PROCESSO DEPISTAGGIO – NEWS 2020

 18.12.2020  – depistaggio Via D’Amelio – Intervista completa all’Avv. Rosalba Di Gregorio


14.12.2020 – Depistaggio via d’Amelio, Mancino e la reticenza dei ”non ricordo” L’avvocato Repici chiede la trasmissione in Procura del verbale della testimonianza dell’ex ministro. Per la prima volta sentito in aula anche il generale Borghini Quando fu chiamato a deporre nel processo Borsellino quater Nicola Mancino era un imputato di reato connesso, accusato di falsa testimonianza a Palermo nel processo per la trattativa Stato-mafia, e scelse di avvalersi della facoltà di non rispondere”Ora che da quell’accusa è stato definitivamente assolto, in quanto né la Procura di Palermo né la Procura generale ha appellato per la sua posizione la sentenza pronunciata dalla Corte d’assise, lo step successivo, “complice” a suo dire il lungo lasso di tempo trascorso da certi fatti, è quello del ricorso quasi sistematico ai “non ricordo”. L’ex ministro è stato sentito come testimone al processo sul depistaggio sulla strage di via d’Amelio che vede imputati i tre poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra. Una testimonianza al termine della quale Fabio Repici, legale di parte civile di Salvatore Borsellino, ha chiesto ufficialmente al Tribunale la trasmissione in Procura dei verbali della deposizione. E il Presidente del Tribunale Francesco D’Arrigo si è riservato di decidere sul punto. “Dico non ricordo”. L’ex ministro degli Interni, sentito in videoconferenza, più volte ha mostrato una certa insofferenza nel rispondere alle domande dell’avvocato, come quando ha fatto presente di aver depositato tre volumi della propria attività di ministro al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia (“Se ritiene ne può fare richiesta presso la Procura della Repubblica di Palermo. E’ pubblico e può essere letto in udienza a prescindere dall’udienza del testimone qui presente. Non mi può dire niente. Io ho fatto quella dichiarazione e mi riporto a quella dichiarazione”). Una visione distorta del compito che ogni cittadino, ancor di più se ha avuto un ruolo istituzionale, dovrebbe avere. Evidentemente c’è un certo fastidio nel salire sul banco dei testimoni. Fastidio ingiustificato se l’idea è quella di offrire un contributo di verità su quella terribile stagione di bombe. Uno dei temi affrontati durante l’esame, ovviamente, il famoso incontro del primo luglio con il giudice Paolo Borsellino. “Aveva mai visto una sua immagine in tv o sui giornali?” ha immediatamente chiesto Repici. “Io all’epoca ho detto di non ricordare. Come posso oggi dire che ricordo? Ho detto di no ed oggi non posso dire di sì” ha risposto l’ex Presidente del Senato, dimostrando la propria insofferenza. Quindi ha aggiunto: “Non ho mai avuto contatti con lui, non lo conoscevo e non avevamo mai avuto rapporti – ha dichiarato – Ci siamo limitati solo a una stretta di mano il giorno in cui mi insediai come ministro. Ma non ci siamo parlati”. In quel giorno, al Viminale, è certo, si recarono in tanti. Ma anche in questo caso i ricordi sono stati ad intermittenza. “C’erano molte persone quel giorno che volevano congratularsi con me per la mia nomina. Io non conoscevo fisicamente il dottor Borsellino. Poi ho potuto dire, solo a distanza di tempo, che lo avevo incontrato solo perché il capo della Polizia mi aveva detto che, dovendo andare al Viminale, si poteva approfittare della sua visita per salutare il Ministro dell’Interno. Borsellino era accompagnato da Vittorio Aliquò ma questo l’ho saputo dopo. Chi era presente? Non ricordo. Erano tanti che volevano congratularsi col ministro. C’era una folla notevole, parecchi amici, funzionari, persone che facevano politica, altre persone interessate a conoscere il ministro”. Alla richiesta di riferire qualche nome dei presenti, o a chi diede l’incarico di dirigere la propria segreteria, però, la risposta è stata sempre la stessa: “Non ricordo”. Però l’ex ministro ha ricordato altre cose, come l’esser stato a Palermo tra il 5 ed il 7 luglio per incontrare i Prefetti e gli appartenenti alle Forze di Polizia; l’incontro con il cognato di Falcone, Alfredo Morvillo; e lo scambio di battute con Parisi “sulla necessità di catturare Totò Riina”. Poi il solito mantra per ricordare le proprie attività parlamentari in favore del 41 bis. Durante la deposizione Mancino ha anche raccontato un dettaglio in riferimento ad un incontro avuto con l’ex Sisde Bruno Contrada. Ciò non sarebbe avvenuto il giorno dell’insediamento, ma a dicembre: “Ho incontrato Bruno Contrada solo una volta, per un saluto, alla vigilia di natale del 1992, quando ero ministro dell’Interno. Mi disse ‘Io non sono responsabile delle accuse che mi vengono mosse’ e io gli augurai che potesse venir fuori la verità. Se mi disse che l’autorità giudiziaria lo stava indagando? Non lo ricordo. Dico di no”. Quell’incontro, a detta del teste, fu promosso dal Capo della Polizia Parisi (“Mi disse che Contrada voleva parlarmi”). Certo è che Contrada fu arrestato nel Natale 1992. Sulla propria nomina a ministro degli Interni Mancino ha dichiarato che nessuno parlò con lui, parlamentare e membro della Prima commissione degli affari Costituzionali, della designazione. Quindi ha escluso che qualcuno gli abbia chiesto la disponibilità a ricoprire quel ruolo tanto da averlo appreso “solo nel momento in cui fui incaricato”. Poi ancora ha aggiunto di non aver mai conosciuto l’allora capo della squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera e di non essere mai stato coinvolto dall’allora ministro della Giustizia Giovanni Conso in materia di applicazione dei decreti del 41bis. Altri argomenti “caldi” il rapporto con Martelli (“Non sempre ci siamo incontrati nella trascrizione delle versioni… Certo che non ho avuto trattamenti di buona collaborazione da parte di Martelli…”) e la natura delle fonti da cui ricavò le informazioni sul dualismo tra Riina e Provenzano e sulla imminente cattura di Totò Riina, così come disse nel dicembre 1992 come riportato dal Giornale di Sicilia (“L’intento di catturare Riina non è un intento astratto ma è obiettivo concretamente perseguibile. Si deve perseguire con tenacia questo obiettivo, prefetto Parisi, attraverso l’impegno quotidiano delle energie migliori che dispongano ogni mezzo di indagine (…) La mafia sta cambiando. Forse è alla vigilia di una scissione come quella che spaccò la Camorra indebolendola”). Come aveva appreso quelle informazioni? “Io ho sempre sostenuto che bisognasse liberarsi di Riina con l’arresto. Non ricordo. Non sarei stato così imprudente da annunciarla. La spaccatura? Se ne parlava sui giornali. I quotidiani ne parlavano spesso” ha ribadito il teste. Quando fu sentito in Commissione antimafia, l’8 novembre 2010, disse di essere stato consapevole, già nel 1992, di una spaccatura tra l’ala stragista di Cosa nostra di Riina e quella moderata di Provenzano e disse anche che potrebbe averlo saputo dai due maggiori responsabili della Dia del tempo: De Gennaro ed Arlacchi. Tuttavia è noto che il dato, in quel momento, non era noto da quegli organi giudiziari e che l’unica fonte che aveva paventato una possibilità simile era Vito Ciancimino, l’ex sindaco mafioso di Palermo, che fu contattato dal Ros. Ma Mancino di quella vicenda non ha mai riferito nulla. La testimonianza di Borghini. Altro audito nell’udienza di venerdì, per la prima volta in un processo sulla strage di via d’Amelio, è stato il generale Emilio Borghini, oggi in pensione e al tempo Comandante del gruppo carabinieri Palermo uno. Una testimonianza resasi necessaria dopo che lo stesso era stato individuato in un video da Angelo Garavaglia Fragetta (agenda rossa e collaboratore di Salvatore Borsellino). Nelle immagini di quel 19 luglio 1992 lo si vede lasciare l’auto di servizio in via Autonomia Siciliana per dirigersi a piedi, tra idranti, fumo e macerie, verso la Croma blindata di Paolo Borsellino, saltato in aria con i cinque agenti di scorta poco tempo prima. L’orario del suo arrivo, calcolato misurando l’ombra del sole sul muro del palazzo di via D’Amelio, è quello delle 17.28. Un’ora contestuale a quei frame, registrati pochi minuti dopo, in cui compare l’allora capitano Giovanni Arcangioli mentre si allontana dal luogo dell’esplosione, con la borsa del giudice assassinato in mano, per dirigersi verso via Autonomia Siciliana. Rispondendo alle domande di Repici ha ricordato quanto vissuto il giorno dell’attentato: “Mi trovavo nella mia abitazione, vicino al Teatro Massimo. Sentii l’esplosione molto forte e da quel momento fu un susseguirsi di telefonate. Mi recai in via d’Amelio oltre mezz’ora dopo l’esplosione”. Una volta giunto sul luogo “c’era una devastazione totale. C’era molta confusione, sembrava un evento post bellico. In vent’anni successivi di servizio, mai visto una cosa del genere. C’era sgomento. C’era un’area a sinistra con i muri distrutti, carcasse di auto e molta acqua a terra. Una parte centrale dove c’erano uomini della polizia, carabinieri e guardia di finanza. C’erano molte persone ma non in divisa. Sulla destra persone attonite, vestite anche in maniera elegante e magistrati”. Rispetto alle gerarchie all’interno del reparto operativo e quelle che erano le funzioni di polizia giudiziaria Borghini ha riferito che il responsabile “era il maggiore Marco Minicucci che collaborava con il capitano Arcangioli (colui che compare in immagini e video con in mano la borsa di Borsellino, ndr), quel giorno di turno al nucleo operativo. Ricordo di aver incrociato a piedi Arcangioli. Non ricordo se avesse qualcosa in mano, ma aveva un abbigliamento estivo, poco formale”. Borghini, che in alcune immagini appare vicino al capitano dei carabinieri, ha riferito di non aver parlato con Arcangioli in quel giorno (“Tra me e lui c’erano tre livelli gerarchici, ma se non ricordo male era alle dipendenze di un soggetto che poi andò al Ros, credo che si chiamasse De Donno”). Non solo. Non avrebbe parlato con nessuno del personale operante nel luogo della strage. Una scelta precisa (“E’ opportuno lasciare lavorare le persone nelle loro sfere di competenza”). Così sarebbe rimasto in disparte, con il cellulare in mano, per rispondere alle continue telefonate ricevute. Tra le persone che riconobbe in quel giorno vi era anche Giuseppe Ayala, ex magistrato che del prelievo della valigetta in pelle dall’auto carbonizzata di Borsellino ha fornito diverse ricostruzioni contrastanti. Nel proseguo dell’esame Borghini ha anche ricordato quel che avvenne il giorno dopo l’attentato: “Ci fu una scelta di campo istituzionale. In queste indagini il ruolo principale spettava di diritto alla Polizia di Stato perché colpita nella strage con gli uomini della scorta. Poi la scelta cadde sul Ros e sulla Dia e sostanzialmente il mio Comando, non dico che fu estromesso, ma si dedicò alla gestione ordinaria. E Minicucci mi disse che avevano provveduto ad inviare l’attività di reperimento alla Procura della Repubblica”. Il processo è stato poi rinviato al prossimo 15 gennaio quando sarà sentito l’ultimo teste delle parti civili, Don Franco Neri. Successivamente, a partire dal 22, sarà la volta dei tre poliziotti imputati.  Aaron Pettinari 14 Dicembre 2020 ANTIMAFIA DUEMILA


 9.10.2020  Depistaggio Borsellino, Fiammetta all’attacco: “Indagini fatte male, archiviazione sui pm prematura”


21.10.2020 DEPISTAGGIO BORSELLINO / PALMA E PETRALIA, SI ARCHIVIA TUTTO?La figlia del giudice trucidato, Fiammetta Borsellino, ha più volte puntato l’indice contro i tre magistrati: Palma, Petralia e Di Matteo. Una delle più brutte pagine della nostra storia. La strage di via D’Amelio dove persero la vita Paolo Borsellino e la sua scorta. E poi il vergognoso depistaggio di Stato, che ha impedito – fino ad ora – di scoprire i killer e i mandanti, rimasti sempre a volto coperto. Il 18 ottobre, infatti, è stata discussa al tribunale di Messina la richiesta di archiviazione presentata dalla procura per i magistrati Annamaria Palma e Carmine Petralia, indagati per calunnia aggravata nell’ambito dell’inchiesta per depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio. Il gip Simona Finocchiaro si è riservata la decisione sulla richiesta avanzata dalla procura di archiviare il fascicolo. Nel corso dell’udienza, i pm Vito Di Giorgio, procuratore aggiunto, e Liliano Todaro, sostituto della Direzione Distrettuale Antimafia, hanno illustrato una memoria integrativa alla richiesta di archiviazione. Già a giugno i due pm avevano chiesto di archiviare il tutto, non essendo – a loro parere – emerso nulla di rilevante sotto il profilo penale e tale da consentire di indagare ancora sui comportamenti tenuti da Palma e Petralia. Al centro di tutto il giallo del depistaggio c’è il teste taroccato Vincenzo Scarantino, le cui dichiarazioni hanno sviato il corso delle indagini, portando addirittura alla condanna di imputati del tutto innocenti per quella vicenda. E solo le successive verbalizzazioni di Giuseppe Spatuzza hanno permesso di accertare che Scarantino era un pentito del tutto fasullo e le sue verbalizzazioni costruite a tavolino da cima a fondo. Quali gli autori del taroccamento di Scarantino e, quindi, del depistaggio? Imputati, in un altro processo, i poliziotti che hanno fatto parte del team guidato dall’ex questore di Palermo Arnaldo La Barbera (che non può più difendersi dalle accuse perché è morto quindici anni). I quali però – di tutta evidenza – non potevano non eseguire ordini ricevuti. Da chi? Dal solo La Barbera che a questo punto avrebbe avuto l’ardire di agire in perfetta autonomia? La catena di comando, è ovvio, porta ai superiori, ossia ai magistrati che coordinavano all’epoca le indagini, quindi Palma e Petralia; ai quali, dopo alcuni mesi, si è aggiunto Nino Di Matteo, poi diventato un’intoccabile icona antimafia. O chi mai altro è intervenuto dall’alto? La figlia del giudice trucidato, Fiammetta Borsellino, ha più volte puntato l’indice contro i tre magistrati: Palma, Petralia e Di Matteo. Si riuscirà ad arrivare ai primi bagliori di luce? Stiamo adesso a vedere cosa decide il tribunale di Messina su quella richiesta di archiviazione .LA VOCE DELLE VOCI21.10.2020


12.10.2020 ”LA BORSA DI BORSELLINO FINITA NELLE MANI DI UN UFFICIALE DELL’ARMA’l racconto di Felice Cavallaro: “Ayala diede la borsa a un colonnello o a un maggiore”. Ma precisa: “Non era Arcangioli” Agenda rossa, Vincenzo Scarantino e la presenza di uomini in “giacca e cravatta” sul luogo dell’attentato. Sono questi i temi toccati nell’ultima udienza del processo sul depistaggio della strage di via d’Amelio che vede imputati i tre poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. In aula, a Caltanissetta, è stato sentito Felice Cavallaro, giornalista agrigentino del Corriere della Sera, nonché uno dei primi ad arrivare quel pomeriggio sul luogo dell’esplosione, come già aveva riferito in passato in altri processi sulla strage. Cavallaro il 19 luglio ’92 era a casa sua, a Palermo, in attesa del giudice Giuseppe Ayala il quale doveva occuparsi della prefazione del suo libro, quando udì il “sordo boato” provenire da via d’Amelio. “Arrivai sul posto in moto massimo 15 minuti dopo l’esplosione”. “Al mio arrivo – ha raccontato – vidi una scena apocalittica. Inciampai anche su resti umani. Alla fine mi ritrovai davanti all’auto blindata del giudice Borsellino ma senza sapere che fosse la sua”. In quegli istanti concitati, ha riportato il giornalista, “accadde una cosa un po’ singolare”. “La portiera della macchina era aperta, c’era la borsa di Borsellino poggiata sul pianale retrostante del sedile del guidatore. Un agente di polizia penso, o comunque un giovane delle forze dell’ordine in borghese – ha detto Cavallaro rispondendo alle domande dell’avvocato di parte civile Fabio Repici – prese la borsa che si trovava nel pianale tra il sedile anteriore e quello posteriore e stava per darla a me tanto che ne sfiorai il manico. E con uno sguardo quasi di sorpreso guardava Ayala come per dire ‘che facciamo?’. Forse pensava che io fossi uno della scorta di Ayala o un agente. Poi però – ha continuato nel suo racconto – arrivò un ufficiale dei carabinieri in divisa forse un colonnello o un maggiore ma certamente non un sottufficiale”. Felice Cavallaro ha detto di ricordare “che Ayala gli fece porgere (al giovane delle forze dell’ordine, ndrla borsa o gliela diede lui stesso. L’ultimo ricordo che ho di quella scena è la borsa finita nelle mani di questo ufficiale dei carabinieri, ma non ricordo cosa fece dopo”. A questo punto l’avvocato Fabio Repici ha chiesto se col passare degli anni avesse riconosciuto nei mezzi stampa l’uomo al quale venne ceduta la valigetta. Il giornalista ha detto di non averlo riconosciuto e che sicuramente non si trattava “trattava del capitano Giovanni Arcangioli la cui immagine con la borsa in mano ho rivisto molti anni dopo”.Scarantino e il presunto “giro in macchina” col capo della Mobile In aula è stato toccato anche il caso Scarantino, determinante ai fini del processo, e la sua detenzione. A sollevare il tema è stato l’avvocato di parte civile di Gaetano Scotto, Giuseppe Scozzola, che ha posto alcune domande precise al primo teste ascoltato in aula, Luigi Savina ex capo della Squadra Mobile di Palermo da settembre 1994 a luglio 1997. L’avvocato ha chiesto al dirigente se abbia mai avuto sopralluoghi serali con l’ex picciotto della Guadagna. Domanda al quale più volte Savina ha risposto in maniera negativa. A questo punto l’avvocato ha riportato alcune carte di un brogliaccio contenente una conversazione tra Scarantino e Savina. Si tratta di una telefonata avvenuta il 21 aprile 1995. Scarantino voleva parlare con il questore Arnaldo La Barbera che però non era presente e venne chiesto a Savina se potevo occuparsene vista la sua carica di capo della Squadre Mobile. Della vicenda aveva accennato poco prima in aula lo stesso Savina senza però approfondire. Quel giorno, ha detto Savina, “Scarantino tempestò di telefonate la questura”, anche se l’avvocato ha replicato che il 21 aprile è avvenuta solo quella telefonata. L’avvocato ha letto quindi alcuni passaggi delle trascrizioni della conversazione tra Savina e il falso pentito. “Scarantino chiama la questura e a un certo punto il centralino le passa Lei (Savina, ndr). Poi la conversazione prosegue e siccome – ha affermato l’avvocato – c’era stata la deposizione di Cancemi avviene un certo tipo di discorso e lei dice a Scarantino: ‘Se viene glielo posso accennare io a lui’”. E si parlava, ha sottolineato l’avvocato, “del problema di Cancemi”. “Poi Lei aggiunge ‘ci siamo anche conosciuti una sera, Lei non ricorderà, siamo usciti quando Lei era qua a Palermo una volta per un giro in macchina’”.E’ questo il passaggio contestato all’ex dirigente della sezione omicidi che però ha risposto dicendo trattarsi di una frase “probabilmente suggerita da un collega per tranquillizzare Scarantino” che , ha affermato, era “agitato”. Il legale di parte civile di Scotto quindi ha riportato altri passaggi di quella telefonata. “Ci volevo dire delle cose a livello di quello che ho sentito in televisione”, avrebbe detto Scarantino alla cornetta. “E lei – ha puntualizzato l’avvocato – pronuncia poi quella frase” alla quale, ha riportato l’avvocato, Scarantino ha risposto dicendo “ah, si”. L’avvocato quindi ha posto in aula una serie di osservazioni al teste. “Fino a quel momento Scarantino va solo ed esclusivamente alla ricerca del dottor La Barbera, perché il fatto di Cancemi, di cui parla Scarantino, e per il quale doveva essere tranquillizzato, è successivo. Quindi – ha dmandato Scozzola – quale motivo c’era di tranquillizzare Scarantino sino a quel momento? Per quale motivo gli si doveva dire sono uscito una sera in macchina con te per tranquillizzarlo”. “Non vedo logica”, ha osservato. “Mi è difficile ricostruire la vicenda”, è stata la risposta del teste chiedendo se sarà possibile poter ascoltare quella telefonata. “Ma continuo a escludere che sia uscito con Scarantino”.  Giacche e cravatte in via d’Amelio Durante l’udienza è stato sentito anche Francesco Maria Maggi, ex sovrintendente capo della Squadra Mobile di Palermo. Maggi, ha raccontato di essere arrivato sul luogo dell’attentato circa 10 minuti dopo lo scoppio della Fiat 126. A pochi minuti dal suo arrivo, circa 15 minuti dopo, “vidi 5 o 6 persone aggirarsi in giacca e cravatta. Presumo fossero uomini dei servizi, non erano di mia conoscenza. Dagli atteggiamenti sembravano poliziotti però. Penso che qualcuno l’ho riconosciuto dopo un po’ di tempo, erano persone che frequentavano la Squadra Mobile di Palermo”, ha detto Maggi facendo appello alla memoria spesso sollecitata dagli avvocati. “Tra questi c’erano uomini dello SCO”, ha detto. “Mi è parso subito strano. – ha concluso – Il fumo ancora non si era diradato e già c’erano queste persone. Mi strideva un po’ questa cosa”. In aula Francesco Maria Maggi ha parlato anche della borsa di Paolo Borsellino che lui stesso prelevò dalla macchina del giudice dopo 5 minuti dal suo arrivo. “Ho notato questa borsa nel sedile posteriore della Fiat Croma, nel lato destro. – ha raccontato – Allertai un vigile del fuoco di fare un getto d’acqua dentro la macchina perché la borsa stava prendendo fuoco. Con la borsa andai dal dottore Fassari che mi disse di andare immediatamente dalla Mobile e di portare la borsa al dottor La Barbera. La consegnai al suo autista, Sergio Di Franco. La consegna avvenne davanti l’uscio degli uffici di La Barbera”. Gli avvocati hanno chiesto all’ex sovrintendente della Squadra Mobile se fece una relazione di servizio di quel ritrovamento. “La feci nel dicembre del 1992 – ha affermato – me lo disse di fare il dottor La Barbera che mi rimproverò perché ancora non l’avevo fatta”. “La borsa – ha concluso rispondendo alle domande degli avvocati – la presi prima di aver notato la presenza di questi soggetti in giacca e cravatta”Antimafia Duemila Karim El Sadi 14 Ottobre 2020


12.10.2020  Felice Cavallaro: “Ufficiale carabinieri prese borsa giudice”  “Vidi una scena apocalittica. Inciampai anche su resti umani. Alla fine mi ritrovai davanti all’auto blindata del giudice Borsellino ma senza sapere che fosse la sua”. Lo ha riferito il giornalista Felice Cavallaro, ripercorrendo cio’ che accadde il 19 luglio 1992, quando arrivo’ in via D’Amelio.Deponendo davanti al Tribunale di Caltanissetta, nell’ambito del processo sul depistaggio delle indagini sulla morte del giudice Paolo Borsellino e che vede imputati tre poliziotti, Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Il giornalista ha detto di aver visto vicino alla macchina, l’ex pm, allora parlamentare, Giuseppe Ayala. “Un giovane delle forze dell’ordine in borghese – ha detto Cavallaro rispondendo alle domande dell’avvocato Fabio Repici – prese la borsa che si trovava nel pianale tra il sedile anteriore e quello posteriore e stava per darla a me. Forse pensava che io fossi uno della scorta di Ayala o un agente. Poi pero’ arrivo’ un ufficiale dei carabinieri in divisa e il mio ricordo e’ che Ayala gli fece porgere la borsa o gliela diede lui stesso. Escludo che si trattasse del capitano Arcangioli la cui immagine con la borsa in mano ho rivisto molti anni dopo”. STAMPA LIBERA


16.9.2020″Mafia: famiglia Borsellino diffida ex pentito, “fiducia in Paci”  La famiglia di Paolo Borsellino si scaglia contro l’ex pentito Vincenzo Calcara, autore di tre missive contro il pm Gabriele Paci, impegnato nella requisitoria al processo sul boss Matteo Messina Denaro. “Diffidiamo il signor Calcara dall’utilizzare strumentalmente qualunque riferimento alla vedova e ai figli del giudice Borsellino a sostegno di qualunque sua iniziativa e ribadiamo – dice l’avvocato Fabio Trizzino, legale dei familiari del giudice – la totale fiducia nei confronti della Procura di Caltanissetta e in particolare del dottor Gabriele Paci di cui in questi anni ha avuto modo di constatare una totale abnegazione e correttezza nella difficile ricostruzione e ricerca della verità sulla Strage che ha condotto alla morte del nostro congiunto, dottor Paolo Borsellino”. Nel carteggio, tra l’altro, l’ex pentito ricorda di aver iniziato la sua collaborazione con il magistrato Paolo Borsellino, affermando di essersi rifiutato di eseguire un attentato contro il giudice, ordinato da don Ciccio Messina Denaro, padre di Matteo. Paci aveva definito Calcara “uno di quelli che inquinavano i pozzi”. (AGI)


Tre missive scritte da un ex pentito contro i pm Gabriele Paci saranno trasmesse per competenza al Tribunale di Catania. Lo ha disposto la corte d’Assise di Caltanissetta nel processo in corso contro il latitante Matteo Messina Denaro, accusato di essere il mandante delle Stragi di Capaci e via d’Amelio. Il carteggio, composto da due lettere ed un esposto scritti dall’ex collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, è stato ricevuto dalla Corte presieduta dal giudice Roberta Serio, che ne ha dato notizia in apertura d’udienza senza acquisirlo agli atti del fascicolo. Il contenuto delle tre missive si riferisce alla requisitoria condotta dal procuratore aggiunto Paci, nel corso della quale definì l’ex pentito “uno di quelli che inquinava i pozzi’, riferendosi ad alcune omissioni riscontrate nei suoi verbali. “Le dichiarazioni del Calcara, in questo processo, sono già state valutate nel corso della requisitoria”, ha detto il pm che, dopo aver preso visione delle tre lettere, ha chiesto la trasmissione degli atti al Tribunale di Catania, competente per i fatti che riguardano i magistrati in servizio nel distretto di Caltanissetta. Nel carteggio, tra l’altro, l’ex pentito ricorda di aver iniziato la sua collaborazione con il magistrato Paolo Borsellino, confessando di essersi rifiutato di eseguire un attentato contro il giudice, ordinato da don Ciccio Messina Denaro. (AGI)



28.2.2020 – Caltanissetta, depistaggio Borsellino. Ufficiale Dia: “Telefonate Scarantino non registrate”– Le telefonate passate al setaccio dalla Dia di Caltanissetta ed effettuate dal falso collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino quando era nella localita’ protetta di San Bartolomeo al Mare, in Liguria, sono cinque. “Il 9 marzo del 1995 Scarantino chiama al centralino della questura di Palermo.La telefonata non viene registrata, come riporta l’operatore, per cause tecniche. Si sente solo che viene alzata la cornetta, viene digitato il suono di un tasto ma poi non si sente piu’ nulla. Questo silenzio dura 17 minuti”: ad affermarlo e’ stato il colonnello della Dia di Caltanissetta, Francesco Papa, chiamato a deporre nell’ambito del processo che si svolge a Caltanissetta, sul depistaggio delle indagini di via D’Amelio e che vede imputati tre poliziotti. “L’evento telefonico – spiega l’ufficiale della Dia rispondendo alle domande del pm Gabriele Paci – comincia alle 10.03 e si conclude alle 10.20. Non c’e’ in quei 17 minuti nessuna registrazione audio sulle bobine ma rimane la traccia magnetica degli impulsi che la macchina registra.L’8 marzo risulta invece che Scaratino chiama a Mario Bo per parlare di alcuni suoi problemi ma Bo gli dice di rivolgersi ad Arnaldo La Barbera. C’e’ poi una telefonata che Scarantino effettua il 3 maggio verso un’utenza in uso alla procura di Caltanissetta. La bobina non fa alcun giro. L’operatore scrive che per motivi tecnici la conversazione non e’ stata registrata perche’ la bobina non fa alcun giro. Subito dopo c’e’ una telefonata diretta a un’utenza in uso alla Palma che pero’ non viene registrata e dura 7 minuti.Altra telefonata il 4 maggio ad un numero in uso alla dottoressa Palma. Anche in questo caso non e’ stata effettuata la registrazione. Ultimo evento il 22 giugno. Telefonata effettuata da Scarantino verso un’utenza in uso alla procura della durata di nove minuti. C’e’ pero’ un guasto tecnico che viene riportato dall’operatore per cui la conversazione non viene registrata”. IL FATTO NISSENO


20.2.2020 – Scarantino e le indagini fatte male, i mille dubbi della Boccassini – L’ex procuratore aggiunto di Milano, da poco in pensione, chiamata a testimoniare al processo sul depistaggio di via D’Amelio che si sta celebrando a Caltanissetta. “Il sopralluogo a Capaci era stato fatto male”, “su Scarantino ho avuto dubbi fin dall’inizio”, “In via D’Amelio all’inizio lavorammo alla pista del telecomando azionato dal castello Utveggio” e ancora “arrivai a Caltanissetta e l’allora procuratore Tinebra mi disse: queste sono le carte, arrangiati”. E’ un fiume in piena Ilda Boccassini, ex procuratore aggiunto di Milano, da poco in pensione, chiamata a testimoniare al processo sul depistaggio di via D’Amelio che si sta celebrando a Caltanissetta in cui sono imputati tre poliziotti Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di calunnia aggravata in concorso. “Quando arrivai come pm applicato alla Procura di Caltanissetta, la prima decisione fu quella di rifare il sopralluogo a Capaci, perché leggendo le carte, e non solo la ricostruzione, mi resi conto che era stato fatto male. Mancava una regia”. L’ex procuratore aggiunto è collegato in video conferenza da Milano per problemi di salute. Risponde alle domande del procuratore aggiunto di Caltanissetta Gabriele Paci e sta ripercorrendo il periodo in cui è stata applicata alla procura nissena dopo le stragi. “Per il nuovo sopralluogo a Capaci coinvolgemmo tutte le forze dell’ordine, dai carabinieri alla guardia di finanza, alla polizia fino all’Fbi e tutte le forze possibili. Il primo periodo fu dedicato esclusivamente a questo – dice – ci fu una divisione di compiti delle forze di polizia che dovevano partecipare all’indagine sulle stragi ma con competenza specifica”. “Appresi della notizia di una collaborazione tra i servizi segreti e la procura di Caltanissetta solo da giornali” ha sottolineato Ilda Boccassini rispondendo alla domanda del pm Paci. “Da quando sono stata a Caltanissetta non ho saputo di un rapporto con i servizi – dice – che poi, non in mia presenza, colleghi si incontrassero con esponenti dei servizi segreti non lo so. Ma devo aggiungere una cosa: davanti alle due stragi che hanno sconvolto il mondo e hanno destabilizzato le istituzioni che il procuratore abbia avuto contatti con i servizi non mi sembra una cosa terribile ma fa parte delle cose di un normale nucleo di rapporti che sono nati e cresciuti e mantenuti nel limite della legge. Ma questo non lo so”. Ma è sull’attendibilità di Scarantino che il magistrato che ha combattuto la ‘ndrangheta in Lombardia e le nuove Brigate rosse non ha tentennamenti: “Quando sono arrivata a Caltanissetta, parlando con i colleghi che già c’erano, con il capo dell’ufficio e con lo stesso dottor Arnaldo La Barbera, i dubbi su Scarantino già c’erano. I dubbi su una persona che non era di spessore, anzi che non era per niente di spessore. Il suo quid, se così possiamo chiamarlo, era una parentela importante in Cosa nostra, però sin dall’inizio, io avevo delle perplessità. Forse all’inizio avevo meno perplessità – dice Boccassini – perché non ero ancora entrata nelle carte, nella mentalità. Io ero lì in attesa, tutti andavamo con i piedi di piombo su questa cosa. Era l’inizio ancora e bisognava andare avanti per vedere se l’indagine portava a qualcosa di più sostanzioso”. Per quanto riguarda le indagini sulla strage di via D’Amelio, “una delle prime ipotesi di lavoro era che il telecomando fosse stato azionato da castello Utveggio dove si diceva ci fosse una postazione Sisde. Su questi punti le indagini erano partite quasi subito” ha detto in aula Ilda Bocassini aggiungendo che “Fu anche attivato un filone di indagine sulla presenza di Bruno Contrada in via D’Amelio, ma dai riscontri risultava che, al momento dell’esplosione che uccise Borsellino e gli agenti di scorta, fosse altrove, in barca con un gioielliere palermitano”. E ancora: “Non avevo alcuna fiducia invece in Gioacchino Genchi”, ex funzionario di polizia e componente del gruppo “Falcone e Borsellino”, che era un esperto nell’analisi dei tabulati telefonici, “ma di cui non condividevo più, ad un certo punto, le tecniche e le metodologie investigative. Il suo apporto nelle indagini era stato praticamente nullo, ma era una persona pericolosa per le istituzioni perché aveva creato un archivio di dati pazzesco. Lui vedeva complotti e depistaggi ovunque. LA REPUBBLICA


Tinebra incontrava Scarantino prima degli interrogatori


3.2.2020 – Depistaggio strage via d’Amelio, il duro commento di Fiammetta Borsellino “Nessun vuol fare emergere verità”“Penso ci sia una enorme difficoltà a fare emergere la verità. Non ho constatato da parte di nessuno la volontà di dare un contributo, al di là la delle proprie discolpe, a capire cosa è successo”. Lo ha detto, a margine dell’udienza del processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via d’Amelio, Fiammetta Borsellino, figlia del giudice ucciso il 19 luglio 1992 commentando la deposizione dell’ex pm Nino Di Matteo. “Penso che nessuno di questi magistrati abbia capito niente di mio padre”, ha aggiunto. “Sembra che quello che riguarda Scarantino e il depistaggio delle indagini sia avvenuto per virtù dello spirito santo. Si tende a stigmatizzare la vicenda Scarantino come un piccolo segmento di una questione più grande. Io non penso che quello di Scarantino sia un segmento così piccolo” ha aggiunto. “Ci si riempie la bocca con la parola pool ma io di pool non ne ho visto nemmeno l’ombra – ha aggiunto – perché quando ai magistrati si chiede come mai non sapessero dei colloqui investigativi, della mancata audizione di Giammanco, cadono dalle nuvole”.  BLOG SICILIA


Quegli uomini dei servizi segreti 


L’AVVENTURA DELL’AMBASCIATORE Il 4 agosto 1993 Francesco Paolo Fulci, ambasciatore italiano alle Nazioni Unite, salì sul volo Alitalia New York-Milano per una missione urgente. Secondo quanto raccontato dallo stesso Fulci ai magistrati, si recò all’Hotel Principe di Savoia dove lo aspettava il comandante generale dei carabinieri Luigi Federici. Fu un incontro breve, durante il quale Fulci consegnò al generale, di cui era amico, una lista di 16 nomi. Poi tornò in aeroporto e prese lo stesso volo Alitalia che lo riportò oltre-Atlantico, tra lo stupore dell’equipaggio, il medesimo dell’andata. Quei giorni erano fra i più tesi e drammatici della storia della Repubblica. Dopo le paurose bombe di Palermo del 1992, l’Italia ora assisteva al bombardamento delle Gallerie degli Uffizi di Firenze e agli attentati di Milano e Roma. Altri attentati erano stati sventati o non divulgati; la sede del governo, presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, era stata colpita da un black-out molto minaccioso. A Milano , il presidente dell’Eni Gabriele Cagliari si era suicidato nel carcere di San Vittore, e il potente industriale Raul Gardini era stato trovato con un colpo alla tempia nel suo letto. Il ruolo di ambasciatore alle Nazioni Unite faceva di Fulci il più importante diplomatico italiano in un Paese, il cui principale quotidiano, il New York Times, commentando le bombe italiane, parlava di «clima da colpo di stato» e del coinvolgimento di «servizi segreti deviati». E Fulci qualcosa sapeva: dopo essere stato ambasciatore alla Nato a Bruxelles ai delicati tempi delle rivelazioni su Gladio, l’ambasciatore aveva appena terminato un incarico che era stato per lui molto drammatico. Cossiga, capo dello Stato, e Andreotti, presidente del Consiglio, due anni prima gli avevano pressantemente chiesto di assumere la carica di direttore del Cesis, l’istituzione che sovraintendeva ai nostri due servizi segreti, Sisde e Sismi. Il biennio passato in quel posto fu, per Fulci, tumultuoso e molto pericoloso. Venne immediatamente minacciato di morte, spiato e intimidito con microspie fino in camera da letto, scoprì che la misteriosa sigla “Falange armata” che rivendicava telefonicamente tutti i fatti di sangue in Italia (oltre che firmare le minacce alla sua persona) lo faceva direttamente dagli uffici periferici dei servizi, e in orario d’ufficio. Fulci conduce un’inchiesta e fa arrestare per malversazioni miliardarie una potente struttura che aveva conquistato i vertici del Sisde, i cui personaggi sono legati all’estrema destra. Lascia (con proprio grande sollievo) il posto di direttore del Cesis nell’aprile del 1993 per assumere il nuovo incarico all’Onu e prende possesso della sua nuova residenza a Manhattan. Sistemando i libri nella biblioteca, ne mostra uno alla moglie Claris, tra le cui pagine aveva inserito un foglietto: «Se un giorno mi dovesse succedere qualcosa, ricordati di questa lista di nomi». Erano, ovviamente, i 16 nomi che ora aveva in mano il generale Federici. Chi sono? Sono militari di diverso grado, in forza al Sismi, esperti in sabotaggio ed esplosivo, molti provengono dalla divisione Folgore; formano l’Ossi (Organizzazione speciale servizi italiani), che fa parte della VII divisione del Sismi, con sede a Cerveteri, hanno partecipato, all’estero, ad alcune operazioni molto riservate. Fulci chiede a Federici di svolgere un’indagine interna «per escludere che queste persone siano state nei paraggi degli attentati alle date degli stessi e rendere quindi onore ai nostri servizi segreti» (è un po’ come dicono i medici coscienziosi: «Facciamo una Tac per escludere…»); ma è con qualche stupore che il giorno dopo, tornato a New York, riceve una telefonata dal presidente Scalfaro che si mostra al corrente di tutto e gli chiede di dare la lista anche al capo della polizia Vincenzo Parisi. L’ambasciatore Fulci provvede, il capo della polizia lo informa di aver incaricato la magistratura di svolgere le indagini con assoluta urgenza. Immagino che adesso il lettore vorrà sapere tantissime cose: chi erano quei tipacci? Erano davvero loro ad aver messo le bombe? Addirittura c’entravano con la morte di Falcone e Borsellino? O la Tac richiesta dall’ambasciatore Fulci aveva fortunatamente salvato l’onore dei servizi segreti italiani? E soprattutto: questa spy story cosa a che fare con le vicende del povero Gaetano Murana?

MIO CUGINO NINO GIOÈ. Antonino Gioè detto Nino è una persona importante in Cosa Nostra. Viene dal paese di Altofonte, sopra Palermo, tra i boschi, un posto scosceso di vecchie case dai balconi di ferro, sede di una famiglia, i Di Carlo, che ha i quattro quarti della nobiltà mafiosa. Ha un cugino importante, lui stesso ha buone relazioni, è stato paracadutista nella divisione Folgore. Nel 1993 lo hanno beccato a Palermo, una soffiata: in un appartamento dove si nascondeva, peraltro pieno di microspie. Si è scoperto che è stato lui – materialmente – a sistemare l’esplosivo sotto l’autostrada a Capaci, lo hanno portato al 41-bis a Rebibbia. Dicono che voglia collaborare…Nella notte tra il 28 e il 29 luglio 1993 lo trovano morto impiccato in cella, il corpo accartocciato su un tavolino, tutto il peso è retto dai lacci delle scarpe che ha appeso alla grata della finestra… C’è una persona che si turba moltissimo alla notizia proveniente da Rebibbia. Un po’ si sente responsabile di quella morte, un po’ pensa che forse la stessa cosa possa succedere a lui. Si chiama Francesco Di Carlo, è il cugino di Nino Gioè, il vero capo della famiglia di Altofonte, trafficante internazionale di droga, da dieci anni rinchiuso nelle carceri inglesi, per aver organizzato un import-export di eroina e cannabis per la bella cifra di 350 miliardi di sterline. Ma Di Carlo è custode di molti segreti e per questo motivo non è al carcere duro; lo tengono nella prigione di Full Sutton, su al Nord, nello Yorkshire, dove ha una certa libertà. Può telefonare, ricevere la posta, spedire lettere, e può anche ricevere visite. Un giorno del 1988 vennero da lui tre distinti personaggi per una chiacchierata. Due italiani e un inglese, ma parlarono solo quelli che si chiamavano Giovanni e Nigel, il terzo se ne stette molto taciturno. Gli chiedevano, in sostanza, se poteva fare qualcosa per la situazione che si era venuta a creare a Palermo; c’era questo giudice, Giovanni Falcone, che stava esagerando con le indagini… Bisognava fare qualcosa; no, non ucciderlo, ma fargli capire… Conosceva qualcuno di fidato cui rivolgersi? Di Carlo diede il nome di suo cugino Nino Gioè. Tempo dopo Gioè gli fece sapere che aveva incontrato i suoi amici: «Hanno mezza Italia tra le mani, possiamo fare tante cose». Di Carlo rispose: «Sì, fanno favori, però vedi che al minuto opportuno scaricano, stai attento sempre». Adesso il lettore vorrà sapere chi era quel tipo taciturno che stava insieme a Giovanni e Nigel. O sapere come mai, intorno alle stragi, si addensano liste di nomi di ufficiali paracadutisti della Folgore. DOMANI 11.12.2020