COMO: “Imprenditori in affari con la ‘ndrangheta”

 

 SERVIZIO TG ETV 28.2.2024


‘Ndrangheta in Lombardia e nel Comasco: “Cavalli di razza”, oltre duecento anni di condanna in Appello

Trentaquattro condanne per un totale di oltre duecento anni di reclusione: la Corte d’Appello di Milano ha in sostanza confermato – con qualche lieve riduzione –  le pene inflitte nel dicembre 2022 a seguito dell’inchiesta “Cavalli di Razza” sulla presenza della ‘ndrangheta in Lombardia e nel Comasco. Gli inquirenti si erano concentrati anche sulla “locale” di Fino Mornasco.
Si è chiuso così il secondo grado del maxi processo in abbreviato ad oltre 30 persone che erano state fermate il 16 novembre 2021 nella tranche lombarda, ribattezzata come detto “Cavalli di razza”.
Le indagini della Squadra mobile di Milano e della Guardia di Finanza di Como erano state coordinate dai pm Pasquale Addesso e Sara Ombra. L’evolversi della ‘ndrangheta in Lombardia, ha scritto il gup Lorenza Pasquinelli nella sentenza di primo grado, ha “portato ad un arricchimento del panorama umano di riferimento, posto che le locali”, ossia i clan, “si compongono non solo di personalità mafiose già note, ma anche di nuove generazioni, nuove reclute”.

I “cavalli di razza” della ‘ndrangheta in Lombardia: confermate in appello 34 condanne per 200 anni di carcere

 

In primo grado il boss della «locale» di Fino, Mornasco Bartolomeo Iaconis, era stato condannato a 11 anni e 8 mesi mentre i sottoposti Pasquale e Michele La Rosa a 10 anni, Michelangelo Belcastro a 9 anni e 4 mesi…

La Corte di appello di Milano ha confermato le 34 condanne inflitte ad altrettanti imputati che avevano scelto il giudizio abbreviato dopo la chiusura dell’inchiesta «Cavalli di razza» della Dda di Milano contro la ‘ndrangheta in Lombardia, in particolare nelle province di Como e Varese.

I giudici della quinta sezione penale, presidente Monica Fagnoni, hanno riconosciuto l’impianto accusatorio dei pm Pasquale Addesso e Sara Ombra che contestava l’associazione di stampo mafiosa e tutti i reati «scopo» come il traffico di stupefacenti, le bancarotte fraudolente, le estorsioni e false dichiarazioni per uso di fatture per operazioni inesistenti. Sole leggermente modificate le pene per un ricalcolo rispetto a quello effettuato dalla gup Lorenza Pasquinelli.

In primo grado il boss della «locale» di Fino Mornasco, Bartolomeo Iaconis, era stato condannato a 11 anni e 8 mesi mentre i sottoposti Pasquale e Michele La Rosa a 10 anni, Michelangelo Belcastro a 9 anni e 4 mesi, Antonio Valenzisi 10 anni e mesi e Roberto Valenzisi a 10 anni e 4 mesi.

La quinta penale della Corte d’Appello di Milano ha confermato le condanne inflitte nel dicembre 2022, per un totale di circa 200 anni di reclusione e con la pena più alta, oltre 11 anni, per lo storico boss della ‘ndrangheta in Lombardia Bartolomeo Iaconis.

Si è chiuso così in secondo grado, solo con lievi riduzioni delle pene per alcune posizioni, il maxi processo in abbreviato ad oltre 30 persone che erano state fermate il 16 novembre 2021 nella tranche lombarda, ribattezzata «cavalli di razza», di una maxi inchiesta, coordinata anche dalle Dda di Reggio Calabria e Firenze, sul clan Piromalli-Molé.

Dagli atti era emerso, poi, che Attilio Salerni (condannato a 8 anni) e il fratello Antonio (8 anni e 4 mesi) sarebbero stati gli esecutori materiali «di violenze e minacce nei confronti dei dirigenti» della Spumador Spa, azienda di bevande gassate finita nella morsa dei clan e per la quale era stata disposta l’amministrazione giudiziaria per infiltrazioni mafiose, poi revocata.

Alla Spumador, parte civile nel processo, era andata una provvisionale di risarcimento di 100mila euro. Per associazione mafiosa erano state condannate anche Elisabetta Rusconi e Carmela Consagra (moglie di Iaconis), intestatarie fittizie, secondo l’accusa, di tre società e che si sarebbero occupate pure «delle attività di recupero crediti” quando i mariti erano detenuti.

L’evolversi della ‘ndrangheta in Lombardia, ha scritto il gup Lorenza Pasquinelli nella sentenza di primo grado, ha «portato ad un arricchimento del panorama umano di riferimento, posto che le locali», ossia i clan, «si compongono non solo di personalità mafiose già note, ma anche di nuove generazioni, nuove reclute». GAZZETTA DEL SUD 29.2.2024


VIDEO – Servizio TG Espansione TV


“Un’imprenditoria che non si limita a subire la ‘ndrangheta, ma si pone in affari con la stessa, spesso prendendo l’iniziativa per il contatto con la criminalità organizzata e ricavandone, seppure solo momentaneamente, vantaggi”.
Le oltre 300 pagine delle motivazioni della sentenza di primo grado della Corte d’Assise di Como del 27 aprile scorso per il processo nato dall’indagine “Cavalli di razza” restituiscono una nuova chiave di lettura per spiegare il radicamento della ‘ndrangheta in Lombardia.

La Corte, presieduta da Valeria Costi, ha pronunciato una sentenza con otto condanne e tre assoluzioni. Pene complessive per quasi un secolo per le presunte infiltrazioni della ‘ndrangheta nel Comasco.
I magistrati dell’antimafia Pasquale Addesso e Sara Ombra avevano chiesto condanne complessive per 182 anni per tutti gli undici imputati.
Per gli otto condannati, le pene vanno da un massimo di 16 anni e 10 mesi a un minimo di 5 anni.
L’indagine nel filone con rito abbreviato aveva già portato a 34 condanne per un totale di oltre 200 anni.
“Il superamento della logica dell’infiltrazione mafiosa a favore del vero e proprio radicamento della ‘ndrangheta in Lombardia – si legge nelle motivazioni della sentenza del tribunale di Como – è stato senz’altro determinato, o quantomeno agevolato, dal territorio fertile offerto dal mondo imprenditoriale, politico e professionale locale, resosi disponibile, talora piuttosto sprovvedutamente, talaltra con malaccorta avidità ad entrare in rapporti di reciproca convenienza con il sodalizio mafioso”.

Sfatato – mette nero su bianco il Tribunale di Como – il falso mito della ‘ndrangheta che come un male serpeggiante si infiltra in un tessuto economico sano contaminandolo.
La realtà restituita dal presente processo è quella di un’imprenditoria che si mette in affari con la criminalità organizzata”.

Nonostante quella che viene definita “pulsione opportunistica”, secondo il Tribunale di Como resta comunque “l’affetto di assoggettamento, di supina accondiscendenza a fronte dell’incalzare smodato delle pretese, di omertà che la forza intimidatoria esercitata dagli estorsori sortisce”.
“La carica intimidatoria – si legge nelle motivazioni – è emersa dal tenore delle deposizioni dei testimoni”.

Anna Campaniello ESPANSIONE TV 31.10.2023

 

 


‘Ndrangheta in Lombardia, i giudici di Como: «Micro-cosche autonome che cooperano tra loro
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Nelle motivazioni del processo nato dall’inchiesta «Cavalli di razza» vengono descritte le modalità operative dell’associazione mafiosa

 

Come si muove e come opera la ‘ndrangheta in Lombardia? Lo raccontano i giudici del Tribunale di Como nelle motivazioni della sentenza con cui a fine aprile hanno inflitto otto condanne, anche per associazione mafiosa, fino a 16 anni e 10 mesi di reclusione e hanno assolto tre persone nel filone ordinario dell’inchiesta «Cavalli di razza» conto la `ndrangheta nel Comasco.
Una mafia che si muove sul territorio in modo fluido, rapido, collaborativo ma anche autonomo.
E sempre rispettando il principio dell’unitarietà e il carattere omogeneo della ‘ndrangheta.
Per i giudici una delle vicende narrate nell’indagine della Mobile e dei pm Pasquale Addesso e Sara Ombra della Dda, «restituisce un’immagine plastica del modo di essere della ‘ndrangheta in Lombardia, nella misura in cui consente di apprezzare la convivenza, a tratti la cooperazione di più “micro organismi” dotati di autonomia operativa all’interno del medesimo territorio e interagenti addirittura con il medesimo “bersaglio” (la vittima di una estorsione, ndr)».
Per il Tribunale il tratto comune sta nello «sfruttamento della capacità di intimidazione – ora esplicitamente esercitata, ora talmente notoria da non dover essere nemmeno esibita – e della condizione di soggezione dell’imprenditore prima estorto, poi colluso» e nella «pacifica coesistenza e compenetrazione di interessi squisitamente individuali, con quello superiore della sopravvivenza dell’associazione».
Il tutto «mantenendo però sempre forme di solidarietà collettiva e cooperazione, che costituiscono la condizione imprescindibile» affinché la  «unica associazione» mafiosa «sopravviva» e «possano proseguirne  i traffici illeciti».
Le considerazioni sono contenute nel capitolo sulle «Linee di tendenza della ‘ndrangheta in Lombardia» nelle 304 pagine della sentenza.
L’inchiesta nel filone con rito abbreviato aveva già portato a 34 condanne per un totale di oltre 200 anni, con la pena più alta, 11 anni e 8 mesi, per lo storico boss della `ndrangheta in Lombardia Bartolomeo Iaconis
A oltre 16 anni con rito ordinario è stato condannato Daniele Ficarra, mentre ad Antonio Carlino sono stati inflitti 16 anni, così come ad Alessandro Tagliente.
Tra gli imputati assolti Giuseppe Iaconis, figlio di Bartolomeo, per il quale era caduta l’accusa di aver sostituito il padre negli affari. Dagli atti era emerso che Attilio Salerni (in abbreviato 8 anni) e il fratello Antonio (8 anni e 4 mesi) sarebbero stati gli esecutori materiali «di violenze e minacce nei confronti dei dirigenti» della Spumador Spa, azienda di bevande gassate finita nella morsa dei clan e per la quale era stata disposta l’amministrazione giudiziaria per infiltrazioni mafiose, poi revocata.
Dall’inchiesta, scrivono i giudici, è stato «sfatato il falso mito della `ndrangheta che, come un male serpeggiante, si infiltra in un tessuto economico sano, contaminandolo». 
«È possibile affermare – scrive la corte presieduta dal giudice Valeria Costi – che il superamento della logica dell’infiltrazione mafiosa a favore del vero e proprio radicamento della ‘ndrangheta in Lombardia è stato senz’altro determinato – o quantomeno agevolato – dal terreno fertile offerto dal mondo imprenditoriale, politico e professionale locale resosi disponibile, talora con la malaccorta avidità ad entrare in rapporti di reciproca convenienza con il sodalizio mafioso». 
È emersa, invece, una «imprenditoria che non si limita a “subire” la ‘ndrangheta, ma si pone in affari con la stessa, spesso prendendo l’iniziativa per il contatto con la criminalità organizzata e ricavandone (seppur solo momentaneamente) vantaggi». CORRIERE DELLA SERA 31.10.2023


 

Un modello organizzativo “di rete”, in cui “alla sostanziale stabilità degli organi di vertice si affianca l’autonomia delle strutture territoriali, e, in buona misura, delle distinte famiglie, capaci di convivere, dividendosi le aree di influenza, anche nel medesimo contesto territoriale, in cui talora non mancano forme di competizione e il perseguimento degli interessi individuali si fonde con il comune interesse alla sopravvivenza e prosperità dell’associazione”.
E’ questo il modello di “mafia delocalizzata” che emerge nelle motivazioni della sentenza con cui lo scorso aprile il tribunale di Como ha inflitto otto condanne, anche per associazione mafiosa, fino a 16 anni nel processo sull’operazione ‘Cavalli di razza’, dei pm della Dda Pasquale Addesso e Sara Ombra, contro la ‘Ndrangheta. A 16 anni e 10 mesi è stato condannato Daniele Ficarra, pena di poco inferiore (16 anni) per Antonio Carlino e per Alessandro Tagliente, pesanti le condanne per un impianto accusatorio che ha retto davanti ai giudici di primo grado. Nelle oltre 300 pagine si riconosce al processo la capacità di aver consentito di osservare “l’espansione, le scissioni e il volto proteiforme assunto oggi dall’associazione in territorio lombardo”, dove alcune famiglie hanno acquisito il controllo in settore economici rilevanti “attraverso il sistematico ricorso all’intimidazione mafiosa”, complice anche un terreno “fertile offerto dal mondo imprenditoriale, politico e professionale locale, resosi disponibile, talora piuttosto sprovvedutamente, talaltra con malaccorta avidità ad entrare in rapporti di reciproca convenienza con il sodalizio mafioso”.
Dunque, “sfatato il falso mito della ‘Ndrangheta , che come un male serpeggiante si infiltra in un tessuto economico sano, contaminandolo, la realtà restituita dal presente processo è quella di un’imprenditoria che non si limita a ‘subire’ la ‘Ndrangheta , ma si pone in affari con la stessa, spesso prendendo l’iniziativa per il contatto con la criminalità organizzata e ricavandone (seppure solo momentaneamente) vantaggi”. ADNKRONOS 31.10.2023


 

‘Ndrangheta nel Comasco, i giudici: “Imprenditori fanno affari con le cosche, illudendosi di trarne vantaggio”

‘Ndrangheta nel Comasco, i giudici: “Imprenditori fanno affari con le cosche, illudendosi di trarne vantaggio”

“Tutti gli episodi si intersecano tra loro, delineando una trama di relazioni tra estorsori ed estorti, in cui lo stereotipico schema vittima-oppressore viene ad assumere contorni sfumanti”. Nelle motivazioni della sentenza “Cavalli di razza” sulla ‘ndrangheta nel Comasco, che ha portato a otto condanne fino a 16 anni e 10 mesi, anche per associazione mafiosa, i giudici del tribunale di Como (presidente Valeria Costi) fotografano l’evoluzione del rapporto tra imprenditori e criminalità.

Imprenditori, da estorti a soci dei mafiosi

Prima la violenza e la forza intimidatrice usata dalle cosche per “conquistare” un territorio, poi la condivisione di interessi con il mondo locale dell’economia e dell’impresa. “Il sodalizio criminale composto dagli imputati, capeggiati dalla figura di Domenico Ficarra – scrivono i giudici – è stato capace di penetrare pienamente nel tessuto economico locale, dapprima avvicinando imprenditori e professionisti con modalità, ora schiettamente estorsive, ora anche latamente truffaldine, per poi sfruttare la condizione di assoggettamento e omertà ingenerata in costoro, al fine di farne veri e propri soci in affari”. Per i giudici del collegio del tribunale di Como “non deve stupire che il professionista o imprenditore che, per liberarsi della morsa estorsiva, offre al sodalizio l’accesso alle proprie attività e al proprio know-how, tenda a perdere la classica connotazione di vittima e ad assumere piuttosto il carattere di complice o colluso”.

“Condotte estorsive anche se non esplicite”

Gli imprenditori diventano soggetti “asserviti alle ragioni del lucro, al punto di essere disposti a scendere a patti con la criminalità organizzata, illudendosi di ricavarne personali vantaggi, magari anche temporaneamente raggiunti, ma con l’ineluttabile epilogo di trovarsi poi nell’implacabile morsa di violenze e delle, più o meno esplicite, intimidazioni”. Un atteggiamento “fluido” degli offesi che “non deve trarre in inganno, ove si tratti di valutare le condotte degli agenti primari, che restano nondimeno qualificabili come vere e proprie condotte estorsive, perpetrate attraverso lo sfruttamento di una carica intimidatoria tipicamente mafiosa, ora manifestata a gran voce, ora solo sibillinamente evocata”.

L’indagine sulla ‘ndrangheta a Como

L’indagine dei pm della Direzione distrettuale antimafia di Milano Sara Ombra e Pasquale Addesso aveva già portato a 34 condanne, per oltre duecento anni di carcere, nel filone con rito abbreviato. La più alta, 11 anni e 8 mesi, era stata comminata allo storico boss della ‘ndrangheta in Lombardia Bartolomeo Iaconis. A oltre 16 anni (in ordinario) è stato condannato Daniele Ficarra e Alessandro Tagliente. Dall’indagine, era emerso che Attilio Salerni (in abbreviato 8 anni) e il fratello Antonio (8 anni e 4 mesi) sarebbero stati gli esecutori materiali “di violenze e minacce nei confronti dei dirigenti” della Spumador Spa, azienda di bevande gassate finita nella morsa dei clan e per la quale era stata disposta l’amministrazione giudiziaria per infiltrazioni mafiose, poi revocata.

Le complicità dei funzionari di banca

Tra le figure del mondo delle professioni, la sentenza approfondisce anche il ruolo dei funzionari di banca, come il direttore della filiale della Bcc di Cadorago, a cui si rivolgeva Alessandro Tagliente per “la gestione dei flussi finanziari delle società cartiere”. “La riluttanza del direttore bancario a esporre nell’aula d’udienza – alla quale era ben visibilmente collegato l’imputato dal luogo di detenzione – quanto ben più linearmente illustrato nel corso delle indagini, in ordine alle innumerevoli operazioni bancarie che, in difetto di qualsivoglia legittimazione formale, fu per anni “tollerato” che Tagliente effettuasse sui conti correnti delle società a lui riconducibili, è stata infatti ai limiti della vera e propria reticenza, e ha rivelato in maniera palmare il timore ancora vivo di eventuali gravi ritorsioni”.

La rinuncia ad affiliazioni formali e rituali classici per cariche e doti

I giudici parlano di “mafia delocalizzata”, un autonomo organismo di ‘ndrangheta, “derivante dalla organizzazione in sodalizio di individui già stabilmente inseriti in congreghe criminali riconducibili a figure di spicco della delinquenza organizzata calabrese e soggetti nuovi”. Una moderna evoluzione dei clan. “Per comprenderne l’essenza è necessario muovere dal presupposto di rinunciare a taluni dei più classici elementi rivelatori della sua esistenza, quali gestualità rituali, cerimonia di affiliazione, conferimenti di cariche e doti, e porre l’attenzione piuttosto sulla dimensione evolutiva e mimetica del fenomeno”.  LA REPUBBLICA 31.10.2023

 


COMO, imprenditori asserviti alla ‘ndrangheta

 

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OPERAZIONE “CAVALLI DI RAZZA”

 

MAFIA E ANTIMAFIA NEL COMASCO

 

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