PAOLO BORSELLINO per amore della verità – Presentato a Palermo con Fiammetta Borsellino

 
Un libro, nel 2022, è sempre una piccola cosa. Solo il piano inclinato della vanità può farla pensare diversamente. Tuttavia chi lo scrive ci mette dentro un mondo. Qui ci sono tutti i miei difetti. Ma c’è anche, nonostante questo, un frammento di verità sull’affaire Borsellino, sulla Sicilia, sulla nostra storia di italiani.
Lo hanno tessuto soprattutto due donne, Lucia e Fiammetta. L’autore ha fatto solo da telaio.  PIERO MELATI

Non era il numero due. Non era l’alter ego di Falcone. Non è stata una strage fotocopia.
Hanno dovuto accelerare il massacro, e poi depistare le indagini, perché indagava sul riciclaggio del denaro del traffico di droga, in una Procura che aveva definito “un nido di vipere”. Da allora nessuno ha più indagato su dove siano finiti i narco-miliardi e sulle metamorfosi della mafia siciliana. Da allora solo carriere, retorica e “professionisti dell’antimafia”.
Non solo: nei trent’anni successivi alla strage, alla sua famiglia è accaduto l’incredibile. Finché i figli non hanno deciso di parlare e rovesciare le consuete “narrazioni”. Ma nessuno ha mai chiesto loro “scusa” per tre decenni di depistaggi, ingiustizie, bugie.
Solo oggi questa storia può essere compresa nelle sue più sconvolgenti rivelazioni. Senza di essa non si può capire la Sicilia. Questo è un viaggio al termine della notte della civetta.

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Fiammetta Borsellino: “Non ci rassegniamo ai depistaggi, continueremo a batterci per fare verità”

 
 
 
 

Fiammetta Borsellino sul depistaggio: “Senza verità lo Stato è senza futuro

PALERMO – “Uno Stato che non riesce a fare luce su questo delitto non ha possibilità di futuro. Dopo trent’anni di depistaggi e di tradimenti noi non ci rassegniamo e continueremo a batterci perchè sia fatta verità sull’uccisione di nostro padre”. Lo ha detto Fiammetta Borsellino, figlia minore del giudice ucciso nella strage di via D’Amelio, nel corso della presentazione del libro scritto dal giornalista Piero Melati “Paolo Borsellino. Per amore della verità” che raccoglie le testimonianze della stessa Fiammetta, del fratello Manfredi e della sorella Lucia. “E’ per questo motivo – ha ricordato – che la mia famiglia ha deciso di disertare le cerimonie ufficiali sulle stragi del ’92, non a caso mia madre non volle funerali di Stato, proprio perchè aveva capito…”.

Fiammetta Borsellino ha raccontato quanto accaduto nei mesi successivi all’attentato “quando la mia famiglia fu oggetto di un vero e proprio ‘assalto alla diligenza’ da parte di uomini dello Stato. Quasi la necessità di svolgere una sorta di vigilanza nei nostro confronti, di tenerci buoni, di controllarci”.

La figlia di Borsellino ha poi ricostruito le vicende legate al falso pentito Vincenzo Scarantino, le cui dichiarazioni hanno dato vita a quello che i giudici del processo quater sulla strage di via D’Amelio hanno definito “Il più colossale depistaggio della storia d’Italia”. Dal ruolo svolto dal gruppo di poliziotti guidato dal questore Arnaldo La Barbera, legato ai servizi segreti, che avrebbero imbeccato Scarantino (tre di loro sono a processo per calunnia aggravata e la sentenza è prevista per il 12 luglio prossimo ndr), alle inchieste della Procura di Caltanissetta guidata da Giovanni Tinebra “vicino – ha sottolineato la Borsellino – ad ambienti della massoneria”.

Riferendosi poi alla presa di distanze sull’attendibilità di Scarantino da parte del Pm Ilda Boccassini, condensata in una lettera inviata ai colleghi della Procura, Fiammetta Borsellino ha osservato: “Una vicenda così grave non può essere liquidata con una lettera. Mio padre mi ha insegnato che in questi casi si fanno denunce pubbliche. A me è sembrato più che altro un volersi mettere il ferro dietro la porta da parte della Boccassini. Peraltro era stata proprio lei ad autorizzare i dieci colloqui investigativi nel carcere di Pianosa nel corso dei quali Scarantino sarebbe stato torturato per costringerlo a rendere quelle false dichiarazioni”. LIVE SICILIA 4.7.2022

 

 

Borsellino, i figli e la ricerca della verità: presentato a Palermo il libro di Piero Melati

 

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Una colazione. Che poi sono diventate quattro, cinque fino a venirne fuori un libro.

Nasce così “Paolo Borsellino per amore della verità” di Piero Melati, presentato oggi in prima nazionale nell’atrio di giurisprudenza dell’Università degli studi di Palermo.

“Questo libro è il risultato di un dialogo nato per caso davanti a un caffè – racconta Fiammetta Borsellino – che poi è continuato in maniera naturale”. A scrivere, dopo lunghe chiacchierate con Lucia e Fiammetta, è il giornalista Piero Melati, che negli anni del maxiprocesso seguì le cronache per il giornale palermitano L’Ora. “L’idea di questo libro viene proprio dai figli di Paolo Borsellino – spiega ai microfoni di Gds.it – le cose che dicono oggi illuminano un po’ di più i misteri della strage di via D’Amelio”. Nell’atrio di Giurisprudenza – la stessa frequentata dal giudice palermitano quand’era ancora un ragazzo – oggi pieno di gente, la parola verità ritorna più volte.

“La verità ha tenuto in piedi i figli di Paolo Borsellino – spiega l’autore – una verità che continuano a perseguire”. Tra il pubblico, insieme ai ragazzi, c’è anche Giovanni Paparcuri, l’autista di Rocco Chinnici. Rimasto vivo dopo la strage, venne poi reclutato dai due giudici per collaborare negli uffici blindati del Tribunale: “Sono qua oggi – confida – perché se sono quello che sono lo devo al dottore Borsellino. È stato lui a credere in me. Lui mi ha fatto rinascere dopo la strage, lui mi ha voluto in quegli uffici, faceva di tutto per farmi sentire uno di famiglia”.

 

 

 


Cucendo insieme ricordi e punti di vista diversi, questo libro illumina la figura di Paolo Borsellino da una prospettiva nuova e racconta – attraverso la voce dei protagonisti – «una delle pagine più vergognose e tragiche della storia giudiziaria italiana».

Trent’anni in cerca della verità. Trent’anni nel nome di un’idea di giustizia da rivendicare con fermezza. Queste parole potrebbero riassumere la battaglia portata avanti dalla moglie di Paolo Borsellino, Agnese, e dai figli Lucia, Manfredi e Fiammetta per fare luce su uno degli avvenimenti più bui della nostra storia recente. Dopo la strage di via D’Amelio, infatti, al dolore per la perdita del grande magistrato e della sua scorta si è aggiunto l’ignobile capitolo del depistaggio nelle indagini sugli esecutori materiali del crimine, al quale ha fatto seguito un iter processuale lungo e tortuoso. Anni di lacune e omissioni, bugie e negligenze. Eppure, i figli di Paolo Borsellino hanno affrontato questo difficile percorso con dignità e determinazione, rimanendo spesso lontani dai riflettori e prendendo le distanze dalle celebrazioni che si sono succedute nel corso dei decenni. Lo hanno fatto con sobrietà e rispetto delle istituzioni, fedeli ai princìpi e agli insegnamenti appresi da un uomo, e da un padre, che ha dedicato la sua vita alla lotta alla mafia. In queste pagine c’è la storia di una famiglia e del suo impegno per l’affermazione del «diritto alla verità», ma c’è anche un ritratto corale del giudice che Piero Melati tratteggia con l’aiuto di molte testimonianze, tra le quali spiccano i contributi inediti di Lucia e Fiammetta Borsellino. Cucendo insieme ricordi e punti di vista diversi, questo libro illumina la figura.

 

 «Uno Stato che non riesce a fare luce su questo delitto non ha possibilità di futuro. Dopo trent’anni di depistaggi e di tradimenti noi non ci rassegniamo e continueremo a batterci perchè sia fatta verità sull’uccisione di nostro padre». Lo ha detto Fiammetta Borsellino, figlia minore del giudice ucciso nella strage di via D’Amelio, nel corso della presentazione del libro scritto dal giornalista Piero Melati «Paolo Borsellino. Per amore della verità» che raccoglie le testimonianze della stessa Fiammetta, del fratello Manfredi e della sorella Lucia. «E’ per questo motivo – ha ricordato – che la mia famiglia ha deciso di disertare le cerimonie ufficiali sulle stragi del ’92, non a caso mia madre non volle funerali di Stato, proprio perchè aveva capito…». 
 Fiammetta Borsellino ha raccontato quanto accaduto nei mesi successivi all’attentato «quando la mia famiglia fu oggetto di un vero e proprio ‘assalto alla diligenzà da parte di uomini dello Stato. Quasi la necessità di svolgere una sorta di vigilanza nei nostro confronti, di tenerci buoni, di controllarci». La figlia di Borsellino ha poi ricostruito le vicende legate al falso pentito Vincenzo Scarantino, le cui dichiarazioni hanno dato vita a quello che i giudici del processo quater sulla strage di via D’Amelio hanno definito «Il più colossale depistaggio della storia d’Italia». Dal ruolo svolto dal gruppo di poliziotti guidato dal questore Arnaldo La Barbera, legato ai servizi segreti, che avrebbero imbeccato Scarantino (tre di loro sono a processo per calunnia aggravata e la sentenza è prevista per il 12 luglio prossimo ndr), alle inchieste della Procura di Caltanissetta guidata da Giovanni Tinebra «vicino – ha sottolineato la Borsellino – ad ambienti della massoneria». 
 Riferendosi poi alla presa di distanze sull’attendibilità di Scarantino da parte del Pm Ilda Boccassini, condensata in una lettera inviata ai colleghi della Procura, Fiammetta Borsellino ha osservato: «Una vicenda così grave non può essere liquidata con una lettera. Mio padre mi ha insegnato che in questi casi si fanno denunce pubbliche. A me è sembrato più che altro un volersi mettere il ferro dietro la porta da parte della Boccassini. Peraltro era stata proprio lei ad autorizzare i dieci colloqui investigativi nel carcere di Pianosa nel corso dei quali Scarantino sarebbe stato torturato per costringerlo a rendere quelle false dichiarazioni»


 

Fiammetta Borsellino: “Via D’Amelio? Diserteremo tutte le manifestazioni finché non ci diranno la verità”

La figlia del giudice ucciso nel 1992: “Mio padre non è stato ucciso solo da Cosa nostra, ma il lavoro di Cosa nostra è stato ben agevolato da persone che sicuramente hanno tradito”

“Ci sono uomini che lavorano per allontanare la verità sulla strage di via D’Amelio. Oggi questa verità è negata non solo alla mia famiglia ma tutto il popolo italiano, il primo a essere stato offeso”. E’ la denuncia di Fiammetta Borsellino, la figlia del giudice ucciso nella strage del 19 luglio 1992 con cinque agenti della scorta, che ha parlato ieri sera durante la presentazione del libro di Piero Melati “Paolo Borsellino, per amore della verità” (Sperling e Kupfer).

“A casa mia – ha detto – da quando è morto mio padre, è entrato chiunque. Ma se all’inizio questa presenza continua era giustificata come forma di attenzione, alla luce di tradimenti e depistaggi, ci ha fatto capire che c’era una forma di controllo, una necessità di una sorta di stordimento. Davanti a una finta attenzione non c’è stato un giusto percorso di verità  per noi l’unico modo di fare memoria era attivare un giusto percorro di verità. Invece abbiamo avuto solo tradimenti verità distorte”.

Fiammetta Borsellino rivela: “Diserteremo tutte le manifestazioni ufficiali per la strage di via D’Amelio fino a quando lo Stato non ci spiegherà cosa è accaduto davvero, non ci dirà la verità: nonostante tutte queste celebrazioni si è fatto un lavoro diametralmente opposto su questo barbaro eccidio. Il fatto che oggi qui non ci sia un solo magistrato o un poliziotto o un referente qualsiasi delle istituzioni è molto significativo. Saranno tutti presenti il 19 luglio e ai concerti al Teatro Massimo…”. 

Poi su Ilda Boccassini: “Lei non sapeva dire di no alle pressioni di Arnaldo La Barbera. Poi per mettersi il ferro dietro la porta ha scritto una letterina al Procuratore Tinebra. Io dico che se la Boccassini aveva qualche dubbio sul falso pentito Scarantino doveva fare una denuncia pubblica, così è troppo comodo. La Boccassini è quello stesso magistrato che ha autorizzato dieci colloqui investigativi di Scarantino a Pianosa e poi si è saputo che servivano a fare dire il falso a Scarantino con torture e minacce – dice – Ilda Boccassini chiede si colleghi di applicare le norme del Codice perché si rende conto di ciò che fanno, una cosa così grave non la puoi scrivere in una letterina. E darla a un procuratore che poi la mette in un cassetto e la lascia lì. Per me la denuncia è un’altra cosa. La si fa pubblicamente. Come mi ha insegnato mio padre. Io l’ho letto come un mettersi il ferro dietro la porta. Questa non è una denuncia o stoppare un percorso deviato”.

“Abbiamo avuto – ha proseguito – magistrati che non hanno fatto le verbalizzazioni dei sopralluoghi nei garage dove Scarantino diceva di avere rubato la macchina. Se fosse stato fatto un verbale ci si sarebbe resi subito conto della inattendibilità di Scarantino che non sapeva neppure come si apriva il garage, se non avessero delegato segmenti di indagine ai servizi segreti, se avessero esercitato quel controllo previsto dalla legge sugli organi investigativi il depistaggio non ci sarebbe stato. Tutto questo non può avvenire sotto gli occhi di chi invece deve controllare e coordinare, cioè i magistrati”, aggiunge. PLERMO TODAY 


Piero Melati, giornalista e scrittore  è nato a Palermo. È viceredattore capo del “Venerdì di Repubblica” e si occupa di attualità e cultura. Ha seguito per il giornale “L’Ora” di Palermo la guerra di mafia e il primo Maxiprocesso a Cosa Nostra. 


 

Questa la dedica del libro che esce il 28 giugno per Sperling&Kupfer, “Paolo Borsellino per amore della verità”.
Il cambiamento della Sicilia è passato da una aula bunker. Senza il Maxiprocesso di Palermo del 1986 l’Italia e il mondo non si sarebbero mai resi conto che la mafia esisteva, che non ci si poteva convivere, che era arrivata a inquinare i massimi livelli della politica e dell’economia. Uomini concreti hanno permesso tutto questo, fuori dalle luci della ribalta. Senza di loro, sarebbe stato impossibile.
A futura memoria, se la memoria ha un futuro.
 
 
 
 

 

PROGRAMMA 

 

30.6.2022 –  NUOVO SUD – Palermo: si presenta il libro di Piero Melati “Paolo Borsellino, per amore della verità

Il libro cuce ricordi e punti di vista diversi, con l’aiuto di molte testimonianze, con contributi inediti di Lucia, Manfredi e Fiammetta, offrendo una prospettiva nuova e raccontando – attraverso la voce dei protagonisti – una delle pagine più vergognose e tragiche della storia giudiziaria italiana. Esortando a raccogliere un’eredità preziosa, a partecipare attivamente alla ricerca della verità e all’ affermazione della giustizia. Perché la storia di Paolo Borsellino e della sua famiglia è anche la nostra storia.
Ingresso gratuito. Info: 091361064 o alla mail fabulaviaroma@libreriaflaccovio.it. Si può acquistare il libro negli store Flaccovio Mondadori (via Roma, 270), al San Lorenzo Mercato e al centro commerciale Forum.
Piero Melati ha seguito per il quotidiano L’Ora il Maxiprocesso di Palermo, per poi scrivere sulle pagine di Repubblica e il Venerdì. Ha pubblicato con Francesco Vitale Vivi da morire (Bompiani, 2015), Giorni di mafia (Laterza, 2017), La notte della civetta (Zolfo, 2020).


30.6.2022 BALARM – “Paolo Borsellino. Per amore della verità”: la presentazione del libro di Piero Melati a Palermo

 Anni di lacune e omissioni, bugie e negligenze. Eppure, i figli di Paolo Borsellino hanno affrontato questo difficile percorso con dignità e determinazione, rimanendo spesso lontani dai riflettori e prendendo le distanze dalle celebrazioni che si sono succedute nel corso dei decenni.  Nelle pagine di “Paolo Borsellino. Per amore della verità” del giornalista Piero Melati c’è la storia di una famiglia e del suo impegno per l’affermazione del diritto alla verità, ma c’è anche un ritratto corale del giudice. Piero Melati e Fiammetta Borsellino ne parleranno con il direttore editoriale di Sperling & Kupfer, Rino Parlapiano, lunedì 4 luglio alle 18.30, nell’atrio monumentale della Facoltà di Giurisprudenza (via Maqueda 172), organizza Flaccovio Mondadori. Introduzione del direttore del Dipartimento di Giurisprudenza, Armando Plaia.

 

I “festeggiamenti“ per il trentennale delle stragi.
 
 
Questo sono effettivamente sembrati, qualche volta. Festeggiamenti. Procuratori, giudici in pensione, toghe ridanciane, hanno girato festival e tv come esuberanti globetrotter. Invece che ricordare un lutto, hanno animato uno spettacolo, un civilissimo show in nome del “civile impegno”, quello che è sempre, da sempre, per sempre, ”improcrastinabile” e “necessario”.
Avrebbero avuto ben poco da sentirsi il sale della terra, questi avventurieri siciliani (a volte anche non siciliani) in trasferta per il mondo. A predicare la solita, buona novella. Senza un’oncia di notizia nuova, di un qualche ragionamento sorprendente. Attori stanchi, trucco sbiadito da vecchi clown.
Colpa loro? Non solo. L’avvenimento che doveva essere evocato, cruciale nella storia italiana, è al contrario del tutto marginale nella memoria nazionale. Neppure un tema agli esami di liceo si è meritato, nonostante la ricorrenza piena. E meno male. Dopo decenni di “indispensabili” itinerari didattici nelle nostre scuole, ancora quest’anno nelle aule è stato chiesto se per caso Falcone e Borserllino sono la stessa persona oppure se sono un aeroporto. Per ammettere che si è fallito, che altro serve?
La letteratura nazionale ignora questi temi dal “Giorno della civetta” di Sciascia del 1961. Il resto è una possente invasione di ultracorpi di prodotti dalla scarsa incidenza. Il resto è una montagna di carte giudiziarie che nessuno leggerà mai. Eppure. Eppure la storia di Paolo Borsellino non è la storia della seconda strage. Non è la storia dell’alter ego di Falcone. La strage di via D’Amelio (consentitemi la trucidità pop) è la saponetta che sempre scappa dalle mani delle narrazioni consuete. Le rimette sempre tutte in discussione. Ma perché?
Certo, è una storia di mafia. Ma sarebbe potuta accadere anche in un altro tempo e luogo, senza perdere nulla della sua esemplarità. Il tradimento, il coraggio, il sacrificio. E’ una tragedia greca.
Sono usciti più di ottanta libri su Paolo Borsellino. Che altro c’è da dire? Semplicemente ci sono da dire i tre decenni dopo la strage. E non in chiave strettamente giudiziaria. Ovvero, una volta tanto, l’oggi. Letterale: fino a un’ora fa. Questa storia, a differenza di altre, che sono ormai solo “memoria”, cammina ancora.
Quello che è accaduto alla famiglia e ai figli è una dimensione tra Kafka e Orwell. Non solo. Se ci immergiamo nel loro vissuto, appaiono all’improvviso frammenti anche di ieri, ma in una luce completamente nuova.
Su cosa stava indagando Borsellino dopo la morte di Falcone? Perché è stata necessaria, e a chi, una seconda strage?
Dal racconto dei figli, se lo mettiamo in fila e lo ricapitoliamo con loro adesso, oggi, ora, viene fuori una rilettura completamente ribaltata rispetto a quanto abbiamo creduto fino a ieri.
Perciò non si tratta di ristampare il già noto, ma di intraprendere un viaggio nell’ignoto.
PIERO MELATI  – 22.6.2022.
 

Borsellino, ritratto di famiglia dall’interno

1979: Paolo Borsellino al Parco degli Abruzzi con i figli Lucia e Manfredi (ANSA)
1979: Paolo Borsellino al Parco degli Abruzzi
con i figli Lucia e Manfredi (ANSA) 

Questo libro, Paolo Borsellino, per amore della verità, è stato tessuto da due donne, Lucia e Fiammetta Borsellino. L’autore ha fatto semplicemente da telaio. Con Fiammetta, la figlia minore del giudice, avevamo una consuetudine. Prima della pandemia, ci incontravamo al mattino in un paio di bar del quartiere palermitano della Kalsa, mentre le sue figlie Felicita e Futura erano a scuola. Fiammetta mi aveva così raccontato in anticipo la sua intenzione di incontrare in carcere i fratelli Graviano, boss di Brancaccio, condannati quali autori della strage di via D’Amelio, dove il 19 luglio del 1992 un’autobomba aveva ucciso il magistrato e i cinque agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi,Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, 57 giorni dopo la strage di Capaci. Fiammetta non si aspettava particolari rivelazioni, non voleva investirli di rabbia e odio, e neppure voleva perdonare. Piuttosto, tentava un percorso dentro il suo dolore, simile a quello delle vittime del terrorismo che hanno incontrato i loro carnefici. Non a caso, prima del faccia a faccia con i Graviano, ne aveva parlato con la figlia di Aldo Moro, Agnese.

Le istituzioni preposte non hanno mai compreso il gesto di Fiammetta, senza precedenti nella storia della mafia, e hanno cercato di ostacolarlo. Alla fine, però, lei è riuscita nell’intento, contro il parere di tutti. Per trarne che cosa?  Per quanto mi riguarda, grazie a Fiammetta, avevo iniziato un analogo percorso di ricapitolazione delle vicende siciliane – culminate nelle stragi del ‘92 – che, alla fine, dopo la pandemia, mi ha portato a rivederla altre volte per scrivere questo libro. Grazie a lei avevo conosciuto anche la sorella Lucia, la figlia maggiore del giudice, e il marito Fabio Trizzino, che rappresenta la famiglia nei processi. Ho raccolto anche altre testimonianze, ma sempre guidato dal tentativo di lasciare immacolata l’impronta che le figlie di Borsellino hanno dato alla loro incredibile storia.

Sono stati scritti più di ottanta libri su via D’Amelio. Ma non era mai stato raccontato quello che è accaduto ai figli e alla famiglia nei trent’anni successivi alla strage. Ricostruirlo è stato come imbarcarsi in un viaggio kafkiano, al termine del quale ci si accorge che la vera storia rischia di essere cancellata per sempre, come nei romanzi di Orwell. Ho subito compreso che non si trattava di ristampare il già noto, ma piuttosto di far parlare i figli per illuminare così anche i frammenti più significativi della storia del padre. Comprese nuove ipotesi sulla stagione delle stragi.

Oggi sappiamo che l’inchiesta su via D’Amelio è stata distorta dal più grande depistaggio della storia giudiziaria italiana, per il quale era stato inventato un finto pentito e condannati all’ergastolo degli innocenti. Una sentenza della Cassazione, relativa al cosiddetto processo Borsellino Quater, ha sancito questa verità in via definitiva. Ma cosa era accaduto nel frattempo alla famiglia, in trent’anni di depistaggi? Minacce, manipolazioni, attacchi anche da parte della cosiddetta “antimafia”, bugie, tradimenti, isolamento. Nessun parente di vittima di mafia è stato mai trattato come loro. Una autentica odissea, al termine della quale nessuna autorità dello Stato ha chiesto formalmente scusa alla memoria del giudice e ai suoi figli per lo scandaloso insabbiamento.
Loro, invece, hanno dovuto versare nuovi, elevatissimi tributi. Lucia, figlia di un “eroe” siciliano, ha dovuto abbandonare la Sicilia, dopo la breve esperienza da assessore regionale alla sanità e le minacce che ha subìto per avere combattuto il malaffare. Oggi, nella sua nuova casa romana, vive circondata dalle foto più significative della storia del padre. Ognuna racconta qualcosa. Quella più famosa, scattata da Tony Gentile, che vede Falcone e Borsellino vicini a sorridere e confabulare, è diventata un francobollo commemorativo e una moneta celebrativa. Eppure, il giorno in cui venne scattata, a Palermo, in un convegno nel quartiere della Kalsa, nel 1992, l’anno delle stragi, i partecipanti – come racconta Lucia – non lesinarono frecciate velenose ai magistrati.

Questa storia si chiude per me con un paradosso. È noto che Leonardo Sciascia, da posizioni “garantiste”, polemizzò in vita con i giudici antimafia, e direttamente con Paolo Borsellino, che se ne dispiacque molto. Il giudice era cresciuto con i suoi libri. A casa di Lucia ci sono anche le foto del loro successivo incontro. Eppure, ecco il paradosso, non ci sono mai state due figure quanto quelle di Borsellino e Sciascia che di più condivisero una idea “utopistica” e umana di giustizia.

La stessa che Fiammetta ha cercato in quegli incontri in carcere con i suoi carnefici. Qualcosa che possa andare oltre la pena, la vendetta e il perdono.

VENERDÍ di REPUBBLICA 15 luglio 2022


Omicidio Borsellino: più chiara la verità storica, ancora lontana quella giudiziaria

Il 19 luglio 1992 in via D’Amelio, a Palermo, veniva ucciso dalla mafia il giudice Paolo Borsellino. Con lui perdevano la vita 4 uomini e una donna della scorta. Soltanto due mesi prima era stato ucciso l’amico e collega Giovanni Falcone. Alle celebrazioni per ricordare l’anniversario non saranno presenti i famigliari di Borsellino in segno di protesta dopo la sentenza riguardo all’accusa di depistaggio delle indagini sulla strage. Ai nostri microfoni il giornalista e scrittore Piero Melati

Adriana Masotti – Città del Vaticano VATICANO NEWS 19 luglio 2022

Era domenica, quel 19 luglio di 30 anni fa, ed erano le 16 e 59 minuti quando una Fiat 126 imbottita con circa 90 chilogrammi di esplosivo saltò in aria provocando ‘un inferno’. Il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta erano appena arrivati in via Mariano D’Amelio ed erano scesi dalle loro auto, tranne un poliziotto che stava ancora parcheggiando. L’esplosione uccide il magistrato e 5 agenti: Agostino Catalano, Emanuela Loi, prima donna a far parte di una scorta, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Antonino Vullo il nome dell’unico sopravvissuto.

Una lunga ricerca della verità

I trent’anni trascorsi dalla strage sono stati trent’anni di ricerca della verità e della giustizia che ha visto in prima linea i famigliari di Borsellino. Quattro i processi che si sono tenuti finora, a poco a poco è emerso quello che i giudici hanno definito “il più colossale depistaggio nella storia della Repubblica”, un depistaggio ancora senza responsabili. Lo ha confermato il 13 luglio scorso, la sentenza con cui il tribunale di Caltanissetta ha assolto uno dei tre poliziotti sotto accusa e salvando dalla condanna gli altri due grazie alla prescrizione del reato: è passato, infatti, troppo tempo dal quel 19 luglio 1992.

Per i 30 anni, in via D’Amelio amore e rabbia 

In segno di protesta per la sentenza i famigliari di Borsellino hanno fatto sapere che diserteranno le cerimonie ufficiali organizzate come ogni anno per l’anniversario della strage, ma hanno promosso un’iniziativa per le 19 di stasera, presso l’albero di ulivo – simbolo di pace e di speranza – piantato nella voragine scavata dall’esplosione per volontà della moglie di Borsellino, Agnese. Il Movimento Agende Rosse ha scelto di fare memoria con una celebrazione che ha intitolato “Il Suono del Silenzio”: non ci saranno palchi, né discorsi, solo musica con la presenza del violoncellista Luca Franzetti che suonerà e commenterà le sei suites per violoncello solo di Johann Sebastian Bach, in particolare la numero 2, ispirata alla rabbia e la numero 3, ispirata all’amore, “i due sentimenti che hanno convissuto nel mio animo in questi trenta anni – ha spiegato Salvatore Borsellino, fratello del giudice – , e che grazie ai tanti giovani che incontro nelle scuole continuano a fare vivere la mia speranza”.

Centrale l’impegno educativo verso le nuove generazioni

E i giovani saranno i protagonisti dell’iniziativa organizzata in mattinata, nello stesso luogo, dal Centro Studi Paolo e Rita Borsellino: “Coloriamo Via D’Amelio: il 19 luglio per i cittadini di domani” che prosegue l’impegno educativo del Centro verso le nuove generazioni condotto dalla sorella del magistrato. L’evento vedrà testimonianze, giochi, letture all’aperto con la partecipazione anche di Salvo Piparo, attore e cantastorie palermitano. Alle ore 10.00 è prevista la visita di Patrizio Bianchi, ministro dell’istruzione.

Melati: la verità oggi è forse più vicina

“Paolo Borsellino. Per amore della verità”, nel libro scritto dal giornalista palermitano Piero Melati e pubblicato di recente dalla casa editrice Sperling & Kupfer c’è la storia di una famiglia e del suo impegno per l’affermazione del diritto alla verità. Ma c’è anche la nostra storia. Ai microfoni di Vatican News, l’autore ci spiega perchè la ricerca della verità ci coinvolge tutti e perchè, a suo parere, oggi forse è più facile la vera ricostruzione dei fatti accaduti 30 anni fa se, afferma, “usiamo la ragione, uniamo i puntini e sfruttiamo la nostra disincantata esperienza sugli esseri umani e sulle cose del mondo, al posto della più rassicurante retorica”.

Ascolta l’intervista a Piero Melati

Piero Melati, questo anniversario della strage di via D’Amelio è stato preceduto di pochi giorni da un fatto che lo segna in modo decisivo: la sentenza del 13 luglio scorso sul depistaggio delle indagini sull’ attentato, una sentenza che ha lasciato l’amaro in bocca ai familiari del giudice e a tutti coloro che rivendicano il diritto alla verità, che ancora non c’è. Qual è stata la sua reazione alla sentenza?

Intanto è una sentenza che teniamo conto viene dopo ben 14 processi e, diciamo, la vicenda di via D’Amelio sin dall’inizio è stata segnata com’è noto da un depistaggio, ormai sancito anche da un verdetto della Cassazione, quindi da lunghi anni in cui, si è poi scoperto, si eeguivano false piste e si era costruito un pentito fasullo, che si chiamava Vincenzo Scarantino, poi soltanto al Borsellino quater si è scoperto che erano stati condannati all’ergastolo per la strage addirittura degli innocenti e s’è dovuto ricominciare da capo in qualche maniera. Perdita di tempo su perdita di tempo, non a caso quest’ultimo verdetto è caratterizzato dalla prescrizione: rispetto al reato che veniva contestato ai poliziotti, accusati di avere gestito questo finto pentito, era passato troppo tempo, ed è caduta l’aggravante di aver favorito la mafia che non avrebbe consentito l’applicazione della prescrizione. Il commento anche delle parti civili, dell’avvocato Fabio Trizzino che è il difensore della famiglia Borsellino, è che probabilmente la verità giudiziaria è stata ormai irrimediabilmente inquinata, distrutta, è arrivato forse il momento in cui tutti noi dovremmo occuparci invece di una verità storica che, paradossalmente, forse 30 anni dopo la strage è più facile oggi vedere.

Lei sostiene questa tesi che, appunto, sia arrivato il momento e sia necessario oggi ricostruire almeno la verità storica di quella strage…

L’importanza della verità storica, non è una cosa che riguarda soltanto i figli di Paolo Borsellino, è una cosa che riguarda la memoria di questo magistrato che si è sacrificato, che riguarda in qualche modo anche l’integrità dei suoi figli e dei suoi nipoti che da 30 anni vivono con questo macigno sulle spalle: non solo la mutilazione della perdita del padre e dei suoi agenti di scorta, ma anche tre decenni di combattimenti, di sofferenza, di accuse che sono state fatte anche a loro, e poi riguarda un popolo perché è difficile che un popolo riesca a uscire dalle proprie tragedie, se non riesce a ricostruirle e ad avere almeno una verosimiglianza di quegli accadimenti. Quella strage è maturata in un passaggio di regime, diciamo così, dalla prima alla seconda Repubblica, un passaggio storico importante e decisivo e, probabilmente, forze che ancora rispondevano alle logiche della vecchia Repubblica hanno lavorato perché i processi giudiziari non arrivassero alla verità. Oggi, leggendo le carte, ma anche ragionando con il lume della ragione, ricostruendo questi frammenti si può trovare un filo logico che può spiegarci tante cose.

Ed è proprio quello che lei nel suo libro “Paolo Borsellino. Per amore della verità”, vuol offrire, cioè il contesto in cui è successo quello che è successo 30 anni fa. E’ così?

Prima di tutto io ho cercato di ricostruire i 30 anni di tormento che hanno passato i figli di Paolo Borsellino, Lucia, Manfredi e Fiammetta, perché hanno vissuto in uno stato d’assedio, con il timore della mamma Agnese che potesse accadere qualcosa a loro, stretti da un cordone sanitario di rappresentanti delle istituzioni alcuni dei quali avevano interesse non tanto ad esprimere solidarietà, quanto a controllarli, ad evitare che dicessero qualcosa, o che mettessero in discussione, quando ancora nessuno l’aveva scoperto, che era in corso un depistaggio delle indagini. Poi loro sono cresciuti, sono diventati grandi, maturi, più forti e hanno iniziato a riflettere su quello che era successo e attraverso le loro parole, le loro riflessioni, le novità che sono uscite dai processi, ci danno oggi anche una chiave di lettura sugli ultimi 57 giorni del padre, cioè su cosa indagava Paolo Borsellino dopo la strage di Capaci. Per questo dico che alcuni frammenti di verità, attraverso le loro parole, oggi possono essere ricostruiti.

Volendo riassumere in poche parole questa verità storica, che cosa possiamo dire?

Due cose si sanno certamente: Paolo Borsellino dopo la strage di Capaci disse alcune frasi che ci fanno almeno riflettere sul fatto che stava seguendo una pista che riguardava il denaro, i narcodollari. In Sicilia dagli anni Settanta succede una cosa che poi determinerà anche la lunga guerra di mafia e gli omicidi eccellenti degli anni ’80. Le raffinerie di droga vengono trasferite da Marsiglia alla Sicilia e la mafia siciliana inventa il grande traffico internazionale di stupefacenti, quello che poi oggi ha ereditato la ‘Ndrangheta calabrese, i cartelli messicani, i cartelli colombiani ecc… Questi soldi andavano riciclati e  per ben tre volte il sogno di Cosa nostra è non solo di riciclarli, ma di entrare nei salotti buoni della finanza internazionale. Ci tenta con Michele Sindona, il bancarottiere siculo-americano; ci tenta con Roberto Calvi, nell’ultima fase quella imminente alle stragi del 1992 ci tenterà di nuovo irrorando di narcodollari dalla Sicilia grandi aziende del nord. Borsellino ha fatto una battuta alla sorella di Giovanni Falcone, Maria Falcone, prima di morire dicendole: “altro che Tangentopoli e Tangentopoli, vedrete che cosa scoprirò”, forse attraverso un’inchiesta dei carabinieri che si chiamava ‘Mafia appalti’. E’ possibile che questo accordo tra la mafia e le imprese del Nord passasse attraverso il sistema del mettersi d’accordo sugli appalti pubblici, ma con una differenza rispetto al nord: mentre al nord le imprese pagavano tangenti per avere lavori pubblici  – ed è questo il cuore della grande inchiesta di Mani Pulite del 1992 di Milano – in Sicilia c’era un’altra gamba che era la mafia, ma la mafia non chiedeva soltanto di avere lavori per se stessa o di avere tangenti sui lavori pubblici che si svolgevano, usava questo meccanismo per dare soldi perché aveva bisogno di investire questi enormi capitali ricavati dal traffico internazionale di droga. Ed è possibile che Borsellino seguisse questa pista come già Falcone stava seguendo. Succede un’altra cosa in quel periodo storico: va in Cassazione la sentenza del grande maxiprocesso di Palermo iniziato nel 1986 e quindi la mafia che pensava che sarebbe stata assolta in Cassazione, quando le condanne vengono confermate, scatena una campagna di aggressione, di vendetta. Questo è un aspetto che spiega le stragi, ma non spiega l’accelerazione, dopo la grande strage di Capaci, di via D’Amelio che invece sembra una strage fatta per evitare che si scoprisse qualcosa. A questo proposito, i figli di Borsellino citano le parole del padre che diceva che la procura di Palermo dell’epoca era “un nido di vipere”, cioè lui era convinto che pezzi delle istituzioni fossero complici di questo giro d’affari e volessero in qualche modo impedire che venisse scoperchiato.

Lei pensa che poter dire tutto questo potrebbe aiutare oggi la rinascita morale delle istituzioni, dell’Italia come Stato?

Io ne sono convinto. Per tanti anni noi siamo stati figli di una ricostruzione di quel periodo storico molto semplificato, come se ci fossero dei buoni che combattevano contro i cattivi, questi buoni magari non sono stati tanto aiutati, quindi sono finiti male, però poi lo Stato si è accorto di quello che avevano fatto e ha sopperito a questa mancanza. Probabilmente questa specie di western nazionale che si sarebbe svolto in Sicilia è servita in una certa fase per saturare la ferita delle stragi del ’92 che sono state devastanti, quindi allora serviva forse una narrazione più semplificata. Oggi avremmo bisogno di una narrazione più approfondita che non solo celebri gli eroi, ma spieghi anche quei meccanismi che in fondo sono semplici, che hanno portato delle volte al loro isolamento. Probabilmente ci sono stati uomini delle istituzioni nel ’92 che temevano di finire sotto la vendetta della mafia che uccise, per esempio, Salvo Lima che era il deputato andreottiano simbolo degli Intrecci tra mafia e politica, è possibile che altri uomini delle istituzioni si spaventassero di fare la stessa fine e avessero indicato indirettamente in Paolo Borsellino l’unico vero pericolo che poteva scoperchiare questa pentola. Così come, negli anni del depistaggio dell’indagine sulla strage di via D’Amelio, è possibile che tanti inquirenti non fossero coscienti di stare depistando e hanno cercato di difendere il loro operato. Io credo che ci sia un combinato disposto di tutte queste cose di cui tenere conto. Forse oggi possiamo cominciare a tenerne conto più di ieri e credo che questo farebbe solo del bene alle istituzioni.

E c’è una richiesta che lei si sente di rivolgere alle istituzioni…

Sì, perchè c’è un dato che a me colpisce molto: ormai avendo acclarato che un depistaggio comunque c’è stato, forse è arrivato il momento di riconoscerlo, di sanare una frattura che a me pare eccessiva. Cioè nessun rappresentante delle istituzioni dello Stato Italiano, a fronte del fatto che il depistaggio è ormai acclarato, ha chiesto scusa alla memoria del giudice Paolo Borsellino e dei suoi figli. Sembra un atto sciocco, formale, ma gli Stati l’hanno sempre fatto davanti all’olocausto, ad esempio, davanti agli scandali della pedofilia ecc…  è un rito che può sembrare sciocco ma invece ha la sua importanza, soprattutto per tentare di reintegrare il dolore dei parenti delle vittime.

E invece come società civile, in che modo possiamo tutti noi raccogliere l’eredità di Paolo Borsellino, ricordarlo, diciamo, in maniera non ipocrita?

A me colpisce sempre un fatto che ho ricavato dai racconti dei figli e dai ricordi, dalle ricostruzioni: Borsellino anche nei suoi ultimi giorni di vita è sempre stato ottimista. Pochi giorni prima della strage di via D’Amelio, a proposito di una frase che diceva il commissario Ninni Cassarà, un altro dei caduti nella lotta alla mafia, che una volta gli disse: “siamo cadaveri che camminano”, Borsellino rispose “anch’io direi questa frase, però la direi con più ottimismo, perché sono convinto che persone come me ce ne sono tante e continueranno a fare il loro dovere anche se questo dovesse costare il prezzo più alto”. Io credo che lui fosse estremamente convinto che dentro la società ci fossero allora, come ci sono ancora oggi, gli anticorpi per aiutare le istituzioni a rappresentarci veramente. Lui ne era convinto e, secondo me, lui si è sacrificato per questo, ed è questa la lezione che ci lascia, così come ci ha lasciato una lezione riguardo all’amministrare la giustizia in modo umano. Io ho raccolto testimonianze di gente che diceva: “Borsellino, non avrebbe mai mandato a processo un sospettato se non aveva prove o riscontri. Borsellino avrebbe testimoniato persino a favore di un mafioso se pensava che in quell’episodio  specifico, quel mafioso non c’entrava nulla”. È un’idea di giustizia che, paradossalmente, lo avvicina ad un personaggio come Leonardo Sciascia, con il quale in vita ha avuto delle polemiche – poi si sono chiariti -, erano due uomini alla ricerca di una giustizia più giusta, più umana, e questi sono insegnamenti che secondo me non si possono cancellare.

Ecco, nel suo libro lei offre al lettore un ritratto corale del giudice palermitano. Volendo sintetizzare tutte queste voci, quale figura emerge?

L’umanità, la profonda umanità di quest’uomo. Lei sai che ad un certo punto della sua vita Fiammetta Borsellino è andata a incontrare in carcere i carnefici del padre, i fratelli Graviano, un fatto senza precedenti nella storia della mafia e dell’antimafia. E io credo che sia andata lì per vedere l’altro da sé,  lei ha detto: “io non pensavo che mi dicessero ulteriori verità perché non le hanno mai dette, non pensavo di scaricare su di loro la mia rabbia, non pensavo neanche di perdonarli perché chi sono io per perdonare”. Però ha fatto una cosa che il padre aveva fatto tante volte. Cioè incontrare la persona totalmente diversa da sé stesso per non considerarlo un mostro, per cercare di capire da che parte della società viene il male e per cercare di cambiarlo. E questa cosa Borsellino l’ha fatta sempre e l’ha fatta sempre con grande umanità persino verso i mafiosi che arrestava, persino verso i mafiosi che interrogava. E credo che questa lezione di umanità sia pari a quella di Primo Levi, di questi grandi personaggi della storia che ci hanno lasciato poi qualcosa che è una speranza. Io credo che lui abbia fatto questo per noi.

 
 
 

 

 

Incontro con Piero Melati, autore de “La notte della civetta. Storie eretiche di mafia, di Sicilia, d’Italia”? A Palermo Piero Melati ha presentato il suo ultimo saggio “La notte della civetta” (Zolfo, 2020).

Si è tenuto nei giorni scorsi un evento di interesse all’interno della manifestazione “I librai incontrano gli autori a Villa Filippina” a Palermo, iniziativa promossa dalla Associazione Librai Italiani diretta a rilanciare le librerie dopo i mesi della pandemia, in cui non si sono potuti organizzare manifestazioni. Piero Melati, giornalista affermato, già autore di Giorni di mafia (Laterza, 2017), vicedirettore de “Il Venerdì” di Repubblica, ha presentato il suo ultimo libro, La notte della civetta (Zolfo, 2020) insieme alla figlia del giudice Paolo Borsellino, Fiammetta, con la quale si è confrontata per i contenuti del volume. Contenuti amari di una realtà su cui ci si è interrogati spesso ma senza porsi le domande corrette e senza ottenere alcuna risposta, perché i fatti non sono stati osservati da una giusta prospettiva.

 


La notte della civetta
è un libro che tratta eventi passati, ma inducendo a riflessioni sul presente. Quando si discute delle stragi di vittime di mafia, si trascurano quelle del periodo in cui la mafia compì quel salto di qualità con il commercio di eroina e la Sicilia divenne allora la raffineria mondiale di questa droga. Si tratta di un volume attuale, in quanto i temi trattati sono ancora presenti anche se non se ne discute quasi per nulla, seppure nel tempo sono mutate le diverse tipologie di droghe.
Quanto narrato è stato vissuto dall’autore prima come semplice cittadino e successivamente come cronista de “L’ORA”, che ha seguito la guerra di mafia e il primo Maxiprocesso a Cosa Nostra, gli omicidi eccellenti e quanto accaduto dopo le stragi. Nella prima parte, ragazzo degli anni Settanta, Melati assiste a un incrocio di eventi legati alla mafia e al terrorismo in anni in cui non si riesce a distinguere con nitidezza i rispettivi campi di azione. Melati ha raccontato come si sia imbattuto in una lettura di una ristampa dei discorsi del consigliere istruttore Rocco Chinnici, ucciso dalla Mafia con l’attentato clamoroso di stampo libanese, con un’autobomba davanti a casa sua in via Pipitone Federico. Occorre ricordare come il giudice Chinnici sia stato il fondatore del pool antimafia con Falcone e Borsellino ed è stato il primo a promuovere le inchieste sui livelli alti della mafia. Ma ebbe anche la prima idea che vi fosse dalla Sicilia un grande traffico internazionale di droga, osservando come alle fontanelle i ragazzi riempivano di acqua le siringhe con cui si sarebbero iniettata la droga. Inizia così a parlarne pubblicamente, ma viene considerato come un uomo ossessionato da questo fenomeno e ne parlava con i ragazzi nelle scuole e in vari consessi ove partecipava. Ma non veniva preso sul serio ed allora affermò decisamente come questi ragazzi, che prendevano la droga restando spesso vittime, erano da considerarsi anch’esse come vittime di mafia quanto gli uomini che sono stati uccisi direttamente dalla mafia.
Negli anni Settanta in Sicilia alla mafia venne l’idea di spostare nell’Isola le raffinerie che erano a Marsiglia. È un traffico internazionale che non viene scoperto e va avanti per anni e la Sicilia vive di un arricchimento indotto. Ecco che a un certo punto succede qualcosa: cominciano le prime inchieste, specie quelle di Boris Giuliano che scoprono l’esistenza di questo traffico. 
Si era trasformato il modesto traffico di sigarette in qualcosa di più grosso quale il traffico internazionale di droga; ma il passaggio che cambia le cose in Sicilia, in Italia e in Europa avviene quando che si intercettano i primi carichi con l’America. Ecco allora che nasce l’idea di non rischiare più, investendo soldi per vendere questo prodotto negli States che rischia di essere intercettato negli aeroporti. Ci si chiede perché non diffonderlo nelle piazze dove si vive e questa idea o meglio consiglio o ordine lo danno dall’interno i Corleonesi, Totò Riina. Questi induce anche gli altri a seguirlo su questa strada, facendo prospettare i grossi guadagni, in ragione dei pochi che svolgono questo “affare” e per la vastità del mercato.
Quella che compie la mafia è un’operazione molto semplice: deve imporre il suo prodotto e fa sparire ogni altra droga dal mercato per cui si trova solo eroina spacciata solamente da quelli di Cosa Nostra. Ci si chiede quanti morti, che sono stati considerati vittime della guerra di Mafia, erano invece dei piccoli spacciatori eliminati in quanto non aderenti a Cosa Nostra. 
Cosa Nostra inventa questo traffico con nuovo prodotto e si trova davanti a una generazione disillusa dalla politica, dai movimenti studenteschi, dalle occupazioni del 1977. È una generazione che certamente faceva già un uso irresponsabile di queste sostanze, vivendo nel periodo di Woodstock, dei Rolling Stones, del fascino della musica, dell’Oriente.
Ci si è lasciata alle spalle una storia che è diventata privata, quella di migliaia di ragazzi morti per overdose o per le conseguenze di quella stagione sulla loro salute cioè l’epatite, l’Aids. Sono malattie impronunciabili di cui ci si vergogna, come pure dei suicidi. Una vicenda storica e sociale che ha riguardato migliaia di famiglie in tutta Italia, è diventata una storia privata di ogni singola famiglia di cui vergognarsi.
Ritornando agli scritti di Chinnici, dovrebbero invece vergognarsi coloro che non guardano a quella storia per le conseguenze che ha ancora oggi. Migliaia di ragazzi sono morti in quella stagione o per le conseguenze sulla loro salute di quella stagione. A Palermo, la droga scorreva e fluiva a fiumi e non si trovava altro nella piazza che questo. Questo era lo scenario di cui si accorge, unico al mondo, il giudice Chinnici, ma dopo quella autobomba nessuno ne parlò più. In quel momenti, nessuno sapeva che cosa fare per il gran numero di tossici e migliaia di giovani sono morti in silenzio.
Dal libro si evince la sofferenza dell’autore che si è allontanato poi dalla Sicilia ed emerge il conflitto interiore tra l’amore per questa terra che al contempo respinge altrove. A Palermo si è sopravvissuti per caso, anche tanti poliziotti che non sono stati uccisi per pura fatalità. Sopraggiunge come un senso di colpa del sopravvissuto e si è davanti a una deriva davanti a un’antimafia religiosa più che una che fa i fatti. Vi è una liturgia dell’antimafia, un’adorazione dei devoti con grandi star ed icone che hanno cavalcato tutto questo.
Occorre ricordare almeno con una targa le migliaia di ragazzi morti per l’eroina di Cosa Nostra. Arriverà un giorno che ci sarà uno storico che metterà ordine su fatti che non hanno nemmeno statistiche; non si sa con esattezza il numero delle vittime di droga tra gli anni Settanta e Ottanta. I depositi erano proprio a Palermo nei quartieri Kalsa, con la morfina base e poi dell’eroina già lavorata. Si ricorda il personaggio di Don Masino Spadaro, boss della Kalsa, una persona a suo modo anche spiritosa, di cui si fece persino un’epopea. Era un uomo che incontrava anche assessori, sindaci e questo da latitante che girava nel suo quartiere tranquillamente. Si era in una città in cui un ragazzo tossico era un criminale mentre i latitanti come Riina stavano a casa loro.

 

Incontro con Piero Melati, autore de “La notte della civetta. Storie eretiche di mafia, di Sicilia, d'Italia”

 

Strage di via D’Amelio, Fiammetta Borsellino: “Non smetterò di chiedere la verità”

 
strage via d'amelio, una marina di libri, Palermo, Cronaca

 

Tra anomalie, lati oscuri e depistaggi la strage di via d’Amelio è l’emblema delle cattive indagini. La denuncia di Fiammetta Borsellino arriva dal palco di «Una marina di libri», stimolata dai giornalisti Piero Melati e Salvatore Cusimano e incalzata dai ragazzi del liceo Galilei.
La figlia del magistrato ucciso il 19 luglio 1992 ripercorre il suo percorso di ricerca della verità, che l’ha portata a incontrare in carcere anche i boss Giuseppe e Filippo Graviano, e arriva a una conclusione molto severa: «Mai come oggi la ricerca della verità appare difficile, perché mai come oggi è connessa alla ricerca delle ragioni della disonestà di chi questa verità doveva scoprirla. Io non smetto di chiederla. Il contributo di onestà non lo devono dare solo i mafiosi ma anche le persone delle istituzioni che sanno».

Il punto nodale è quello che porta al falso pentito Vincenzo Scarantino. Fiammetta Borsellino chiama in causa non solo i poliziotti che crearono il grande depistaggio ma diversi magistrati che sin dalle prime battute avrebbero avallato le tante deviazioni, dal procuratore di Caltanissetta del tempo Giovanni Tinebra ai pm Anna Maria Palma, Carmelo Petralia e Nino Di Matteo. Questi magistrati «sono stati loro stessi autori di un processo caratterizzato da anomalie anche grossolane». Tanti punti oscuri avrebbero meritato risposte rapide e precise. E invece «neanche il Csm» ha saputo farlo.
Nei 57 giorni che passarono tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio si mossero varie forze lungo l’asse dei rapporti tra mafia e politica. Per sostenere questa tesi Fiammetta Borsellino cita una frase ripetuta dal padre in quei giorni: “Mafia e politica o si fanno la guerra o si mettono d’accordo. In quei giorni – dice – evidentemente si misero d’accordo mentre tutti sussurravano a mio padre che il tritolo per lui era già arrivato. Lo sapeva anche il procuratore Pietro Giammanco che però non lo avvertì. E nessuno ha mai sentito il bisogno di sentirlo».
Qualche cambiamento si avverte. «Le Procure – ammette – vogliono andare a fondo. C’è stato anche il processo per la trattativa, un momento importante che però arriva dopo 25 anni. Non mi piace fare il tifo da stadio ma certe persone andavano cercate molto prima». E l’antimafia deve ripensare se stessa: “E’ un momento di grandi proclami ma vuoto di contenuti. Molti che così spesso dicono di essere sotto minaccia farebbero bene a non recitare la parte dei martiri». 8.6.2018 GDS


La foto d’archivio, risale a metà degli anni Ottanta sei, sette anni prima delle stragi del 1992,e raffigura alcuni dei cronisti del “pool antimafia” di Palermo che, pur lavorando per giornali diversi, avevano l’abitudine di riunirsi in strada, prima di pranzo, davanti la sede del giornale “L’Ora” per fare il punto della situazione e perché nella Palermo di allora si viveva non alla giornata, ma di ora in ora e si sentiva il costante bisogno di confrontarsi. Poi ognuno di loro avrebbe preso la sua strada per redigere gli articoli del giorno. 

 


Da sinistra Vitale, Lodato, La Licata, Melati, Bolzoni

 


Vivi da morire

Piero Melati, Francesco Vitale


 

GIORNI DI MAFIA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla strage di Portella della Ginestra fino alla morte di Bernardo Provenzano, i cento giorni che hanno cambiato per sempre il volto della Sicilia e dell’Italia intera. Tutta la nostra storia repubblicana può essere letta anche attraverso la chiave dei fatti di mafia perché molti dei nodi irrisolti dell’attualità italiana trovano lì la loro radice. I cento giorni raccontati in questo libro ne sono la prova. Pagina dopo pagina scorrono decenni di delitti e stragi in gran parte perpetrati in Sicilia, ma emergono intrecci che superano decisamente i confini regionali: dall’omicidio come strumento di pressione al traffico internazionale della droga, dalla corruzione elevata a sistema alle speculazioni urbanistiche, dal rapporto conflittuale tra magistratura e politica alle lotte intestine tra apparati dello Stato, dall’uso criminale dell’economia e della finanza al ruolo delle sette segrete, per arrivare al voto di scambio e all’uso spregiudicato dei media. Al centro del libro non ci sono solo cadaveri eccellenti e grandi processi, ma anche figure spesso trascurate, i romanzi, i film, il costume, il cibo, il gergo, gli avvenimenti politici, sociali e di ‘colore’ che, legati cronologicamente ai grandi fatti di criminalità organizzata, ne sono stati la cornice o hanno rappresentato la ricetta per il suo contrasto. La storia sanguinaria della mafia può essere infatti compresa solo in uno sguardo più ampio che comprenda l’intera vita politica, istituzionale e culturale italiana. Una rilettura originalissima che sollecita a riflettere ancora sui grandi misteri, sui segreti ben custoditi, sui gialli mai risolti che costellano la nostra storia recente.


Incontro con Piero Melati, autore de “La notte della civetta. Storie eretiche di mafia, di Sicilia, d’Italia”

Si è tenuto nei giorni scorsi un evento di interesse all’interno della manifestazione “I librai incontrano gli autori a Villa Filippina” a Palermo, iniziativa promossa dalla Associazione Librai Italiani diretta a rilanciare le librerie dopo i mesi della pandemia, in cui non si sono potuti organizzare manifestazioni. Piero Melati, giornalista affermato, già autore di Giorni di mafia(Laterza, 2017), vicedirettore de “Il Venerdì” di Repubblica, ha presentato il suo ultimo libro, La notte della civetta (Zolfo, 2020) insieme alla figlia del giudice Paolo Borsellino, Fiammetta, con la quale si è confrontata per i contenuti del volume. Contenuti amari di una realtà su cui ci si è interrogati spesso ma senza porsi le domande corrette e senza ottenere alcuna risposta, perché i fatti non sono stati osservati da una giusta prospettiva.

La notte della civetta è un libro che tratta eventi passati, ma inducendo a riflessioni sul presente. Quando si discute delle stragi di vittime di mafia, si trascurano quelle del periodo in cui la mafia compì quel salto di qualità con il commercio di eroina e la Sicilia divenne allora la raffineria mondiale di questa droga. Si tratta di un volume attuale, in quanto i temi trattati sono ancora presenti anche se non se ne discute quasi per nulla, seppure nel tempo sono mutate le diverse tipologie di droghe.

Quanto narrato è stato vissuto dall’autore prima come semplice cittadino e successivamente come cronista de “L’ORA”, che ha seguito la guerra di mafia e il primo Maxiprocesso a Cosa Nostra, gli omicidi eccellenti e quanto accaduto dopo le stragi. Nella prima parte, ragazzo degli anni Settanta, Melati assiste a un incrocio di eventi legati alla mafia e al terrorismo in anni in cui non si riesce a distinguere con nitidezza i rispettivi campi di azione. Melati ha raccontato come si sia imbattuto in una lettura di una ristampa dei discorsi del consigliere istruttore Rocco Chinnici, ucciso dalla Mafia con l’attentato clamoroso di stampo libanese, con un’autobomba davanti a casa sua in via Pipitone Federico. Occorre ricordare come il giudice Chinnici sia stato il fondatore del pool antimafia con Falcone e Borsellino ed è stato il primo a promuovere le inchieste sui livelli alti della mafia. Ma ebbe anche la prima idea che vi fosse dalla Sicilia un grande traffico internazionale di droga, osservando come alle fontanelle i ragazzi riempivano di acqua le siringhe con cui si sarebbero iniettata la droga. Inizia così a parlarne pubblicamente, ma viene considerato come un uomo ossessionato da questo fenomeno e ne parlava con i ragazzi nelle scuole e in vari consessi ove partecipava. Ma non veniva preso sul serio ed allora affermò decisamente come questi ragazzi, che prendevano la droga restando spesso vittime, erano da considerarsi anch’esse come vittime di mafia quanto gli uomini che sono stati uccisi direttamente dalla mafia.

Negli anni Settanta in Sicilia alla mafia venne l’idea di spostare nell’Isola le raffinerie che erano a Marsiglia. È un traffico internazionale che non viene scoperto e va avanti per anni e la Sicilia vive di un arricchimento indotto. Ecco che a un certo punto succede qualcosa: cominciano le prime inchieste, specie quelle di Boris Giuliano che scoprono l’esistenza di questo traffico.
Si era trasformato il modesto traffico di sigarette in qualcosa di più grosso quale il traffico internazionale di droga; ma il passaggio che cambia le cose in Sicilia, in Italia e in Europa avviene quando che si intercettano i primi carichi con l’America. Ecco allora che nasce l’idea di non rischiare più, investendo soldi per vendere questo prodotto negli States che rischia di essere intercettato negli aeroporti. Ci si chiede perché non diffonderlo nelle piazze dove si vive e questa idea o meglio consiglio o ordine lo danno dall’interno i Corleonesi, Totò Riina. Questi induce anche gli altri a seguirlo su questa strada, facendo prospettare i grossi guadagni, in ragione dei pochi che svolgono questo “affare” e per la vastità del mercato.

Quella che compie la mafia è un’operazione molto semplice: deve imporre il suo prodotto e fa sparire ogni altra droga dal mercato per cui si trova solo eroina spacciata solamente da quelli di Cosa Nostra. Ci si chiede quanti morti, che sono stati considerati vittime della guerra di Mafia, erano invece dei piccoli spacciatori eliminati in quanto non aderenti a Cosa Nostra.
Cosa Nostra inventa questo traffico con nuovo prodotto e si trova davanti a una generazione disillusa dalla politica, dai movimenti studenteschi, dalle occupazioni del 1977. È una generazione che certamente faceva già un uso irresponsabile di queste sostanze, vivendo nel periodo di Woodstock, dei Rolling Stones, del fascino della musica, dell’Oriente.
Ci si è lasciata alle spalle una storia che è diventata privata, quella di migliaia di ragazzi morti per overdose o per le conseguenze di quella stagione sulla loro salute cioè l’epatite, l’Aids. Sono malattie impronunciabili di cui ci si vergogna, come pure dei suicidi. Una vicenda storica e sociale che ha riguardato migliaia di famiglie in tutta Italia, è diventata una storia privata di ogni singola famiglia di cui vergognarsi.

Ritornando agli scritti di Chinnici, dovrebbero invece vergognarsi coloro che non guardano a quella storia per le conseguenze che ha ancora oggi. Migliaia di ragazzi sono morti in quella stagione o per le conseguenze sulla loro salute di quella stagione. A Palermo, la droga scorreva e fluiva a fiumi e non si trovava altro nella piazza che questo. Questo era lo scenario di cui si accorge, unico al mondo, il giudice Chinnici, ma dopo quella autobomba nessuno ne parlò più. In quel momenti, nessuno sapeva che cosa fare per il gran numero di tossici e migliaia di giovani sono morti in silenzio.

Dal libro si evince la sofferenza dell’autore che si è allontanato poi dalla Sicilia ed emerge il conflitto interiore tra l’amore per questa terra che al contempo respinge altrove. A Palermo si è sopravvissuti per caso, anche tanti poliziotti che non sono stati uccisi per pura fatalità. Sopraggiunge come un senso di colpa del sopravvissuto e si è davanti a una deriva davanti a un’antimafia religiosa più che una che fa i fatti. Vi è una liturgia dell’antimafia, un’adorazione dei devoti con grandi star ed icone che hanno cavalcato tutto questo.

Occorre ricordare almeno con una targa le migliaia di ragazzi morti per l’eroina di Cosa Nostra. Arriverà un giorno che ci sarà uno storico che metterà ordine su fatti che non hanno nemmeno statistiche; non si sa con esattezza il numero delle vittime di droga tra gli anni Settanta e Ottanta. I depositi erano proprio a Palermo nei quartieri Kalsa, con la morfina base e poi dell’eroina già lavorata. Si ricorda il personaggio di Don Masino Spadaro, boss della Kalsa, una persona a suo modo anche spiritosa, di cui si fece persino un’epopea. Era un uomo che incontrava anche assessori, sindaci e questo da latitante che girava nel suo quartiere tranquillamente. Si era in una città in cui un ragazzo tossico era un criminale mentre i latitanti come Riina stavano a casa loro. SOLOLIBRI.NET 30.7.2021


Piero Melati: “Oggi l’antimafia è una nuova religione in un mondo senza Dio”

Ne La notte della civetta c’è il racconto di tante occasioni perse, c’è l’analisi delle contraddizioni della Sicilia. Penso, fra tutti, all’incontro deludente tra Leonardo Sciascia e Giovanni Falcone.
Molte persone non conoscono questa storia. Ancora oggi non capisco perché alcuni eventi non siano mai venuti fuori con una certa forza. Il loro è stato un incontro raccontato pochissimo. Sembra che Falcone e Sciascia vivessero in due mondi distinti e separati. Questo incontro influenzò il cattivo rapporto che ebbero, culminato poi nel famoso articolo di Sciascia sul Corriere della Sera sui professionisti dell’antimafia. Noi siciliani quasi ci vergogniamo a dire che Falcone e Sciascia appartengono a due mondi diversi perché ci piacciono entrambi. In Sicilia si vive un atteggiamento schizofrenico. Io non accuso nessuno perché sono il primo degli schizofrenici. Tutti abbiamo entrambi i santini di Falcone e Sciascia, ma quasi nessuno percepisce le loro differenze

Viviamo nell’epoca delle grandi semplificazioni. Dobbiamo restituire complessità alla Storia. È vero, tutto viene semplificato e schematizzato. Si tende a parlare della Sicilia o in termini socio-culturali o in termini esclusivamente legati alla mafia. Invece la Storia è unica. Ci sono intrecci che vanno considerati perché, in queste vicende, non ci sono aspetti separati l’uno dall’altro. Tutto è connesso. Non dico questo perché vedo la Mafia ovunque. Non credo però che si possa parlare di Sicilia senza Mafia e di Mafia senza Sicilia. C’è bisogno di mettere a fuoco gli eventi e inserirli a tutti gli effetti nella Storia d’Italia.

Nel libro lei cita Goethe e dice che la Sicilia è l’inconscio d’Italia. È assurdo, ad esempio, che sui libri di Storia si trovi solamente un riferimento alle stragi del ’92. Sembra che quanto successo negli anni Settanta e Ottanta in Sicilia non riguardi il resto d’Italia. Per questo motivo, parafrasando la famosa frase di Goethe, dico che la Sicilia è l’inconscio d’Italia.

C’è molta autoindulgenza quando si parla di Falcone e Borsellino? Per esigenze comunicative e narrative abbiamo costruito dei mausolei intorno alle figure di Falcone e Borsellino. La loro umanità, la loro concretezza fisica, si è persa. Chiamandoli eroi abbiamo distaccato queste due gigantesche figure dalle nostre esistenze. Sembra che abbiano vissuto in un altro mondo. Invece non era così: la nostra prossimità con loro era totale.

Ne La notte della civetta è evidente la stima che Lei ha nei confronti di Rocco Chinnici. Fu il primo a dire che tra le vittime della Mafia ci sono anche coloro che muoiono a causa delle droghe.  Rileggere i discorsi di Chinnici è stato uno shock. È una figura chiave per capire la nostra Storia. È stato il primo a comprendere un passaggio cruciale: l’apertura delle raffinerie di eroina e la creazione del narcotraffico internazionale come lo conosciamo oggi. Tutto nasce in Sicilia negli anni Settanta. Chinnici fu il primo ad accorgersene in tempo quasi reale, a parlarne pubblicamente. Lui guardava la strada, osservava ciò che succedeva. Si rendeva conto degli effetti della produzione, della vendita e del consumo di droga in Sicilia e non solo.

Oggi tutto è stato dimenticato. Si assiste quasi a una rimozione degli eventi.  Sono stati anni molto bui, molto dolorosi. Ci sono state conseguenze – penso ai tantissimi morti per eroina, per epatite o per AIDS – che sono state rimosse. È assurdo che non ci siano statistiche su quante persone abbiano perso la vita in quegli anni. Ci sono famiglie che sono state lacerate da questo devastante ciclo economico. Il padre contribuiva alla produzione di droghe, il figlio moriva per overdose. È qualcosa che è stato cancellato dalla nostra memoria. Ci si vergogna profondamente a parlarne.

Nel suo libro c’è una grandissima attenzione alle storie marginali. Penso alle esistenze di Rita Atria, di Stefano Calzetta, di Natale Mondo.  È il ciclo dei vinti. Credo che tutti – vittime e carnefici – appartengano allo stesso girone. Come lo sono i tantissimi morti per droga. Mi spiace che queste storie appartengano però a nicchie di società che non parlano con altre nicchie di società. Sono storie vissute come lutto familiare. Invece siamo di fronte a un lutto storico.

È forte la voglia di mettersi alle spalle queste storie. Ha ancora senso voltarsi indietro? C’è bisogno di ricostruire gli eventi, soprattutto per le generazioni che non li hanno vissuti direttamente. La Palermo di oggi è irriconoscibile se confrontata con la Palermo degli anni Settanta e Ottanta. Fisicamente è cambiata radicalmente. Penso a Piazza Marina, al degrado che c’era in quelle stagioni, con il Giardino chiuso e le case disabitate. Penso a Villa Sperlinga, un tempo chiamata Villa Siringa. Tuttavia gli effetti di quelle stagioni così dolorose sono visibili ancora oggi. Il narcotraffico ha cambiato latitudini, ma usa gli stessi metodi inventati in Sicilia. In Colombia, in Messico, in Calabria si sono appropriati della brutalità di quegli anni.

Nel 2020 possiamo dire che la parola Antimafia è una parola vuota, solamente retorica? Sì, oggi abbiamo un problema con l’Antimafia, una sorta di nuova religione in questo mondo senza Dio. Si è messo in moto un meccanismo che produce solamente danni. Si notano soltanto il protagonismo dei personaggi in causa, il loro desiderio di visibilità. Mi lascia perplesso inoltre un altro aspetto: l’Antimafia è l’unica cosa che viene condivisa unanimemente in tutto il territorio nazionale. Zingaretti o Salvini dicono e diranno le stesse cose sulla Mafia. Non ci sono colori politici quando si parla di Falcone e Borsellino. In questa unità d’Italia c’è molta retorica, una retorica con tantissimi buchi di memoria. HUFFINGTONPOST  Alessandro Buttiato


Fiammetta Borsellino e i non-eroi di un’antimafia senza tifo né icone

PIERO MELATI

Quanto la storia di una città può influire su un festival dedicato ai libri e alla cultura? E quanto libri e cultura possono incidere positivamente sui nodi più scottanti di una città? Fiammetta Borsellino sarà ospite della nona edizione di Una Marina di Libri (dal 7 al 10 giugno). Nel pomeriggio di venerdì 8, dal palco centrale dell’Orto botanico, si rivolgerà in assoluta libertà ai giovani di Palermo. Una presenza che noi di Marina avevamo cercato, prima che Fiammetta Borsellino confermasse con una lettera a Repubblica i suoi due incontri in carcere con i fratelli Graviano, indicati fra gli ideatori della strage di via D’Amelio. Una presenza la cui importanza, a maggior ragione, confermiamo oggi, alla luce di quegli incontri e delle loro non ordinarie implicazioni.
La famiglia Borsellino ha un destino che la lega profondamente alla città di Palermo. E forse, proprio per questo, è sempre chiamata a spezzare il quadro ordinario delle cose, a scuotere il quieto vivere, a disturbare il manovratore. Lo ha fatto il dottor Paolo Borsellino, pagando con la vita la sua opposizione a patti inconfessabili. Lo ha fatto la moglie Agnese, quando decise di testimoniare le ultime parole del marito. Lo ha fatto la sorella Rita, sparigliando spesso gli spettrali equilibri di una politica priva di valori. Lo ha fatto la figlia Lucia, ribellandosi alle trappole di governi regionali inquinati. Lo ha fatto il figlio Manfredi, quando difendendo pubblicamente la sorella Lucia spinse a un abbraccio irrituale e riparatore il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E da ultima lo ha fatto Fiammetta quando, intervenendo lo scorso anno durante la diretta tv da Palermo sul venticinquennale delle stragi del ’92, parlò pubblicamente per la prima volta, denunciando depistaggi e segreti istituzionali e rompendo d’improvviso e inaspettatamente gli altrettanto stanchi ritualismi delle cerimonie di Stato e dei dogmi dell’Antimafia.
Più volte, nelle scorse settimane, noi di Marina abbiamo parlato a lungo con Fiammetta Borsellino, in vista della sua presenza all’Orto botanico. E proprio mentre imparavamo a conoscerne la schiettezza, il coraggio e i valori, stava crescendo intorno a noi l’ultimo scandalo: l’affare Montante. Uno scandalo doppiamente inquietante. Non solo stava portando alla luce un sistema di potere occulto, con tanto di polizie e archivi segreti al suo servizio, che ha teleguidato più di un governo regionale. Ma, per giunta, un sistema occulto mascherato da Antimafia e celebrato ai più alti livelli dello Stato e dai principali “eroi” delle più audaci inchieste. A riprova di quanto quel sistema, almeno culturalmente, sia stato esteso e onnivoro come una piovra, trovando nel “protagonismo” l’altra gamba su cui camminare, quanto la prima poggiava sulla corruzione e le carriere.
I pericoli, di fronte alla naturale reazione di disgusto, sono enormi. Dopo la peste mafiosa che ha martoriato la Sicilia negli anni Ottanta, dopo le stagioni dei grandi processi e dopo la formazione di due sclerotizzati schieramenti sempre in guerra (“garantisti” e “giustizialisti”), oggi si scopre che nei palazzi del potere tutto è cambiato perché in verità non cambiasse proprio nulla. Se la mafia è parzialmente sconfitta o comunque inabissata, se tacciono pistole e bombe, è però arrivato il nuovo sistema di potere dell’Antimafia (la cosiddetta “Mafia dell’Antimafia”) a prendere il posto dei padrini.

Facile dunque, proprio alla vigilia di nuovi anniversari, non credere più in nulla e invocare solo lo smantellamento integrale dell’industria dell’Antimafia, disertando persino ogni appuntamento che coinvolga la memoria dei caduti.

Oggi non abbiamo bisogno di nuovi eroi. Non servono icone aggiuntive. Anzi. Sarebbe bene si facesse tutti un passo indietro. Ma non vogliamo neppure buttare via il neonato insieme all’acqua sporca. C’è piuttosto voglia di tornare a un impegno anche silenzioso e individuale, senza tifo da stadio, e a riti della memoria meno faraonici ma più sobri e incisivi. Per questo offriamo un contesto diverso dentro il quale dialogare anche su questi temi, un contesto come Una Marina di Libri non rituale e non abituale, fatto di volumi scritti, di oralità e di cultura. Siamo convinti che ogni nuovo sistema di potere illegittimo e occulto (fosse anche meno onnivoro di quello mafioso) abbia frenato lo sviluppo naturale delle energie liberatesi dal basso dopo gli anni della peste mafiosa.
Scuole, università, volontariato, realtà culturali hanno combattuto lotte impari e solitarie. Oggi, unendosi e parlandosi, potrebbero giocare un grande ruolo per farci volgere lo sguardo al futuro, senza rimanere ostaggi del passato. La battaglia di Fiammetta Borsellino, per avere giustizia e ottenere verità, batte il nostro stesso cammino.
L’autore è direttore del festival letterario “Una Marina di libri”. La Repubblica Palermo, 20 maggio 2018


La Sicilia, l’Italia e il cortocircuito della memoria – di Piero Melati

Questo è un articolo che mi costa molto. Un tentativo di analisi che, anzitutto, fa male a chi lo scrive. Ma ha detto qualcuno che questo sarebbe il compito della scrittura: non rassicurare, bensì dubitare, scombinare. Con la parola. C’è, a questo proposito, una bruttissima parola, a Palermo, per calunniare l’annuale ricorrenza delle stragi del 1992. Un nomignolo fastidioso, urticante, irriverente: le Falconeidi. Se provi a fare una ricerca su Google, scoprirai che l’infangante epiteto non si trova su internet, dove pure puoi rintracciare tutte le parole del mondo. Quel detto inventato, greve, velenoso, privo di vocabolario, e persino di dignità, fa parte infatti di una storia nascosta, catacombale, umorale, persino insidiosa, ma non per questo meno reale. Eppure mai nessuno vuole che questa storia emerga all’evidenza, tanto è irrispettosa e imbarazzante. Il termine Falconeidi ha infatti come scopo il dileggiare quel considerevole apparato retorico e celebrativo messo in campo, attraverso molteplici forme di ritualità, per ricordare i martiri degli eccidi mafiosi di quel tempo. Peggio: viene pronunciato anche da piccoli mafiosi e collusi o aspiranti tali di oggi, al fine di mostrare disprezzo verso chi combatté i loro antenati. Eppure, anche se strettamente in privato e mai pubblicamente, lo sussurrano da anni anche quelli che la mafia l’hanno sempre osteggiata. Chiamano anche loro la ricorrenza di Capaci le Falconeidi. Come è possibile? Si tratta certamente di un cortocircuito. Ma nessuno ci ha mai spiegato bene quale esattamente sia. Deve essere scabroso persino accostarvisi.
Un bel passo indietro, allora. Fino a dove tutto questo è cominciato. I siciliani, per lungo tempo, avevano convissuto con la mafia (salvo luminose eccezioni). Un lungo tempo sempre scandito da omicidi eccellenti (da Mattarella a Dalla Chiesa), dalla sanguinaria guerra di mafia degli anni ‘80 (oltre mille morti), dalle raffinerie di eroina trapiantate da Marsiglia in Sicilia (prima che si trasferissero e convertissero in cocaina in Colombia e Messico), con la narco-economia, con le prime forme arcaiche di necropolitica, poi affinatesi in Sudamerica.
Dopo le stragi del ‘92, i siciliani finalmente ritennero – bontà loro – che fosse stata superata ogni misura. Lenzuola bianche apparvero sui balconi delle case, per dire basta ai boss; uno sciopero della fame-staffetta venne organizzato da donne coraggiose in piazza Politeama, in pieno centro di Palermo, come le madri dei desaparecidos in Argentina o quelle delle donne scomparse a Cuidad Juàrez; i funerali di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo prima, Paolo Borsellino poi, e dei loro angeli custodi, registrarono una partecipazione di popolo senza precedenti. Lo Stato decideva finalmente di arrestare i responsabili di quei massacri, dopo decenni di protetta latitanza; le prime scritte antimafia apparivano sui muri delle strade siciliane, e la famosa foto che vedeva Falcone e Borsellino sorridenti iniziava a fare capolino in negozi, botteghe, ristoranti, case private. Era una prima volta: la Sicilia, si disse, sta cambiando. Ed era vero.
Tuttavia, per anni, la ricorrenza delle stragi fu esclusivo patrimonio siciliano. L’Italia se ne disinteressava, fuori dai circoli di esperti e addetti ai lavori. Ricordo una copertina del periodico Lo straniero di Goffredo Fofi, poi un’altra di Internazionale e poco altro. Ma, intanto, anche l’Italia si avviava a un’onda lunga di cambiamenti: il berlusconismo, il leghismo, il grillismo, l’antipolitica, la casta. La Tangentopoli del ‘92, il crollo della Prima Repubblica, avevano lasciato un tale vuoto di valori che presto, dall’estrema destra all’estrema sinistra, passando per il centro, i caduti per mano mafiosa divennero le uniche icone condivisibili, a rappresentare una residua unità ideale del paese. Tra le macerie di vecchie ideologie tramontate, i leader della Lega citavano Paolo Borsellino al pari di quelli della sinistra. Soffiava un vento nuovo, che avrebbe infine portato all’elezione di due siciliani, entrambi caratteristici della lotta alla mafia, alle due principali cariche dello Stato: Pietro Grasso, che era stato il giudice a latere del Maxiprocesso di Palermo, a presidente del Senato, e Sergio Mattarella, fratello di Piersanti, il presidente della Regione ucciso da Cosa Nostra, alla presidenza della Repubblica. Gli anniversari delle stragi divennero così appuntamento immancabile non solo siciliano. Ai cortei degli studenti intorno al cosiddetto albero Falcone e alla nave della legalità, che portava in quei giorni in Sicilia giovani da ogni parte d’Italia, si affiancarono ogni anno eventi mediatici importanti: lunghe maratone televisive, dibattiti, talk show, sedute speciali del CSM, una celebrazione ufficiale in diretta tv dall’aula bunker, dove a metà degli anni Ottanta venne celebrato il celebre Maxiprocesso.
Ma intanto erano accadute un altro paio di cose. La prima: a Palermo e in tutta la Sicilia si era formata una nuova categoria sociale, quella dei parenti delle vittime di primo piano, attorno cui si salderanno consensi ed alleanze – dal mondo cattolico a ceti popolari alle aristocrazie culturali – provenienti dalla famosa Primavera di Palermo, che – dopo lunghi interludi berlusconiani – saranno la base elettorale dell’attuale lungo viceregno del sindaco Leoluca Orlando. Indiscutibile il bagaglio di dolore di cui sono portatori i parenti delle vittime, inalienabile il loro diritto a rendere testimonianza e chiedere giustizia. Ma poiché non sarà giustizia quella che lo Stato potrà loro offrire (per i tanti misteri e depistaggi che accompagneranno i processi sulle stragi) verrà edificato come compensazione uno strano marchingegno: da un lato distinguerà parenti di serie A e parenti di serie B – in relazione alla differente importanza delle vittime e al grado di affidabilità istituzionale dei parenti; dall’altro verrà attribuito agli stessi parenti delle vittime – per senso di colpa collettivo e dello Stato stesso – un certo potere oracolare su temi di carattere generale relativi alla storia del paese. Cosa li legittimava? Solo il loro dolore, e il nostro rispetto per esso.
E poi, ecco il secondo accadimento: dietro la maschera di una nuova, sbandierata «legalità», arriveranno sempre più numerosi coloro per i quali l’Antimafia sarà solo un apparato di copertura per carriere e affari. Un fenomeno, quest’ultimo che andrà dalla gestione dei beni sequestrati, alla successiva assegnazione dei beni sequestrati stessi, persino alla costruzione di sistemi spionistici, che decidano infine chi è buono e chi è cattivo. Un malcostume che si diffonderà come la peste, al punto che alcuni anni fa persino don Luigi Ciotti, animatore dell’associazione Libera, propose di sciogliere l’Antimafia e di mai più far uso di una simile categoria, tanto ormai era colma la misura della sua degenerazione.
Tuttavia, mai si svuota il mare col cucchiaio: presto ogni polemica sull’Antimafia sarebbe stata riassorbita, segnando anzi nuovi salti peggiorativi. Per anni ogni pensiero critico è stato neutralizzato con la sostituzione degli attentati reali del passato con attentati sempre prossimi e virtuali: vorresti tu, era il messaggio, parlare in modo critico di un giudice, un leader antimafia, un giornalista, un testimonial, che forse sta rischiando la vita? Vorresti tu isolarlo come un tempo la borghesia mafiosa siciliana isolò il prefetto Dalla Chiesa, finendo così per favorire il disegno criminoso? E se poi l’attentato ci sarà veramente, tu che figura farai per avere criticato una vittima di mafia?
Una nuova forma di omertoso silenzio, in sostituzione di quello atavico che per decenni aveva favorito i boss, ora compartecipava a formare nuove aureole di indiscutibile santità. Attenzione: è grazie a questo perverso meccanismo – l’azzeramento di ogni pensiero critico – che stampa e osservatori si accorgeranno con enorme ritardo che, utilizzando un finto pentito, erano state depistate per decenni le indagini sulla strage di via D’Amelio. «Ma quelli non sono i buoni?», ci si diceva, «dunque come posso criticarli o sollevare dubbi?». Proprio per questo sono stati in tanti (non tutti) a chiedere scusa alla famiglia Borsellino, il cui congiunto è stato ucciso tre volte: una prima volta in via D’Amelio, dalla mafia; una seconda dal depistaggio condotto da apparati investigativi e giudiziari dello Stato; e infine una terza dall’allucinante silenzio di tutti noi che per decenni abbiamo accompagnato questo scandalo, pur di non avanzare dubbi e usare finalmente la ragione.
Intanto, cos’altro era cambiato, da quando gli anniversari sono diventati importanti avvenimenti? Hanno iniziato a presiedere le grandi kermesse antimafia personaggi che in passato – quando Cosa Nostra era ancora forte – avevano brillato perlomeno per neutralità, se non peggio. Al loro fianco, comici di mestiere si sono prodigati nel presentare – quali interlocutori più popolari ma anche più di comodo, poiché ingenui in materia – i libri annuali di famosi procuratori, investigatori, giornalisti: e non – si badi –  nelle sale o nei teatri, ma spesso anche in chiese consacrate, seduti spalle all’altare, sotto la croce, in contesti simili alle antiche unzioni degli imperatori, a conferma della sacralità intangibile del tutto. I reali processi di beatificazione ecclesiale di vittime illustri da parte della Chiesa, da Puglisi a Livatino, hanno poi fatto il resto. Il corpo dell’ammazzato diviene una modernissima reliquia (quello di padre Puglisi è stato sezionato all’uopo e suddiviso in varie teche), la sua memoria diventa pari a quella dei santi medioevali: intangibile, divinizzata, unta. Scompare dalla storia l’uomo reale, con i suoi difetti, per fare posto a entità celesti. Un nuovo culto degli eroi venne presto plasmato e rafforzato, quale unica religione civile praticabile in Italia, anche per assenza di ogni altro possibile valore condiviso.
Si è parlato spesso di inflazione della memoria, quasi a rimpiangere la precedente smemoratezza. Ma non è questo il punto. Questo tipo di memoria inflattiva non è neppure lontanamente vera memoria. Non ha più nulla a che fare con essa.
Piuttosto, siamo di fronte a un grande apparato retorico di negazione delle verità più scomode e di ogni metodo di ricerca storica, in favore di una semplificazione elementare dei fenomeni. Un mondo manicheo, esclusivamente formato da «buoni» e da «cattivi», da tenebre e da luce, da mafiosi e cacciatori di mafiosi, improntato ad un ferreo dualismo, che anima un teatro di pure ombre. Un teatro chiamato a sostituire definitivamente le laceranti analisi che, in altri campi, hanno per esempio accompagnato la ricerca dell’adesione italiana al fascismo o quella, ancora più drammatica, delle radici naziste nel popolo tedesco.
Grande parte hanno avuto in questo le vanità personali, il bisogno di protagonismo e visibilità, la costruzione di una propria identità nel mondo, non importa se in gran parte fasulla e destituita di reale fondatezza. C’è un fenomeno grave di narcisismo che attraversa la storia di questa forma di memoria, almeno altrettanto che nelle questioni di ruolo e di genere oggi tanto in voga. C’è un bisogno psicanalitico di essere unti in qualche modo dagli eroi del passato, per essere noi stessi protagonisti di quella religione, che si rivela anche il mezzo più veloce per diventare famosi, grazie a una facile circonvenzione di pubblico incapace.
Cosa ha lasciato tutto questo? Una profonda regressione. Oggi la Sicilia, intesa come eterna terra di infedeli, nella quale l’Italia ha sempre scaricato le proprie pulsioni inconfessabili e le proprie segrete trame, vista e pensata alternativamente come paradiso del mito oppure giardino degli orrori, è tornata decisamente indietro. E con essa, inevitabilmente, anche l’Italia. Bastino i fatti. Ieri il palazzo dei veleni era il tribunale di Palermo, oggi è direttamente il CSM. Ieri le lotte tra apparati dei servizi segreti avvenivano nelle lontane e incomprensibili nebbie siciliane; oggi si consumano direttamente nei palazzi romani del potere e dei governi. La palma di Sciascia non si è limitata, come diceva lo scrittore, a salire verso il Nord; ormai ci vive direttamente, ben piantata.
E in Sicilia è rispuntato un singolare fenomeno, testimoniato da quel mondo fantastico e immaginario fabbricato dalle fiction e dai libri: o in Sicilia è tutto mafia, carte giudiziarie e processi del secolo, oppure la mafia non c’è per nulla, scompare dal contesto come per magia. Una ricetta, quest’ultima, di cui si carica la responsabilità ad Andrea Camilleri, che nell’epopea del commissario Montalbano quasi mai ha collocato Cosa Nostra siciliana al centro delle storie. Ma è un giudizio ingiusto. Camilleri ha cancellato la mafia dalla sua Sicilia in maniera talmente evidente da renderla, alla fine, indirettamente visibilissima. La sua operazione, poi, non pretendeva certo di lasciare eredi. Derivava piuttosto, a suo stesso dire, da un rovello: gli effetti creati da Il giorno della civetta di Sciascia, quando il primo libro che doveva romanzare, denunciare e divulgare il fenomeno mafia (anche presso chi non lo leggeva sui giornali, disse l’autore) divenne un film, ed ebbe un destino opposto: contribuire a creare una certa aura romantica attorno alla figura del boss. Problema reale, che angosciò lo stesso Sciascia, per altro identico a quello de Il padrino di Coppola. E come ne saremmo usciti? Con una sfilza di fiction buoniste, moraleggianti e altamente improbabili sulla mafia, e con un’altra serie di fiction sulla Sicilia-cartolina senza mafia, tutte lontane mille miglia dal realismo magico (ma pur sempre realismo) che ha improntato con ben altra efficacia analoghe fiction americane su Pablo Escobar o sui narcos messicani.
Una generazione di giornalisti e scrittori – è questa anche la storia degli ultimissimi prodotti editoriali e televisivi sulla mafia – si rifiuta di uscire dal Novecento. Oppure evade in un Novecento puramente immaginario. O si rimuove la mafia, come un tempo ha fatto la borghesia siciliana, dai tempi di Pitré, Verga e Capuana, oppure se ne fa un universo onnicomprensivo, che finisce per fagocitare l’intero panorama. Intanto, la vecchia mafia siciliana non c’è più, i suoi enormi capitali scomparsi nel nulla l’avranno presumibilmente trasformata in altra cosa, gli equilibri e squilibri che hanno determinato le storie del passato sono evaporati, i protagonisti deceduti. Eppure, quando oggi si parla di mafia, si usano ancora categorie desuete, con la testa rivolta sempre indietro. Come se il passato agisse inesorabilmente ancora, in un’isola che non c’è più, poiché non si riesce mai a rinnovarne i registri, finalmente adeguandoli al presente. Così la Repubblica degli anniversari e delle ricorrenze resta l’ultima trincea, la zona di conforto; il culto degli eroi l’estrema religione, l’Antimafia tradizionale la sola possibile fede, anche se ormai in assenza di una mafia tradizionale. Quanto agli altri, a coloro che al contrario rimuovono la mafia dai contesti, il fatto che la vecchia organizzazione sia stata debellata li riporta oggi alle stesse posizioni negazioniste del passato. Se solo ne pronunci l’esistenza, si dice di nuovo – come ai tempi di Crispi e di Giolitti – significa che infanghi e deturpi la Sicilia. Anche per loro, un apparato di tipo religioso che riscriva una storia complicata, finalmente semplificandola, risulta più confortevole, piuttosto che fare i conti con una eredità scomoda, ancora da decifrare fino in fondo.
Emblematico, in tal senso, il caso di Massimo Giletti. Creando eventi antimafia televisivi, di piazza e da rotocalco, popolari e comprensibili per tutti, fortemente manichei, il presentatore ha imbastito un ideale e simbolico passaggio di testimone tra gli eroi dell’Antimafia del passato e l’ultimo eroe antimafia in ordine di tempo, ovvero lui medesimo. Scorta, giubbotto antiproiettile e minacce sono simboli che dichiarano infallibilmente lo statuto iconico del nuovo cavaliere senza macchia. Tutto questo dovrebbe farci riflettere. E chiedere – perlomeno – se non ci sia qualcosa che non va. Non è che abbiamo trasformato la terza rivolta dell’Isola nella storia, dopo i Vespri e i Fasci siciliani (perché questo fu la «liberazione» da Cosa Nostra) in uno spettacolo circense dei più derelitti, in un triste talk show per saltimbanchi? Le Falconeidi, appunto. TORTUGA – maggio 2022
 

Ripartire dall’umanità di Paolo Borsellino

 
Ripartire dall'umanità di Paolo Borsellino

 

by Piero Melati 

Prima che la mafia siciliana inondasse il mondo di eroina, prima degli omicidi politico-mafiosi, prima della guerra di mafia e delle stragi, prima dell’Antimafia, dunque parecchie vite fa, a Palermo cercammo una volta di contestare un comizio elettorale fascista. La sera prima volevamo volantinare davanti l’Extrabar, abituale “covo” dei neri. E invece fu una trappola. Ci aspettavano in massa, compresi i temibili camerati catanesi (quelli che Pasolini interrogava sulle bombe). C’erano anche le forze dell’ordine, che non si mossero. Finì a botte da orbi e con alcuni arresti.

 

Ripartire dall'umanità di Paolo BorsellinoPiero Melati ricorda Paolo Borsellino assieme a Fiammetta la figlia del magistrato

L’indomani Mario Francese scrisse sul Giornale di Sicilia che sarebbe stato spiccato un mandato di cattura nei miei confronti. La firma era più che attendibile, dunque mi buttai latitante. Poi, per fortuna, il mandato venne derubricato in denuncia a piede libero. Ma da quel momento, per ogni estate, se volevo avere il passaporto, anche solo per un mese o due, e partire così per un viaggio con la mia “tacca”, dovevo seguire un iter particolare, che culminava con l’ottenere il via libera del giudice titolare dell’inchiesta. E quel giudice era Paolo Borsellino. 
Ogni inizio estate dovevo fare anticamera al suo ufficio, perché firmasse i documenti. Ogni volta attendevo delle ore ma alla fine mi rilasciava sempre il permesso di viaggiare. L’ultima volta (il processo era ormai istruito e infine venni assolto, perché difeso dall’avvocato Nino Sorgi) fu lui ad uscire dall’ufficio e a lanciarmi con gesto apparentemente plateale le carte firmate. “Ora spero che ti decida a crescere” mi disse. Quando anni dopo lo incontrai di nuovo, stavolta da cronista giudiziario del giornale L’Ora, lui non si ricordava per niente di me e io non ebbi mai il coraggio di rievocare l’episodio. Tuttavia iniziai a nutrire nei suoi riguardi un confuso sentimento che crebbe poi negli anni. Dovrei anzitutto chiarirlo a me stesso e tutt’ora non mi è facile. Così provo a dirlo in questo modo. Tutti vorremmo la verità su via D’Amelio. Questo è ovvio. Eppure la storia di Borsellino, più di altre, mi pare prescindere persino dal suo contesto. Sarebbe una storia di una potenza inaudita in ogni caso, pure se fosse accaduta sotto il fascismo o durante la persecuzione degli ebrei o nel Medioevo. Dentro ci sono i toni di Shakespeare: l’amicizia, il tradimento, la crudeltà e il doppio gioco del potere, l’amarezza per la polemica con l’amato Sciascia, la solitudine, l’altruismo, l’ironia, il coraggio verso la morte, l’amore paterno, la cultura, la modestia, la gioia di vivere. Mi sembra, più di altri, e lo dico col massimo rispetto per tutti, un uomo all’altezza dell’Iliade e degli eroi di Omero. So bene che la cosa può far sorridere, ma per me è così e non ho nulla da farci. Quel che non ebbi il coraggio di raccontare a lui l’ho infine raccontato alla figlia Fiammetta, che mi fa onore della sua gratuita amicizia. “Papà sapeva essere burbero” mi ha detto. No, le ho risposto, tuo papà sapeva essere paterno col primo ragazzino scapestrato che gli capitava tra i piedi. Anzitutto, non mi ha mai negato un permesso e nello stesso tempo ha fatto intendere a un adolescente cosa si deve aspettare quando avrà a che fare col mondo adulto. Poi, da cronista, mi ha fatto capire molto di più. Tanto si è detto e scritto su Paolo Borsellino. Ma nessuno di noi, e neppure nessun letterato, è stato mai in grado di restituirne almeno in parte la statura, l’umanità, oserei stupidamente dire l’epicità della figura. Farlo non sarebbe questione di aggettivi, retorica e colore, bensì di dettagli e di un certo tocco che non abbiamo più. Il 19 luglio, anziché schierare come sempre l’Antimafia più folta e roboante, per fare passerella di se stessi, a fronte di un nemico che non c’è o che si è tanto trasformato da non saperlo più nemmeno riconoscere, dovremmo ripartire dall’uomo. Per dirci che non sappiamo minimamente imitarlo. Perché se così fosse, l’Italia sarebbe senz’altro un paese migliore. ZERO ZERO NEWS 19.7.2021

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a cura di Claudio Ramaccini – Direttore  Centro Studi Sociali contro la mafia – PSF