L’istruttoria dibattimentale, oltre a far emergere molteplici contraddizioni fra le deposizioni dei vari testi esaminati sulla sparizione dell’agenda in questione, evidenziava un comportamento veramente inqualificabile da parte del Dirigente della Squadra Mobile di Palermo: infatti, il dottor Arnaldo La Barbera dapprima diceva alla vedova Borsellino che la borsa del marito era andata distrutta ed incenerita nella deflagrazione (come risulta dalla deposizione del Maggiore Carmelo Canale, sul punto, de relato dalla Sig.ra Agnese Piraino) salvo poi restituirgliela, diversi mesi dopo (come si vedrà a breve), negando -in malo modo- l’esistenza di agende rosse.

  • P.M. Dott. LUCIANI – Questa circostanza che ora le leggo. Le ho già menzionato l’articolo apparso (…) sul settimanale “Esse”.
  • TESTE CANALE C. – Sì.
  • P.M. Dott. LUCIANI – In quella circostanza lei, è un virgolettato, quindi volevo capire se è… ma poi, diciamo, sul punto lei è stato anche specificamente sondato da questo ufficio, lei dice, o meglio, almeno è riportato virgolettato, quindi dovrebbero essere le sue parole: “Arnaldo La Barbera mi ha detto che la borsa è andata distrutta…”
  • TESTE CANALE C. – E’ così.
  • P.M. Dott. LUCIANI – “…disse a Canale la signora Agnese Borsellino”. E infatti sul punto lei viene escusso il 13 novembre del 2012 dalla Procura di Caltanissetta e anche in quella sede lei dichiara: “Sul punto confermo sostanzialmente, il contenuto di quanto riferito nell’intervista, precisando che la notizia secondo cui Arnaldo La Barbera aveva detto che la borsa era andata distrutta è stata da me appresa da Agnese Borsellino…”
  • TESTE CANALE C. – Sì.
  • P.M. Dott. LUCIANI – “…che me lo disse pochi giorni dopo il 19 luglio del ’92”.
  • TESTE CANALE C. – Sì.
  • P.M. Dott. LUCIANI – Glielo leggo perché, diciamo, lei l’ha posta in forma dubitativa ora.
  • TESTE CANALE C. – Sì, sì, ma io credo… credo di aver detto questo.
  • P.M. Dott. LUCIANI – Qua è assertivo, invece.
  • TESTE CANALE C. – Io credo di aver detto questo. Io confermo integralmente questo, cioè perché io quando… quando ho avuto l’opportunità di parlare con Agnese Borsellino, lei immagini l’indomani cosa c’era a casa.

Dunque, si può affermare[…] che l’istruttoria dibattimentale ha fatto emergere le persistenti zone d’ombra sull’argomento, anche per le notevoli ambiguità e la scarsa linearità di alcuni dei testimoni assunti, sovente in contraddizione reciproca fra loro.  Non sono stati ancora raccolti elementi chiarificatori in grado di dipanare, in maniera definitiva, la matassa relativa alle modalità della sparizione dell’agenda rossa del Magistrato (certamente non sottratta da appartenenti a Cosa nostra), che si sarebbe rivelata di fondamentale importanza per lo sviluppo delle indagini sulle vicende stragiste.

Tuttavia, alcuni dati possono senz’altro esser affermati, alla luce delle emergenze istruttorie:

già nell’immediatezza della strage, attorno all’automobile blindata del Magistrato ucciso, vi erano una pluralità di persone in cerca della sua borsa e di quello che la stessa conteneva, ivi compresi alcuni appartenenti ai Servizi Segreti;

chi notava detta presenza di quella “gente di Roma” (oggettivamente anomala, se non altro per i tempi), non riteneva di riferire alcunché ai propri superiori gerarchici od ai Pubblici Ministeri (la circostanza, come detto, veniva affermata dal Sovrintendente Maggi, per la prima volta in assoluto, nel dibattimento di questo processo, oltre vent’anni dopo i fatti; anche il Vice Sovrintendente Garofalo veniva sentito, per la prima volta, dalla Procura di Caltanissetta, nell’anno 2005);

ai familiari di Paolo Borsellino non veniva mai notificato alcun verbale di sequestro della borsa del loro congiunto ed alla vedova veniva mentito, considerato che il dottor Arnaldo La Barbera le diceva che detta borsa era andata distrutta nella deflagrazione, sebbene risulti (come detto) che il reperto giungeva nell’ufficio del Dirigente della Squadra Mobile di Palermo già nel pomeriggio del 19 luglio 1992;

chi portava la borsa nell’ufficio del Dirigente della Squadra Mobile di Palermo, non riteneva di dover fare alcuna relazione di servizio (almeno fino a cinque mesi dopo), né di dover far rilevare che vi erano degli appartenenti ai Servizi Segreti sullo scenario della strage;

alcuni mesi dopo la strage, il dottor Arnaldo La Barbera riteneva di recarsi, personalmente, a casa della Sig.ra Agnese Piraino, per la restituzione della borsa del marito, che avveniva in maniera irrituale e frettolosa (ancora una volta, non veniva redatto alcun verbale, né consta alcuna relazione di servizio);

in detta occasione, innanzi alla richiesta della figlia, Lucia Borsellino, di riavere indietro anche l’agenda rossa del padre (non presente fra gli altri suoi effetti personali, dentro la borsa), il Dirigente della Squadra Mobile di Palermo, con un atteggiamento infastidito e sbrigativo, affermava, in maniera categorica (ed apodittica), che non esisteva alcuna agenda rossa da restituire;

a fronte dell’insistenza della ragazza (che usciva persino dalla stanza, sbattendo la porta), il dottor Arnaldo La Barbera, con la sua voce roca, diceva alla vedova che sua figlia necessitava di assistenza psicologica, in quanto “delirava” [Cfr. deposizione di Lucia Borsellino, nel verbale d’udienza dibattimentale del 19 ottobre 2015, pagg. 58 s:

TESTE L. BORSELLINO – Sì, disse proprio… non era stata per niente contemplata l’ipotesi che potesse esserci un altro… un altro oggetto, per cui, al mio insistere, mi fu detto addirittura che deliravo.] o “farneticava” [Cfr. deposizione di Manfredi Borsellino, nel verbale d’udienza dibattimentale del 19 ottobre 2015, pagg.156:

TESTE M. BORSELLINO – Ma io mi riferisco al modo con cui si rivolse soprattutto a mia sorella e poi a noi tutti, sostenendo che farneticava, sostenendo che si stava inventando lì per lì il discorso dell’agenda rossa quasi per farle… per fargli perdere tempo. Cioè lui ha avuto… lui, sostanzialmente, non era venuto per acquisire informazioni, per avere dei colloqui investigativi, che in quel momento penso fosse il minimo dovere avere con la moglie e con i figli di Paolo Borsellino, cioè lui è venuto là semplicemente per liberarsi del… della borsa e del contenuto che… di cui riteneva di potersi liberare, cioè che non aveva rilevanza investigativa per lui e… e andarsene (…).].

Un atteggiamento, questo, che rivelava non solo una impressionante insensibilità per il dolore dei familiari di Paolo Borsellino, ma anche una aggressività volta a mascherare la propria evidente difficoltà a rispondere alle domande poste, con grande dignità e coraggio, da Lucia Borsellino, nel suo forte e costante impegno di ricerca della verità sulla morte del padre. A CURA DELL’ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA 14.7.2021 – Borsellino Quater


La borsa del magistrato ricompare sul divano di Arnaldo La Barbera  A CURA DELL’ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA 17 luglio 2021 – Borsellino Quater     Il sovrintendente della Polizia di Stato Francesco Paolo Maggi consegnava la borsa al proprio superiore gerarchico, il dottor Fassari della sezione omicidi, che teneva la borsa del giudice fino a quando, ad un certo punto, rivedendo il sottoposto, gli ordinava di portarla subito negli uffici della Squadra Mobile. Così faceva Maggi, che la portava dentro l’ufficio di Arnaldo La Barbera, lasciandola sul divano dell’ufficio Un altro contributo alla ricostruzione della vicenda in esame, difficilmente compatibile con tutti quelli sopra analizzati, veniva fornito con la deposizione (in parte già anticipata) di Francesco Paolo Maggi, Sovrintendente della Polizia di Stato, in servizio alla Squadra Mobile di Palermo. Il poliziotto era uno dei primissimi rappresentanti delle forze dell’ordine ad intervenire in via D’Amelio ed arrivava sul posto, con il funzionario di turno (dottor Fassari della Sezione Omicidi), con l’automobile di servizio (fondendone il motore), appena una decina di minuti dopo la deflagrazione. Al momento del suo arrivo, il poliziotto notava l’Agente Antonio Vullo, unico superstite fra gli appartenenti alla scorta del dottor Paolo Borsellino, in evidente stato di shock, seduto sul marciapiede, con il capo fra le mani. Il poliziotto, dunque, confidando di poter trovare qualcun altro ancora in vita, si faceva strada fra i rottami, entrando nella densa colonna di fumo che avvolgeva i relitti, mettendo un panno bagnato sul naso. Purtroppo, era subito evidente che non c’era più nulla da fare, né per il Magistrato, né per gli altri colleghi della scorta: i corpi, infatti, erano tutti carbonizzati ed orrendamente mutilati. I resti del dottor Paolo Borsellino erano riconoscibili solo dai tratti somatici del viso e dai baffi. I resti di Claudio Traina erano finiti addirittura sull’albero rampicante che si trovava all’ingresso dello stabile di via D’Amelio, mentre Eddie Walter Cosina era carbonizzato dentro l’automobile. I resti di Emanuela Loi erano riconoscibili unicamente per un seno rimasto intatto, mentre i resti delle altre due vittime della Polizia di Stato, vale a dire Agostino Catalano e Vincenzo Li Muli erano irriconoscibili. Il Sovrintendente Maggi si metteva alla ricerca di eventuali tracce o reperti, anche scavalcando un muretto di recinzione posto alla fine (del lato chiuso) della via D’Amelio. Nel frattempo, le ambulanze prestavano i soccorsi ai feriti ed i Vigili del Fuoco spegnevano i focolai d’incendio. Uno di questi interessava proprio la Croma blindata del Magistrato. Mentre si diradava il fumo, si potevano notare quattro o cinque persone, vestite tutte uguali, in giacca e cravatta, che si aggiravano nello scenario della strage, anche nei pressi della predetta blindata: si trattava, a dire del teste (come già anticipato nel precedente paragrafo), di appartenenti ai Servizi Segreti, alcuni dei quali conosciuti di vista da Maggi e già notati a Palermo, presso gli uffici del Dirigente della Squadra Mobile, anche in occasione delle indagini sulla strage di Capaci (come detto, la circostanza, prima della deposizione dibattimentale era assolutamente inedita, nonostante le diverse audizioni precedenti del teste, in fase d’indagine preliminare). Un vigile del fuoco, non meglio identificato (dell’età di circa quarant’anni), seguendo le disposizioni di Maggi, spegneva il focolaio d’incendio che interessava la Fiat Croma blindata, che aveva già lo sportello posteriore sinistro aperto. Il fuoco cominciava ad attingere anche la borsa che era all’interno dell’abitacolo, in posizione inclinata, fra il sedile anteriore del passeggero e quello posteriore. La borsa, bruciacchiata ma integra, veniva prelevata (quasi sicuramente) dal predetto vigile del fuoco, che la passava a Maggi. Nei pressi non vi era il dottor Giuseppe Ayala (pure notato e riconosciuto dal teste, prima di allontanarsi dalla via D’Amelio). Il poliziotto poteva constatare che la borsa era piena, anche se non ne controllava il contenuto all’interno. Maggi consegnava la borsa al proprio superiore gerarchico, rimasto all’inizio della Via D’Amelio (lato via Dell’Autonomia Siciliana) a comunicare, via radio, con gli altri funzionari. Quest’ultimo funzionario (trattasi del menzionato dottor Fassari della Sezione Omicidi) teneva la borsa del Magistrato fino a quando, ad un certo punto, rivedendo il sottoposto, gli ordinava di portarla subito negli uffici della Squadra Mobile (“Ancora qua sei? -dice- Piglia ‘sta borsa e portala alla Mobile”). Così faceva il Maggi, che la portava dentro l’ufficio del dottor Arnaldo La Barbera (dove entrava con l’aiuto dell’autista del dirigente), lasciandola sul divano dell’ufficio. Si riporta, qui di seguito, uno stralcio della relativa deposizione, dalla quale risulta anche che la relazione di servizio sulla propria attività di polizia giudiziaria (come appena visto, tutt’altro che secondaria), veniva redatta soltanto 5 mesi più tardi, su esplicita richiesta del dottor Arnaldo La Barbera ed unicamente in vista dell’audizione (pochi giorni dopo) del teste davanti al Pubblico Ministero di Caltanissetta, dottor Fausto Cardella:


  • […] P.M. Dott. GOZZO – Perfetto. E allora, la prima domanda che le vorrei fare, perché adesso vorrei che… lei già ha dato, diciamo così, una prima descrizione dei fatti come li ricorda. Io le volevo chiedere, ma è un dato, diciamo, che salta agli occhi: questa nota ha una data, che è quella del 22 dicembre del 1992, stiamo parlando del 21 dicembre 1992, stiamo parlando, quindi, di -mi scusi- cinque mesi dopo i fatti. Può specificare alla Corte per quale motivo venne fatta questa relazione (….) tutto questo tempo dopo?
  • TESTE MAGGI F.P. – …al momento poi io subentrai a far parte del gruppo di lavoro Falcone – Borsellino, che è stato instaurato. ‘Sta relazione non so perché non… non la feci al momento, l’ho fatta successivamente e la consegnai al dottor La Barbera personalmente, il capo della…
  • P.M. Dott. GOZZO – Ecco, infatti, questa è un’altra cosa che le volevo chiedere: la relazione è diretta al signor dirigente della Squadra Mobile sede. Ebbe una richiesta in questo senso da parte del dottore La Barbera?
  • TESTE MAGGI F.P. – Una richiesta in che senso? Mi scusi.
  • P.M. Dott. GOZZO – Una richiesta di redigere dopo tutti questi mesi, insomma…
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, magari lui si… si incavolò su questa cosa, dice: “Come mai ancora non l’hai fatta la relazione?” “Dottore, fra una cosa e un’altra mi… non l’ho fatta”, mi… mi giustificai così.
  • P.M. Dott. GOZZO – E si ricorda, appunto, quali erano i motivi per cui le venne chiesta la relazione? Si ricorda se in quei giorni…?
  • TESTE MAGGI F.P. – E perché dovevo essere sentito a… al tempo mi sentì il dottor Garofalo, mi pare, se non…
  • P.M. Dott. GOZZO – Il dottore Cardella.
  • TESTE MAGGI F.P. – Cardella, mi scusi, Cardella.
  • P.M. Dott. GOZZO – Quindi doveva essere sentito il 29 dicembre dal dottore Cardella. (…) Quindi fu questo il motivo.
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, sì.
  • P.M. Dott. GOZZO – E il dottore La Barbera lo sapeva, evidentemente, e quindi…
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, esatto.
  • P.M. Dott. GOZZO – …le chiese di fare questa relazione.
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì. […]

Lucia Borsellino: “L’agenda rossa : quella mattina ho visto mio padre metterla in borsa”  – VIDEO


 

Dopo la strage – ha spiegato Lucia Borsellino – la borsa ci venne riconsegnata dal questore Arnaldo La Barbera, ma mancava l’agenda rossa. Mi lamentai subito della mancanza di quell’agenda rossa. Ho avuto una reazione scomposta. Me ne andai sbattendo la porta. Chiesi con vigore che fine avesse fatto la borsa e La Barbera, rivolgendosi a mia madre, le disse che probabilmente avevo bisogno di un supporto psicologico perché era particolarmente provata. Mi fu detto che deliravo. La Barbera escludeva che l’agenda fosse nella borsa”. Sulla scomparsa del diario di Borsellino è già stato celebrato a Caltanissetta un processo (concluso con l’assoluzione) a Giovanni Arcangioli, il carabiniere immortalato pochi attimi dopo la strage mentre si muove in via d’Amelio con in mano la borsa del giudice.

Lucia BORSELLINO: «Vent’anni fa con mio fratello andammo a consegnare l’unica agenda rimasta a casa, quella grigia dell’Enel, l’unico documento in cui si evince che mio padre incontrò l’onorevole Mancino e qualcun altro. Quella testimonianza sarebbe divenuta verità processuale se solo allora fosse stata depositata agli atti dalla procura di Caltanissetta.
Quell’agenda l’andai a consegnare personalmente, un commesso me la stava sottraendo dalle mani perché fosse messa agli atti. Chiesi che venissero fatte le fotocopie davanti a me, pagina per pagina, e me le sono portate a casa.
Ricordo dei volti quasi infastiditi. Quando Arnaldo La Barbera venne poi a casa mia a consegnare la borsa di mio padre ho scoperto, dopo vent’anni, che questa consegna non era stata verbalizzata agli atti. E quando l’aprii e vidi che non c’era l’agenda rossa che ho visto aprire e chiudere da mio padre quella mattina del 19 luglio, perché dormivo nel suo studio, dissi: “Come mai questa agenda non è presente?”
Mi risposero: “Ma di quale agenda sta parlando?”.
Ho sbattuto la porta e La Barbera ebbe il coraggio di dire a mia madre: “Faccia curare sua figlia perché sta male, sta vaneggiando”.
Io queste cose le ho raccontate alla Procura di Caltanissetta. E dopo vent’anni sono tornata lì e non c’era nulla, non c’era una traccia nei verbali».   
da “La Repubblica” del 20 giugno 2014


La borsa di Paolo Borsellino e  la storia di una foto rimasta senza risposte. Strage di Via D’Amelio: “ero il primo fotografo ad arrivare sul luogo…”  Ero li. Il chilometro che mi separava dal luogo dove avevo lasciato l’auto le feci tutto di corsa. Ero il primo fotografo ad arrivare sul luogo di quella strage. E traguardavo attraverso il mirino della mia fotocamera. Sapevo già cose era accaduto e l’adrenalina non mi faceva sentire la fatica e mi controllava le emozioni. Ero abituato a scene raccapriccianti e sapevo come fare per mantenere il sangue freddo e la mente lucida, quello fu uno dei miei primi scatti. Lo vidi, lui era li. Si allontanava dal luogo dell’esplosione. Era un capitano dei Carabinieri che conoscevo bene. Giovanni Arcangioli si chiamava. Ci conoscevamo perché spesso ci vedevamo nei luoghi dei tanti omicidi di mafia che in quegli anni insanguinavano le strade di Palermo. Mi favoriva, ci rispettavamo, ognuno per i suoi ruoli. Mi colpì quel “fratino” (una specie di giubbino smanicato) azzurro. Un colore troppo sgargiante e troppo delicato in quella scena di guerra, Si di guerra, perché sembrava di essere in Libano, dove in quegli anni le auto bomba erano la norma. Scattai quella foto, perché dopo, a cose fatte volevo fargliela avere per poterlo un po’ prendere in giro e dirgli: “perché indossavi quel fratino di quello strano colore così fuori contesto?” Passai avanti, e avanti vidi l’inferno. Camminavo su pezzi di carne e non me ne rendevo conto. Sulle narici tanfo pungente di bruciato, di gasolio e di morte. Mi scordai di quel capitano e mi gettai in apnea in quello che doveva essere un servizio fotografico molto professionale da offrire alle redazioni dei giornali. Quello feci, e lo feci meccanicamente ma lucidamente. Fotografare, registrare e documentare quell’orrore. Il resto è quello che immaginate faccia un fotoreporter: va in agenzia, sviluppa i rullini, stampa le foto e le porta in redazione. Furono giornate intense passate tra Palermo e Milano, a vendere fotografie. Poi i funerali, altro capitolo doloroso, poi le varie passerelle dei potenti, poi il silenzio. Un silenzio durato anni, decenni. Tutto archiviato, passato, fagocitato da altri avvenimenti non meno importanti. La rivalsa dello Stato contro i mafiosi. Che ci fu, caspita se non ci fu! Poi vennero gli anni duemila, cominciava a prendere piede la rivoluzione digitale. Si cominciava a scannerizzare tutti gli avvenimenti importanti degli anni precedenti. E toccò anche ai fotogrammi più interessanti della strage di via d’Amelio. Con il lentino di ingrandimento guardavo quei vecchi fotogrammi, e lo vidi, anzi lo rividi quel capitano con quel fratino azzurro. Ma che cosa stringe sulla mano sinistra? Una borsa? Come una borsa? Tutti in quegli anni cercavano l’agenda rossa che quella borsa che avrebbe contenuto. Ed io avevo davanti un fotogramma che mi diceva chiaramente chi aveva preso quella borsa. “Arcangioli!” mi dissi. Lui prese la borsa. Bingo! Avevo uno scoop. Feci vedere quello scatto al mio socio, Michele Naccari, che rimase esterrefatto! “Arcangioli aveva preso la borsa di Borsellino?” Vendiamoci la foto, e a caro prezzo! Tramite colleghi fidati contattammo varie redazioni e proponemmo quello scoop. Eravamo in trattative sia con l’Espresso che con Panorama. Fino a quando un collega giornalista ci vendette. A chi? Ma alla procura della Repubblica! Raccontò al Procuratore che c’era un fotografo che aveva uno scatto importante per risalire all’agenda rossa. Lo seppi perché in piena trattativa con quei rotocalchi cinque agenti della Direzione investigativa antimafia bussarono alla porta di Studio Camera, la mia agenzia di fotogiornalismo. “Buongiorno Franco – mi conoscevano, e io li conoscevo – tu hai una foto che ci interessa“. Mi arresi subito e annuii: “si, so di cosa parlate”. Gli consegnai lo scatto in questione. Da li partì tutto. Tutta la fase istruttoria che portò all’incriminazione di quel capitano, ormai divenuto colonnello, e che comunque, mistero, non portò a nulla. Arcangioli fu assolto in tutti i gradi di giudizio perché il fatto non sussiste, e dell’agenda rossa, come sappiamo nessuna traccia. Attendo ancora di poter regalare a quell’ufficiale dei carabinieri quello scatto, e di consigliargli la prossima volta che deve andare per servizio sul luogo di una strage, di vestire in maniera più consona e discreta. Chissà, forse un giorno.  IL SALTO DELLA QUAGLIA  Franco Lannino19 Luglio 2020