Ho visto Borsellino prendere appunti sull’agenda rossa durante gli interrogatori: chi ha tradito?

 


 

 

“Non è l’Arena” di Massimo Giletti non è il mio programma preferito. Lo guardo raramente e confesso che alcuni amici con messaggi mi anticipano il contenuto esortandomi a guardarlo. A me non piace come si affrontano tematiche del mondo mafioso e quindi, a mio parere, non lo annovero tra i programmi del giornalismo d’inchiesta o investigativo.
Per banalizzare, non mi sono piaciute le abbanniate (urlate) del gelataio Salvatore Baiardo, che ai miei occhi appare come una sorta di amministratore delegato della fabbrica di pizzini BrancaccioToday. E dai su Giletti, anche un picciriddu riusciva a leggere tra le righe nel “detto e non detto” di Baiardo.
Il dire di Baiardo era talmente lapalissiano che trasmetteva “pizzini” in chiarosenza bisogno di usare la crittografia. Tra l’altro, visto che spesso si citano, mi preme consigliare di fare distinzione tra i Greco di Ciaculli e quelli di Croceverde Giardina: erano due famigghie mafiose diverse.
Nella puntata de Non è l’Arena del 12 febbraio 2023, ecco che si riparla dell’agenda rossa del magistrato Paolo Borsellino. Sono anni e anni che mi sforzo di far capire che il furto – perché di questo si tratta – è stato commesso da un miserabile traditore vestito con abiti istituzionali e non certamente da un emigrante appena sbarcato da Lampedusa.
Nessuno e ripeto nessuno degli intervenuti ha compiuto il più elementare obbligo di ogni agente di polizia giudiziaria o magistrato di repertare minuziosamente il contenuto della borsa di Paolo Borsellino. Era un obbligo al quale in tanti si sono astenuti.
Nella borsa potevano anche esserci documenti personali, o addirittura copie di verbali dell’interrogatorio fatto venerdì 17 luglio ’92 a Gaspare Mutolo nella sede romana della Dia.

E’ normale che tutti prendono la borsa, se la passano di mano in mano e nessuno guarda all’interno? Ma per favore, ca nessunu è fissa! A me acchiana u sangu in testa, pensando che tutto questo è avvenuto mentre i corpi di Paolo, Emanuela, Agostino, Vincenzo, Claudio, Walter Eddie giacevano per terra straziati e fumanti dall’esplosione (mando un saluto affettuoso al collega Antonino Vullo, sopravvissuto alla strage).
Ancora oggi si mette in dubbio che l’agenda rossa fosse dentro la borsa.

Una cosa è certa il venerdì 17 luglio 1992, nell’attesa che il mio collega ispettore Danilo Amore, scrivesse il “cappello” del verbale di interrogatorio, Paolo Borsellino sfogliò l’agenda.
Quindi, prima di iniziare l’interrogatorio, il pm Natoli chiese a Mutolo se fosse a conoscenza di uomini delle istituzioni collusi con Cosa nostra.
Il Mutolo, che era a conoscenza delle direttive di Borsellino, non avrebbe dovuto fare nessun nome in quel momento ma in un periodo successivo. Tuttavia, Mutolo li fece e non furono inseriti nel verbale. Quei nomi confluirono in un verbale dopo la morte di Paolo Borsellino.
Detto ciò non escludo affatto, che quei nomi furono annotati nell’agenda dal dottor Borsellino. E oggi ci troviamo a distanza di 31 anni a dibattere sull’esistenza di quella Agenda. Ma per favore, siate seri!
Concludo rivolgendomi al “traditore” di Borsellino: tu non potrai mai presentarti innanzi alla tomba di Paolo Borsellino, sei uno spregevole individuo. Non sei un uomo.
Ogni qualvolta mi trovo a Palermo, una delle mie prime azioni che compio è andare a pregare innanzi la tomba del galantuomo siciliano Paolo Borsellino e di sua moglie Agnese. 16.2.2023 FQ  Pippo Giordano


26.2.2023 Messina Denaro decise di sequestrare il piccolo Di Matteo ma è errato ritenerlo l’unico colpevole

 


PIPPO GIORDANO il sopravvissuto


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Il maxiprocesso un obbrobrio? Portate gli studenti a vedere le tombe di #GiovanniFalcone e #PaoloBorsellino

 
 
Il maxiprocesso un obbrobrio? Portate gli studenti a vedere le tombe di Falcone e Borsellino
Mi spiace leggere la definizione data da una dotta professoressa di giurisprudenza sul maxiprocesso. La docente Daniela Chinnici – come riporta l’edizione palermitana di Repubblica – ha definito il maxiprocesso “un obbrobrio”: parole pronunciate durante una lezione di mafia all’Università di Palermo, alla presenza del magistrato Nino Di Matteo. Mai e poi mai avrei voluto leggere una definizione così offensiva verso i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, oltre che verso il presidente Alfonso Giordano e l’intera Corte.
A me duole leggere di tanto in tanto queste espressioni sprezzanti – stante il significato del sostantivo obbrobrio – verso un processo che diede la stura alla capitolazione dei corleonesi di Cosa nostra. Il sottoscritto diede, insieme ai colleghi della squadra mobile palermitana, un modestissimo contributo alle indagini di polizia giudiziaria, tant’è che fui poi chiamato a testimoniare nel processo de quo. Tralascio alcuni concetti espressi dalla docente Chinnici, ma ne evidenzio uno: “Ben vengano i poteri rafforzati di chi fa le indagini – ha proseguito Chinnici – ma nei processi ai mafiosi devono esserci le stesse garanzie e gli stessi diritti dei processi ai ladri di auto”.
Ecco, sarebbe opportuno che la prof ci dicesse in quali processi di mafia non sono stati rispettati le garanzie e i diritti degli imputati. E poiché la prof accenna a diritti negati nei processi di mafia, cosa può dirci sui processi contro la mafia siciliana celebrati negli anni ’60 a Catanzaro e Bari? Ricordo sommessamente che nel processo di Bari gli unici diritti calpestati furono commessi in danno del popolo italiano. Il presidente della Corte d’Assise, Vincenzo Stea, ricevette la seguente lettera di minaccia: “Voi baresi non avete capito o, per meglio dire, non volete capire cosa significa Corleone. Voi state giudicando degli onesti galantuomini che i carabinieri e la polizia hanno denunciato per capriccio. Noi vi vogliamo avvertire che se un galantuomo di Corleone sarà condannato, voi salterete in aria, sarete distrutti e sarete scannati come pure i vostri familiari. A voi ora non resta che essere giudiziosi“.
Il risultato? Furono tutti assolti (64 imputati) tra i quali Salvatore Riina, Luciano Liggio e Bernardo Provenzano, mentre a Catanzaro su 117 imputati furono condannati solo quattro mafiosi. Verosimilmente in quei due processi i diritti dei mafiosi furono rispettati. E’ vero professoressa? E già erano stati considerati ladri di auto. E ora una riflessione personale: ritengo giusto e doveroso che la storia della mafia siciliana venga esaminata, discussa e sezionata in qualsiasi scuola di ogni ordine e grado.
Tuttavia bisognerebbe tener presente che il maxiprocesso sancì definitivamente la responsabilità dei cosiddetti uomini d’onore: uomini e donne dello Stato, insieme al popolo italiano, ebbero giustizia. Giustizia raggiunta con l’abnegazione, senso del dovere e spirito di servizio di due galantuomini siciliani: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Altro che obbrobrio, professoressa Chinnici. Porti i suoi studenti nella chiesa di San Domenico dove riposa il magistrato Giovanni Falcone e nel cimitero di Santa Maria di Gesù dove è sepolto il magistrato Paolo Borsellino. FQdi #PippoGiordano


3.2.2023 Contro Riina, noi forze dell’ordine eravamo soli: lo Stato poteva salvare quelli poi diventati martiri

Eureka, ecco che dopo il roboante silenzio nella campagna elettorale irrompe l’arresto di “U siccu”, al secolo Matteo Messina Denaro e come per incanto l’argomento mafia ritorna nei salotti televisivi. L’arresto ha dato la stura a leoni da tastiera, complottisti e cultori di teoremi, di dire minkiate e solo per oscurare l’operato del Ros. Intanto io dico grazie Ros! Lo scopo di questo scritto è far riflettere sui momenti bui e funesti, che attraversò la città di Palermo negli anni 80/90. Penso, che in quegli anni sia prevalsa la scarsa attenzione al fenomeno mafioso, condita anche da negligenza, indifferenza e incompetenza, che originarono omicidi e stragi, ascrivibili ad una sorta di responsabilità oggettiva, sia di singoli che in generale dallo Stato.


26.1.2023 – Quand’ero poliziotto nella Dia provai a stanare Messina Denaro: perciò ricordo e non dimentico

 

Subito dopo la cattura di Matteo Messina Denaro lì per lì ho gioito e ho sollecitato gli astanti, durante un evento pubblico, ad applaudire i carabinieri. Ma in cuor mio ero sopraffatto da un enorme dispiacere: non fosse altro per la trentennale latitanza di Matteo Messina Denaro e per il tempo che sprecai per stroncare la sua latitanza.
E quindi ricordo, e non dimentico, i gravi delitti di cui si è macchiato “u siccu” o “diabolik”, come amava farsi chiamare. La mia ex vita di poliziotto mi consentì di conoscere, attraverso le indagini, Messina Denaro.
I delitti atroci attribuiti allo stesso ne qualificano il personaggio. Personaggio disumano sino alla massima potenza, privo di ogni carità cristiana. Ricordo e non dimentico il dramma di un bambino tenuto sequestrato per quasi 800 giorni, la cui sorte fu poi decisa dal verro (maiale) Giovanni Brusca con un ordine “ammazzati u canuzzu”.
Ricordo e non dimentico la sofferenza mia e dei miei colleghi della Dia allorquando, speranzosi di liberare Giuseppe Di Matteo, facemmo il blitz in una villetta nell’agro di San Giuseppe Jato, di proprietà di un giovane poi risultato essere uno dei carcerieri di Giuseppe. Il bambino quella mattina non c’era.
Ricordo e non dimentico la decisione assunta non solo da Matteo Messina Denaro, ma anche da Leoluca Bagarella e altri che, dopo aver ammazzato e seppellito i fratelli Paolo e Vincenzo Milazzo, non si impietosirono innanzi alle suppliche di Antonella Bonomi, di soli 23 anni, fidanzata di Vincenzo Milazzo. Antonella li supplicò di non ucciderla, “fatelo per il bambino che porto in grembo”. Era incinta di tre mesi. Costoro, pseudo uomini d’onore, sordi ai pianti di Antonella, l’uccisero ugualmente seppellendola sempre nello stesso luogo dei due fratelli. Il collaboratore di giustizia Gioacchino La Barbera ci condusse nel sito dove egli stesso aveva partecipato a sotterrare le tre vittime. I miei colleghi dissotterrarono i corpi per dar loro cristiana sepoltura.
Ricordo e non dimentico Nencioni Nadia di 9 anni e la sua sorellina Caterina di 50 giorni. Morirono insieme ai genitori e allo studente Dario Capolicchio di 22 anni nella strage di Firenze.
Matteo Messina Denaro è ammalato? Gli auguro di vivere sino a cent’anni, ma se muore domani non mi spiace.
Pippo Giordano: La legalità è il mio chiodo fisso perché fin da piccolo ho respirato la mafia e la sua brutalità. Sono stato ispettore della DIA e ho lavorato nella Squadra Mobile di Palermo di Ninni Cassarà. Ho diretto la Sezione antiterrorismo della Digos di una città del Nord. Ho collaborato con i giudici Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Oggi, da pensionato, racconto agli studenti degli uomini che hanno scritto col sangue la lotta alla mafia. Con Andrea Cottone ho scritto un libro, “Il sopravvissuto, l’unico superstite di una stagione di sangue”, che parla delle ombre in quella zona di contatto fra mafia e pezzi di Stato.
Porterò nel cuore i miei carissimi colleghi: Filadelfio Aparo, Lillo Zucchetto, Beppe Montana, Ninni Cassarà, Roberto Antiochia e Natale Mondo.
di Pippo Giordano (Ispettore della Dia in pensione)

Pippo Giordano: Capaci e via D’Amelio? Un vivaio di amicizie postume

 

“Lo possiamo dire senza tema di essere smentiti” – afferma Pippo Giordano, ex ispettore della DIA.
“Volgendo lo sguardo al passato vedo  una canea di pusillanimi che orbitano nei cieli di Capaci e via D’Amelio: reticenti e omertosi per innata virtù, ma che dichiarano di essere stati amici di Falcone e Borsellino.
Mi riferisco anche a colleghi dei due magistrati.
E da buon siciliano, affermo che codesti individui sono dei piritolli e finanche tutto fumo e niente arrosto. 
A costoro non interessa la verità, assolutamente no!
Basta apparire e “annacarisi” per darsi aria. Un po’ come facevano U Curtu di Corleone e i suoi accoliti.
Ricordo da bambino, quando dicevamo: “ talè comu s’annaca, si viri che è un pezzo da 90”.
Orbene, ora i piritolliani di turno affollano i talk show.
Parlano di tutto, senza avere necessità poi di comprovare con  elementi fattuali il loro dire.
Ma sì, basta apparire e soprattutto ammaliare l’ascoltatore, che appare come un ingenuo credulone e quindi facile preda del disonesto di turno.
Ne consegue che il credulone di turno diventa il megafono, e dunque ipso facto raggiunge una platea più grande.
Ma non crediate che tutto questo nasce sol per vanità d’apparire? Noooo. E’ una fine strategia per ammorbare la verità sulle stragi di Capaci e via D’Amelio.
In itinere c’è un processo sulla strage di via D’Amelio, che sta per concludersi.
Attori primari, comparse di qualsiasi natura, pentiti vestiti da pupo, altre maschere e pochi volti, di pirandelliana memoria, si affannano per dimostrare che in via D’Amelio nulla di illegale fu commesso dopo la strage.
In soldoni, si vorrebbe santificare che l’Agenda rossa non fu trafugata, ma che invero il dottor Paolo Borsellino l’avrebbe lasciata a casa.
E le dichiarazioni rese dalla signora Agnese Borsellino, che ha dichiarato invece che il marito  l’Agenda  l’aveva riposta nelle sua borsa, sono ritenute nulle? 
E che nessun depistaggio fu commesso?
E che dire del vivaio di  pseudo pentiti nati al di fuori del clima primaverile, vestiti a festa per la bisogna?
Raccontano fesserie a iosa per far felici conduttori  televisivi, ma non solo.
Anzi sembra una regia ben collaudata: creare un clima di confusione e quindi intorbidire la verità nascente.
Ogni qualvolta si tenta di aprire la porta per accendere la luce della verità, ecco che intervengono i “pupi” per creare il blackout.
Se possedete i ‘gioielli di famigghia’, date un colpo di reni e consentite ai martiri delle stragi di riposare in pace.
Date ai familiari quella verità che attendono da 30 anni, non siate reticenti.
Scrollatevi d’addosso il marchio di ‘traditori’, perchè è questo quel che siete.
Date un seguito alle parole di un Galantuomo Siciliano – Paolo Borsellino – , allorquando definì la Procura di Palermo ‘un nido di vipere’.
E ancora oggi non conosciamo l’identità di ‘non posso pensare che un amico mi abbia tradito’, parole in lacrime del dottor Paolo Borsellino.
Lo so a voi non interessa una cippa, avete il cuore posizionato nel lato B”.

LA VALLE DEI TEMPLI 2.6.2022



«Ci fu una prova prova generale della strage di Capaci». La rivelazione dell’ex ispettore vicino a Falcone

 

Per l’ex poliziotto della Dia Pippo Giordano, collaboratore di Giovanni Falcone «la zona non era affatto disabitata, ma nessuno sentì la necessità di allertare le forze di polizia. Una segnalazione, anche anonima, avrebbe scritto una storia diversa»
Sono passati trent’anni dalla strage di Capaci avvenuta il 23 maggio del 1992. Morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. La detonazione provocò un’esplosione immane e una voragine enorme sulla strada. Pochi lo sanno, ma prima di compiere la strage, la mafia corleonese fece una prova generale con tanto di esplosione riempiendo una cunetta di esplosivo: la strage di Capaci in miniatura. A scoprirlo è stata la Direzione Investigativa Antimafia. A raccontare a Il Dubbio quell’episodio è Pippo Giordano, già ispettore della Dia, colui che localizzò il luogo esatto. L’ex ispettore ha lavorato con i giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, e i poliziotti Ninni Cassarà e Beppe Montana, tutti vittime della mafia. Oggi in pensione, mette a disposizione le sue memorie per contribuire a ricostruire uno Stato fondato sulla legalità. La sua iniziativa è rivolta principalmente agli studenti.

Lei che attraversò la stagione più sanguinosa di Cosa Nostra, ci racconta come e quando riuscì a scoprire il luogo dove ci fu la prova generale compiuta qualche giorno prima dell’attentato?
Conobbi il dottor Giovanni Falcone, quand’ero alla Squadra mobile di Palermo, negli orribili anni della mattanza voluta da Totò Riina. A Palermo era più facile morire che vivere, tant’è che gli organi di stampa consideravano Palermo come Beirut. Ancora oggi si compie un errore storico definendo quegli anni, guerra di mafia. La realtà è un’altra. Ci fu solo una mattanza voluta da Totò Riina. Quest’ultimo con inaudita violenza, conquistò manu militare l’intera Isola. Era padrone del territorio a tal punto, che si permise prima di compiere la strage di Capaci, di fare le prove dell’attentatuni. Infatti, giorni prima del 23 maggio 1992, alcuni uomini di Cosa nostra per testare la potenza distruttiva dell’esplosione, scelsero una pubblica strada in contrada Rebuttone, nel territorio di Altofonte e imbottirono una cunetta di esplosivo. Quindi, fecero saltare in aria quel pezzo di strada e con i macchinari di Gino La Barbera (presente sul luogo) ripristinarono il manufatto, asfaltando la strada. Io ero in forza alla Dia di Roma e fui mandato a Palermo per localizzare l’esatto luogo ove era avvenuto “l’esperimento”. Fui coadiuvato da un collega della Dia di Palermo, Giovanni Lercara. Il sopralluogo, effettuato anche con l’ausilio di un elicottero della polizia, ci consentì di identificare il tratto di strada. Conclusa l’indagine presentai un dettagliato rapporto, allegando anche un fascicolo fotografico. La zona non era affatto disabitata, ma nessuno sentì la necessità di allertare le forze di polizia. Una segnalazione, anche anonima, avrebbe scritto una storia diversa.

Lei ha conosciuto molto da vicino Falcone: cosa l’ha colpito di lui? E con la sua esperienza, esistono degli “eredi”?
Incontrai la prima volta il dottor Giovanni Falcone a Palermo all’inizio degli anni ‘80, durante gli interrogatori di Salvatore “Totuccio” Contorno, che avvenivano presso il Commissariato Ps di Mondello. Successivamente, in tempi diversi sino all’autunno del 1989, lo assistetti in alcuni interrogatori di pentiti. A proposito di Contorno va ricordato che fummo costretti a spostarlo repentinamente, nascondendolo in un appartamento nello stabile della Mobile palermitana. Fu trasferito perché dentro una cabina telefonica, vicino al Commissariato, era stata rinvenuta una sagoma di un uomo con alcuni fori di proiettili imbrattati di vernice rossa. Una decina di anni dopo Gaspare Mutolo ci raccontò che l’intento di quelle minacce era di spostare Contorno in una località più consona a un attacco in forze. Lo stesso Mutolo ci riferì – citando i componenti del commando della famiglia di San Lorenzo – che Cosa nostra aveva pianificato un attentato al dottor Falcone all’uscita della Favorita in direzione Mondello, esattamente dove ancora oggi esiste la strettoia. Ci rinunciarono perché nel frattempo a Falcone era stata intensificata la scorta. Di Falcone, mi colpì la sua grande umiltà e umanità nel trattare i mafiosi. Era una persona estremamente garbata, oserei dire un produttore a livello industriale di empatia. Non si poteva rimanere insensibile al suo carisma e al suo modo di rapportarsi. E poi con quel bel sorrisetto sornione sotto i baffetti ti ammaliava. Non vidi mai Falcone alterarsi. Era di poche parole, ma era capace di fare battute sarcastiche. Mi ricordo quella rivolta a me, durante l’interrogatorio di Stefano Calzetta, al quale era presente anche Ninni Cassarà. Lei mi chiede se esistono eredi di Falcone. No, lo escludo. Guardi che a causa del mio specifico compito alla Dia, assistetti decine di magistrati non solo palermitani. Ebbene, secondo la mia valutazione pensare che possano esistere eredi di Falcone la reputo una colossale castroneria. Falcone brillava di luce propria, mentre altri di luce riflessa. Dunque, finiamola con questa pantomima, Falcone era e rimane unico. Anche Tommaso Buscetta non può avere eredi come spesso si sente dire. Lo affermo con cognizione di causa per averlo frequentato e per l’esperienza che ebbi con 8 pentiti di Cosa nostra. U Zu Masino era un uomo speciale. Damiano Aliprandi  SABATO 21 MAGGIO 2022 IL DUBBIO


LA PIU’ BRUTTA MEZZ’ORA DELLA MIA VITA.

 

Nel periodo delle mia permanenza a Palermo, negli anni 90 -ero alla DIA -, avevamo localizzato una villetta situata in un piccolo agglomerato (vi erano tre ville). Eravamo convinti che li si nascondesse il “Verro” (maiale) Giovanni Brusca. Facemmo un breve passaggio del sito per programmare un’irruzione notturna col preciso scopo di sorprendere qualcuno o se fosse stata in qiel momento disabitata mettere le microspie. A notte fonda, una dozzina di noi raggiunge il luogo isolato lontano da Altofonte. Io e altri due (due fratelli che erano con me alla Squadra mobile di Palermo negli anni 80), avevamo il compito di ispezionare la villetta, mentre il resto della squadra sarebbe dovuto sostare lontano ed intervenire a un nostro preciso segnale. Col furgone in movimento, noi tre ci fiondammo nell’ingresso delle villette per scavalcare l’alto cancello, per poi strisciare recandoci nella villetta interessata. 
I due miei colleghi, più giovani di me riescono a scalcare il cancello, mentre io avendo il visore notturno, il fucile a pompa tardai. E nel fare la manovra sentii del colpi di martello provenire da una delle due ville a noi non interessate. Quindi ritornai indietro di corsa verso la strada e mi buttai a pancia in giù nella cunetta. E intanto i colpi echeggiavano nella notte e nessuno di noi tre potevano usare i cellulari. Iniziarono a balenare nella mia mente foschi  presagi. Pensavo li avranno catturati e massacrati. E io ero inerme steso sulla cunetta. Aspettavo un segnale da parte dei miei colleghi, ma ahimè non arrivava. Nel frattempo vedevo che un’auto transitava dal luogo e appena giungeva dove io ero steso, suonava il clacson. 
Col visore notturno vedevo distintamente il cancello e i luoghi, ma non scorgevo i mie amici. Il tempo passava ed ero inchiodato per terra, non sapevo se il conducente dell’autovettura (l’unica a transitare) si fosse accorto della mia presenza. 
Passavano i minuti e l’adrenalina saliva. Ma ero relativamente calmo, anche se il pensiero di saperli dall’altra parte, mi angustiava. Peraltro, non potevo chiamare i rinforzi, stazionanti a  centinaia di metri. Trascorse una buona mezz’ora, quando vidi due figure umane arrampicarsi sul cancello e scavalcando si coricarono innanzi  a me a pochissimi metri. Io li vedevo bene col visore ma loro no. Era buio pesto. Con la mano sinistra tenevo il visore e con la destra la pistola già col colpo in canna pronto a far fuoco. I due giovani che appena sopraggiunse l’auto, vi salirono allontanandosi. Aspettai perchè non potevo alzarmi,  volevo avere la certezza che nessun altro fosse nei paraggi. Poi, vidi  due amici che mi facevano segno di scavalcare. Scavalco e mi ricongiungo a loro. Riflettemmo un attimo e acclarammo che i due giovani volevano entrare nella villetta per rubare, ma la porta  in ferro aveva resistito. Riprendiamo fiato e strisciamo per una cinquantina di metri, sino alla villetta di   Brusca. Li con un metodo che non posso divulgare, entriamo con passi felpati  per sorprendere eventuali inquilini mentre dormivano. Io andavo avanti col visore e con armi già pronti. Non c’era nessuno. A quel punto feci intervenire i che piazzarono dappertutto le microspie. In quella casa nessuno ci andò per tutto io periodo che la monitorammo. Brusca, dopo l’arresto dichiarò in un processo, che un giorno era in quella villetta insieme a  Bagarella e altri e avendo visto dei movimenti sospetti (non eravamo noi) disse a Bagarella: “prendo il furgone e se qualcuno mi segue e mi ferma l’ammazzo”. Bisognava vedere se riusciva solo a muovere un dito se fosse stato fermato da noi. Eravamo  una squadra preparata.  PIPPO GIORDANO


giordano 2

 

LO CHIAMANO “IL SOPRAVVISSUTO“, ANCHE SE LUI NON AMA DEFINIRSI COSÌ.  


Certo è che Pippo Giordano, ex ispettore della Dia di Palermo, ha attraversato uno dei periodi più tragici della storia italiana, quello degli anni Ottanta in Sicilia, quando le strade si coloravano di rosso sangue e la mafia falcidiava vittime a colpi di kalashnikov. L’ascesa dei “viddani” di Riina, Totò la Belva. Giordano li ha vissuti, quegli anni, e non solo: è stato anche in prima linea nella lotta contro Cosa Nostra. Ha visto cadere amici e colleghi, negli anni: Cassarà, Montana, Borsellino, Falcone sono solo alcuni di loro. E oggi Giordano gira l’Italia per raccontarli, quegli anni, per ricordare gli eroi che per mano di Cosa Nostra hanno perso la vita, soprattutto, però, per sensibilizzare a una cultura della legalità.  L’abbiamo intervistato.

Lei attraversò la stagione più sanguinosa di Cosa Nostra, la quale cambiò certamente volto dopo l’ascesa dei Corleonesi. Secondo lei, vi sarebbe stato modo di evitarla? Certo che si poteva evitarla. Intanto sfatiamo un luogo comune, che vorrebbe una Cosa nostra di altri tempi “buona”, mentre quella degli ultimi decenni “cattiva”. La mafia, le mafie sono un agglomerato di menti bacate, che trovano linfa nell’apporto fattivo e collusivo di una certa classe politica. E quindi, proprio per aver conosciuto la “crema” di Cosa nostra, affermo che con l’avvento dei “corleonesi” il cambiamento violento c’è stato, soprattutto rispetto ai metodi dei vecchi vecchi uomini d’onore che conobbi da ragazzo. Uomini d’onore il cui carisma si manifestava anche con la parola dello sguardo silente. L’ascesa dei “corleonesi” fu resa possibile per la debolezza dei “palermitani”, che non capirono in tempo le mire espansionistiche di Totò Riina e del suo “gruppo”. Solo Stefano Bontate l’aveva ben capito, ma fu eliminato grazie a un traditore interno della sua “famiglia”, e che poi diede la stura alla mattanza dei cosiddetti “perdenti”. Alcuni esperti di mafia ancora oggi affermano che, nei prima anni Ottanta,c’è stata una guerra di mafia. Nulla di tutto questo: ci sono stati solo omicidi di coloro che si erano opposti allo strapotere di Totò Riina. Un altro elemento che diede linfa allo strapotere dei “corleonesi” è addebitabile alla “latitanza” dello Stato, che non aveva mai dato fermezza nel stroncare la Piovra, che giorno dopo giorno occupava manu militare il territorio. Nella sostanza, lo Stato aveva abdicato alla mafia. Credo che tra il potere politico ed ecclesiastico ci fosse una sorta di tacito consenso nel negare l’esistenza della mafia e, quando affermo che lo Stato ha avuto la responsabilità oggettiva della crescita esponenziale di Cosa nostra, lo dico a ragion veduta.

A scardinare, in qualche modo, quell’universo, fu il fenomeno del pentitismo: quanto e come ha contribuito nella lotta alla mafia? In tema di pentitismo, posso dire con cognizione di causa, non foss’altro per aver conosciuto nove pentiti di Cosa nostra, che il loro apporto è stato determinante per squarciare quel bunker di Cosa nostra. Giova ricordare che nessuno di noi era a conoscenza del marchio di fabbrica “Cosa nostra”. Sì conoscevamo parte del gotha mafioso, ma non conoscevamo l’esistenza delle “famigghie” con relativi mandamenti, anche se, in modo induttivo, collocavamo il tizio a un certo quartiere palermitano piuttosto che a un territorio siciliano. Tra i pentiti, da me trattati per motivi investigativi, ne cito uno per tutti: Tommaso Buscetta. Buscetta è stato colui che consegnò le chiavi per accedere in Cosa nostra. Affermo senza tema d’essere smentito che il declino dei “corleonesi” è iniziato proprio col pentimento de U zu Masino Buscetta, alias “Roberto”, intercettato nelle telefonate in partenza dal Sud America, ancor prima di pentirsi. Ma quanto ha dovuto pagare Buscetta per la collaborazione con la giustizia? Troppo! Io stesso vidi i suoi familiari assassinati per farlo desistere a collaborare. Analoghe vendette trasversali colpirono congiunti, amici e parenti di Francesco Marino Mannoia, Totuccio Contorno e in ultimo Santino Di Matteo, nel periodo in cui ero in forza alla DIA, con la morte di suo figlio Giuseppe, sequestrato e tenuto prigioniero per quasi 800 giorni, e poi sciolto nell’acido: aveva solo 13 anni.

Qual è la sua posizione riguardo la trattativa Stato-mafia? Secondo lei è plausibile, come sostengono molti, che prosegua tutt’oggi con la latitanza di Messina Denaro?  Non mi piacciono i teoremi, mi sono sempre rapportato con elementi di fatto, quindi non sono d’accordo sui tanti “si dice” che la latitanza di Matteo Messina Denaro sia il compendio di una trattativa in itinere tra Stato e il medesimo Messina Denaro. Voglio ricordare che, anche all’epoca della latitanza di Riina, a Palermo si vociferava la stessa locuzione “u nu vonnu pigghiari, sunnu d’accordu”. Nulla di vero. Quanti giorni e notti trascorsi a digiuno e all’addiaccio per catturarlo! E in un paio di occasioni abbiamo anchsentito li suo odore, nel senso che ci arrivammo vicini. La mia posizione sulla trattativa Stato-mafia è nota e credo sia indispensabile fare un distinguo. Parlerei di “trattative”. Non sono d’accordo con l’illustre giurista palermitano Fiandaca, quando afferma che la “trattativa è legittima”. No! Nessuna trattativa può essere legittima con chi ha sterminato i figli dell’Italia. No, assolutamente no! Come non sono d’accordo sulla decisione della Cassazione che prevede una “morte dignitosa” per Totò Riina. Ma questa è un’altra storia. Per meglio esprimere il concetto di “trattative”, vorrei far capire ai tanti che non “masticano di mafia” che le trattative sono caratterizzate anche e solamente da interessi convergenti tra pezzi dello Stato e uomini d’onore. E spesso, quando il coacervo d’interessi accomuna le due parti, s’innesta quel rapporto del dare/avere, che talvolta può essere interrotto anche con la morte violenta, come accadde a Palermo. Potrei descrivere alcuni esempi, ma la cronaca violenta è piena di siffatti episodi. Quindi, concludo dicendo che trattativa Stato-mafia, in ordine alle stragi ’92/’93, ci sia stata e non cambierò opinione, indipendente dall’esito del processo che si sta svolgendo a Palermo.

Cosa succederà ora, dopo la sentenza del Borsellino Quater, secondo cui Scarantino fu indotto a mentire? C’è la possibilità che la verità emerga?  Recentemente ho scritto che Scarantino, proprio per non essere stato “punciuto”, – a me non risulta -, non poteva essere messo a conoscenza di un così grave fatto delittuoso. Conosco bene le regole interne a Cosa nostra, laddove è espressamente vietato di parlare di cose di Cosa nostra coi non adepti. Addirittura, anche tra uomini d’onore sono vietati argomenti che non investono l’ambito della propria famigghia di appartenenza, quindi è inverosimile che lo Scarantino possa essere venuto a conoscenza di un progetto stragista. Scarantino è stato indottrinato a raccontare il falso? Non lo so, tutto lo lascia pensare. Io so soltanto che, insieme ai miei colleghi della DIA, ho pedinato Profeta, condannato all’ergastolo per la strage di via D’Amelio, ed ora con le dichiarazioni del collaboratore Gaspare Spatuzza, risulta innocente. Lei mi chiede se la verità emergerà? Quello che penso io non conta. Non ho bisogno di una sentenza, io ho la “mia verità”. Ma troppe, troppe verità vengono negate, persino infarcite da quattro telefonate distrutte. La strage di via D’Amelio, mi spiace dirlo, sarà un’altra strage ammantata da una nebbia, che difficilmente potrà essere dissolta. Si nega persino che l’Agenda rossa di Paolo Borsellino fosse all’interno della sua borsa, quando, invero, i familiari avevano sostenuto il contrario.

In molti paventano un ritorno allo stragismo; secondo lei è plausibile?  Su un rigurgito stragista di Cosa nostra, non ci scommetterei nemmeno un centesimo. Ritengo che ormai Cosa nostra abbia capito la lezione e non giova a nessuno un attacco frontale allo Stato. Tuttavia, mi consenta di ricordare che la mafia siciliana, dal 1963 al 1993, ha fatto esplodere ben dieci auto-bombe, con decine di vittime.

Nei giorni scorsi si sono tenute le commemorazioni per la strage di Capaci e non sono mancate le “passerelle” e, soprattutto, polemiche: un suo pensiero in merito? Per le “passarelle” o “pupiate”, come le chiamo io, ho più volte espresso il mio parere. E le dirò che a me non piace guardare le commemorazioni. Cosa diversa è via D’Amelio, dove per due volte ho preso la parola, proprio per ricordare i martiri e denunciare il silenzio dello Stato.

Ma secondo lei esistono degli eredi morali di Falcone e Borsellino, oggi? Non amo dare patenti e giammai mi permetto di paragonare o dare giudizi sulle persone. Il mio metro di misura sono le azioni e le parole che ogni uomo compie e pronuncia. Spessissimo amo definire Falcone e Borsellino “Galantuomini Siciliani” e a loro va il mio ricordo affettuoso.

Lei è, e viene giustamente definito, “il sopravvissuto”: c’è però questa tendenza, da parte dello Stato, di onorare i morti e “dimenticare” i vivi. E’ stato così anche per lei? La ringrazio per questa domanda, che mi dà l’opportunità una volta per tutti chiarire il concetto di “sopravvissuto”. Io non mi sento e non sono affatto un sopravvissuto. Diciamo che ho visto morire sei miei colleghi della Squadra mobile palermitana. Mi perdoni, se li cito: Filadelfio Aparo, Lillo Zucchetto, Beppe Montana, Ninni Cassarà, Roberto Antiochia e Natale Mondo.
L’equivoco nel considerarmi un sopravvissuto, credo sia stato originato dal mio allontanamento d’ufficio da Palermo per motivi di sicurezza, nel periodo più violento posto in essere da Cosa nostra.
Sì è vero, lo Stato si è “dimenticato dei vivi”: penso a coloro che sono davvero “sopravvissuti”. Non dimentichiamoci, che questo Stato talvolta appare affetto da ipoacusia, che non sente il bisogno di ascoltare i vivi. Gea Ceccarelli (www.articolotre.com) 14.6.2017


BORSELLINO, SE NON TI AVESSERO AMMAZZATO, MIZZICA COME AVREMMO SCOPERTO LA VERITÀ!

 

 di Pippo Giordano Io, poliziotto che ho combattuto la mafia a fianco del magistrato assassinato con la scorta in via D’Amelio a Palermo 28 anni fa, ho tante domande per certi gnorri…

L’ostilità di certi “colleghi” verso Paolo Borsellino era ampiamente nota. Persino il progetto di escluderlo nelle indagini sulla strage di Capaci, dove perse la vita suo “fratello” Giovanni Falcone, appare inconcepibile. Quanti bastoni tra le ruote ci sono stati per impedire che Borsellino interrogasse Gaspare Mutolo? Tanti! Io e Mutolo aspettavamo da giorni l’arrivo di Borsellino. Poi finalmente il primo luglio 1992 abbiamo iniziato gli interrogatori, che si sono susseguiti il 16 e 17 luglio. Il 19 la tragedia.
“Quando Pippo mi ha contattata per intervenire telefonicamente, avevo detto di no, perché m’ero convinta che si trattasse di un convegno di politici. Poi, invece, ho saputo che avrei dovuto parlare con voi. E siccome Paolo aveva molta fiducia negli studenti, ho accettato volentieri” .
Queste le parole della signora Agnese Borsellino, che intervenne telefonicamente ad un incontro con gli studenti presenti in un Teatro abruzzese. La signora Agnese, tra l’altro evidenziò l’attaccamento di suo marito allo Stato e alle Istituzioni. Io la richiamai per ringraziarla e nell’occorso mi invitò a casa sua, ma purtroppo non feci in tempo a raggiungere Palermo.
Il prossimo 19 luglio si ricorderà l’anniversario della strage di via D’Amelio ed io mi chiedo, quanti appartenenti allo Stato – poliziotti, magistrati, ex magistrati – possano vantare lo stesso attaccamento che Paolo Borsellino aveva verso lo Stato e la Giustizia. Ventotto anni sono trascorsi dall’eccidio di via D’Amelio e ancora oggi non si è in grado di iscrivere definitivamente la parola Verità.
Ci sono personaggi intervenuti nell’immediatezza della strage e nei successivi anni, che fanno gli gnorri. Siamo innanzi al più grande depistaggio della Repubblica italiana e c’è ancora qualcuno che addirittura non sente la necessità, oserei dire il pudore, d’ammettere d’aver preso cantonata nel dare credito alle insulse parole di un pseudo uomo d’onore di Cosa nostra qual’era tal Vincenzo Scarantino. Vincenzo Scarantino, da “pisciteddu di cannuzza” è stato elevato al rango di uomo d’onore di Cosa nostra. Egli rappresenta il primo e unico caso di punciuto da parte dello Stato; un pupo manovrato da pupari per confezionare dei colpevoli, risultati poi innocenti, compreso suo cognato Profeta – uomo d’onore – da me sconosciuto personalmente. Non ho elementi di fatto per affermare che il depistaggio di via d’Amelio, sia stato un atto doloso o causato da inesperienza investigativa, o per dare in pasto all’opinione pubblica dei “colpevoli”. Ma sta di fatto che ancora oggi in tanti tacciano e se la smettessero di fare passerelle mediatiche, sarebbe cosa buona e giusta, almeno per rispetto dei caduti di via D’Amelio.

Io, aspetto con rispettoso silenzio il verdetto che scaturirà dai processi in itinere. Sperando che questa volta i pozzi saranno stati sanificati. Ci apprestiamo come consueto a ricordare le vittime della Strage di via D’Amelio e sento l’obbligo di citare i nomi: Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Agostino Catalano. Tutti miei colleghi appartenenti alla Polizia di Stato, addetti alla scorta di Borsellino. Rimase illeso l’altro mio collega Antonino Vullo, che abbraccio affettuosamente.
Ancora oggi sento rabbia dentro di me, specialmente vedendo tanti personaggi che in modo spocchioso affermano di essere stati “amici” di Paolo Borsellino o di aver consumato con lui pranzi luculliani. Mistificazione pura della realtà. L’ostilità verso Paolo Borsellino era ampiamente nota. Persino il progetto di escluderlo nelle indagini sulla strage di Capaci, dove perse la vita suo “fratello” Giovanni Falcone, appare inconcepibile.
Quanti bastoni tra le ruote ci sono stati posti per impedire, che Paolo Borsellino interrogasse Gaspare Mutolo? Tanti! Io e Mutolo aspettavamo da giorni l’arrivo di Paolo Borsellino. Poi finalmente il primo luglio 1992 abbiamo iniziato gli interrogatori, che si sono susseguiti il 16 e 17 luglio. Il 19 la tragedia. Il represso odio nei confronti di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone aveva origini lontane. Ma che la genesi di tanto odio, provenisse da “fuoco amico”, fa pensare sulla genuinità comportamentale di alcuni magistrati. In ultimo, vorrei parlare di un supposto pentito di mafia, tal Vincenzo Calcara, ma preferisco sul personaggio stendere un velo pietoso.

Dottor Paolo Borsellino, mi mancano tantissimo le nostre oceaniche fumate: sigarette a iosa. Lei aveva programmato mesi e mesi di lavoro insieme. Purtroppo il 19 è stato fatale. Immagino come sarebbe stato il nostro lavoro, con l’arrivo alla DIA di altri 4 collaboratori di giustizia: Pino Marchese, suo cugino Giovanni Drago, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera. Mizzica, sarebbe stato bellissimo, conoscendo la sua alta professionalità. Lei dottor Paolo Borsellino è e sarà sempre nel mio cuore, così come i miei colleghi Emanuela, Agostino, Walter, Claudio e Vincenzo. 17 Lug 2020 LA VOCE DI NEW YORK


 Lettera a Lillo Zucchetto. Un uomo, un poliziotto 

 

Pippo Giordano ricorda Calogero ‘Lillo’ Zucchetto, il poliziotto che, nei primi anni ’80, collaborava con il commissario della Squadra Mobile di Palermo, Ninni Cassarà, alla stesura del cosiddetto “rapporto Greco Michele + 161”. Il ricordo struggente di un’amicizia nata in Polizia, durante la rischiosa caccia ai latitanti di mafia. ‘Lillo’ Zucchetto è stato ammazzato dai mafiosi il 14 novembre del 1982 a Palermo, in via Notarbartolo

di Pippo Giordano

Caro Lillo, il 14 novembre 2018, ricorre il 36esimo anniversario della tua morte: una morte atroce causata dalla folle crudeltà dell’uomo. I tuoi killer – cosiddetti uomini d’onore di Cosa nostra – non ebbero nemmeno il coraggio di affrontarti a viso aperto. Ti colpirono da dietro le spalle. Sapevano e temevano il tuo coraggio. Sono sicuro, visto che li conoscevi, che appena li avresti visti non saresti stato con le mani in mano e avresti reagito.
Ma anche i tuoi sicari, in quella spirale di inaudita violenza che attanagliò Palermo, furono poi uccisi a colpi d’arma da fuoco sparati a tradimento. La quadratura del cerchio, voluta da Totò Riina. Lillo, in questi giorni ti ho pensato intensamente. Sai nel vedere guardare le mie cinque principesse, e le foto su Facebook postate dal nostro amico Vincenzo e quelle di Rosalia, moglie di Natale, coi loro nipoti, mi sono chiesto: perché a te fu negato l’amore di essere sposo, padre e nonno? E ho pensato anche la stessa cosa per Ninni Cassarà, Beppe Montana, Roberto Antiochia e tanti nostri colleghi e amici ammazzati da Cosa nostra. Lillo, mi ricordo di te quando ci incontravamo alla Squadra mobile di Palermo, ma non c’era mai stata occasione di conversare, eravamo in Sezioni diverse: io all’antirapina e tu alla V° Investigativa di Cassarà. Ma un giorno, il destino ci fece “conoscere” facendo nascere in noi una piacevole amicizia. Io passai alla tua Sezione, proprio per catturare Salvatore Montalto, capo della famiglia di Villabate -ora defunto- a cui tu avevi dato la caccia da tempo e che più volte ti era sfuggito. Per portare a termine l’operazione della cattura, Cassarà mi assegnò te e Ciccio Belcamino. Tutti e tre trascorremmo giorni e giorni nascosti sul costone della montagna che sovrasta Ciaculli Croceverde-Giardina. Il nostro rifugio era una macchia mediterranea che ci rendeva invisibili. Le nostre armi erano un potente binocolo e un cannocchiale poggiato sul treppiede (prestati da un privato) che ci consentiva di osservare la villetta situata nell’agrumeto dove viveva il latitante. Giorno dopo giorno a “guardare”. E mentre guardavamo, ogni tanto Ciccio perlustrava la zona per coprirci le spalle: innanzi a noi il precipizio. Lillo, ti ricordi quel giorno quando udimmo la frenata di un’auto eppoi gli spari d’arma da fuoco e guardando di sotto, nella via Gibilrossa, vedemmo un omicidio in diretta? La nostra amarezza di non poter intervenire e nemmeno lanciare l’allarme fu davvero dolorosa: non avevamo le radio trasmittenti e, anche se le avessimo avute, non l’avremmo potuto usare per paura di essere intercettati. Una domenica vedemmo un summit di mafia proprio nella villetta del ricercato: una dozzina di uomini erano penetrati all’interno mentre gli autisti erano rimasti accanto alle auto. Di corsa prendemmo l’auto, facendo come solito il percorso più lungo e tortuoso per non essere intercettati, passando da Belmonte Mezzagno. Alla prima cabina telefonica chiamai Ninni Cassarà a casa, mi rispose la signora Laura, dicendomi: “Ninni è a giocare a tennis”. Allora ci fiondammo in ufficio e avvertimmo il dirigente Ignazio D’Antone, ma il blitz sfumò perché nel frattempo gli “ospiti” avevano lasciato la villetta. E quando un giorno tu con enfasi mi dicesti: “Iddu è, Montalto!”. Io risposi: “Cavolo il mio amico aveva ragione!” Sì, era proprio lui, finalmente l’avevamo materializzato: erano passati giorni e giorni da quando avevamo iniziato l’appostamento. Lillo, in quei giorni quante confidenze ci facemmo? Eravamo diventati davvero amici, raggiungendo una sintonia in poco tempo. Noi due parlavamo poco, ma in quel lasso di tempo ci accorgemmo che fiducia e stima facevano parte di noi. Tu Lillo, ti sei lasciato “andare”, raccontandomi verità inconfessabili. Non ci fu nemmeno bisogno di dirmi “resti tra noi”, perché sapevi che la mia silente parola valeva più di un contratto scritto. E ancora oggi, non ho tradito la tua fiducia. Ti ricordo caro Lillo, il primo giorno di pattuglia insieme (Ciccio non c’era ancora, era in ferie) quando vedemmo Scarpuzzedda, Mariolino e Montalto, che pur essendo ricercati sostavano in via Messina Montagna intenti a conversare. Tu guidavi e appena ti accorgesti di loro (io non li conoscevo, conoscevo solo il padre di Montalto) hai urlato: “Iddi sunnu, Greco, Prestifilippo e Montalto”. E sì! Tu li conoscevi bene. Invertimmo la marcia ritornando indietro con le pistole in mano, ma il terzetto era sparito. Caro Lillo, credimi oggi sono stanco, molto stanco. E’ una stanchezza mentale non fisica, dovuta al comportamento di certi personaggi che erano in servizio alla Mobile. Ma non voglio tediarti con queste cose caro Lillo. Invece, vorrei esaltare la tua onestà e l’attaccamento al dovere. Mi piace ricordare il tuo encomiabile impegno nella lotta a Cosa nostra. Mi sovviene quando, insieme con Ninni Cassarà, avete incontrato nell’agro di Ciaculli/Balate Pino Greco”Scarpuzzedda”, Mario Prestifilippo “mariolino” e Fici Giovanni. Ma quell’incontro non ti impedì di partecipare al blitz per la cattura di Montalto. E nemmeno la silente minaccia ti fece desistere quando, la sera di mercoledì prima del blitz, notasti Mariolino Prestifilippo appoggiato a una Fiat/131 Mirafiori parcheggiata sotto casa tua. Lillo, dopo la tua morte iniziarono a diffamarti mettendo in giro la “voce” che il tuo omicidio era stato originato da “questione di fimmini”. No, tutto falso! Io e Cassarà mettemmo sotto intercettazione un telefono di una donna, che abitava nello stesso stabile del giudice Giovanni Falcone (quasi di fronte al bar dove sei stato ucciso). Le telefonate intercettate, costrinsero me e Nini Cassarà a volare a Roma, per interrogare una persona che stava lasciando l’Italia. Accertammo la falsità della “voce”. I “fimmini” non c’entravano nulla, fu la mafia ad ucciderti. Lillo, non mi sono mai dimenticato di te e spero che un giorno io possa incontrare tua sorella e raccontarle gli ultimi mesi della tua vita che trascorremmo insieme. Ma non dirò nulla dei tuoi segreti. Lillo, da un decennio vado nelle scuole ad incontrare gli studenti. Ebbene, a loro racconto la tua breve vita e ti rappresento come modello ideale del poliziotto onesto con alto senso di appartenenza alla Stato. In verità ricordo tutti i nostri amici ammazzati da Cosa nostra e lo faccio anche se qualcuno di tua conoscenza e purtroppo anche mia, abbia scritto, riferendosi a me, “ è disgustoso ca mette ‘nto mezzu i morti!”. Questo “qualcuno” se ne faccia una ragione: fintanto che potrò, parlerò sempre di coloro che scrissero la pagina d’oro della lotta alla mafia. Ciao Lillo, carissimo amico mio.  I Nuovi Vespri 7 novembre 2018


DOPO LA “PUPIATA” MEDIATICA, PARLO IO SU BRUSCA E COME STAVO PER PRENDERLO DOPO LE STRAGI DI CAPACI E VIA D’AMELIO, CON LA DIA PIAZZAMMO INTERCETTAZIONI AMBIENTALI E UN GIORNO ASCOLTAMMO LA MOGLIE DELLO SCANNACRISTIANI DIRE…

 

  5.6.2021 di Pippo Giordano La Voce di new York. Passato lo tsunami Brusca, ora la quiete. Il corollario di politici che si sono avventati sulla notizia della scarcerazione, è stato trasversale. Orbene, ora che è finita la grande pupiata mediatica, posso parlare di Giovanni Brusca?

Il mio lavoro di contrasto a Cosa nostra nasce all’inizio degli anni ’80 quand’ero in forza nella Sezione di Ninni Cassarà – vice dirigente della Squadra mobile palermitana – assassinato il 6 agosto del 1985 e continuato negli anni ’90 con la DIA. Quindi, conoscevo bene la famiglia di sangue dei Brusca, a partire dal padre Bernardo.
Giovanni Brusca, nel periodo post stragi di Capaci e via D’Amelio, rivolgendosi a Leoluca Bagarella dice: “ora esco col furgone, se mi vengono dietro e mi fermano li ammazzo tutti!”. Questo racconto fu fatto nel corso di un interrogatorio dal Brusca. Ebbene, l’indicazione “se mi vengono dietro….” era riferita a noi della DIA, ignari della loro presenza in quella villetta, dove appunto c’eravamo andati per un sopralluogo al fine di piazzare le microspie. Peraltro, eravamo solo in pochi e per giunta lontano dalla villa stessa. Il sopralluogo durò un battito di ciglia. E la calar della notte, io e altri due entrammo nella villa – in quel momento disabitata – piazzando le “cimici”.
Oltre a quelle intercettazioni ambientali, iniziammo a pedinare per le vie di Palermo la moglie di Brusca, e scoprimmo l’appartamento da lei occupato. L’ubicazione del luogo dove la stessa abitava, non ci consentiva di pedinarla costantemente: era un territorio a noi ostile. Decidemmo di piazzare anche lì delle “cimici”. Purtroppo, nonostante fossimo in grado di aprire qualsiasi porta blindata, non potemmo (non posso svelare il motivo). Lei lasciava incustodita la casa ogni mattina, portando il bambino all’asilo: ovviamente veniva pedinata. Dopo alcuni giorni riuscimmo, grazie a un colpo di fortuna, a installare le microspie. (non cito come).
L’ascolto ambientale iniziava a dare i suoi frutti. La moglie di Brusca stava molto attenta a riferirsi al marito. Ma un giorno si tradì! Disse a un’amica che sarebbe andata a comprare una giacca in pelle “che a iddu ci piaci assai e ce lo vogghiu regalare per il suo compleanno”. Confrontammo la data di nascita di Brusca e in effetti il compleanno era imminente (se non erro febbraio). Bingo? No! Sfortuna nera. La notte, nella città di Palermo si abbatte un temporale di portata eccezionale: migliaia di fulmini cadono nella città. Uno in particolare colpisce tutta la strumentalizzazione che avevamo piazzato per l’ascolto, danneggiandola irrimediabilmente. La data del compleanno era prossima e non riuscimmo a ripristinare l’ascolto. Purtroppo, il diavolo ci mise anche lo zampino, successe un episodio e fummo costretti a smobilitare in gran fetta.
Nel frattempo, la moglie di Brusca lasciò Palermo e si trasferì per lungo periodo nel suo paese Piana degli Albanesi, ove era impossibile fare pedinamenti. E quindi spostammo la nostra attenzione sia in quel luogo che a San Giuseppe Jato, dove una notte facemmo un’irruzione in una masseria. Brusca non c’era, ma ci aveva soggiornato.


Signor Graviano, giù le mani da Zucchetto, Chinnici e Falcone.

 

 Di PIPPO GIORDANODurante la videoconferenza nel processo ‘ndrangheta stragista che si sta celebrando a Reggio Calabria, il signor Giuseppe Graviano, ha fatto numerose dichiarazioni affermando, tra l’altro, di aver avuto rapporti d’affari e di frequentazioni con Silvio Berlusconi. Le dichiarazioni sul conto di Berlusconi a me non interessano. A me preme ribaltare le affermazioni che lo stesso Graviano ha fatto, infangando la memoria dell’agente della Polizia di Stato Lillo Zucchetto e dei magistrati Rocco Chinnici e Giovanni Falcone. Il medesimo Graviano HA DETTO: “ un poliziotto, signor Calogero Zucchetto, che viene ucciso nel ’82…… dicendo al dottore Falcone… io ho un confidente.. che è Salvatore Contorno…. (continua Graviano)… c’è una spaccatura dentro la Procura di Palermo…. il dottore Falcone disse che si doveva continuare ad avere contatti…. ricordo che Contorno era latitante….. lasciandolo libero senza arrestarlo.. per avere delle informazioni, eee il dottor Borsellino ha detto, noi non facciamo queste cose e siccome il dottor Chinnici era il capo, disse, si fa come ha detto il dottor Falcone”. Graviano continua dicendo, che i magistrati che si dovevano uccidere erano Chinnici e Falcone, nel 1982 e: “PERCHE’ invece di arrestare Contorno, CONTORNO inizia a fare degli omicidi… siamo nel ’81”. Poi il signor Graviano continua affermando che le persone uccise in quel periodo, nel triangolo via Conte Federico, Piazza Dei Signori, via Giafar e in generale a Brancaccio, erano confidenti della Polizia. Falso storico e lo affermo senza tema di essere smentito, perché investigammo per quei omicidi e accertammo che erano vendette trasversale per far uscire allo scoperto Salvatore Contorno. Il signor Graviano, che sa bene la verità, cerca di gettare fango su quelle povere vittime, ammazzate solo per parentela o vicinanza a Contorno. Il signor Graviano, per quanto riguarda Lillo Zucchetto, fa confusione mentale, anche quando accusa il Consigliere istruttore Rocco Chinnici e Giovanni Falcone, di lasciare libero Contorno per commettere omicidi. Ascoltando le farneticazioni del signor Graviano, non posso esimermi di difendere la memoria non solo di Lillo Zucchetto, assassinato a soli 27 anni per aver arrestato il capo famiglia di Villabate Salvatore Montalto, ma anche di Chinnici e Falcone. Eppoi io ero il capo pattuglia di Zucchetto. Giova evidenziare che Salvatore Contorno fu arrestato e poi custodito all’interno del Commissariato di Polizia di Mondello, per essere interrogato proprio da Giovanni Falcone. E, quando nella cabina telefonica rinvenimmo una sagoma umana con fori dipinti di rosso, spostammo in fretta e furia Contorno nei locali della Squadra mobile di Palermo. Quindi di cosa parla il signor Graviano? La smetta di infangare la memoria di Galantuomini siciliani. Quali erano Zucchetto, Chinnici e Falcone. Forse il signor Graviano fa un grossolano errore e quindi le rinfresco la memoria. Contorno viene indicato nella lettera anonima del “Corvo”, nel 1989, quale autore di alcuni omicidi avvenuti a Palermo. Nella stessa lettera si accusava anche Falcone e Gianni De Gennaro, che avrebbero fatto rientrare il Contorno dagli USA, per commettere omicidi. Il Contorno fu tratto in arresto in una villa di San Nicola Arena. Le elucubrazioni della lettera anonima risultarono tutte false. Signor Graviano riveda il passato, non è come lei l’ha descritto. 11.2.2020 Tutto sulla mafia e le vittime della mafia


Lillo Zucchetto, ammazzato da certi “uomini d’onore” 

 

di Pippo Giordano  A Palermo gli spararono alle spalle nel 1982, aveva solo 27 anni. Ora mi sento in dovere di proteggerne la memoria dal fango del mafioso Giuseppe Graviano Mai e poi mai avrei pensato a distanza di 38 anni dal vile assassinio, di dover difendere il “mio ragazzo” Lillo Zucchetto, poliziotto della Squadra mobile di Palermo. Io ero il suo capo pattuglia. La sera del 14 novembre 1982 due miserabili individui di Cosa nostra, lo colpirono a morte. Costoro, come copione dei cosiddetti uomini d’onore, spararono a Lillo alle spalle mentre col panino in mano stava aprendo la portiera della sua macchina: avevano paura di affrontare Lillo a viso aperto. Vigliacchi! Ma poi, dopo alcuni anni la stessa sorte toccò ai due killer di Lillo: furono uccisi a tradimento dai loro stessi “amici”. Ora sento il dovere come uomo, amico e collega di Calogero “Lillo” Zucchetto, di difendere la sua memoria e rispedire al mittente il “fango” che si tenta di gettare addosso a un ragazzo ammazzato a soli 27 anni. In questi giorni ho letto la memoria difensiva di Giuseppe Graviano, diretta  alla Corte d’Assisi di Reggio Calabria, ove risulta essere imputato. Ebbene, in incipit si legge che:  “I processi devono essere svolti per accertare la verità, non per chiudere un cerchio”. Questa frase, peraltro condivisibile, cozza con quanto poi scrive a pagina 4 nella memoria, laddove afferma testualmente: “Già alla fine degli anni 70 era in diretto contatto con gli ambienti giudiziari, tanto ché il pool della Procura, composto da Falcone, Chinnici ed altri (con qualche eccezione rappresentata da dr Borsellino) aveva affidato ad un poliziotto, Zucchetto Calogero, la gestione del ‘Coriolano della Floresta’. Tale gestione ha consentito al killer Contorno di commettere una serie sconfinata di omicidi per i quali è rimasto impunito, guardandosi bene, ovviamente, dall’accusarsi”. Accuse pesante rivolte a un ragazzo, Lillo, che non può difendersi e quindi evidenzio che “La verità deve essere accertata coi e tra i vivi e non da menzogne apprese de relato”. Il signor Graviano conosce benissimo i motivi che diedero luogo alla decisione di uccidere Lillo Zucchetto e sa anche bene che Totuccio Contorno non era gestito dal solo Zucchetto. L’affermazione di Graviano peraltro diffamatoria, non è la prima che si tenta di gettare fango addosso a Lillo. Infatti, Cosa nostra nei giorni successivi alla sua uccisione sparse la voce, secondo la quale il movente del delitto era da ricercarsi per motivi di “fimmini” (di donne). Diffamazione allo stato puro, tant’è che io e Cassarà, attraverso mirate indagini, anche con intercettazioni telefoniche,  escludemmo il  movente riconducibile a “fimmini”. Ora, il signor Graviano ci riprova. Do un consiglio al signor Graviano, lasci perdere le cose apprese de relato o lette nella famosa lettera del “Corvo di Palermo”, ove con siffatta missiva si accusava il magistrato Falcone, il Capo della polizia Parisi e il poliziotto De Gennaro, di aver “usato” Contorno come killer a Palermo. Il signor Graviano fa confusione, attribuendo la responsabilità della gestione di Contorno a Calogero Zucchetto. Quindi, il signor Graviano se ne faccia una ragione e parli solo di cose di cui fu testimone e vissute direttamente. Giova qui ricordare che Lillo, come dimostra la sentenza passata ingiudicata, fu ucciso per aver contribuito all’arresto del capo famiglia di Villabate. Salvatore Montalto. Io ero legato a Lillo e so bene il dolore e la ferita ancora sanguinante nonostante siano trascorsi 38 anni. Non si doveva assassinare un ragazzo sol perché aveva fatto il proprio dovere. Ma questo i cosiddetti individui, che pomposamente si facevano e si fanno chiamare uomini d’onore, non lo capivano e non lo capiranno mai. Conobbi sin da ragazzino, tantissimi uominid’onore, ma erano altri mafiosi: altri personaggi. Uomini che quando aprivano bocca sintetizzavano  che “una parola era troppa e mezza era assai”. Un “mondo” diverso da quello che conobbi poi da poliziotto. Il che è tutto dire. Lillo R.I.P. LA VOCE DI NEW YORK


L’OMICIDIO DI LILLO ZUCCHETTO – FATALE ERRORE DI COSA NOSTRA!  DI PIPPO GIORDANO 14/11/2011 BLOG SICILIA  

 

Oggi ricorre l’anniversario della morte di Lillo ed io voglio ricordare gli ultimi istanti che lo vidi in vita. I ricordi li sintetizzo in due immagini che sono rimaste scolpite nella mia mente, oltre che nel cuore. La prima, è l’immagine di un ragazzo disteso e privo di vita su una lastra di marmo: giovane, troppo giovane per morire. La seconda che ha il sopravvento sulla prima è l’ultima volta che lo vidi in vita, euforico e sorridente. Era felice, raggiante, oserei dire esultante quel sabato, quando innanzi al portone della Mobile di Palermo nel salutarci gli avevo detto: “Lillo, lunedì vediamoci prima, perché dobbiamo iniziare le indagini pi pigghiare u Papa” (Michele Greco).Stessa cosa avevo detto a l’altro componente la mia pattuglia. Già, la mia pattuglia che aveva osato profanare il santuario di Ciaculli; che si era intrufolata in quel territorio di esclusivo predominio dei Greco e della più potente squadra di killer di Cosa Nostra, capitanata da Scarpuzzedda. Il lunedì mattina del 15 novembre ’82 avevo l’appuntamento con Lillo, ma la domenica 14 la tragedia. Lillo fu barbaramente assassinato dai killer di Cosa nostra. Il periodo trascorso con Lillo, fu relativamente breve: poco più di due mesi. Due mesi di intensa attività per catturare un capo famiglia. Lillo ed io eravamo poco loquaci e durante il nostro appostamento le ore scorrevano in silenzio, riempite solo dalla dolce visione della Conca d’Oro. Oggi, riflettendo, concludo che eravamo Davide contro Golia, ovvero la furia omicida di Cosa nostra. E fu in quei prolungati silenzi che nacque la nostra amicizia. Il là lo diede Lillo facendomi una confidenza davvero sconcertante, che riguardava il nostro ambiente di lavoro. Da quel giorno ci dicemmo tanto senza nemmeno profferire parola. I nostri sguardi erano colmi di tristezza per la confidenza: tristezza che sparì allorquando vedemmo il latitante, uscire da quella villa. La nostra testardaggine di non mollare, era stata premiata; erano giorni e giorni, addirittura settimane, che eravamo lì appostati. Lillo, era un ragazzo eccezionale, portatore di sani principi e di rispetto per la divisa che indossava: credeva ciecamente che fare il proprio dovere non era un obbligo ma una necessitate virtutem: la confidenza era la prova del nove. Ed io, oggi, non perdo occasione, durante gli incontri con ragazzi delle scuole o nei pubblici dibattiti, di far risaltare le doti morali di Lillo. Non mostrò mai paura Lillo, nemmeno quando lo intercettarono. Eppure, io stesso tentai di convincerlo a non partecipare al blitz per la cattura del mafioso. Lillo era un giovane Siciliano con una bagaglio di onestà da far invidia ai colleghi anziani: era stimatissimo dal dirigente Ninni Cassarà e dell’intera Mobile palermitana. La decisione di assassinare Lillo fu un infausto errore di Cosa nostra, perché gli fu addebitata una colpa non sua, se di colpa possiamo parlare. L’errore scaturì solo perché incontrò tre latitanti di Cosa nostra nell’agro di Ciaculli, mentre faceva il sopralluogo insieme a Cassarà: i tre latitanti conoscevano molto bene Lillo, Da quell’incontro, i mafiosi di Ciaculli si convinsero che l’arresto del capo famiglia di Villabate, avvenuto qualche giorno dopo il sopralluogo, fosse stato originato da Lillo. Ed invece, Lillo non c’entrava affatto. Il promotore della complessa indagine ero io. Infatti, fui io che insistetti per sdoganare quel territorio teatro della mia crescita giovanile e fui io che raccolsi le notizie per avviare le investigazioni. Le pallottole che colpirono a morte Lillo Zucchetto, dovevano essere indirizzate a me: se avessero saputo la verità, i killer avrebbero cambiato bersaglio. Cosa nostra, dopo l’agguato, fece circolare la voce che Lillo fosse stato eliminato per una storia di donne. Falso! Io stessi accertai l’infondatezza della voce compiendo un’indagine riservatissima. Nel concludere, esprimo un desiderio, ossia, che il comune di Sutera, paese natio di Lillo, nel trentennale della morte, organizzi un evento pubblico in ricordo di Lillo, affinchè io possa essere presente e ricordare la figura esemplare e morale di Lillo. Mi piacerebbe, anche, andare nelle scuole di Sutera, per poter raccontare ad alunni e studenti, il sacrificio di un giovane siciliano, immolatosi per la legalità. Sinora ho raccontato di Lillo, ai giovani delle scuole del Nord, di Palermo e Catania e continuerò a farlo:   Lillo, deve vivere attraverso le mie parole. Lui avrebbe fatto lo stesso


VI RACCONTO CHI È LILLO ZUCCHETTO, UN POLIZIOTTO ONESTO UCCISO DALLA MAFIA DI PIPPO GIORDANO 

 

“Ho imparato che l’amore, non il tempo guarisce le ferite”. Versi della poesia di Paulo Coelho, che cito per ricordare un grande ragazzo, un grande Uomo, Lillo Zucchetto. L’amore lenisce le ferite e come posso io far rimarginare la mia ferita, se chi avrebbe dovuto elargire amore, dare sicurezza, invero ha prodotto ulteriore ferite? Per amore intendo “verità” e non verità soggiogata, verità negata, verità nascosta da parte di uno Stato che non ha fatto nulla per difendere i propri figli. Alcuni che rappresentavano lo Stato erano impegnati a mantenere rapporti sodali coi mafiosi e ordunque non avevano né tempo né voglia di difenderli. La mia ferita sanguina ancora oggi, anche se sono trascorsi 31 anni dalla violenta morte dell’agente di polizia Calogero “Lillo” Zucchetto. Dal quel giorno, 14 novembre 1982 non ho assolto e non assolvo chi esercitando il potere, ha permesso il sistematico eccidio di poliziotti, carabinieri, magistrati e onesti cittadini. E quando urlo con tutte le mie forze che lo Stato ha la responsabilità oggettiva di tutti i martiri di mafia, compreso le stragi del 92/93, lo dico col cuore gonfio d’amarezza. Nel mese di settembre 1982, tre uomini credettero che l’azione di contrasto alla mafia palermitana era linfa per la legalità; il terzetto era convinto che l’affermazione della Legge fosse il baluardo del vivere civile e quindi si buttarono a capofitto nelle indagini per catturare il capo famiglia di Villabate, Salvatore Montalto. Da settembre a novembre non smisero di osservare una villetta, dove il latitante aveva trovato rifugio: Lillo Zucchetto ne faceva parte. Le giornate silenziose scivolavano via e quel nascondiglio naturale, fatto da una macchia mediterranea sul costone della montagna che sovrasta Palermo, rappresentava un avamposto dello Stato: un avamposto fatto di ripetuti silenzi e da dove il terzetto consumava frugali pasti. Lillo era “l’esperto” nel senso che conosceva bene i mafiosi e fu lui che riconobbe, attraverso un potente binocolo, il Montalto. Io, invece nel giorni a seguire riconobbi Michele Greco. E mentre noi tre annotavamo “entrate ed uscite” da quella villetta, altri miserabili individui si recavano alla Favarella poco distante dalla villetta, di proprietà dei Greco, per incontrare Michele il “Papa” e Salvatore “il Senatore”. I visitors, come accertammo poi, non erano persone qualunque ma eminenti politici. La decisione di uccidere Lillo generò allorquando fu incrociato nell’agro di Ciaculli, da Scarpuzzedda, Mariolino e Giovanni Fici. Lillo era insieme a Cassarà mentre a bordo del vespone percorreva l’agro di Ciaculli. Pino Greco “scarpuzzedda” e Mario Prestifilippo, conoscevano molto bene Lillo. Ciaculli era il regno dei Greco, considerato un agro impenetrabile, un sito off-limitis agli sbirri. Una rete di vedette monitorava il territorio e una serie di attentati incendiari stabiliva chi poteva risiedere o essere cacciato via: una sorta di zona franca. Ed io e Lillo profanando il “sancta sanctorum” di Cosa nostra, commettemmo un affronto gravissimo. Lillo, come noto per averlo io volte pubblicato, poteva salvarsi, ma non fuggì. Volle partecipare alla cattura di Montalto per dimostrare di essere un poliziotto: per dimostrare con orgoglio che lo Stato c’era. Quello Stato che frettolosamente lo seppellì senza la partecipazione dei palermitani. Un ragazzo, un grande Siciliano di soli 26 anni, trucidato immotivatamente. Io, Pippo Giordano sarei dovuto morire a suo posto: Scarpuzzedda non sapeva che ero stato io a profanare il regno dei Greco: un regno che da ragazzo avevo percorso in lungo e largo.Mi spiace Lillo, ancora oggi ne soffro e non potrò mai dimenticare il tuo martirio! 13.11.2013 RESTO AL SUD


Lettera a Paolo e Agnese Borsellino di Pippo Giordano. 2 GIUGNO 2013.

 

 Caro dottore Paolo Borsellino, io sono ancora offeso per il mancato appuntamento che avevamo fissato per lunedì 20 luglio 1992. Quando il venerdì 17 luglio ci salutammo, lei mi disse: “Ispettore ci vediamo lunedì..”. Ed è da allora che sono in attesa  di conoscere i motivi del perchè qualcuno ha impedito di vederci di nuovo. Immagino che lei, caro dottore Borsellino, sappia da lassù tutta la verità. Anch’io la conosco, anch’io so quali sono stati i motivi che diedero luogo all’uccisione di Giovanni Falcone e quindi alla strage di Capaci e a quella dove lei è stato ucciso con l’esplosione di via d’Amelio. Lo so! Epperò ci vogliono le prove, ma io e lei sappiamo bene che le verità non sono solo quelle giudiziarie. 
Caro dottore, una volta parlando con due giovani Magistrati, lei si accasciò sul divano e piangendo copiosamente disse: “Non posso pensare che un amico mi abbia tradito”. Ecco, lei non ebbe il tempo di verificare quello di cui era venuto a conoscenza e tuttavia sapeva benissimo che quello che aveva scoperto era un’amara verità: vera verità! Io so chi era quel suo amico. Anzi più di uno, solo che non posso provarlo. 
Ieri suo fratello Salvatore, che mi onoro delle sua amicizia, ha perso una battaglia ma non la guerra: io e tanti altri non permetteremo mai che questa guerra finisca a tarallucci e vino. I Magistrati hanno deciso che Salvatore Borsellino, suo fratello, non possa essere ammesso al processo come parte civile. Parimenti hanno deciso che il Movimento Agende Rosse, costituito proprio da suo fratello Salvatore, non possa essere ammesso. Le decisioni della Corte mi sono giunte come un fulmine a ciel sereno e quindi ritengo con tutta franchezza che siano opinabili. 
La verità, caro dottor Paolo Borsellino, è che suo fratello e le Agende Rosse, sono visti come “guastatori” di un disegno oramai palesemente noto. Tornado e cicloni si stanno abbattendo sul cielo di Palermo: il tutto per sollevare una coltre di nebbia il cui fine è ammantare la verità sulla trattativa Stato-mafia e ricacciare nell’oblio gli scampoli di verità portati alla luce dai suoi colleghi come Ingroia e Di Matteo. 
Inoltre, caro dottore, pur non entrando nel merito, non posso allarmarmi per l’arresto di Massimo Ciancimino. Era proprio necessario compiere l’arresto, visto che lo stesso era ed è il principale teste nel processo Stato-mafia? Massimo Ciancimino non si è mai sottratto alle sue responsabilità e si è sempre reso disponibile. E purtuttavia sono ancora qui a sollecitare Massimo Ciancimino a non mollare. 
Le telefonate distrutte, depistaggi alla Scarantino, falsi scoop sulla foto della sua Agenda Rossa, minacce di morte al suo collega Antonino Di Matteo, l’esclusione al processo di suo fratello Salvatore, mi costringono a dire che: “Questo processo non s’ha da fare”. Ciò non di meno, ho piena fiducia nei suoi colleghi giudicanti e mi auguro davvero che verità, oltre a quello che noi due conosciamo, sia scritta a sentenza. 
Signora Agnese, le avevo promesso che a luglio sarei venuto a casa sua. Però avevo in animo di farle una sorpresa il 23 maggio scorso, quando sono stato invitato a salire sulla nave della memoria diretta a Palermo: l’avevo confidato alla sua cara amica Gabriella: “Il 23, faccio una sorpresa ad Agnese”. Ma in quella nave per un manovale del Diritto, com’ero io, non c’era posto e quindi non sono riuscito a farmi regalare da lei un sorriso: ne avevo davvero bisogno. 
Caro dottore Paolo e cara signora Agnese, vi verrò ugualmente a trovare nella vostra dimora, conosco la strada. So che mi aspettate e così tutti e tre ci racconteremo le nostre verità: verità diverse da chi non vuol sentire il fresco profumo di libertà.   Pippo Giordano


LA CAMERA DELLA MORTE  

 

Vi racconto l’arresto del pentito che ha deposto al maxiprocesso sulla “Camera della morte”, che avete visto nel docu-film “Io, una giudice popolare al Maxiprocesso”.  Mancavano pochi minuti all’ora di smontare, quindi le pattuglie smontanti e montanti si trovavano in ufficio. All’improvviso l’allarme di una rapina in corso in danno di un furgone postale in piazza Marina. Tutti, con le auto civette e sirena accesa, ci fiondammo sul posto. Quando giungemmo, ci accorgemmo, che in realtà non c’era stata nessuna rapina, ma un omicidio di un giovane. Ricordo ancora il nome e la posizione cadaverica. Inforcava il ciclomotore ed era appoggiato sul muro di un’abitazione. Fummo assaliti dalla folla, perchè qualcuno mise in giro che era stata la Polizia ad uccidere il ragazzo. Io presi tanti calci dalle donne. Quasi subito catturammo i tre autori del delitto: due fratelli chiamati “manciacristiani” che conoscevamo bene e il loro cugino, che poi ha raccontato la “camera della morte”. Il movente del delitto, scoprimmo poi, era perchè il giovane aveva commesso un furto in una abitazione che non doveva. Uno dei killer l’aveva affrontato nella piazza della Kalsa, pretendendo la restituzione della refurtiva con relative scuse. Il giovane invece lo schiaffeggiò in pubblico. In carcere il cugino si pentì a causa di un episodio. I fratelli avevano paura che lui raccontasse i segreti e le uccisioni commessi da Cosa nostra e gli consigliarono di fingersi pazzo, attuando un finto suicidio con le lenzuola. Egli credette ai cugini e mise in opera il finto suicidio, ma mentre “fingeva” i cugini compiaciuti augurarono il suo passaggio all’altro mondo. Quindi capì che lo volevano morto e si mise ad urlare. Intervennero gli agenti e lo salvarono. Iniziò la sua collaborazione. Pensate, ci raccontò, che alla mattina stava seduto al bar a leggere il giornale sportivo, veniva chiamato ammazzava per 250mila lire e ritornava al bar tranquillamente. Ci raccontò nei minimi particolari il suo primo tentativo di uccidere una persona, ma che non riuscì a portare a termine perchè assalito dalla paura. Buttò la lupara a terra e scappò. Gli venne la febbre alta. Poi invece…….  PIPPO GIORDANO 5.12.2020


Il mio amico Natale Mondo, il poliziotto ucciso due volte e non solo dalla mafia. 


L’agente della Squadra mobile di Palermo viene raggiunto dai colpi d’arma da fuoco il 14 gennaio del 1988. Ma era stato già “ammazzato” il 6 agosto 1985. di Pippo Giordano

Natale Mondo Palermo 1952-1988. Immediatamente dopo l’arresto di Natale Mondo chiesi al mio vecchio ufficio, di essere convocato dal PM Domenico Signorino che conduceva le indagini, ma non fui mai convocato. Avrei testimoniato sull’onestà e fedeltà di Natale nei confronti del vice questore Ninni Cassarà

Domani ricorre l’anniversario della morte violenta di Natale Mondo, poliziotto della Sezione investigativa della Squadra mobile di Palermo, diretta dal vicequestore Ninni Cassarà. Si, Natale fu attinto da colpi d’arma da fuoco il 14 gennaio del 1988 esplosi davanti al negozio di giocattoli della moglie Rosalia. Ma Natale, invero, era stato ammazzato il 6 agosto 1985, allorquando in via Croce Rossa a Palermo, furono uccisi Ninni Cassarà e Roberto Antiochia. Natale Mondo si salvò, riparandosi dietro l’auto di servizio, con la quale tutti e tre erano giunti innanzi l’abitazione di Ninni.
Immediatamente dopo l’agguato a Cassarà, Natale Mondo fu additato come la talpa che diede le informazioni ai killer di Cassarà e Antiochia. E fu per questi motivi, che Cosa Nostra avrebbe risparmiato la vita a Natale, così dissero i bastardi di turno. Falso, tremendamente falso. Non era vero! Natale, era legato a Ninni Cassarà da amore fraterno. Natale in via Croce Rossa, fu ucciso nell’anima e nella mente. Io non ero più a Palermo, c’eravamo incontrati, qualche mese prima dell’agguato di via Croce Rossa, quando io e Natale accompagnammo Ninni a casa sua. Natale poi venne arrestato, anche per problemi di droga. Sia l’accusa di “traditore” che quella relativa alla droga, risultarono essere infondate. Natale fu scagionato.
Immediatamente dopo l’arresto di Natale chiesi al mio vecchio ufficio, di essere convocato dal PM Domenico Signorino che conduceva le indagini, ma non fui mai convocato. Avrei testimoniato sull’onestà e fedeltà di Natale nei confronti di Cassarà e chiarire i rapporti di Natale con un certo personaggio dell’Arenella, che conoscevo personalmente. Purtuttavia, nonostante fosse agli arresti domiciliari, mi recai a Palermo per far visita a Natale. Nell’occorso, dimostrai la mia totale e incondizionate fiducia. Natale pianse molto quel giorno. Quelle lacrime di verità mi colpirono molto, causando in me tanto dolore: io e Natale eravamo legati da intensa e sincera amicizia.
A distanza di anni, caro Natale, nutro forti dubbi che la falsa affermazione di “talpa” sia stata originata da uomini di Cosa nostra. Come l’altra falsa “voce” secondo la quale il movente dell’uccisione del collega Lillo Zucchetto, era da ricercare su questioni di “fimmini”. Ho seri dubbi su tante cose e più passa il tempo e più i dubbi aumentano. Amico mio, che dirti ancora? Che sei sempre nel mio cuore, caro Natale.13.1.2019. LA VOCE DI NEW YORK


A GIUSEPPE DI MATTEO, SCIOLTO NELL’ACIDO DAI MAFIOSI A 14 ANNI, È STATO INTITOLATO UN PARCO 

 

 Ucciso dagli uomini di Cosa Nostra nel 1996, dopo anni di insistenze il comune di San Pietro in Casale ha deciso di commemorarlo dedicandogli un parco giochi.
Finalmente il buon senso è prevalso sul pregiudizio. Ho vinto una battaglia, ma non la guerra. Da anni, tento invano di convincere sindaci e prelati d’intitolare un parco giochi a un piccolo martire italiano, assassinato dalla bieca violenza mafiosa. Sì rispondono alle mie missive, decantando plauso per la mia richiesta. Ma poi il nulla: spariscono.
Solo il consigliere comunale, Renato Rizz, del comune di San Pietro in Casale, ha accolto il mio invito. E dopo ben 4 anni di lavoro insieme, il 21 marzo 2021 il sindaco della città di San Pietro in Casale – provincia di Bologna  – ha di fatto intitolato un parco a Giuseppe Di Matteo. Chi era Giuseppe? Era un innocente bambino che ebbe la colpa d’essere figlio di un uomo d’onore di Cosa nostra: Santino Di Matteo.
Santino Di Matteo fu uno degli autori della strage di Capaci che noi della DIA catturammo, insieme ad Antonino Gioè e Gioacchino La Barbera. Quest’ultimo si pentì in contemporanea a Di Matteo, mentre Gioè si suicidò in carcere. Noi della DIA avevamo in consegna il duo Di Matteo-La Barbera. Il bambino Giuseppe Matteo fu rapito alla fine del 1993 da mafiosi travestiti da poliziotti. E quando giunse la notizia io mi trovavo col padre a Roma.
Poi conducemmo a Palermo le ricerche per rintracciare la prigione di Giuseppe. Non ci riuscimmo. Infatti dopo quasi 800 giorni di prigionia Giuseppe fu ucciso e sciolto nell’acido. Come si evince dal video, il mafioso Giovanni Brusca – colui che pigiò il telecomando della strage di Capaci – con una telefonata diede ordine di uccidere Giuseppe e avrebbe detto ai carcerieri “ammazzati u canuzzu” (uccidete il cagnolino).
Io continuerò la mia battaglia, perchè nei confronti di Giuseppe Di Matteo siamo tutti debitori e pertanto merita di essere sempre ricordato proprio nei parchi giochi per bambini. I coetanei di Giuseppe, così come gli adulti, devono conoscere il martirio di un bambino innocente. Gli uomini che seppelliscono il proprio passato, non saranno uomini del futuro ed io non posso permettermi di dimenticare.
Una candela può illuminare una stanza, ma il sorriso di un bambino illumina il Mondo. E noi, Giuseppe, tentiamo di illuminarlo col tuo sorriso, mentre eri a cavallo. Riposa in pace. La voce di new york di Pippo Giordano 22 Mar 2021


Pippo Giordano incontra gli studenti e racconta della sua vita tra mafia e legalità.  

Il nostro columnist ha partecipato a un dibattito con circa 600 alunni di Rimini, durante il quale ha parlato della sua esperienza da Ispettore antimafia. “Voi, ragazzi, non siete il futuro, voi siete il presente a cui credo profondamente”.
Sono arrivate al cuore dei giovani queste parole di Pippo Giordano, che la mattina del 22 marzo ha incontrato, per il secondo anno consecutivo, circa 600 studenti dell’ITTIS di Rimini, accolto anche dall’Istituto Storico di Rimini nella persona di Maria Rosaria Didedda (Responsabile per la Didattica). Giordano, ex Ispettore antimafia ormai in pensione che ha collaborato con personalità come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, da anni va nelle scuole a sensibilizzare i ragazzi sul problema della mafia, offrendo una rara occasione di confronto. Come quello di lunedì: gremito di ricordi, riflessioni e desiderio di conoscere.
Una sfilza di domande, nate dalla pudica confusione di adolescenti che, ignorando ancora la loro collocazione nel mondo, hanno paura di fare errori o di non saperli riconoscere: “Come può un giovane tenersi lontano da ciò che è legato alla mafia?” ha chiesto qualcuno. I ragazzi hanno sentito, attraverso il racconto della vita di Giordano, la veridicità degli intenti di chi ha lottato e lotta per far rispettare la Legalità. Un termine spesso astratto, ma che quel giorno si è incarnato in chi, da un paio di anni, ne è divenuto persino l’ambasciatore in Francia, per conto del nostro Paese.
Pippo, come lui preferisce farsi chiamare, ha il dono di saper dialogare coi ragazzi, di accendere emozioni spesso disperse tra le infinite parole ed immagini che scorrono ogni giorno tra computer e telefonini. Il ricordo delle stragi e delle vittime di mafia diventa preziosa occasione per una presa di coscienza, un ulteriore gradino verso la crescita della persona. L’incontro con Giordano ha infatti rappresentato per gli studenti un momento che è stato molto di più di ore istituzionali di Educazione Civica, adesso propinate come proposta politica rivoluzionaria dal Ministero dell’Istruzione, come se fino ad oggi la Scuola non avesse intrapreso in modo costante percorsi fondati sull’impegno civile. Un percorso che quest’anno ha visto la realizzazione di un video preparato dagli stessi studenti e dedicato a Giordano attraverso la loro percezione della mafia.
Gli studenti collegati da remoto all’incontro. Centinaia di ragazzi connessi su una piattaforma per interagire e per cogliere quel senso di umanità che solo animi come quelli di Pippo sanno trasmettere. Anche in un momento come questo, in cui la distanza rende difficili le relazioni sociali fatte di abbracci, scherzi, sguardi e risate senza motivo. Un’umanità che anche loro, come noi, vorrebbero non perdere, tra le paure e quella temibile abitudine all’assenza fisica: “Stamattina non ho avuto la sensazione di trovarmi davanti ad uno schermo deprimente, ma ho sentito quel calore che manca in questi giorni nella scuola”, ha scritto una docente in chat alla fine della mattinata.
Mai come adesso è necessaria la trasmissione di valori, come quelli legati alla vita, alla dignità, attraverso la memoria, la speranza, punti di riferimento per dei ragazzi sempre più disorientati, confusi, che non hanno bisogno di eroi, ma semplicemente di Uomini. di Sabina Corsaro. 27 Mar 2021 LA VOCE DI NEW YORK


Lettera a un Galantuomo Siciliano: Paolo Borsellino  OGGI SCRIVO QUESTE RIGHE CON ESTREMA DEFERENZA VERSO UN UOMO CHE SPESSO HO DEFINITO GALANTUOMO. 

Lo faccio, per ricordare il giorno del suo compleanno: compleanno che avrei voluto augurare con una stretta di mano, come l’ultima che ci sian dati quel venerdì 17 luglio 1992. Da quel venerdì, tanti anni sono trascorsi, scanditi da una certezza che lo Stato voleva e per certi versi vuole ancora, “cummugghiare” la verità su via D’Amelio. Eppure, menti bacate hanno messo in dubbio che quella stretta di mano tra noi due, sia realmente accaduta. Si, dottor Paolo Borsellino, volevano i riscontri, volevano una firma sui verbali di interrogatorio che facemmo a Gaspare Mutolo.  Oggi, la parola di un uomo dev’essere corroborata da prove, altrimenti non vale. Ma il 19 prossimo, dev’essere un giorno felice, noi tutti siamo chiamati a ricordare il giorno della sua nascita dottor Borsellino, e non vogliamo assolutamente pensare che Lei non sia con noi. Invero, Lei è presente nei cuori di milioni di italiani onesti. Nel mio c’è sin dai primi anni ottanta, allorquando condividemmo le gioie di alcuni successi, eppoi l’amara condivisione del dolore per la perdita del magistrato Giovanni Falcone. Lei dottor Borsellino, poteva rimanere nella ridente Terra marsalese per continuare ad impersonare il travet/magistrato come tanti suoi colleghi. No! Lei ha dimostrato ai tanti suoi colleghi che occupavano e occupano “cadreghe” immeritate, che il richiamo dell’onore, l’assunzione di responsabilità per la scomparsa del dotto Giovanni Falcone, insita nel suo nobile animo, è stato più forte di comode e senz’altro proficue frequentazione di potentati. Invece, no! Lei è risultato essere solo Paolo Borsellino, un magistrato sconosciuto addirittura a un ministro in carica. Quante amarezze, quanti inganni provenienti persino dallo stesso Palazzo definito dei “veleni” ed io aggiungo dai Giuda e “Corvi”. Lei ha dimostrato a tutti noi che l’amicizia, il senso dello Stato, il richiamo all’esercizio nobile di Magistrato, sono baluardi che tutti dovrebbero tener sempre presenti. Lei, ha esternato a due giovani magistrati, accasciandosi sul divano e con le lacrime: “….un amico mi ha tradito”. Io penso, dottor Borsellino e l’ho ribadito a sua sorella Rita a Cerignola, che Lei sia stato tradito non da un solo “suo amico” ma da una moltitudine di individui, incapaci di gustare appieno quel profumo di libertà, tanto caro a Lei. In più occasioni ho scritto che mi mancano le “nostre fumate”. Vorrei tanto respirare a pieni polmoni quel denso fumo delle tante sigarette, che impregnava quel piccolo ufficio romano della DIA. Era fumo dannoso, ma per noi era il modo di evadere ed esorcizzare il nostro intimo dolore per la scomparsa del dottor Giovanni Falcone. Parimenti, oggi avrei voluto leggere alcuni passi della sua Agenda rossa, ma non posso dottor Borsellino: non posso perché mani non tanto ignote hanno profanato l’intimità dei sui appunti. Sciacalli, senza onore l’hanno rubata, facendo slalom del suo martoriato corpo, come quelli degli altri innocenti morti in via D’Amelio. La lunga mano dei “traditori”, non si è fermata all’Agenda, alltri hanno  confenzionato il più grande depistaggio della Storia repubblicana con l’utilizzo di Scarantino. Nella via D’Amelio, dottor Borsellino, si è impedito a un figlio di abbracciare la propria mamma: si è consumato l’inganno di uno Stato propenso a trattare coi mafiosi piuttosto che salvaguardare la vita dei suoi dipendenti. Chiudo questa lettera a un Galantuomo Siciliano, dicendo che non è necessario materializzare un augurio. L’augurio è presente nel mio cuore non solo oggi, ma in ogni istante della mia vita e finché sarò in questa vita terrena la ricorderò dottor Borsellino con affetto. Un ampio spazio del mio cuore è occupato da  Uomini meno fortunati di me e che hanno illuminato e illuminano il percorso della mia vita. Si! Voglio essere guidato dalla loro saggezza e soprattutto dalla sua onestà dottor Paolo Borsellino: Lei per me rimane uno dei più grandi Uomini dello Stato. di Pippo Giordano – tratta dawww.antimafiaduemila.com– 15 gennaio 2015

 

 

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