FIAMMETTA BORSELLINO Rassegna Stampa Luglio 2022

12 e oltre Luglio 2022 – “Sentenza processo depistaggio”

10.7.2022 San Cataldo. Il gruppo Agende Rosse: “Condividiamo la scelta di Fiammetta Borsellino di non partecipare più alla commemorazione della strage di via D’Amelio finché non sarà ristabilita verità” – il Fatto Nisseno

Il gruppo di San Cataldo di AGENDE ROSSE ha inteso prendere posizione sulla recente decisione di Fiammetta Borsellino (nella foto), figlia di Paolo, il magistrato ucciso dalla mafia a Palermo in un attentato, di non partecipare più alla commemorazione della strage di via D’Amelio finché non emergerà la verità su quanto accaduto. In particolare, il gruppo Agende Rosse di San Cataldo ha condiviso la decisione di Fiammetta Borsellino. “ Con una decisione carica di dignità, Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, ha appena annunciato che non parteciperà alla commemorazione della Strage di via D’Amelio. E con lei tutta la famiglia. Un modo forte, e chiarissimo, per manifestare il proprio dissenso contro quei pezzi di Stato che a parole celebrano ipocritamente Borsellino e, nei fatti, non hanno mai fatto nulla per ristabilire la verità sulle stragi. “Uno Stato che non riesce a fare luce su questo delitto non ha possibilità di futuro” ha detto. “Dopo trent’anni di depistaggi e di tradimenti, noi non ci rassegniamo e continueremo a batterci perché sia fatta verità sull’uccisione di nostro padre. È per questo motivo che diserteremo tutte le manifestazioni ufficiali per la strage di via D’Amelio fino a quando lo Stato non ci dirà la verità su cosa è avvenuto davvero. L’unico posto dove mi sento a mio agio a parlare di papà è la scuola”.


10.7.2022 DEPISTAGGIO BORSELLINO / IL 12 LUGLIO UNA SENTENZA DIMEZZATA

E’ ormai prevista a giorni – 12 luglio al tribunale di Caltanissetta – la sentenza di primo grado sul depistaggio per via D’Amelio, quasi in concomitanza con i 30 anni dalla strage che sterminò Paolo Borsellino e la sua scorta.

Alla sbarra, come imputati in attesa del giudizio, tre poliziotti accusati di aver costruito a tavolino, ‘taroccato’, il falso pentito Vincenzo Scarantino, ottimo per far condannare alla galera (hanno scontato 16 anni) 8 innocenti che non c’entravano niente con l’eccidio. E ottimo, soprattutto, per ‘depistare’, far seguire false piste, evitare di individuare i veri killer e i mandanti, rimasti regolarmente ‘a volto coperto’. E calpestare non solo la giustizia, ma anche la memoria di Paolo e della scorta.

Un processo, per la verità, ‘anomalo’: perché tira in ballo gli anelli finali della cosiddetta ‘catena di comando’: di tutta evidenza guidata dai magistrati inquirenti. I quali, fino ad oggi, sono usciti del tutto indenni, immacolati come gigli candidi. Annamaria Palma eCarmine Petralia, ossia gli inquirenti che hanno per primi ‘gestito’ Scarantino, infatti, sono stati subito ‘archiviati’ da un procedimento lampo del tribunale di Caltanissetta. Mentre Nino  Di Matteo, la terza toga entrata dopo alcuni mesi nell’inchiesta su via D’Amelio, non è neanche stato sfiorato da un’inchiesta giudiziaria.

A pochi giorni sia dalla sentenza sul depistaggio che dai 30 anni dalla strage di via D’Amelio, sentiamo le ultime dichiarazioni di Fabio Trizzino, rese in aula, al tribunale di Caltanissetta, nel corso della sua arringa, e della figlia di Paolo, Fiammetta Borsellino.    Parole che pesano come macigni.

Partiamo da Trizzino. Una delle parti di più dure dell’arringa riguarda proprio Di Matteo, da molti considerato un’icona antimafia, oggi membro del CSM.
Ecco le sue parole: “Il Pm Di Matteo nel 2009 fece una dichiarazione sul collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza senza alcuna competenza. L’elemento incredibile è che Di Matteo, quell’anno, da Pm di Palermo, non aveva alcuna competenza per entrare nel processo Borsellino uno e Borsellino due, a meno che non temesse qualcosa che potesse compromettere la sua carriera professionale. Bisogna avere il coraggio di dirle, queste cose”.

Trizzino si riferisce all’intervento di Nino Di Matteo, che si oppose alla richiesta di protezione di Gaspare Spatuzza, il quale aveva del tutto smentito la versione di Scarantino.

Si chiede Trizzino: “Per quale ragione Di Matteo si doveva occupare di dare il proprio parere su Spatuzza? Cosa gli interessava del processo Borsellino uno e del Borsellino due? Non è, questo, uno schizzo di fango, è una analisi critica e non possiamo far finta di niente”.

E affonda il colpo, il legale della famiglia Borsellino e anche marito di una delle figlie, Lucia: “Il danno provocato dall’incapacità di alcuni magistrati è fatto. Non si può riparare. Quale verità stiamo cercando, ora? La ricerca della verità, a mio giudizio, in questo paese è stata affidata a persone che erano in conflitto di interesse”.

Durissime come macigni le parole di Fiammetta Borsellino, pronunciate nel corso della presentazione del libro di Pietro Melati, ‘Paolo Borsellino, per amore della verità’, edito da ‘Sperling & Kupfer’.

Diserteremo tutte le manifestazioni ufficiali per la strage di via D’Amelio fino a quando lo Stato non ci spiegherà cosa è accaduto davvero, non ci dirà la verità: nonostante tutte queste celebrazioni, si è fatto un lavoro diametralmente opposto su questo barbaro eccidio. Il fatto che qui (alla presentazione del libro, ndr) non ci sia un solo magistrato o un poliziotto o un referente qualsiasi delle istituzioni, è molto significativo. Saranno tutti presenti il 19 luglio e ai concerti del Teatro Massimo”.

Prosegue il j’accuse di Fiammetta: “Ci sono uomini che lavorano per allontanare la verità sulla strage di via D’Amelio. Oggi questa verità è negata non solo alla mia famiglia ma a tutto il popolo italiano, il primo a essere stato offeso”.

“A casa mia, da quando è morto mio padre, è entrato chiunque. Ma se all’inizio questa presenza continua era giustificata come forma di attenzione, alla luce di tradimenti e depistaggi ci ha fatto capire che c’era una forma di controllo. Davanti ad una finta attenzione, non c’è stato un giusto percorso di verità. Invece abbiamo avuto solo tradimenti e verità distorte”.

Abbiamo avuto magistrati che non hanno fatto le verbalizzazioni dei sopralluoghi nel garage dove Scarantino diceva di aver rubato la macchina. Se fosse stato fatto un verbale ci si sarebbe subito resi conto della inattendibilità di Scarantino, che non sapeva neppure come si apriva il garage. Se non avessero delegato segmenti di indagine ai Servizi segreti, se avessero esercitato quel controllo previsto dalla legge sugli organi investigativi, il depistaggio non ci sarebbe stato. Tutto questo non può avvenire sotto gli occhi di chi invece deve controllare e coordinare, cioè i magistrati”.

E l’affondo: “Se un medico avesse sbagliato una operazione di questo tipo sarebbe stato messo subito alla sbarra (nel caso,  viene da dire, si mandano a processo gli ‘infermieri’, ndr). Qui invece non si è avviata nessuna indagine, né sul piano disciplinare o penale. E quel poco che si era fatto è stato subito archiviato (come a Messina, ndr). C’era la volontà della magistratura di non guardare dentro se stessa, perché si doveva partire da quella frase che disse mio padre quando definì la procura di Palermo ‘Quel nido di vipere’. Mio padre non è stato ucciso solo da Cosa nostra, ma il lavoro di Cosa nostra è stato ben agevolato da persone che sicuramente hanno tradito”.

9 Luglio 2022 di: PAOLO SPIGA LA VOCE DELLE VOCI
 

La furia di Fiammetta Borsellino: “Sulla strage di via D’Amelio lo Stato non ci ha detto la verità”

Ci sono due date nei prossimi giorni che non potranno essere dimenticate: il 19 luglio, perché saranno trent’anni da quando è stato assassinato Paolo Borsellino, e il 12 luglio, perché una sentenza potrebbe produrre un pezzetto di giustizia sul più grande depistaggio di Stato, la costruzione del falso pentito Vincenzo Scarantino. È tornata alla carica in questi giorni Fiammetta, combattiva figlia del magistrato vittima della mafia, che ha le idee molto chiare sulle responsabilità, ed è chiaro che quando parla di “uomini che lavorano per allontanare la verità sulla strage di via D’Amelio”, il suo pensiero non va a quei tre poliziotti, di cui due ormai in pensione, che rischiano la condanna per calunnia nell’aula del tribunale di Caltanissetta.

La famiglia Borsellino non andrà alle celebrazioni ufficiali. Ci asterremo, ha detto Fiammetta in occasione della presentazione di un libro su suo padre, “…fino a quando lo Stato non ci spiegherà cosa è accaduto davvero, non ci dirà la verità: nonostante tutte queste celebrazioni si è fatto un lavoro diametralmente opposto su questo barbaro eccidio”. Non salva nessuno, la figlia del magistrato, anche se la catena è lunga. Non assolve nemmeno l’ex pm “antimafia” Ilda Boccassini, la prima tra i magistrati che operarono in quegli anni in Sicilia (fu applicata per due anni a Caltanissetta, dopo le stragi di mafia, dal 1992 al 1994) ad avanzare dubbi sulla genuinità delle parole di Scarantino. Aveva lasciato una relazione scritta al procuratore capo Tinebra, prima di tornare a Milano. A Fiammetta Borsellino questo non basta: “Io dico che se la Boccassini aveva qualche dubbio sul falso pentito Scarantino doveva fare una denuncia pubblica, così è troppo comodo. La Boccassini è quello stesso magistrato che ha autorizzato dieci colloqui investigativi di Scarantino a Pianosa e poi si è saputo che servivano a fare dire il falso a Scarantino con torture e minacce…”. La ex pm, conclude la figlia del magistrato, non avrebbe dovuto limitarsi a una “letterina”. Perché avrebbe potuto far esplodere il caso. Forse. O forse no, visti i tempi.

Già, i tempi. La fila delle responsabilità è lunga, dovrebbe partire da quegli agenti di polizia penitenziaria che fisicamente furono addosso tra il 1992 e il 1993 ai detenuti, mafiosi e non, deportati nelle carceri speciali di Pianosae Asinara. E poi quegli altri che tramite i colloqui investigativi si attivavano per costruire il “pentitificio” che avrebbe consentito a questori, capi di polizia, magistrati e governi di risolvere i “casi” delle stragi di Cosa Nostra.Le uccisioni di Falcone e Borsellino e tutte le altre, in modo da chiudere in bellezza (si fa per dire) un’intera storia. Con le leggi speciali, i colloqui investigativi senza controlli e qualche capro espiatorio da tenere in galera a vita. Non Totò Riina e gli altri boss, perché erano tutti latitanti. Se il 12 luglio prossimo Mario Bò, l’ex capo del gruppo di indagine Falcone- Borsellino e gli ispettori in pensione Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo,imputati a Caltanissetta per calunnia aggravata, dovessero essere condannati, forse si sarebbe raggiunto un pezzetto di giustizia. Il pubblico ministero Stefano Luciani ha usato parole durissime, prima di chiedere le condanne rispettivamente a undici anni a dieci mesi al primo e nove anni e mezzo agli altri due.

Non saremo noi a chiedere per loro più carcere, per una severità che somiglia tanto alle famose lacrime di coccodrillo. Perché, anche a voler partire dalla coda, dovremmo chiamare a processo dei fantasmi, prima di tutto. Cioè coloro che, obbedendo a ordini o a “suggerimenti”, ha messo le mani su quei corpi reclusi, ha picchiato e torturato, ha messo vermi e pezzetti di vetro nelle minestre ed è arrivato a terrorizzare eseguendo persino le finte esecuzioni. Nessuno è sul banco degli imputati per questi reati, quelli che, attraverso i colloqui investigativi, hanno costruito il falso pentito. Ci sono solo le calunnie, dopo che un “pentito” vero, Gaspare Spatuzza nel 2017 ha dato una verità più credibile sulla strage di via D’Amelio, facendo anche liberare otto innocenti dopo quindici anni di carcere ingiusto. Ma dovrebbero esserci anche ben altre responsabilità. Risalendo nella piramide, troviamo il questore di Palermo Arnaldo La Barbera, che fece una brillante carriera dopo aver collaborato a “risolvere” il tragico caso della morte di Borsellino.

Lui non c’è più, ma anche se fosse sopravvissuto al disvelamento di questo scandalo, difficilmente si troverebbe sul banco degli imputati. Perché avrebbe trascinato con sé un bel po’ di persone. A meno che non vogliamo pensare che un questore e un po’ di poliziotti abbiano potuto costruire il più grande depistaggio della storia degli ultimi trent’anni, quasi un colpo di Stato, all’insaputa della magistratura. Qui entra in scena un altro personaggio, ormai deceduto da vent’anni, il procuratore capo di Caltanissetta, il regista delle indagini sulle morti di Falcone e Borsellino, Giovanni Tinebra. Di lui Ilda Boccassini dice che le avrebbe impedito di prolungare la sua permanenza in Sicilia per poter smascherare le falsità di Scarantino. Certo è che, come dice la figlia del magistrato Fiammetta, forse la pm avrebbe potuto insistere, denunciare, strillare. Lo ha fatto con molto ritardo, da testimone al processo contro i poliziotti nel 2020, raccontando anche che il falso pentito si chiudeva per ore nell’ufficio del procuratore Tinebra, prima o dopo gli interrogatori. Che venivano svolti dai pm di Caltanissetta Annamaria Palma, Carmelo Petralia e il giovane Nino Di Matteo.

Tutti usciti (il giovincello non è stato mai neppure indagato, avendo svolto un ruolo minore) freschi e puliti dalle indagini con le archiviazioni perché, disse il giudice di Messina, non c’erano le prove che avessero partecipato o diretto il depistaggio. Una storia da far scoppiare il cervello. È mai possibile che un ragazzotto tossicodipendente e frequentatore di prostitute trans fosse il tipo più affidabile per i boss di Cosa Nostra, tanto da essere incaricato di procurare un’auto e imbottirla di tritolo per uccidere il nemico numero uno della mafia? Enzino della Guadagna, lo ricorda ancora Fiammetta Borsellino, non era neanche capace di aprire la porta di quel garage dove diceva di aver tenuto l’auto. E poi, nessuno tra i capi e neanche i livelli intermedi dell’organizzazione mafiosa lo conosceva. Possibile, possibile che quei magistrati fossero tutti cretini, oltre che ingenui e sprovveduti?

Ma c’è dell’altro. Perché, dopo che era stata resa pubblica la lettera in cui la moglie di Scarantino accusava esplicitamente Arnaldo La Barbera di far torturare suo marito per trasformarlo in “pentito”, si mossero alti vertici dello Stato a costruire un bel cordone sanitario intorno al questore. Ma anche intorno al falso pentito. Fu Giancarlo Caselli, procuratore di Palermo, a prendere l’iniziativa di una conferenza stampa, accompagnato dal procuratore generale e dal prefetto. Le massime autorità di Palermo in quell’occasione difesero l’onore di La Barbera, ma anche l’autenticità di Scarantino. Disinformati in buona fede? Mah. Ciliegina sulla torta, nella piramide delle responsabilità, quando meno politiche, l’ex procuratore generale della cassazione Riccardo Fuzio, cui le figlie di Paolo Borsellinoavevano scritto una lettera in cui venivano circostanziati fatti e misfatti degli uomini delle istituzioni e che tenne lo scritto nel cassetto per un anno, lamentando poi ipocritamente di non poter fare niente solo alla vigilia delle sue forzose anticipate dimissioni dopo il “caso Palamara”.

Il Csm infine, come raccontato proprio dall’ex capo delle spartizioni di carriera tra le toghe nel suo secondo libro. Il Consiglio superiore della magistratura (cui si era rivolta Fiammetta Borsellino), che finse di impegnare i suoi migliori uomini della prima commissione, quella che tratta le azioni disciplinari, sulle responsabilità di qualche magistrato. Ce ne siamo infischiati, dice con sincerità Luca Palamara, abbiamo “fatto ammuina”. Non interessava sapere se qualche toga avesse sbagliato. Ecco perché le eventuali celebrazioni di Borsellino del 19 luglio, cui la famiglia giustamente non parteciperà, saranno solo una presa in giro. E l’eventuale condanna di tre poliziotti per calunnia, sarebbe solo un pezzetto di giustizia.

 
 

PAOLO BORSELLINO per amore della verità – Presentato a Palermo con Fiammetta Borsellino

 
Un libro, nel 2022, è sempre una piccola cosa. Solo il piano inclinato della vanità può farla pensare diversamente. Tuttavia chi lo scrive ci mette dentro un mondo. Qui ci sono tutti i miei difetti. Ma c’è anche, nonostante questo, un frammento di verità sull’affaire Borsellino, sulla Sicilia, sulla nostra storia di italiani.
Lo hanno tessuto soprattutto due donne, Lucia e Fiammetta. L’autore ha fatto solo da telaio.  PIERO MELATI

Non era il numero due. Non era l’alter ego di Falcone. Non è stata una strage fotocopia.
Hanno dovuto accelerare il massacro, e poi depistare le indagini, perché indagava sul riciclaggio del denaro del traffico di droga, in una Procura che aveva definito “un nido di vipere”. Da allora nessuno ha più indagato su dove siano finiti i narco-miliardi e sulle metamorfosi della mafia siciliana. Da allora solo carriere, retorica e “professionisti dell’antimafia”.
Non solo: nei trent’anni successivi alla strage, alla sua famiglia è accaduto l’incredibile. Finché i figli non hanno deciso di parlare e rovesciare le consuete “narrazioni”. Ma nessuno ha mai chiesto loro “scusa” per tre decenni di depistaggi, ingiustizie, bugie.
Solo oggi questa storia può essere compresa nelle sue più sconvolgenti rivelazioni. Senza di essa non si può capire la Sicilia. Questo è un viaggio al termine della notte della civetta.

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Fiammetta Borsellino: “Non ci rassegniamo ai depistaggi, continueremo a batterci per fare verità”

 
 
 

Fiammetta Borsellino sul depistaggio: “Senza verità lo Stato è senza futuro

PALERMO – “Uno Stato che non riesce a fare luce su questo delitto non ha possibilità di futuro. Dopo trent’anni di depistaggi e di tradimenti noi non ci rassegniamo e continueremo a batterci perchè sia fatta verità sull’uccisione di nostro padre”. Lo ha detto Fiammetta Borsellino, figlia minore del giudice ucciso nella strage di via D’Amelio, nel corso della presentazione del libro scritto dal giornalista Piero Melati “Paolo Borsellino. Per amore della verità” che raccoglie le testimonianze della stessa Fiammetta, del fratello Manfredi e della sorella Lucia. “E’ per questo motivo – ha ricordato – che la mia famiglia ha deciso di disertare le cerimonie ufficiali sulle stragi del ’92, non a caso mia madre non volle funerali di Stato, proprio perchè aveva capito…”.

Fiammetta Borsellino ha raccontato quanto accaduto nei mesi successivi all’attentato “quando la mia famiglia fu oggetto di un vero e proprio ‘assalto alla diligenza’ da parte di uomini dello Stato. Quasi la necessità di svolgere una sorta di vigilanza nei nostro confronti, di tenerci buoni, di controllarci”.

La figlia di Borsellino ha poi ricostruito le vicende legate al falso pentito Vincenzo Scarantino, le cui dichiarazioni hanno dato vita a quello che i giudici del processo quater sulla strage di via D’Amelio hanno definito “Il più colossale depistaggio della storia d’Italia”. Dal ruolo svolto dal gruppo di poliziotti guidato dal questore Arnaldo La Barbera, legato ai servizi segreti, che avrebbero imbeccato Scarantino (tre di loro sono a processo per calunnia aggravata e la sentenza è prevista per il 12 luglio prossimo ndr), alle inchieste della Procura di Caltanissetta guidata da Giovanni Tinebra “vicino – ha sottolineato la Borsellino – ad ambienti della massoneria”.

Riferendosi poi alla presa di distanze sull’attendibilità di Scarantino da parte del Pm Ilda Boccassini, condensata in una lettera inviata ai colleghi della Procura, Fiammetta Borsellino ha osservato: “Una vicenda così grave non può essere liquidata con una lettera. Mio padre mi ha insegnato che in questi casi si fanno denunce pubbliche. A me è sembrato più che altro un volersi mettere il ferro dietro la porta da parte della Boccassini. Peraltro era stata proprio lei ad autorizzare i dieci colloqui investigativi nel carcere di Pianosa nel corso dei quali Scarantino sarebbe stato torturato per costringerlo a rendere quelle false dichiarazioni”. LIVE SICILIA 4.7.2022

 

Borsellino, i figli e la ricerca della verità: presentato a Palermo il libro di Piero Melati

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Una colazione. Che poi sono diventate quattro, cinque fino a venirne fuori un libro.

Nasce così “Paolo Borsellino per amore della verità” di Piero Melati, presentato oggi in prima nazionale nell’atrio di giurisprudenza dell’Università degli studi di Palermo.

“Questo libro è il risultato di un dialogo nato per caso davanti a un caffè – racconta Fiammetta Borsellino – che poi è continuato in maniera naturale”. A scrivere, dopo lunghe chiacchierate con Lucia e Fiammetta, è il giornalista Piero Melati, che negli anni del maxiprocesso seguì le cronache per il giornale palermitano L’Ora. “L’idea di questo libro viene proprio dai figli di Paolo Borsellino – spiega ai microfoni di Gds.it – le cose che dicono oggi illuminano un po’ di più i misteri della strage di via D’Amelio”. Nell’atrio di Giurisprudenza – la stessa frequentata dal giudice palermitano quand’era ancora un ragazzo – oggi pieno di gente, la parola verità ritorna più volte.

“La verità ha tenuto in piedi i figli di Paolo Borsellino – spiega l’autore – una verità che continuano a perseguire”. Tra il pubblico, insieme ai ragazzi, c’è anche Giovanni Paparcuri, l’autista di Rocco Chinnici. Rimasto vivo dopo la strage, venne poi reclutato dai due giudici per collaborare negli uffici blindati del Tribunale: “Sono qua oggi – confida – perché se sono quello che sono lo devo al dottore Borsellino. È stato lui a credere in me. Lui mi ha fatto rinascere dopo la strage, lui mi ha voluto in quegli uffici, faceva di tutto per farmi sentire uno di famiglia”.

Cucendo insieme ricordi e punti di vista diversi, questo libro illumina la figura di Paolo Borsellino da una prospettiva nuova e racconta – attraverso la voce dei protagonisti – «una delle pagine più vergognose e tragiche della storia giudiziaria italiana».

Trent’anni in cerca della verità. Trent’anni nel nome di un’idea di giustizia da rivendicare con fermezza. Queste parole potrebbero riassumere la battaglia portata avanti dalla moglie di Paolo Borsellino, Agnese, e dai figli Lucia, Manfredi e Fiammetta per fare luce su uno degli avvenimenti più bui della nostra storia recente. Dopo la strage di via D’Amelio, infatti, al dolore per la perdita del grande magistrato e della sua scorta si è aggiunto l’ignobile capitolo del depistaggio nelle indagini sugli esecutori materiali del crimine, al quale ha fatto seguito un iter processuale lungo e tortuoso. Anni di lacune e omissioni, bugie e negligenze. Eppure, i figli di Paolo Borsellino hanno affrontato questo difficile percorso con dignità e determinazione, rimanendo spesso lontani dai riflettori e prendendo le distanze dalle celebrazioni che si sono succedute nel corso dei decenni. Lo hanno fatto con sobrietà e rispetto delle istituzioni, fedeli ai princìpi e agli insegnamenti appresi da un uomo, e da un padre, che ha dedicato la sua vita alla lotta alla mafia. In queste pagine c’è la storia di una famiglia e del suo impegno per l’affermazione del «diritto alla verità», ma c’è anche un ritratto corale del giudice che Piero Melati tratteggia con l’aiuto di molte testimonianze, tra le quali spiccano i contributi inediti di Lucia e Fiammetta Borsellino. Cucendo insieme ricordi e punti di vista diversi, questo libro illumina la figura.

 

 «Uno Stato che non riesce a fare luce su questo delitto non ha possibilità di futuro. Dopo trent’anni di depistaggi e di tradimenti noi non ci rassegniamo e continueremo a batterci perchè sia fatta verità sull’uccisione di nostro padre». Lo ha detto Fiammetta Borsellino, figlia minore del giudice ucciso nella strage di via D’Amelio, nel corso della presentazione del libro scritto dal giornalista Piero Melati «Paolo Borsellino. Per amore della verità» che raccoglie le testimonianze della stessa Fiammetta, del fratello Manfredi e della sorella Lucia. «E’ per questo motivo – ha ricordato – che la mia famiglia ha deciso di disertare le cerimonie ufficiali sulle stragi del ’92, non a caso mia madre non volle funerali di Stato, proprio perchè aveva capito…». 
 Fiammetta Borsellino ha raccontato quanto accaduto nei mesi successivi all’attentato «quando la mia famiglia fu oggetto di un vero e proprio ‘assalto alla diligenzà da parte di uomini dello Stato. Quasi la necessità di svolgere una sorta di vigilanza nei nostro confronti, di tenerci buoni, di controllarci». La figlia di Borsellino ha poi ricostruito le vicende legate al falso pentito Vincenzo Scarantino, le cui dichiarazioni hanno dato vita a quello che i giudici del processo quater sulla strage di via D’Amelio hanno definito «Il più colossale depistaggio della storia d’Italia». Dal ruolo svolto dal gruppo di poliziotti guidato dal questore Arnaldo La Barbera, legato ai servizi segreti, che avrebbero imbeccato Scarantino (tre di loro sono a processo per calunnia aggravata e la sentenza è prevista per il 12 luglio prossimo ndr), alle inchieste della Procura di Caltanissetta guidata da Giovanni Tinebra «vicino – ha sottolineato la Borsellino – ad ambienti della massoneria». 
 Riferendosi poi alla presa di distanze sull’attendibilità di Scarantino da parte del Pm Ilda Boccassini, condensata in una lettera inviata ai colleghi della Procura, Fiammetta Borsellino ha osservato: «Una vicenda così grave non può essere liquidata con una lettera. Mio padre mi ha insegnato che in questi casi si fanno denunce pubbliche. A me è sembrato più che altro un volersi mettere il ferro dietro la porta da parte della Boccassini. Peraltro era stata proprio lei ad autorizzare i dieci colloqui investigativi nel carcere di Pianosa nel corso dei quali Scarantino sarebbe stato torturato per costringerlo a rendere quelle false dichiarazioni»


LE DICHIARAZIONI DELLA FIGLIA DEL GIUDICE

 

Fiammetta Borsellino, processo trattativa pompato mediaticamente
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fiammetta Borsellino: “Via D’Amelio? Diserteremo tutte le manifestazioni finché non ci diranno la verità”

La figlia del giudice ucciso nel 1992: “Mio padre non è stato ucciso solo da Cosa nostra, ma il lavoro di Cosa nostra è stato ben agevolato da persone che sicuramente hanno tradito”

“Ci sono uomini che lavorano per allontanare la verità sulla strage di via D’Amelio. Oggi questa verità è negata non solo alla mia famiglia ma tutto il popolo italiano, il primo a essere stato offeso”. E’ la denuncia di Fiammetta Borsellino, la figlia del giudice ucciso nella strage del 19 luglio 1992 con cinque agenti della scorta, che ha parlato ieri sera durante la presentazione del libro di Piero Melati “Paolo Borsellino, per amore della verità” (Sperling e Kupfer).

“A casa mia – ha detto – da quando è morto mio padre, è entrato chiunque. Ma se all’inizio questa presenza continua era giustificata come forma di attenzione, alla luce di tradimenti e depistaggi, ci ha fatto capire che c’era una forma di controllo, una necessità di una sorta di stordimento. Davanti a una finta attenzione non c’è stato un giusto percorso di verità  per noi l’unico modo di fare memoria era attivare un giusto percorro di verità. Invece abbiamo avuto solo tradimenti verità distorte”.

Fiammetta Borsellino rivela: “Diserteremo tutte le manifestazioni ufficiali per la strage di via D’Amelio fino a quando lo Stato non ci spiegherà cosa è accaduto davvero, non ci dirà la verità: nonostante tutte queste celebrazioni si è fatto un lavoro diametralmente opposto su questo barbaro eccidio. Il fatto che oggi qui non ci sia un solo magistrato o un poliziotto o un referente qualsiasi delle istituzioni è molto significativo. Saranno tutti presenti il 19 luglio e ai concerti al Teatro Massimo…”. 

Poi su Ilda Boccassini: “Lei non sapeva dire di no alle pressioni di Arnaldo La Barbera. Poi per mettersi il ferro dietro la porta ha scritto una letterina al Procuratore Tinebra. Io dico che se la Boccassini aveva qualche dubbio sul falso pentito Scarantino doveva fare una denuncia pubblica, così è troppo comodo. La Boccassini è quello stesso magistrato che ha autorizzato dieci colloqui investigativi di Scarantino a Pianosa e poi si è saputo che servivano a fare dire il falso a Scarantino con torture e minacce – dice – Ilda Boccassini chiede si colleghi di applicare le norme del Codice perché si rende conto di ciò che fanno, una cosa così grave non la puoi scrivere in una letterina. E darla a un procuratore che poi la mette in un cassetto e la lascia lì. Per me la denuncia è un’altra cosa. La si fa pubblicamente. Come mi ha insegnato mio padre. Io l’ho letto come un mettersi il ferro dietro la porta. Questa non è una denuncia o stoppare un percorso deviato”.

“Abbiamo avuto – ha proseguito – magistrati che non hanno fatto le verbalizzazioni dei sopralluoghi nei garage dove Scarantino diceva di avere rubato la macchina. Se fosse stato fatto un verbale ci si sarebbe resi subito conto della inattendibilità di Scarantino che non sapeva neppure come si apriva il garage, se non avessero delegato segmenti di indagine ai servizi segreti, se avessero esercitato quel controllo previsto dalla legge sugli organi investigativi il depistaggio non ci sarebbe stato. Tutto questo non può avvenire sotto gli occhi di chi invece deve controllare e coordinare, cioè i magistrati”, aggiunge. PLERMO TODAY 


5..7.2022 Fiammetta Borsellino, “C’è chi lavora per allontanare la verità sulla strage di via D’Amelio”

Le dichiarazioni della figlia del giudice VIDEO

 

“Ci sono uomini che lavorano per allontanare la verità sulla strage di via D’Amelio. E’ durissima la denuncia di Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato antimafia ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992 assieme a cinque agenti della scorta, che ha parlato ieri sera durante la presentazione del libro di Piero Melati “Paolo Borsellino, per amore della verità”.

Una verità negata agli italiani

Una verità, secondo la figlia di Borsellino, che oggi sarebbe “negata non solo alla mia famiglia ma tutto il popolo italiano, il primo a essere stato offeso”. Parole durissime tra rivelazioni e confessioni. “A casa mia – ha detto la Borsellino – da quando è morto mio padre, è entrato chiunque. Ma se all’inizio questa presenza continua era giustificata come forma di attenzione, alla luce di tradimenti e depistaggi, ci ha fatto capire che c’era una forma di controllo, una necessità di una sorta di stordimento. Davanti a una finta attenzione non c’è stato un giusto percorso di verità per noi l’unico modo di fare memoria era attivare un giusto percorro di verità. Invece abbiamo avuto solo tradimenti verità distorte”.

“Diserteremo tutte le manifestazioni ufficiali”

Lo Stato ora deve dire alla famiglia Borsellino cosa davvero è accaduto. Fino a quel giorno saranno disertate tutte manifestazioni ufficiali che riguarderanno la Strage di via D’Amelio.  Poi su Ilda Boccassini: “Lei non sapeva dire di no alle pressioni di Arnaldo La Barbera. Poi per mettersi il ferro dietro la porta ha scritto una letterina al Procuratore Tinebra. Io dico che se la Boccassini aveva qualche dubbio sul falso pentito Scarantino doveva fare una denuncia pubblica, così è troppo comodo. La Boccassini è quello stesso magistrato che ha autorizzato dieci colloqui investigativi di Scarantino a Pianosa e poi si è saputo che servivano a fare dire il falso a Scarantino con torture e minacce – dice – Ilda Boccassini chiede si colleghi di applicare le norme del Codice perché si rende conto di ciò che fanno, una cosa così grave non la puoi scrivere in una letterina. E darla a un procuratore che poi la mette in un cassetto e la lascia lì. Per me la denuncia è un’altra cosa. La si fa pubblicamente. Come mi ha insegnato mio padre. Io l’ho letto come un mettersi il ferro dietro la porta. Questa non è una denuncia o stoppare un percorso deviato”.

Le responsabilità dei magistrati

“Abbiamo avuto – ha proseguito – magistrati che non hanno fatto le verbalizzazioni dei sopralluoghi nei garage dove Scarantino diceva di avere rubato la macchina. Se fosse stato fatto un verbale ci si sarebbe resi subito conto della inattendibilità di Scarantino che non sapeva neppure come si apriva il garage, se non avessero delegato segmenti d’indagine ai servizi segreti, se avessero esercitato quel controllo previsto dalla legge sugli organi investigativi il depistaggio non ci sarebbe stato. Tutto questo non può avvenire sotto gli occhi di chi invece deve controllare e coordinare, cioè i magistrati”, aggiunge.

Agevolato il lavoro di cosa nostra

“Se un medico avesse sbagliato una operazione di questo tipo sarebbe stato messo subito alle sbarre, qui invece non si è avviata nessuna indagine, né sul piano disciplinare o penale. E quel poco che si era fatto è stato subito archiviato. C’era la volontà della magistratura di non guardare dentro se stessa, perché si doveva partire da quella frase che disse mio padre quando definì la procura di Palermo ‘Quel nido di vipere’”. Quindi la conclusione: “Mio padre non è stato ucciso solo da Cosa nostra, ma il lavoro di Cosa nostra è stato ben agevolato da persone che sicuramente hanno tradito”.