Cinquantasette giorni di minacce e silenzi, dimenticanze e omissioni

 

Commissione Antimafia ARS

 

 

Eppure durante i cinquantasette giorni che separano le due stragi, Paolo Borsellino – come dicevamo – è destinatario di numerose minacce la cui portata viene sistematicamente sottovalutata. Avvertimenti, segnalazioni, perfino informative ufficiali di cui lo stesso Borsellino in alcuni casi non viene messo nemmeno al corrente.

Sottovalutazione? Per la sicurezza del giudice Borsellino, certamente. Ma gli altri? Il suo capo, il procuratore Giammanco, mentre tace a Borsellino gli anonimi e le informative che lo riguardano, decide invece di provvedere a sè stesso contattando il proprio agente assicurativo, come spiega candidamente ai consiglieri di Palazzo dei Marescialli il 28 luglio 1992.

GIAMMANCO, già Procuratore della Repubblica di Palermo. Tutti abbiamo paura, signor Presidente, io per primo. Io ho avuto non paura, terrore quando sono arrivato venti minuti, mezz’ora dopo che era esplosa la bomba il 23 maggio e tre quarti d’ora dopo quella di via Mariano D’Amelio. Ho avuto tanto terrore il 23 maggio che tre giorni dopo ho telefonato al mio agente di assicurazione di fiducia della RAS, il dottor Criscimanno ha stipulato una polizza di un miliardo, perché era lucido in me che il piano eversivo non si sarebbe fermato.

Il procuratore Giammanco decide di stipulare un’assicurazione sulla propria vita da un miliardo di lire, ma non fa una piega quando nel suo ufficio si vede recapitare il 18 giugno 1992 (un mese prima via D’Amelio) una missiva anonima raffigurante una bara e l’effigie di alcuni magistrati del suo pool, tra i quali appunto Paolo Borsellino. Il fatto, secondo quanto riferiscono Alfredo Morvillo, Ignazio De Francisci e Teresa Principato nel 1992 al CSM, non turba più di tanto il procuratore capo.

MORVILLO, già Procuratore della Repubblica di Trapani. In questi giorni, dopo la strage del 23 maggio, arriva un anonimo con chiare minacce per alcuni colleghi, con le fotografie, fra gli altri, di Borsellino, De Francisci, Teresa Principato e degli altri. In questa riunione della Direzione Distrettuale Antimafia, da parte del Procuratore, mi dicono i colleghi, ancora una volta c’è una sottovalutazione: «va bè, è una stupidaggine, che fa, la stracciamo?»

DE FRANCISCI, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Bologna. Io seppi dell’esistenza di questa lettera da Teresa Principato… Sono andato da Giammanco che me l’ha mostrata e mi ha detto: «Guarda è arrivata questa cosa». Io ho detto: «Senti Procuratore io la manderei a Caltanissetta…». Ricordo che il procuratore mi disse: «Mah», cioè era dubbioso sulla opportunità o meno di inviarla. Non so sinceramente se l’abbia inviata o no.

PRINCIPATO, Procuratore aggiunto di Palermo. Giammanco ci chiamò e ci disse: «c’e questa cosa»… Giammanco non mandò mai, mai, quell’anonimo al Comitato di sicurezza.

Il procuratore generale non informato

Alla fine, della rilevanza di questa minaccia verrà investito il Comitato per l’Ordine e la Sicurezza presso la Prefettura di Palermo. Quando? Solo dopo che Borsellino è stato già ucciso! È solo in quell’occasione – come chiarito davanti al CSM – che l’allora procuratore generale, Bruno Siclari, viene messo per la prima volta a conoscenza dell’accaduto.

SICLARI, già Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo. Giovedì della settimana passata c’è stata una riunione del Comitato per l’Ordine e la Sicurezza… è venuto l’aggiunto Spallita che ad un certo momento ha prodotto un foglio di carta uso protocollo sul quale c’erano appiccicate delle fotografie: c’era la fotografia di Costa, di Livatino, di Borsellino, della Principato e De Francisci, e c’era una bara. Io mi sono irritato… «ma insomma, io sono il Procuratore Generale, com’è che viene fuori questa cosa e non ne sono informato?». (…) Era datata 18 giugno, quindi notevolmente prima della morte di Borsellino. Io quello che potevo fare l’ho fatto immediatamente perché in quella stessa sede il prefetto mi ha domandato cosa intendessi dire e ho chiesto la protezione dei colleghi che c’erano lì raffigurati…

A dire il vero nel corso della sua audizione, Giammanco, incalzato sul tema, offre ai componenti del CSM una diversa chiave di lettura della sua premura nei confronti delle problematiche legate alla sicurezza di Paolo Borsellino.

GIAMMANCO, già Procuratore della Repubblica di Palermo. Io ho concordato col prefetto che alcuni dei sostituti potessero venire al Comitato dell’ordine pubblico… ho invitato per incarico del signor Prefetto di Palermo, i sostituti: Natoli, Ilarda e Lo Voi… c’era un lungo ordine del giorno, nel frattempo erano cominciate ad arrivare numerosi segnali di pericolo per il collega Borsellino, è notorio che su tutta la stampa si indicava il prossimo bersaglio in Borsellino, lui stesso in diverse interviste con tono rassegnato si rendeva conto di essere nel mirino della mafia… questa riunione… si svolse il 22 di giugno… fu in quella sede che io riferii sulle aggravate condizioni di pericolo di Borsellino… Era arrivata un lettera nella quale erano effigiate le immagini di diversi magistrati uccisi… e poi c’erano le fotografie di Borsellino… c’erano alcuni magistrati, alcuni sostituti del mio ufficio… io l’ho inviata lo stesso 18 giugno alla Procura di Caltanissetta e ho chiesto di convocare questa riunione… nella quale si dispose il raddoppio della scorta di Borsellino e la istituzione della sorveglianza davanti casa…

La versione di Giammanco

GIAMMANCO, già Procuratore della Repubblica di Palermo. Spallitta lo ha avuto ed è andato al Comitato per la Sicurezza perché io sono stato male. Io ho avuto una riacutizzazione al colon, mi sono messo a letto, e Spallita è andato al Comitato per l’Ordine Pubblico. Questo, di cui vi ho già parlato, è un collage di fotografie nel quale il primo bersaglio cui uno doveva pensare, per gli altri non c’erano assolutamente gli elementi per provvedere.

La versione di Giammanco, che lo vorrebbe attento e tempestivo nel prendersi cura della sicurezza dei suoi sostituti, ed anzitutto di Paolo Borsellino, viene significativamente ridimensionata dalle dichiarazioni dei tre sostituti che lo avevano accompagnato alla riunione del Comitato provinciale tenutasi il 22 giugno. Questa la testimonianza del PM Giovanni Ilarda, raccolta dal CSM durante a fine luglio ’92.

ILARDA, Procuratore Generale di Trento. Un giorno io sono stato convocato in seno al comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica insieme al Procuratore, al dottor Lo Voi e al dottor Gioacchino Natoli… Come mai ci andavamo anche i sostituti? Ritengo che il procuratore abbia creduto più opportuno dire: «insomma, io vi faccio venire direttamente… così lo direte voi stessi in seno al Comitato». Ritengo: perché non chiarì le ragioni… Il discorso iniziò in termini puramente burocratici… si parlò anche del problema sicurezza di Paolo Borsellino, si disse era un obiettivo e che correva fra tutti maggiore pericolo… tutto però fatto con pressapochismo, tutto lasciato alla buona volontà dei singoli… Finché entra un commesso e fa presente che c’era una riunione di un sindacato di Polizia. Il prefetto annuncia «che ne pensate, andiamo tutti quanti come Comitato?». Idea graziosa, però «andiamoci subito» non mi è sembrato tanto grazioso, perché «andiamoci subito» significava troncare.

Su Domani il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni.