Ammazzato a un passo dalla verità

Ammazzato a un passo dalla verità Indagava su collusioni tra mafia e magistrati, la bomba gli ha tranciato gambe e braccia Ammazzato a un passo dalla verità Borsellino doveva andare in Germania da un pentito
 
«Devo fare in fretta. La mia è una lotta contro il tempo». Paolo Borsellino si era buttato a capofìtto nel lavoro. Aveva superato il brutto momento del dopo-Falconc ed era riuscito ad afferrare nuovamente il filo «giusto» delle indagini. Ma perché tanta fretta? A cosa si riferiva la sua «lotta contro il tempo?». Gli amici fidati che hanno ricevuto la confidenza non ne sanno di più. ma ora, dopo la strage di via D’Amelio gli investigatori sembrano in grado di ricomporre lo scenario. Borsellino teneva i contatti con due pentiti molto importanti. Uno sta in Italia, l’altro in Germania. Sapeva che Cosa Nostra non ignorava la notizia. 1 colloqui coi collaboratori rivelavano particolari sempre più inquietanti, raccontavano di preparativi di stragi e il bersaglio più probabile era sempre lui, Falcone. Sapeva, il procuratore aggiunto di Palermo, che avrebbero cercato di impedirgli in ogni modo di concludere l’inchiesta Per questo aveva fretta: era convinto che una voi ta raccolte tutte le dichiarazioni dei pentiti, sarebbero diminuite le probabilità di morire. Cosa Nostra può uccidere anche soltanto per vendetta, ma ò l’omicidio «preventivo» la sua vera «specialità». Ieri Borsellino sarebbe andato in Germania per incontrare un «emigrato» agrigentino, un uomo che vive da qualche tempo in «esilio volontario», il pentito numero 2. Era stato l’altro collaboratore, un mafioso originario della provincia di Caltanissetta, a metterli in contatto. Chissà cosa sarebbe venuto fuori. Si parla di collusioni tra palazzi di giustizia e mafia. Ma nessuno è in grado di firmare una simile ipotesi. Qualcosa, invece, si sa dell’ai tro pentito. E’ un superkiller nato a San Cataldo (Caltanissetta), si chiama Leonardo Messina, e da sempre è al servizio deile cosche mafiose cosiddette del «Vallone». Ne sa, di storie l’ultimo confidente di Paolo Borsellino. Sa, per esempio, che la decisione di uccidere il giudice era stata presa dal «governo» di Cosa Nostra. E dice che la «sentenza» era irrevocabile. Il giovane si è arreso allo Stato intorno all’inizio di maggio. Si dice che non lo avessero convinto certi tentennamenti della «cupola* mafiosa, di fronte alle sue richieste di entrare a far parte dei quadri dirigenti, naturalmente dietro ufficiale assegna zione di una fetta di territorio. Che dà in cambio il giovane superkiller? Dirige l’apparato logistico-militare. Una prova? Cosa Nostra decide di far fuori tre funzionari della questura di Caltanissetta. Il «contratto» viene affidato a Messina. Vengono mobilitati due killer che arrivano da Como con tanto di pistola e silenziatore. L’agguato è stabilito per il venerdì Santo, durante la processione. Ma qualcosa non funziona: il giorno prima una soffiata manda all’aria il piano. Vengono arrestati Messina e i due killer venuti dal Nord. Chi ha parlato? La domanda si agita nella mente di Messina. Il giovanotto è malpensante e sospetta che a metterlo nei guai potrebbero essere stati i suoi ex amici, allarmati per le eccessive pretese del giovane «rampante». Così Messina parla. Chiede il contatto con Falcone, ma il direttore degli affari penali non può ascoltarlo, il suo nuovo ruolo non glielo consente: lo «passa» all’amico Borsellino. Si apre così il libro di alcuni omicidi eccellenti: Messina parla dell’assassinio dei giudici Saetta e Livatino, dell’agguato mortale teso ad Agrigento al maresciallo Guazzili. Al procuratore si apre un orizzonte nuovo. Confida di aver capito improvvisamente una serie di cose che erano rimaste oscure. E per saperne di più, viene invitato dal pentito a contattare un «amico che vive in Germania». Da qui la decisione di partire. Una ventina di giorni fa un altro colpo di scena: i servizi segreti «captano» la notizia che la mafia ripeterà il tentativo andanto in fumo il venerdì Santo. I funzionari in pericolo vengono presi di notte, con le famiglie e portati in posti sicuri. E’ il primo campanello d’allarme per Borsellino. Cominciano anche ad arrivare minacce e telefonate anonime: Borsellino ripete che «deve far presto». Il massacro di Capaci rallenta definitivamente la marcia del procuratore verso la verità, mentre il tam-tam della mafia mette in circolo la notizia che ci sono due nuovi pentiti. Un vecchio trucco per «bruciare» il lavoro dei magistrati. Paolo Borsellino ci credeva in questi pentiti. A qualcuno aveva confidato di aver fatto un buon lavoro. Per un periodo a Palazzo di Giustizia circolò la voce che si preparavano provvedimenti giudiziari. Invece non accadde nulla. Il clima negli uffici della Procura della Repubblica non è mai stato dei più sereni, ma mai tumultuoso come in queste ultime settimane. La riunione di ieri mattina ne e testimonianza: ore ed ore di dibattito per concludere con una spaccatura che si presenta insanabile. E ad aggravare la tensione contribuisce l’ultimo sospetto: qualcuno sapeva che Borsellino, a quell’ora (alle 17), sarebbe andato dalla madre. La carica di esplosivo, infatti, era già stata collocata sotto una «Seat», quando è arrivato il corteo delle blindate, una carica che. nella deflagrazione (come ha dimostrato l’autopsia) ha tranciato di netto a Borsellino gambe e braccia. Chi poteva saperlo? Una cosa è certa: il giudice a mezzogiorno telefonò alla madre per dirle: «Mamma, alle cinque sarò da te». Telefonata intercettata? Possibile. Ma resta ancora un dubbio: telefonò dal suo cellulare o da un apparecchio di casa sua? Il «telefonino» è facile da intercettare, ma un telefono normale no. Francesco La Licata Un’immagine del luogo dove è avvenuta la strage voluta dalla mafia. LA STAMPA 21 luglio 1992