La proposta dell’imprenditore sotto scorta De Masi: «Premialità per chi denuncia la ‘ndrangheta»

 

«Premialità per le imprese resistenti alla criminalità organizzata». Ovvero, enti e stazioni appaltanti della Regione assegneranno un «punteggio aggiuntivo pari al 10%» alle aziende vittime di reati di mafia che hanno denunciato estortori e usurai e, quindi, assunto la veste di testimoni di giustizia. È la legge che Nino De Masi – imprenditore calabrese simbolo della resistenza alla ‘ndrangheta, da lustri sotto scorta – propone al Legislatore regionale.

«Benché si sia formata nel tempo una corposa legislazione antimafia e a protezione delle vittime della criminalità organizzata – scrive De Masi nel testo che accompagna la sua bozza di proposta – la situazione in cui si trovano ad operare le imprese sane del territorio è tutt’ora di forte difficoltà a fronteggiare l’illecita concorrenza degli operatori malavitosi o collusi con la malavita. Come è stato autorevolmente osservato, la grave criticità che si vive nel territorio calabrese è quella che la società civile non sta vicino agli imprenditori che denunciano e si oppongono alle minacce e alle intimidazioni e fanno quotidiana “resistenza”  all’economia illegale. Alle Istituzioni compete di stare vicino e sostenere questa resistenza dell’imprenditoria sana, l’unica che merita la “fiducia”, assunta come principio generale della materia dei contratti pubblici dall’articolo 2 del nuovo codice».

 

La classe politica

Si tratta di una misura – aggiunge l’imprenditore – che «non interferisce con le competenze statali, in quanto copre uno spazio non disciplinato da analoghe previsioni di norme nazionali». E ancora: «Si prevede che la medesima premialità venga riconosciuta dalla Regione e dagli enti del sistema regionale anche in sede di riconoscimento di contributi e sussidi economici di qualsiasi natura». La bozza del progetto di legge è stata inoltrata al presidente della Regione Roberto Occhiuto, alla vicepresidente Giusy Princi, al presidente del Consiglio regionale Filippo Mancuso e a tutti i capigruppopresenti nell’assise di Palazzo Campanella, oltre che ai componenti della giunta regionale.

Misura bipartisan

«Mi rivolgo alla classe politica calabrese, senza distinzione di colore e schieramenti, per rappresentare, dal mio punto di vista, cosa significa fare impresa in Calabria – scrive loro Nino De Masi –. La situazione socio economica della nostra Regione è sotto gli occhi di tutti; stiamo attraversando momenti molto importanti e delicati nei quali è in gioco il futuro della nostra terra; assistiamo ad una lotta costante tra lo Stato e l’antistato (la ndrangheta e la cultura filomafiosa). La magistratura e le forze dell’ordine stanno facendo la loro parte, ma è indispensabile svegliare le coscienze dei calabresi (per molto tempo dormienti ed a volte omertose e colluse) e farli diventare attori protagonisti di una rivoluzione “culturale” che ha al centro la legalità».

Sulla sua pelle

Aggiunge De Masi: «Sto facendo del mio meglio per essere da esempio, esponendomi e continuando a fare impresa in Calabria. Credo che la mia storia, quello che ho fatto e sto facendo, mi danno, forse, la competenza e l’esperienza per portare alla vostra attenzione questo contesto». L’imprenditore finito nel mirino di alcuni tra i più potenti e sanguinari clan della Piana di Gioia Tauro e la cui azienda è presidiata dai militari dell’Esercito, cita Nicola Gratteri nel rappresentare una regione nella quale «le organizzazioni criminali controllano il battito cardiaco dei cittadini».

E sottolinea: «Viviamo in contesti in cui si è normalizzato il male, ci siamo assuefatti al potere criminale, restando impassibili e non reagendo. L’impatto devastante di questo scontro lo stanno subendo in particolare gli imprenditori costretti per il loro ruolo a subire in prima persona aggressioni e pressioni in diverse forme».

Vittime al bivio

In tale contesto l’imprenditore si trova davanti ad un bivio. E quindi: «Pagare e subire l’estorsione, che significa sottomettersi al potere criminale, pagare un prezzo, riconoscere di avere “padroni e padrini”, illudendosi di avere la garanzia di poter operare sul territorio. Il “mettersi a posto” significa infatti pagare l’onere del “pizzo” ma poter poi continuare a lavorare, al di là del disvalore e del condizionamento che tale azione comporta, non rendendosi conto di aver “venduto l’anima al diavolo”».  Oppure: «Denunciare, il che comporta un profondo cambiamento di vita, porta ad essere nel costante pericolo di subire minacce ed attentati, oltre al drammatico isolamento nel quale è costretto a vivere. Certamente lo Stato starà al fianco della vittima e gli garantirà tutte le possibili forme di tutela fisica, scorte, vigilanza ecc. . Ma dall’altra parte purtroppo il denunciare nel nostro contesto comporta anche la marginalizzazione, non solo sociale ma a volte anche economica, in situazioni in cui la cultura mafiosa occupa sovente anche spazi nella pubblica amministrazione».

Solo una illusione

Pertanto, evidenzia De Masi, «L’imprenditore vittima di aggressioni criminali per la sua mentalità pragmatica spesso si illude, sbagliando, di poter gestire l’estorsione, limitandone i danni, anche perché vede a volte nel sistema Stato incertezze ed incapacità di poter garantire la sua tutela e la salvaguardia della continuità dell’attività imprenditoriale. Queste considerazioni generano la mancata denuncia e l’accettazione del condizionamento mafioso».

Stop a privazioni e limitazioni

E lo Stato, al di là dell’attività repressiva, cosa fa? «Statisticamente parlando – scrive alla classe dirigente calabrese – vi sono moltissime aziende vittime dei poteri criminali. Vittime di aggressioni che, dopo aver denunciato, sono state messe in serie difficoltà. Paradossalmente in molti casi le imprese vittime che hanno denunciato hanno continuato a subire privazioni e limitazioni che hanno portato molte di esse a chiudere l’attività o rischiare concretamente il fallimento. Oltre all’isolamento economico vi è quello sociale, conseguenza anche dei sistemi di tutela, che condiziona ancor più pesantemente e profondamente tutto il nucleo familiare e la vita quotidiana di ognuno. Si tratta in questo caso di prezzi molto alti, di sacrifici enormi e di privazioni che minano pesantemente la serenità familiare portandone spesso alla definitiva rottura. La Calabria è una regione ad altissimo tasso di criminalità, ma è anche una terra dove vi sono i primi ed importanti segnali di resistenza, dove i cittadini e gli imprenditori, assumendosene i rischi e le paure, stanno cercando di resistere e reagire, ma occorre predisporre degli strumenti per poter dare loro speranza e certezza nelle loro scelte di legalità».

«Denunciare conviene»

La conclusione: «Sulla base di ciò mi permetto quindi di invitare la classe politica della mia regione ad intervenire realizzando un provvedimento, innovativo, che potrà essere anche da esempio per le altre Regioni in cui mettere al centro il valore “positivo “della denuncia, riconoscendo dei “benefit”che in qualche modo possano supportare i grandi sacrifici patiti dalle vittime della criminalità. Chiedo dunque alla classe politica calabrese di farsi promotrice di una norma che consenta di riconoscere in modo concreto e tangibile il valore positivo di chi denuncia concedendogli speranza e diritti (una forma di premialità). L’ente Regione a nome di tutti i calabresi è chiamato ed esprimere concreta solidarietà adottando un provvedimento che metta in chiaro che “denunciare conviene ed è sinonimo di solidarietà e vicinanza e non di isolamento”. Abbiamo un obbligo morale e non solo di essere portatori concreti di speranza: dobbiamo chiedere ai calabresi di fidarsi di noi e per questo dobbiamo guardare oltre, dando e chiedendo coraggio». LACNEWS 20.9.2023