PAOLO BORSELLINO PER AMORE DELLA VERITÀ dal 28 giugno in libreria. Il 4 luglio presentazione nazionale a Palermo con Fiammetta Borsellino

 
 
Non era il numero due. Non era l’alter ego di Falcone. Non è stata una strage fotocopia.
Hanno dovuto accelerare il massacro, e poi depistare le indagini, perché indagava sul riciclaggio del denaro del traffico di droga, in una Procura che aveva definito “un nido di vipere”. Da allora nessuno ha più indagato su dove siano finiti i narco-miliardi e sulle metamorfosi della mafia siciliana. Da allora solo carriere, retorica e “professionisti dell’antimafia”.
Non solo: nei trent’anni successivi alla strage, alla sua famiglia è accaduto l’incredibile. Finché i figli non hanno deciso di parlare e rovesciare le consuete “narrazioni”. Ma nessuno ha mai chiesto loro “scusa” per tre decenni di depistaggi, ingiustizie, bugie.
Solo oggi questa storia può essere compresa nelle sue più sconvolgenti rivelazioni. Senza di essa non si può capire la Sicilia. Questo è un viaggio al termine della notte della civetta.

Piero Melati, giornalista e scrittore  è nato a Palermo. È viceredattore capo del “Venerdì di Repubblica” e si occupa di attualità e cultura. Ha seguito per il giornale “L’Ora” di Palermo la guerra di mafia e il primo Maxiprocesso a Cosa Nostra.  PIERO MELATI


Cucendo insieme ricordi e punti di vista diversi, questo libro illumina la figura di Paolo Borsellino da una prospettiva nuova e racconta – attraverso la voce dei protagonisti – «una delle pagine più vergognose e tragiche della storia giudiziaria italiana».

Trent’anni in cerca della verità. Trent’anni nel nome di un’idea di giustizia da rivendicare con fermezza. Queste parole potrebbero riassumere la battaglia portata avanti dalla moglie di Paolo Borsellino, Agnese, e dai figli Lucia, Manfredi e Fiammetta per fare luce su uno degli avvenimenti più bui della nostra storia recente. Dopo la strage di via D’Amelio, infatti, al dolore per la perdita del grande magistrato e della sua scorta si è aggiunto l’ignobile capitolo del depistaggio nelle indagini sugli esecutori materiali del crimine, al quale ha fatto seguito un iter processuale lungo e tortuoso. Anni di lacune e omissioni, bugie e negligenze. Eppure, i figli di Paolo Borsellino hanno affrontato questo difficile percorso con dignità e determinazione, rimanendo spesso lontani dai riflettori e prendendo le distanze dalle celebrazioni che si sono succedute nel corso dei decenni. Lo hanno fatto con sobrietà e rispetto delle istituzioni, fedeli ai princìpi e agli insegnamenti appresi da un uomo, e da un padre, che ha dedicato la sua vita alla lotta alla mafia. In queste pagine c’è la storia di una famiglia e del suo impegno per l’affermazione del «diritto alla verità», ma c’è anche un ritratto corale del giudice che Piero Melati tratteggia con l’aiuto di molte testimonianze, tra le quali spiccano i contributi inediti di Lucia e Fiammetta Borsellino. Cucendo insieme ricordi e punti di vista diversi, questo libro illumina la figura.


 

Questa la dedica del libro che esce il 28 giugno per Sperling&Kupfer, “Paolo Borsellino per amore della verità”.
Il cambiamento della Sicilia è passato da una aula bunker. Senza il Maxiprocesso di Palermo del 1986 l’Italia e il mondo non si sarebbero mai resi conto che la mafia esisteva, che non ci si poteva convivere, che era arrivata a inquinare i massimi livelli della politica e dell’economia. Uomini concreti hanno permesso tutto questo, fuori dalle luci della ribalta. Senza di loro, sarebbe stato impossibile.
A futura memoria, se la memoria ha un futuro.
 
 
 
 

 

PROGRAMMA 


I “festeggiamenti“ per il trentennale delle stragi.
 
 
Questo sono effettivamente sembrati, qualche volta. Festeggiamenti. Procuratori, giudici in pensione, toghe ridanciane, hanno girato festival e tv come esuberanti globetrotter. Invece che ricordare un lutto, hanno animato uno spettacolo, un civilissimo show in nome del “civile impegno”, quello che è sempre, da sempre, per sempre, ”improcrastinabile” e “necessario”.
Avrebbero avuto ben poco da sentirsi il sale della terra, questi avventurieri siciliani (a volte anche non siciliani) in trasferta per il mondo. A predicare la solita, buona novella. Senza un’oncia di notizia nuova, di un qualche ragionamento sorprendente. Attori stanchi, trucco sbiadito da vecchi clown.
Colpa loro? Non solo. L’avvenimento che doveva essere evocato, cruciale nella storia italiana, è al contrario del tutto marginale nella memoria nazionale. Neppure un tema agli esami di liceo si è meritato, nonostante la ricorrenza piena. E meno male. Dopo decenni di “indispensabili” itinerari didattici nelle nostre scuole, ancora quest’anno nelle aule è stato chiesto se per caso Falcone e Borserllino sono la stessa persona oppure se sono un aeroporto. Per ammettere che si è fallito, che altro serve?
La letteratura nazionale ignora questi temi dal “Giorno della civetta” di Sciascia del 1961. Il resto è una possente invasione di ultracorpi di prodotti dalla scarsa incidenza. Il resto è una montagna di carte giudiziarie che nessuno leggerà mai. Eppure. Eppure la storia di Paolo Borsellino non è la storia della seconda strage. Non è la storia dell’alter ego di Falcone. La strage di via D’Amelio (consentitemi la trucidità pop) è la saponetta che sempre scappa dalle mani delle narrazioni consuete. Le rimette sempre tutte in discussione. Ma perché?
Certo, è una storia di mafia. Ma sarebbe potuta accadere anche in un altro tempo e luogo, senza perdere nulla della sua esemplarità. Il tradimento, il coraggio, il sacrificio. E’ una tragedia greca.
Sono usciti più di ottanta libri su Paolo Borsellino. Che altro c’è da dire? Semplicemente ci sono da dire i tre decenni dopo la strage. E non in chiave strettamente giudiziaria. Ovvero, una volta tanto, l’oggi. Letterale: fino a un’ora fa. Questa storia, a differenza di altre, che sono ormai solo “memoria”, cammina ancora.
Quello che è accaduto alla famiglia e ai figli è una dimensione tra Kafka e Orwell. Non solo. Se ci immergiamo nel loro vissuto, appaiono all’improvviso frammenti anche di ieri, ma in una luce completamente nuova.
Su cosa stava indagando Borsellino dopo la morte di Falcone? Perché è stata necessaria, e a chi, una seconda strage?
Dal racconto dei figli, se lo mettiamo in fila e lo ricapitoliamo con loro adesso, oggi, ora, viene fuori una rilettura completamente ribaltata rispetto a quanto abbiamo creduto fino a ieri.
Perciò non si tratta di ristampare il già noto, ma di intraprendere un viaggio nell’ignoto.
PIERO MELATI  – 22.6.2022.
 
 

 

 

Incontro con Piero Melati, autore de “La notte della civetta. Storie eretiche di mafia, di Sicilia, d’Italia”? A Palermo Piero Melati ha presentato il suo ultimo saggio “La notte della civetta” (Zolfo, 2020).

Si è tenuto nei giorni scorsi un evento di interesse all’interno della manifestazione “I librai incontrano gli autori a Villa Filippina” a Palermo, iniziativa promossa dalla Associazione Librai Italiani diretta a rilanciare le librerie dopo i mesi della pandemia, in cui non si sono potuti organizzare manifestazioni. Piero Melati, giornalista affermato, già autore di Giorni di mafia (Laterza, 2017), vicedirettore de “Il Venerdì” di Repubblica, ha presentato il suo ultimo libro, La notte della civetta (Zolfo, 2020) insieme alla figlia del giudice Paolo Borsellino, Fiammetta, con la quale si è confrontata per i contenuti del volume. Contenuti amari di una realtà su cui ci si è interrogati spesso ma senza porsi le domande corrette e senza ottenere alcuna risposta, perché i fatti non sono stati osservati da una giusta prospettiva.

 


La notte della civetta
è un libro che tratta eventi passati, ma inducendo a riflessioni sul presente. Quando si discute delle stragi di vittime di mafia, si trascurano quelle del periodo in cui la mafia compì quel salto di qualità con il commercio di eroina e la Sicilia divenne allora la raffineria mondiale di questa droga. Si tratta di un volume attuale, in quanto i temi trattati sono ancora presenti anche se non se ne discute quasi per nulla, seppure nel tempo sono mutate le diverse tipologie di droghe.
Quanto narrato è stato vissuto dall’autore prima come semplice cittadino e successivamente come cronista de “L’ORA”, che ha seguito la guerra di mafia e il primo Maxiprocesso a Cosa Nostra, gli omicidi eccellenti e quanto accaduto dopo le stragi. Nella prima parte, ragazzo degli anni Settanta, Melati assiste a un incrocio di eventi legati alla mafia e al terrorismo in anni in cui non si riesce a distinguere con nitidezza i rispettivi campi di azione. Melati ha raccontato come si sia imbattuto in una lettura di una ristampa dei discorsi del consigliere istruttore Rocco Chinnici, ucciso dalla Mafia con l’attentato clamoroso di stampo libanese, con un’autobomba davanti a casa sua in via Pipitone Federico. Occorre ricordare come il giudice Chinnici sia stato il fondatore del pool antimafia con Falcone e Borsellino ed è stato il primo a promuovere le inchieste sui livelli alti della mafia. Ma ebbe anche la prima idea che vi fosse dalla Sicilia un grande traffico internazionale di droga, osservando come alle fontanelle i ragazzi riempivano di acqua le siringhe con cui si sarebbero iniettata la droga. Inizia così a parlarne pubblicamente, ma viene considerato come un uomo ossessionato da questo fenomeno e ne parlava con i ragazzi nelle scuole e in vari consessi ove partecipava. Ma non veniva preso sul serio ed allora affermò decisamente come questi ragazzi, che prendevano la droga restando spesso vittime, erano da considerarsi anch’esse come vittime di mafia quanto gli uomini che sono stati uccisi direttamente dalla mafia.
Negli anni Settanta in Sicilia alla mafia venne l’idea di spostare nell’Isola le raffinerie che erano a Marsiglia. È un traffico internazionale che non viene scoperto e va avanti per anni e la Sicilia vive di un arricchimento indotto. Ecco che a un certo punto succede qualcosa: cominciano le prime inchieste, specie quelle di Boris Giuliano che scoprono l’esistenza di questo traffico. 
Si era trasformato il modesto traffico di sigarette in qualcosa di più grosso quale il traffico internazionale di droga; ma il passaggio che cambia le cose in Sicilia, in Italia e in Europa avviene quando che si intercettano i primi carichi con l’America. Ecco allora che nasce l’idea di non rischiare più, investendo soldi per vendere questo prodotto negli States che rischia di essere intercettato negli aeroporti. Ci si chiede perché non diffonderlo nelle piazze dove si vive e questa idea o meglio consiglio o ordine lo danno dall’interno i Corleonesi, Totò Riina. Questi induce anche gli altri a seguirlo su questa strada, facendo prospettare i grossi guadagni, in ragione dei pochi che svolgono questo “affare” e per la vastità del mercato.
Quella che compie la mafia è un’operazione molto semplice: deve imporre il suo prodotto e fa sparire ogni altra droga dal mercato per cui si trova solo eroina spacciata solamente da quelli di Cosa Nostra. Ci si chiede quanti morti, che sono stati considerati vittime della guerra di Mafia, erano invece dei piccoli spacciatori eliminati in quanto non aderenti a Cosa Nostra. 
Cosa Nostra inventa questo traffico con nuovo prodotto e si trova davanti a una generazione disillusa dalla politica, dai movimenti studenteschi, dalle occupazioni del 1977. È una generazione che certamente faceva già un uso irresponsabile di queste sostanze, vivendo nel periodo di Woodstock, dei Rolling Stones, del fascino della musica, dell’Oriente.
Ci si è lasciata alle spalle una storia che è diventata privata, quella di migliaia di ragazzi morti per overdose o per le conseguenze di quella stagione sulla loro salute cioè l’epatite, l’Aids. Sono malattie impronunciabili di cui ci si vergogna, come pure dei suicidi. Una vicenda storica e sociale che ha riguardato migliaia di famiglie in tutta Italia, è diventata una storia privata di ogni singola famiglia di cui vergognarsi.
Ritornando agli scritti di Chinnici, dovrebbero invece vergognarsi coloro che non guardano a quella storia per le conseguenze che ha ancora oggi. Migliaia di ragazzi sono morti in quella stagione o per le conseguenze sulla loro salute di quella stagione. A Palermo, la droga scorreva e fluiva a fiumi e non si trovava altro nella piazza che questo. Questo era lo scenario di cui si accorge, unico al mondo, il giudice Chinnici, ma dopo quella autobomba nessuno ne parlò più. In quel momenti, nessuno sapeva che cosa fare per il gran numero di tossici e migliaia di giovani sono morti in silenzio.
Dal libro si evince la sofferenza dell’autore che si è allontanato poi dalla Sicilia ed emerge il conflitto interiore tra l’amore per questa terra che al contempo respinge altrove. A Palermo si è sopravvissuti per caso, anche tanti poliziotti che non sono stati uccisi per pura fatalità. Sopraggiunge come un senso di colpa del sopravvissuto e si è davanti a una deriva davanti a un’antimafia religiosa più che una che fa i fatti. Vi è una liturgia dell’antimafia, un’adorazione dei devoti con grandi star ed icone che hanno cavalcato tutto questo.
Occorre ricordare almeno con una targa le migliaia di ragazzi morti per l’eroina di Cosa Nostra. Arriverà un giorno che ci sarà uno storico che metterà ordine su fatti che non hanno nemmeno statistiche; non si sa con esattezza il numero delle vittime di droga tra gli anni Settanta e Ottanta. I depositi erano proprio a Palermo nei quartieri Kalsa, con la morfina base e poi dell’eroina già lavorata. Si ricorda il personaggio di Don Masino Spadaro, boss della Kalsa, una persona a suo modo anche spiritosa, di cui si fece persino un’epopea. Era un uomo che incontrava anche assessori, sindaci e questo da latitante che girava nel suo quartiere tranquillamente. Si era in una città in cui un ragazzo tossico era un criminale mentre i latitanti come Riina stavano a casa loro.

 

Incontro con Piero Melati, autore de “La notte della civetta. Storie eretiche di mafia, di Sicilia, d'Italia”

 

Strage di via D’Amelio, Fiammetta Borsellino: “Non smetterò di chiedere la verità”

 
strage via d'amelio, una marina di libri, Palermo, Cronaca

 

Tra anomalie, lati oscuri e depistaggi la strage di via d’Amelio è l’emblema delle cattive indagini. La denuncia di Fiammetta Borsellino arriva dal palco di «Una marina di libri», stimolata dai giornalisti Piero Melati e Salvatore Cusimano e incalzata dai ragazzi del liceo Galilei.
La figlia del magistrato ucciso il 19 luglio 1992 ripercorre il suo percorso di ricerca della verità, che l’ha portata a incontrare in carcere anche i boss Giuseppe e Filippo Graviano, e arriva a una conclusione molto severa: «Mai come oggi la ricerca della verità appare difficile, perché mai come oggi è connessa alla ricerca delle ragioni della disonestà di chi questa verità doveva scoprirla. Io non smetto di chiederla. Il contributo di onestà non lo devono dare solo i mafiosi ma anche le persone delle istituzioni che sanno».

Il punto nodale è quello che porta al falso pentito Vincenzo Scarantino. Fiammetta Borsellino chiama in causa non solo i poliziotti che crearono il grande depistaggio ma diversi magistrati che sin dalle prime battute avrebbero avallato le tante deviazioni, dal procuratore di Caltanissetta del tempo Giovanni Tinebra ai pm Anna Maria Palma, Carmelo Petralia e Nino Di Matteo. Questi magistrati «sono stati loro stessi autori di un processo caratterizzato da anomalie anche grossolane». Tanti punti oscuri avrebbero meritato risposte rapide e precise. E invece «neanche il Csm» ha saputo farlo.
Nei 57 giorni che passarono tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio si mossero varie forze lungo l’asse dei rapporti tra mafia e politica. Per sostenere questa tesi Fiammetta Borsellino cita una frase ripetuta dal padre in quei giorni: “Mafia e politica o si fanno la guerra o si mettono d’accordo. In quei giorni – dice – evidentemente si misero d’accordo mentre tutti sussurravano a mio padre che il tritolo per lui era già arrivato. Lo sapeva anche il procuratore Pietro Giammanco che però non lo avvertì. E nessuno ha mai sentito il bisogno di sentirlo».
Qualche cambiamento si avverte. «Le Procure – ammette – vogliono andare a fondo. C’è stato anche il processo per la trattativa, un momento importante che però arriva dopo 25 anni. Non mi piace fare il tifo da stadio ma certe persone andavano cercate molto prima». E l’antimafia deve ripensare se stessa: “E’ un momento di grandi proclami ma vuoto di contenuti. Molti che così spesso dicono di essere sotto minaccia farebbero bene a non recitare la parte dei martiri». 8.6.2018 GDS


La foto d’archivio, risale a metà degli anni Ottanta sei, sette anni prima delle stragi del 1992,e raffigura alcuni dei cronisti del “pool antimafia” di Palermo che, pur lavorando per giornali diversi, avevano l’abitudine di riunirsi in strada, prima di pranzo, davanti la sede del giornale “L’Ora” per fare il punto della situazione e perché nella Palermo di allora si viveva non alla giornata, ma di ora in ora e si sentiva il costante bisogno di confrontarsi. Poi ognuno di loro avrebbe preso la sua strada per redigere gli articoli del giorno. 

 


Da sinistra Vitale, Lodato, La Licata, Melati, Bolzoni

 


Vivi da morire

Piero Melati, Francesco Vitale


 

GIORNI DI MAFIA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla strage di Portella della Ginestra fino alla morte di Bernardo Provenzano, i cento giorni che hanno cambiato per sempre il volto della Sicilia e dell’Italia intera. Tutta la nostra storia repubblicana può essere letta anche attraverso la chiave dei fatti di mafia perché molti dei nodi irrisolti dell’attualità italiana trovano lì la loro radice. I cento giorni raccontati in questo libro ne sono la prova. Pagina dopo pagina scorrono decenni di delitti e stragi in gran parte perpetrati in Sicilia, ma emergono intrecci che superano decisamente i confini regionali: dall’omicidio come strumento di pressione al traffico internazionale della droga, dalla corruzione elevata a sistema alle speculazioni urbanistiche, dal rapporto conflittuale tra magistratura e politica alle lotte intestine tra apparati dello Stato, dall’uso criminale dell’economia e della finanza al ruolo delle sette segrete, per arrivare al voto di scambio e all’uso spregiudicato dei media. Al centro del libro non ci sono solo cadaveri eccellenti e grandi processi, ma anche figure spesso trascurate, i romanzi, i film, il costume, il cibo, il gergo, gli avvenimenti politici, sociali e di ‘colore’ che, legati cronologicamente ai grandi fatti di criminalità organizzata, ne sono stati la cornice o hanno rappresentato la ricetta per il suo contrasto. La storia sanguinaria della mafia può essere infatti compresa solo in uno sguardo più ampio che comprenda l’intera vita politica, istituzionale e culturale italiana. Una rilettura originalissima che sollecita a riflettere ancora sui grandi misteri, sui segreti ben custoditi, sui gialli mai risolti che costellano la nostra storia recente.


Incontro con Piero Melati, autore de “La notte della civetta. Storie eretiche di mafia, di Sicilia, d’Italia”

Si è tenuto nei giorni scorsi un evento di interesse all’interno della manifestazione “I librai incontrano gli autori a Villa Filippina” a Palermo, iniziativa promossa dalla Associazione Librai Italiani diretta a rilanciare le librerie dopo i mesi della pandemia, in cui non si sono potuti organizzare manifestazioni. Piero Melati, giornalista affermato, già autore di Giorni di mafia(Laterza, 2017), vicedirettore de “Il Venerdì” di Repubblica, ha presentato il suo ultimo libro, La notte della civetta (Zolfo, 2020) insieme alla figlia del giudice Paolo Borsellino, Fiammetta, con la quale si è confrontata per i contenuti del volume. Contenuti amari di una realtà su cui ci si è interrogati spesso ma senza porsi le domande corrette e senza ottenere alcuna risposta, perché i fatti non sono stati osservati da una giusta prospettiva.

La notte della civetta è un libro che tratta eventi passati, ma inducendo a riflessioni sul presente. Quando si discute delle stragi di vittime di mafia, si trascurano quelle del periodo in cui la mafia compì quel salto di qualità con il commercio di eroina e la Sicilia divenne allora la raffineria mondiale di questa droga. Si tratta di un volume attuale, in quanto i temi trattati sono ancora presenti anche se non se ne discute quasi per nulla, seppure nel tempo sono mutate le diverse tipologie di droghe.

Quanto narrato è stato vissuto dall’autore prima come semplice cittadino e successivamente come cronista de “L’ORA”, che ha seguito la guerra di mafia e il primo Maxiprocesso a Cosa Nostra, gli omicidi eccellenti e quanto accaduto dopo le stragi. Nella prima parte, ragazzo degli anni Settanta, Melati assiste a un incrocio di eventi legati alla mafia e al terrorismo in anni in cui non si riesce a distinguere con nitidezza i rispettivi campi di azione. Melati ha raccontato come si sia imbattuto in una lettura di una ristampa dei discorsi del consigliere istruttore Rocco Chinnici, ucciso dalla Mafia con l’attentato clamoroso di stampo libanese, con un’autobomba davanti a casa sua in via Pipitone Federico. Occorre ricordare come il giudice Chinnici sia stato il fondatore del pool antimafia con Falcone e Borsellino ed è stato il primo a promuovere le inchieste sui livelli alti della mafia. Ma ebbe anche la prima idea che vi fosse dalla Sicilia un grande traffico internazionale di droga, osservando come alle fontanelle i ragazzi riempivano di acqua le siringhe con cui si sarebbero iniettata la droga. Inizia così a parlarne pubblicamente, ma viene considerato come un uomo ossessionato da questo fenomeno e ne parlava con i ragazzi nelle scuole e in vari consessi ove partecipava. Ma non veniva preso sul serio ed allora affermò decisamente come questi ragazzi, che prendevano la droga restando spesso vittime, erano da considerarsi anch’esse come vittime di mafia quanto gli uomini che sono stati uccisi direttamente dalla mafia.

Negli anni Settanta in Sicilia alla mafia venne l’idea di spostare nell’Isola le raffinerie che erano a Marsiglia. È un traffico internazionale che non viene scoperto e va avanti per anni e la Sicilia vive di un arricchimento indotto. Ecco che a un certo punto succede qualcosa: cominciano le prime inchieste, specie quelle di Boris Giuliano che scoprono l’esistenza di questo traffico.
Si era trasformato il modesto traffico di sigarette in qualcosa di più grosso quale il traffico internazionale di droga; ma il passaggio che cambia le cose in Sicilia, in Italia e in Europa avviene quando che si intercettano i primi carichi con l’America. Ecco allora che nasce l’idea di non rischiare più, investendo soldi per vendere questo prodotto negli States che rischia di essere intercettato negli aeroporti. Ci si chiede perché non diffonderlo nelle piazze dove si vive e questa idea o meglio consiglio o ordine lo danno dall’interno i Corleonesi, Totò Riina. Questi induce anche gli altri a seguirlo su questa strada, facendo prospettare i grossi guadagni, in ragione dei pochi che svolgono questo “affare” e per la vastità del mercato.

Quella che compie la mafia è un’operazione molto semplice: deve imporre il suo prodotto e fa sparire ogni altra droga dal mercato per cui si trova solo eroina spacciata solamente da quelli di Cosa Nostra. Ci si chiede quanti morti, che sono stati considerati vittime della guerra di Mafia, erano invece dei piccoli spacciatori eliminati in quanto non aderenti a Cosa Nostra.
Cosa Nostra inventa questo traffico con nuovo prodotto e si trova davanti a una generazione disillusa dalla politica, dai movimenti studenteschi, dalle occupazioni del 1977. È una generazione che certamente faceva già un uso irresponsabile di queste sostanze, vivendo nel periodo di Woodstock, dei Rolling Stones, del fascino della musica, dell’Oriente.
Ci si è lasciata alle spalle una storia che è diventata privata, quella di migliaia di ragazzi morti per overdose o per le conseguenze di quella stagione sulla loro salute cioè l’epatite, l’Aids. Sono malattie impronunciabili di cui ci si vergogna, come pure dei suicidi. Una vicenda storica e sociale che ha riguardato migliaia di famiglie in tutta Italia, è diventata una storia privata di ogni singola famiglia di cui vergognarsi.

Ritornando agli scritti di Chinnici, dovrebbero invece vergognarsi coloro che non guardano a quella storia per le conseguenze che ha ancora oggi. Migliaia di ragazzi sono morti in quella stagione o per le conseguenze sulla loro salute di quella stagione. A Palermo, la droga scorreva e fluiva a fiumi e non si trovava altro nella piazza che questo. Questo era lo scenario di cui si accorge, unico al mondo, il giudice Chinnici, ma dopo quella autobomba nessuno ne parlò più. In quel momenti, nessuno sapeva che cosa fare per il gran numero di tossici e migliaia di giovani sono morti in silenzio.

Dal libro si evince la sofferenza dell’autore che si è allontanato poi dalla Sicilia ed emerge il conflitto interiore tra l’amore per questa terra che al contempo respinge altrove. A Palermo si è sopravvissuti per caso, anche tanti poliziotti che non sono stati uccisi per pura fatalità. Sopraggiunge come un senso di colpa del sopravvissuto e si è davanti a una deriva davanti a un’antimafia religiosa più che una che fa i fatti. Vi è una liturgia dell’antimafia, un’adorazione dei devoti con grandi star ed icone che hanno cavalcato tutto questo.

Occorre ricordare almeno con una targa le migliaia di ragazzi morti per l’eroina di Cosa Nostra. Arriverà un giorno che ci sarà uno storico che metterà ordine su fatti che non hanno nemmeno statistiche; non si sa con esattezza il numero delle vittime di droga tra gli anni Settanta e Ottanta. I depositi erano proprio a Palermo nei quartieri Kalsa, con la morfina base e poi dell’eroina già lavorata. Si ricorda il personaggio di Don Masino Spadaro, boss della Kalsa, una persona a suo modo anche spiritosa, di cui si fece persino un’epopea. Era un uomo che incontrava anche assessori, sindaci e questo da latitante che girava nel suo quartiere tranquillamente. Si era in una città in cui un ragazzo tossico era un criminale mentre i latitanti come Riina stavano a casa loro. SOLOLIBRI.NET 30.7.2021


Piero Melati: “Oggi l’antimafia è una nuova religione in un mondo senza Dio”

Ne La notte della civetta c’è il racconto di tante occasioni perse, c’è l’analisi delle contraddizioni della Sicilia. Penso, fra tutti, all’incontro deludente tra Leonardo Sciascia e Giovanni Falcone.
Molte persone non conoscono questa storia. Ancora oggi non capisco perché alcuni eventi non siano mai venuti fuori con una certa forza. Il loro è stato un incontro raccontato pochissimo. Sembra che Falcone e Sciascia vivessero in due mondi distinti e separati. Questo incontro influenzò il cattivo rapporto che ebbero, culminato poi nel famoso articolo di Sciascia sul Corriere della Sera sui professionisti dell’antimafia. Noi siciliani quasi ci vergogniamo a dire che Falcone e Sciascia appartengono a due mondi diversi perché ci piacciono entrambi. In Sicilia si vive un atteggiamento schizofrenico. Io non accuso nessuno perché sono il primo degli schizofrenici. Tutti abbiamo entrambi i santini di Falcone e Sciascia, ma quasi nessuno percepisce le loro differenze

Viviamo nell’epoca delle grandi semplificazioni. Dobbiamo restituire complessità alla Storia. È vero, tutto viene semplificato e schematizzato. Si tende a parlare della Sicilia o in termini socio-culturali o in termini esclusivamente legati alla mafia. Invece la Storia è unica. Ci sono intrecci che vanno considerati perché, in queste vicende, non ci sono aspetti separati l’uno dall’altro. Tutto è connesso. Non dico questo perché vedo la Mafia ovunque. Non credo però che si possa parlare di Sicilia senza Mafia e di Mafia senza Sicilia. C’è bisogno di mettere a fuoco gli eventi e inserirli a tutti gli effetti nella Storia d’Italia.

Nel libro lei cita Goethe e dice che la Sicilia è l’inconscio d’Italia. È assurdo, ad esempio, che sui libri di Storia si trovi solamente un riferimento alle stragi del ’92. Sembra che quanto successo negli anni Settanta e Ottanta in Sicilia non riguardi il resto d’Italia. Per questo motivo, parafrasando la famosa frase di Goethe, dico che la Sicilia è l’inconscio d’Italia.

C’è molta autoindulgenza quando si parla di Falcone e Borsellino? Per esigenze comunicative e narrative abbiamo costruito dei mausolei intorno alle figure di Falcone e Borsellino. La loro umanità, la loro concretezza fisica, si è persa. Chiamandoli eroi abbiamo distaccato queste due gigantesche figure dalle nostre esistenze. Sembra che abbiano vissuto in un altro mondo. Invece non era così: la nostra prossimità con loro era totale.

Ne La notte della civetta è evidente la stima che Lei ha nei confronti di Rocco Chinnici. Fu il primo a dire che tra le vittime della Mafia ci sono anche coloro che muoiono a causa delle droghe.  Rileggere i discorsi di Chinnici è stato uno shock. È una figura chiave per capire la nostra Storia. È stato il primo a comprendere un passaggio cruciale: l’apertura delle raffinerie di eroina e la creazione del narcotraffico internazionale come lo conosciamo oggi. Tutto nasce in Sicilia negli anni Settanta. Chinnici fu il primo ad accorgersene in tempo quasi reale, a parlarne pubblicamente. Lui guardava la strada, osservava ciò che succedeva. Si rendeva conto degli effetti della produzione, della vendita e del consumo di droga in Sicilia e non solo.

Oggi tutto è stato dimenticato. Si assiste quasi a una rimozione degli eventi.  Sono stati anni molto bui, molto dolorosi. Ci sono state conseguenze – penso ai tantissimi morti per eroina, per epatite o per AIDS – che sono state rimosse. È assurdo che non ci siano statistiche su quante persone abbiano perso la vita in quegli anni. Ci sono famiglie che sono state lacerate da questo devastante ciclo economico. Il padre contribuiva alla produzione di droghe, il figlio moriva per overdose. È qualcosa che è stato cancellato dalla nostra memoria. Ci si vergogna profondamente a parlarne.

Nel suo libro c’è una grandissima attenzione alle storie marginali. Penso alle esistenze di Rita Atria, di Stefano Calzetta, di Natale Mondo.  È il ciclo dei vinti. Credo che tutti – vittime e carnefici – appartengano allo stesso girone. Come lo sono i tantissimi morti per droga. Mi spiace che queste storie appartengano però a nicchie di società che non parlano con altre nicchie di società. Sono storie vissute come lutto familiare. Invece siamo di fronte a un lutto storico.

È forte la voglia di mettersi alle spalle queste storie. Ha ancora senso voltarsi indietro? C’è bisogno di ricostruire gli eventi, soprattutto per le generazioni che non li hanno vissuti direttamente. La Palermo di oggi è irriconoscibile se confrontata con la Palermo degli anni Settanta e Ottanta. Fisicamente è cambiata radicalmente. Penso a Piazza Marina, al degrado che c’era in quelle stagioni, con il Giardino chiuso e le case disabitate. Penso a Villa Sperlinga, un tempo chiamata Villa Siringa. Tuttavia gli effetti di quelle stagioni così dolorose sono visibili ancora oggi. Il narcotraffico ha cambiato latitudini, ma usa gli stessi metodi inventati in Sicilia. In Colombia, in Messico, in Calabria si sono appropriati della brutalità di quegli anni.

Nel 2020 possiamo dire che la parola Antimafia è una parola vuota, solamente retorica? Sì, oggi abbiamo un problema con l’Antimafia, una sorta di nuova religione in questo mondo senza Dio. Si è messo in moto un meccanismo che produce solamente danni. Si notano soltanto il protagonismo dei personaggi in causa, il loro desiderio di visibilità. Mi lascia perplesso inoltre un altro aspetto: l’Antimafia è l’unica cosa che viene condivisa unanimemente in tutto il territorio nazionale. Zingaretti o Salvini dicono e diranno le stesse cose sulla Mafia. Non ci sono colori politici quando si parla di Falcone e Borsellino. In questa unità d’Italia c’è molta retorica, una retorica con tantissimi buchi di memoria. HUFFINGTONPOST  Alessandro Buttiato


Fiammetta Borsellino e i non-eroi di un’antimafia senza tifo né icone

PIERO MELATI

Quanto la storia di una città può influire su un festival dedicato ai libri e alla cultura? E quanto libri e cultura possono incidere positivamente sui nodi più scottanti di una città? Fiammetta Borsellino sarà ospite della nona edizione di Una Marina di Libri (dal 7 al 10 giugno). Nel pomeriggio di venerdì 8, dal palco centrale dell’Orto botanico, si rivolgerà in assoluta libertà ai giovani di Palermo. Una presenza che noi di Marina avevamo cercato, prima che Fiammetta Borsellino confermasse con una lettera a Repubblica i suoi due incontri in carcere con i fratelli Graviano, indicati fra gli ideatori della strage di via D’Amelio. Una presenza la cui importanza, a maggior ragione, confermiamo oggi, alla luce di quegli incontri e delle loro non ordinarie implicazioni.
La famiglia Borsellino ha un destino che la lega profondamente alla città di Palermo. E forse, proprio per questo, è sempre chiamata a spezzare il quadro ordinario delle cose, a scuotere il quieto vivere, a disturbare il manovratore. Lo ha fatto il dottor Paolo Borsellino, pagando con la vita la sua opposizione a patti inconfessabili. Lo ha fatto la moglie Agnese, quando decise di testimoniare le ultime parole del marito. Lo ha fatto la sorella Rita, sparigliando spesso gli spettrali equilibri di una politica priva di valori. Lo ha fatto la figlia Lucia, ribellandosi alle trappole di governi regionali inquinati. Lo ha fatto il figlio Manfredi, quando difendendo pubblicamente la sorella Lucia spinse a un abbraccio irrituale e riparatore il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E da ultima lo ha fatto Fiammetta quando, intervenendo lo scorso anno durante la diretta tv da Palermo sul venticinquennale delle stragi del ’92, parlò pubblicamente per la prima volta, denunciando depistaggi e segreti istituzionali e rompendo d’improvviso e inaspettatamente gli altrettanto stanchi ritualismi delle cerimonie di Stato e dei dogmi dell’Antimafia.
Più volte, nelle scorse settimane, noi di Marina abbiamo parlato a lungo con Fiammetta Borsellino, in vista della sua presenza all’Orto botanico. E proprio mentre imparavamo a conoscerne la schiettezza, il coraggio e i valori, stava crescendo intorno a noi l’ultimo scandalo: l’affare Montante. Uno scandalo doppiamente inquietante. Non solo stava portando alla luce un sistema di potere occulto, con tanto di polizie e archivi segreti al suo servizio, che ha teleguidato più di un governo regionale. Ma, per giunta, un sistema occulto mascherato da Antimafia e celebrato ai più alti livelli dello Stato e dai principali “eroi” delle più audaci inchieste. A riprova di quanto quel sistema, almeno culturalmente, sia stato esteso e onnivoro come una piovra, trovando nel “protagonismo” l’altra gamba su cui camminare, quanto la prima poggiava sulla corruzione e le carriere.
I pericoli, di fronte alla naturale reazione di disgusto, sono enormi. Dopo la peste mafiosa che ha martoriato la Sicilia negli anni Ottanta, dopo le stagioni dei grandi processi e dopo la formazione di due sclerotizzati schieramenti sempre in guerra (“garantisti” e “giustizialisti”), oggi si scopre che nei palazzi del potere tutto è cambiato perché in verità non cambiasse proprio nulla. Se la mafia è parzialmente sconfitta o comunque inabissata, se tacciono pistole e bombe, è però arrivato il nuovo sistema di potere dell’Antimafia (la cosiddetta “Mafia dell’Antimafia”) a prendere il posto dei padrini.

Facile dunque, proprio alla vigilia di nuovi anniversari, non credere più in nulla e invocare solo lo smantellamento integrale dell’industria dell’Antimafia, disertando persino ogni appuntamento che coinvolga la memoria dei caduti.

Oggi non abbiamo bisogno di nuovi eroi. Non servono icone aggiuntive. Anzi. Sarebbe bene si facesse tutti un passo indietro. Ma non vogliamo neppure buttare via il neonato insieme all’acqua sporca. C’è piuttosto voglia di tornare a un impegno anche silenzioso e individuale, senza tifo da stadio, e a riti della memoria meno faraonici ma più sobri e incisivi. Per questo offriamo un contesto diverso dentro il quale dialogare anche su questi temi, un contesto come Una Marina di Libri non rituale e non abituale, fatto di volumi scritti, di oralità e di cultura. Siamo convinti che ogni nuovo sistema di potere illegittimo e occulto (fosse anche meno onnivoro di quello mafioso) abbia frenato lo sviluppo naturale delle energie liberatesi dal basso dopo gli anni della peste mafiosa.
Scuole, università, volontariato, realtà culturali hanno combattuto lotte impari e solitarie. Oggi, unendosi e parlandosi, potrebbero giocare un grande ruolo per farci volgere lo sguardo al futuro, senza rimanere ostaggi del passato. La battaglia di Fiammetta Borsellino, per avere giustizia e ottenere verità, batte il nostro stesso cammino.
L’autore è direttore del festival letterario “Una Marina di libri”. La Repubblica Palermo, 20 maggio 2018

 


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ARCHIVIO DIGITALE PAOLO BORSELLINO


a cura di Claudio Ramaccini – Direttore  Centro Studi Sociali contro la mafia – PSF